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Autore: Omar    16/01/2021    0 recensioni
Un inseguimento, chissà di cosa.
Genere: Demenziale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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  «Vedi, il fatto è che chiunque nel prossimo cerca il proprio sollievo.» diceva Bertino svoltando all’angolo d’una bancarella sul cui bancone in equilibrio stavano messe in bella vista le fantasiose forme di alcuni vasi in vendita; pareva andasse a casaccio tra le bollenti vie della città, rossastra tra le strade in terra battuta e le case in argilla, dava ora una tastata alle tasche, verificando che magicamente telefono e portafoglio non vi fossero saltati fuori, dando ora poi, coi pollici sotto le bretelle, un’aggiustatina allo zaino.
  «Quindi se uno venisse a chiedermi aiuto dovrei aver l’istinto di levarmelo di torno, non posso trovare sollievo in quella persona da cui mi distanzio, cioè da quello che tu dici dovremmo in un certo senso essere tutti sciacalli, no? Ma se ho la coscienza di permettermi di mandare a quel paese una persona bisognosa allora non è così semplice la questione appunto perché sennò non manderei a quel paese tale persona, il calcolo che dici è impossibile in sé stesso.» rispondeva Chiara col fiatone e ringraziando il cielo d’aver scelto, al momento di far le valigie, il reggiseno sportivo “Massì è solo una vacanza” s’era detto, macché vacanza, con quei tre scalmanati non è mai vacanza.
  «E invece siamo proprio così semplici e bassi, se arrivasse un barbone che appunto chiede (in quanto tale) non essendo in grado di dare, la tua soddisfazione arriverebbe dal mandarlo a quel paese, dobbiamo ammettere d’essere avari, vermi avari che pur di campare mangiano la terra accontentandosi dei Sali e delle proteine che vi finiscono per forza dei processi naturali. Chi aiuta il morto di fame o lo storpio, se non ci guadagna, è un pervertito.»
  «Ma allora scusa, tra star così e viver nella giungla che differenza fa?»
  «Perché dovrebbe fare differenza! Ti ricordo che siamo animali morti di fame, ce l’abbiamo nel DNA l’essere morti di fame.»
  Ubaldo batteva sulla tastiera, ricurvo come un topo quando ha acchiappato la briciola perduta dal cuoco nel far da mangiare, o il pezzo di formaggio raccattato  dalla fetta dimenticata sul tavolo, la sedia secolare di quell’appartamento – usata forse ai tempi dai legionari romani che passavano di lì per commerciare con quelle loro pseudocolonie – gli impediva di concedersi gli amati giri su sé stesso quando festeggiava un risultato ottenuto. Balengo, sdraiato sul divano fatto duro di canapa, lo implorava: «Mi esplode il cervello, smettila!»
  Il metro e ottanta di Bertino invase la stanza: «Allora, come siamo messi?» col vocione mai cattivo ma tuonante mentre Chiara, fiondatasi dentro, gettò lo zaino sdegnosa, finalmente libera da quel peso opprimente.
  «Trovato!» esultava Ubaldo che con un salto dalla sedia andò all’orecchio del gigante «Ma perché ci siamo portati dietro Balengo?»
  «Ah boh, non l’hai invitato tu?»
  «Ti pare!»
  «Va be’, dove cazzo è l’obbiettivo?» Bertino scatenava tutto il suo cinico entusiasmo.
  «Qui, tra le montagne.» esultava il tecnico.
  «Quanti chilometri dobbiamo fare?»
  «Ah ecco perché abbiamo chiamato Balengo!» e andò a sfilare all’ameba il portafoglio dalla tasca.
  Balengo stava sdraiato saltellando sulla propria stessa schiena per gli smottamenti che il carro doveva affrontare, la vegetazione ora era quasi completamente caratterizzata da una prateria giallastra seppur sana, ormai povera di quegli arditi tozzi alberi quasi Vangogghiani. Viaggiavano da forse cinque giorni tra corriere dalla destinazione incerta e treni dalle rotaie squagliate sotto il sole cocente di quelle temperature tropicali, era sembrato quindi più saggio approfittare di quel carrettiere taciturno che ormai i suoi affari al villaggio li aveva chiusi, non gli costava niente quindi accompagnare quegli scapestrati fino a casa, vicino alle montagne che si erano messi in testa di scalare. Bertino fumava una sigaretta rannicchiato in un angolo, quegli occhi da falco puntavano sempre qualcosa, quasi in ogni secondo di ogni momento fossero in analisi, forse per distrarsi da una follia il cui baratro era reso sempre più concreto da una monotonia che l’esperienza degli anni riusciva solo a fatica a distinguere dalla vera e propria noia. Chiara teneva la spalla fuori dalla balaustra ponendo la faccia al vento che le veniva incontro, il braccio penzolava vicino alle ruote scassate e chiudeva gli occhi figurandosi miriadi di stelle che si accendevano e spegnevano nell’oscurità, forse era così la morte, il vento sulla pelle ed il sole sulla faccia. Ubaldo, gambe incrociate, colpito dalla solennità di quegli infiniti chilometri quadrati – dall’oceano alle montagne – di solennità derivante dal forte senso religioso, si chiedeva se quei musi dai vistosi baffetti neri in realtà non avessero capito tutto dalla vita, da una parte le città più moderne possibili dall’altra la miseria più atroce, uno degli inquinamenti peggiori del pianeta contro forme di austera cattiveria che un tòcco di pane in più e un giorno di lavoro in meno avrebbero risolto, mali facili da comprendere eppure irrisolti, dov’era Dio? Eppure i monasteri abbondavano, come reagiva poi quel morto di fame o il talaltro ricco dipendente della supermultinazionale se ti vedevano col tatuaggio al braccio! Per Dio c’è sempre tempo perché ti rende immortale, una volta chiusi gli occhi è meglio credere con un sorriso sulle labbra che è solo l’inizio del premio per le tue fatiche piuttosto che rassegnarsi a dire “Eh, è andata.” perché in effetti, anche Gesù o Buddha scendessero e ci assicurassero uno “Oh tranquilli, poi andiamo tutti in paradiso.” o l’altro “Ci si rivede nella prossima vita gente.”, ci toglierà comunque per forza di cose ore di sonno l’idea di morire, un po’ come lo sverginarci o il dover prendere armi e bagagli quando si va via di casa quando l’età ci spinge ad affacciarci alla vita. Per quanto sia inconcepibile ed illogico, perché non credere in Dio? Foscolo aveva creato una propria mitologia giustificandosi “So che non è vero, ma sarebbe impossibile tirare avanti se non volessi illudermi del contrario.” e Ubaldo si chiedeva se invece Foscolo – quel malato di sesso e sangue d’un folle poeta – non avesse invece intuito bene mettendolo in culo a tutti quatto quatto.
  Tutto sommato la montagna non era poi così invalicabile, il carrettiere come promesso li aveva abbandonati al loro destino non appena fu arrivato alla propria capanna, dove annoiati bovi brucavano l’erba ed un cane entusiasta celebrava il quotidiano arrivo del padrone, i quattro quindi si erano incamminati verso quell’insieme di angusti sentieri e passaggi. L’aria si rarefaceva e Bertino teneva sempre quei cazzo di pollici a premere sulle clavicole sotto le bretelle dello zaino, ciò faceva andare in bestia Ubaldo, la sua mente analitica tendeva alla nevrosi, momenti di fatica col sangue che se ne va dal cervello e finisce tutto nei muscoli erano pane per quell’esaurimento latente, le strade vecchie di secoli poi … uh non ne parliamo! Chiara davanti a tutti esultava divorata dalle dimensioni del monastero, la destinazione raggiunta non parve vera agli altri, difatti stava incassata in una rientranza – un altopiano – quasi un taglio netto sul lato della parete: potevano finalmente riposarsi senza rischiare di rotolare di sotto per centinaia di metri.
Si presentò loro un ragazzino pelato, Chiara gli fece un inchino chiedendo quindi se fosse possibile entrare per una visita, Bertino si rivolse agli altri due: stavano, uno già nuovamente letteralmente spaparanzato arti distesi e pancia in su, l’altro gambe incrociate a sbollire il suo solito assurdo nervosismo «Oh mi raccomando, non bestemmiate!»; i due annuirono mentre Chiara contrattava e Bertino stava ritto lì poco distante splendido come sempre, poi Ubaldo nel pieno di uno dei suoi insopportabili pensieri: «Ma ‘ste suore del cazzo!» Bertino gli tirò uno schiaffone, allora Chiara diede un pestone a Bertino soffocando appena il ringhio uscitole quasi spontaneo: «Non la capiscono la nostra lingua genio, e poi non ce le hanno le suore loro!».
  Un uomo stava al centro della stanza in abito nero, completamente nera perfino la camicia, il monaco convinto da Chiara a portarli fin lì si congedò lasciandoli rispettosamente alla solenne contemplazione, si avvicinarono cauti come davanti al David di Michelangelo, quasi in quanto tale l’uomo in nero fosse in un qualche modo superiore, quello sguardo solenne si concentrò su di loro cosicché Chiara s’azzardò a chiedere: «Potrebbe, solo u-una volta?»
  Quell’uomo, quella statua, allora sbuffò poi, quasi un vero e proprio anatema non potesse risparmiargli di farlo, come il cavallo rimbambito dall’addestratore: «Ragazzi sono veeeramente euforicooo!»
  Gli ospiti allora saltarono come i bambini che, non sapendo dare un vero e proprio valore alle cose, arrivato natale, al momento di aprire i regali sembra qualcuno abbia loro messo nella bibita mezza pasticca di extasy, l’uomo tornò impassibile, poi: «E così al giorno d’oggi anche un tentativo di truffa diventa un fenomeno da baraccone, volete pure l’autografo?»
  «Ah perché, era un tentativo di truffa allora?» rispondeva Bertino ridendo tutto esaltato.
  «Cosa volete capirne voi, sarebbe come spiegare ad un veneto che Steve Owei è il nome dell’attore e non lo sfottò.»
  «Cosa vorresti dire?»
  «Niente, andate pure alle vostre frivolezze.»
  «E se volessimo restare?»
  «Ma che cazzo dici!» protestò Ubaldo.
  Bertino lo colpì agli stinchi con lo slancio della tibia: «Risponda signore, se volessimo restare?»
  «Accomodatevi, sono tutto vostro; ma guarda un po’ per un motivo o per un altro venite sempre da me voi umani, avessi saputo le cose sarebbero andate così mai – per quanto come vedrete la causa sia giusta perlomeno per quanto mi riguarda – avrei caricato quel video».
  Il raschiare la gola dell’intimorito Bertino riecheggiava per tutta la stanza, non conosceva il microfono come strumento, ignorava la giusta distanza da tenere acché tutti quei mugugni, quelle piccole sentenze sul suo stato di nervosismo ovvia testimonianza di colpevolezza, non potessero essere sentiti, il magistrato lo massacrava, domande su domande, vittima di quegli ovvi sentimenti, un po’ l’arrivismo, l’imputato doveva essere distrutto, un po’ il peso di essere un umano, prendere una persona e ridurla in quello stato … com’era stato possibile mai: «Allora signor Grammoli, mi dica, perché ha ucciso Oreste Valvo?»
  Bertino, con tutta la beata rassegnata dignità che gli restava: «Non l’ho ucciso io.»
  «Be’ in casa il gas era aperto e lei non c’era, supponiamo Oreste abbia voluto commettere un omicidio-suicidio, capita spesso che prima di ammazzarsi  un depresso  maniaco si porti dietro anche persone vicine tipo familiari amici o coniugati … .»
  «Impossibile, Oreste non si sarebbe mai ammazzato.»
  «Già» rispondeva con sguardo perplesso il magistrato, avrebbe volentieri tirato all’imputato un cazzotto sul muso, anche quelle insolenze si permetteva, come già non fosse fottuto «ma supponiamo comunque l’intento del signor Valvo fosse quello che ho detto prima, mi saprebbe dire come è possibile che abbia organizzato tutto – ammazzare i suoi amici – lasciando però lei vivo, c’era anche lei quella sera signor Grammoli, vuole dirmi che ha lasciato l’appartamento giusto in tempo per salvarsi da quel delirio omicida, che il suo amico ha perso le staffe giusto dopo che lei se ne è andato?»
  «E invece mi ha beccato signor avvocato, l’ho ucciso io, è questo che vuole sentir dire a quanto pare.»
  «E chi altri avrebbe dovuto essere stato! Sono evidenti i suoi screzi, le sue relazioni problematiche con chiunque, inoltre mi pare d’aver letto i suoi periodici ricorsi a cure psichiatriche, le sue telefonate a varie comunità per richiesta d’asilo, le telefonate in lacrime ad associazioni di volontariato, insomma è evidente la sua difficoltà ad entrare nella società, è normale ne esca una certa frustrazione, non è mica il primo e non sarà l’ultimo disadattato che compie una strage si fidi.»
  «Già, ecco una persona che ha avuto abbastanza intelligenza da chiedere assistenza quando lo ha ritenuto necessario, piuttosto Oreste a me pare l’elemento veramente enigmatico della vicenda.»
  «Eddai, e chi ci crede.»
  «Ah no? Un mediocre del genere per lei non è capace a fare quanto è accaduto? O non pensa che potesse essersi costruito inimicizie disposte a tanto pur di levarselo di torno?»
  «Va bene chiudiamola qui.» vomitò rudemente il magistrato con le diaboliche sottili labbra.
  Il giudice pose il palmo aperto verso l’accusatore che, non potendone più, si sbracciava: «Sentiamo signor Grammoli, si spieghi» disse quindi.
  «Ognuno di noi è conformato al suo ruolo nel mondo, un tirannosauro ha grandi fauci ed un cervello piccolo per far fuori più bestie possibili senza farsi venir troppi rimorsi di coscienza, Totò Riina al vederlo vi sarebbe sembrato il tipico contadino siciliano cosicché nessuno passandogli vicino avrebbe pensato “Ehi, quello sembra proprio un assassino psicopatico.” gli era così permesso di fare i suoi comodi.
  «Ma quindi» protestò il giudice «secondo lei tutti noi saremmo dei maniaci, cioè quante persone mediocri ci saranno nel mondo, quando giro per strada non darei un soldo al novanta per cento delle persone che incrocio.»
  «Già, io però sto dicendo un’altra cosa, alcuni atteggiamenti del morto erano a parere mio infraintendibili, ad esempio il fatto che alla festa ci era venuto quasi per caso, non era una persona socievole, il suo atteggiamenti nei confronti del mondo esterno era completamente alieno a quanto effettivamente gli accadeva attorno.»
  «Quindi per scagionarsi sta dando tutta la colpa ad Oreste, certo ce ne vuole per dar la colpa ad un morto, a quel morto, la vittima.»
  «Penso di essere io la vittima della faccenda.»
  «Cosa vuol dire, Oreste si è ammazzato compiendo contemporaneamente una strage solo per rovinare lei?»
  «Ammazzato, cosa vuol dire ammazzarsi! Se uno non vive non si ammazza mai veramente, certo però che per far del male al prossimo non ci vuole molto, soprattutto se non conti nulla, il male che fai devi avere perfetta concezione di che direzione prenderà; se fai del male tu, non se ne accorge nessuno, ma se punti a rovinare un altro allora sì che la faccenda si fa interessante, se quel qualcuno poi è una persona conosciuta, una persona rispettata, allora è solo questione di come ti giochi le tue carte.»
   Bertino sentì scuotersi tutto da capo a piedi, era Chiara «Oh, ci sei? Dài alzati.» diceva spietata strattonandolo. La stanza del monastero, dalle statue e alle travi perfettamente simmetriche, era invasa dal gelido sole del mattino.
  «Cosa vuoi, sta’ calma!» la implorava ancora assonnato.
  «Ma calma cosa, no che sto calma, quello là se ne è andato; Ragazzisonoveramenteeuforico se ne è andato!»
  Il poveretto assonnato capì quel che capì «Sì, va bene» fu il massimo che poté.
  Ubaldo era già a frugare tra la sua roba convinto prima di aver perso il caricabatterie poi che si fosse rotto il portaocchiali, figurarsi se quel nevrotico riusciva a far passare cinque minuti senza pensare, senza preoccuparsi di qualcosa, Balengo steso su un fianco aveva un rivolo di bava che dal lato della bocca finiva in una pozzanghera per terra ed il monaco che era venuto a visitarli aveva un disprezzo addosso che neanche gli anni di austero esercizio riuscivano a contenere, quel maledetto tossico viziato d’un depresso avrebbe fatto bestemmiare il papa “Ma guarda ‘sto boaro, ci sputa sul pavimento” pensava il pelatino ad un passo dal sputar sangue. Bertino si alzava in piedi indolenzito, in quel momento squillò il telefono: «Pronto!»
  «Amore mio!»
  «Ciao nonna, dimmi.»
  «Come stai?»
  «Bene.»
  «Per fortuna! È appena passata un’ambulanza.»
  «Va bene.»
  «Tutto bene?»
  «Nonna, sto a qualche migliaio di chilometri da casa, di sicuro non era per me quell’ambulanza.»
  «Perché non vieni più a trovarmi? Cosa t’ho fatto!»
  «Appena torno giuro che vengo a farti un saluto.»
  «Come state a casa?»
  «Ciao nonna.» Bertino riattaccò «E che cazzo.»
  Chiara intanto si fiondava sul monaco, poco mancava gli mangiasse la faccia, dove cavolo era finito l’uomo misterioso, il poveretto allora tremando indicò un punto, Bertino, accendendosi una sigaretta: «Quindi, dove sarebbe andato il nostro uomo, cosa c’è verso in là?»
  «Altre montagne cosa vuoi che ci sia, certo, poi c’è la foresta. Vuoi vedere … .» detto questo Chiara raccolse lo zaino.
  Il gruppo, ancora sotto gli effetti delle ore di sonno, si mise in marcia lungo le montagne tra ponti tibetani ed intemperie, qualche grotta o cenno d’essa li aiutava quando era ora di riposare. Un giorno tagliò loro la strada un soldato di corsa, con l’elmo basso sugli occhi, che molto probabilmente non li aveva travolti per pura fortuna, poi partirono spari ed un’orda intera seguì quel primo folle forsennato, in mezzo alle grida qualcuno si fermava – tre o quattro uomini madidi di sudore – e in quattro a quattr’otto una bella tendina era stata costruita lì in mezzo ai piedi. Un grosso signore barbuto si mise ad un tavolo dove stava distesa una cartina, segnava dei punti in rosso farfugliando ora a questo ora a quello frasi e parole lasciate a metà, poi, come per liberarsi da un forte peso esclamò: «Ah questi in secoli di screzi non hanno ancora capito la cosa fondamentale, che ‘ste montagne sono meglio d’un goldone, è tutta la vita che metto il goldone e non ne ho mai ingravidata una così come non mi son mai preso mezza malattia a parte la mononucleosi, mettiamo un reparto qua un’altra squadra là e vedi come li regoliamo ‘sti rompicoglioni, ‘sti figli di troia.» poi notò Chiara e i compari «Cosa ci fate qua voi! Oh, aspetta, ma come cazzo siete vestiti, non siete di qua.»
  Chiara si fece avanti: «Sì, siamo di passaggio, se permettete proseguiremmo.» e sorrise amabilmente, insomma, più amabilmente che le permise quel suo carattere niente affatto accondiscendente “Tu ed il tuo manipolo di fanatici ci state facendo perdere tempo, non rompere.” di certo non poteva dirglielo.
  «Oh ma certo, » poi diede una sgomitata ad uno dei suoi uomini «guarda che carini ‘sti giovanotti, liberi, semplici;» mentre l’ufficiale parlava, schiere su schiere di uomini passavano inneggiando canti di guerra chi sbavando idrofobo chi col cavallo dei pantaloni leggermente inscurito «voi di sicuro mi capirete perché si vede che siete svegli, ma qui non mi ascolta nessuno quando dico che arriverà il giorno in cui pa-ghe-re-mo coi soldi che a-vre-mo» rallentando la parlata come per accentuare il significato delle parole, «ormai d’altronde il mondo è finanza, no? Va’ tu però a dirlo ai branchi d’ignoranti che mi circondano.»
  Ubaldo in quel momento ebbe un impeto, se lo Stato, se quel potere superiore li voleva in pugno andava bene, certo quando certe cose le sentiva dire di persona, sì da un soldato ma comunque quello che pareva un ingenuo, un buono malgrado il suo mestiere, la cosa non gli andava giù proprio, doveva dirgliene quattro; Chiara intervenne in tempo afferrando quel braccio alzato con l’indice puntato e, tappando quella boccaccia eversiva, disse: «Ma certo signore.» con voce di miele.
  «Be’ be’ ma cosa state a fare qua, prego andate.» parendo ancora più grasso, grasso in un modo che avresti voluto prendergli la guancia e strizzarla come fanno le zie coi nipoti.
  I quattro ringraziarono, si poteva proseguire sì ma, schivavi un soldato e te ne ritrovavi un altro davanti cieco e folle che ti tagliava la strada, la sommossa non finiva più, manco dall’altra parte del promontorio ci fosse stato qualcuno a sventolare un sacchetto di coca per ciascuno, Bertino si portava dietro Ubaldo stando ben attento a tenergli la mano sulla bocca, peggio che tener in braccio un gatto selvatico, bello solo da guardare, cattivo più d’una iena.
  Le montagne diventavano via via più piccole ed indefinite all’orizzonte all’addentrarsi nella foresta, i rami intrecciati, l’assenza id luce, solo l’abbassarsi della temperatura fece gettare a Chiara lo zaino su uno spiazzo di terriccio dove l’erba fitta ed umida si diradava, meglio riposare, alla luce del caldo falò, piantate le tende Bertino chiamò: «Chiara!»
  «Sono qui.» rispose lei con voce stranamente profonda.
  «Qui dove?»
  «Qui.»
  Bertino chiamava cercando, dalla provenienza di quelle risposte, dove fosse l’amica; la trovò, rannicchiata a pantaloni abbassati con uno spruzzo dal bassoventre la cui assenza di luce lasciava solo, seppur inequivocabilmente, intuire cosa fosse, il ragazzo fece un istintivo passo indietro: «Ah, sei qui.»
  «Dimmi.» Chiara aveva il viso più sereno che ci si potesse aspettare, soprattutto in tale situazione, dove pareva addirittura forzato, naturalmente non lo era – non era assolutamente il tipo anzi – però, seppur non forzasse alcun atteggiamento o espressione, di certo era strana, questo lo si vedeva di certo sì.
  «V-volevo sapere quanto ne abbiamo ancora.»
  «Poco, più che un inseguimento il nostro mi sembra una perdita di tempo, se domani non abbiamo concluso niente, molliamo tutto.»
  Bertino allora scosse la testa irritato: «Perché fai così?»
  Chiara si asciugò con un fazzoletto preso dal pacchetto di plastica nella tasca, si alzò in piedi lasciando passare impercettibili centesimi di secondo acché lui vedesse ben bene, fece tutto con disinvoltura, quasi senza accorgersene, prima di riallacciarsi la cintura: «Così come?»
  «Non è la prima volta che fai queste cose, cioè anche quando eravamo piccoli … .»
  Chiara rimaneva impassibile, col tipico sorriso estatico del colpevole, solo chi è veramente colpevole può avere quella sicurezza.
  Il giorno dopo, attraversando la foresta, un villaggio di capanne si apriva in uno spiazzo dove bambini nudi correvano approfittando dei sodi corpicini per nascondersi ora dietro la fila di donne, solennemente raccolte ad intrecciare liane, ora nel buco formatosi sotto l’albero di turno, forse ricordo della tana d’una bestiola passeggera o per semplice conformità di tale specie di pianta. Alcuni grassocci uomini dagli arti spaventosamente tonici passavano di quando in quando ficcandosi in alcune decoratissime capanne, altri accudivano le donne mentre qualcuno scacciava i piccoli rompiscatole, esaltati al vederli quando impugnavano una lancia portandosi dietro la preda esanime il cui collo lasco penzolava sbattendo sul petto scuro. Un prete cantava passi della Bibbia in piedi gesticolando manco fosse stato a teatro «Porco! … .» si sentì, il prete si voltò con negli occhi la fiamma d’una furia cieca «Rosso era il film che ti dicevo.» era Ubaldo che sghignazzava con Balengo.
  Il prete non poteva lasciargliela passar liscia: «Miscredente!»
  «Miss cosa?» insisteva Ubaldo.
  «Ma crepa, dài che ho capito, fanculo valà!»
  E Ubaldo, sghignazzando con Balengo, sussurrava a quest’ultimo prendendolo sottobraccio: «Hai visto, non vedeva l’ora! Che senso vuoi che abbia la religione se non quello di farti credere superiore, un po’ come il nazismo che ha preso un popolo morto e sepolto ravvivandolo con quell’odio atroce, se non sei un cazzo, se non vali un cazzo, ti metti in testa di essere meglio te degli altri, dà un senso alla tua acidità marcia, gli abbiamo fatto un favore a dargli un motivo per esprimere il suo disprezzo.»
  Chiara andò a sedersi con una delle donne che, radunate in cerchio, chiacchieravano; “Anche questo idioma conosce!” commentava Bertino tra sé e sé mentre l’amica chiedeva informazioni su Ragazzisonoveramenteeuforico. Arrivò pure il prete: «Siete venuti a darmi una mano? Ah ma questi non ascoltano, ignoranti come le capre ecco cosa sono questi, una battaglia persa.»
  «Siamo di passaggio,» poi, con la crudeltà tipica delle persone troppo intelligenti e troppo poco prese a schiaffi, con una semplicità bambinesca, spietata «non credo comunque che il cattolicesimo sia nato per questo.» si alzò quindi scrollandosi di dosso ramoscelli e sassi rimasti attaccati ai pantaloni.
  «Chiara, allora, t’hanno detto niente questi qua?» intervenne Bertino evitando che il prete si ricomponesse, non aveva voglia di una di quelle ramanzine, che se le cuccassero quei selvaggi disgraziati
  «Niente.»
  Dalle fronde uscì un’ombra, Chiara partì all’inseguimento, Bertino minacciando quattro scapaccioni raccolse gli altri due, Ubaldo avrebbe chiesto volentieri cosa cazzo stesse succedendo ma, avesse aperto bocca fosse altro che per raccogliere ossigeno, sarebbe crollato e, conoscendo quegli stronzi, era sicuramente meglio non perderli di vista se non voleva rischiare di rifarsi una vita come indigeno da quelle parti. Si ritrovarono ad un porto, l’ammasso di alberi, dove più d’una volta avevano rischiato di rimetterci i connotati, era finito: «Dove andiamo adesso?» chiese ingenuamente Balengo.
  Chiara teneva gli occhi sulle imbarcazioni – dove s’ammassavano distinti uomini, con all’orecchio quegli auricolari senza filo, a fianco di altri stretti alle mogli cui intorno tiravano strattoni, ora qua ora là, gl’impazienti figlioli “Ah ma quest’anno la vacanza me la faccio, chissà che i piccoli abbiano finalmente qualcosa da raccontare agli stronzi della classe.” avranno pensato prima di mettersi in viaggio, prima di tentare anche loro la sensazione di chi può permettersi quello che vuole, magari solo una volta, però provare perlomeno – fingendo di non notare le espressioni accusatorie di Ubaldo e Bertino che non le avrebbero perdonato di essersi fatti esplodere il cuore per starle dietro, ma eccolo il loro obbiettivo che faceva sventolare in mano ignaro un biglietto sul ponte del traghetto diretto a nord.
  Sbarcarono nell’enorme città, si vedeva già a chilometri prima ancora di attraccare, una vera e propria orchestra, profumi di fritto e benzina, gente di corsa e carreggiate di sei o sette automobili una a fianco dell’altra che, quando il semaforo di faceva verde, dava il cambio ad altre file parallele ciascuna identica alla precedente.
  «Ubaldo!» chiamò Chiara frustrata.
  «Il computer è andato.»
  «Caricalo.»
  «No la batteria è apposto, si è rotto proprio, non parte.»
  «Ma come cazzo abbiamo fatto a perderlo di vista quello là, eravamo sul suo stesso fottuto traghetto, dove si è cacciato per tutto il viaggio!»
  «Ho un amico non troppo distante da qui, lui un computer decente ce lo darà di sicuro.»
  «Non troppo distante tipo?»
  «Tipo che è dall’altra parte del mare, ci tocca prendere l’aereo, però dato che ci siamo … .»
 
  «Massì lasciamo stare, quello là il telefono lo avrà già buttato.»
  «E chi te lo dice! Devo ricordarti il completo analfabetismo informatico della nostra gente? Ma cosa vuoi che abbia buttato via il telefono! Sarà convinto che gli stiamo dietro usando la sfera magica! Non sto mica scherzando.»
  «Ragazzi» intervenne Balengo, singhiozzava, guardava in basso «scusate se vi do una notizia come questa ma penso sia giusto che sappiate, via il dente via il dolore si dice, non voglio mentirvi e fare finta che le cose vadano in un certo modo quando invece non è così» prese un profondo sospiro «mi è morto il cane. Ecco l’ho detto, se vi sentite in un qualche modo turbati vi capisco, però mi è servito, bisogna dirsele le cose, spero che sapere di avermi permesso di togliermi questo forte peso possa rinfrancarvi, capisco la batosta, ma condividere un dolore forse in realtà è un piacere maggiore che gioire e basta, in modo piatto, spesso senza senso.»
  Ubaldo guardò Chiara battendosi l’indice sulla tempia, quest’ultima quindi mise una mano sulla spalla allo sconvolto Balengo: «Amico mio» disse con voce profonda, come quando lo struggimento, togliendoti tutte le forze, allenta i muscoli e tutto quello che fai assume un ché di solenne «dobbiamo prendere l’aereo, dobbiamo veramente prendere l’aereo.»
  Balengo guardò l’amica, quella comprensivissima persona, e con tutta la fragilità che lo dominava: «Sì, è la cosa giusta da fare.» e le diede in mano il portafogli.
  Arrivati all’isola, preso al volo il taxi, attraversarono quei campi coltivati, uno appiccicato all’altro in quella piccola terra però capace malgrado tutto a darsela con le altre enormi superpotenze mondiali. L’autista poi arrivò ad incastrarsi tra le basse discretissime case delle vie di un paesino, fino ad una facciata verde pistacchio; lì Ubaldo, scendendo, ringraziò e fece strada agli altri fino al campanello, suonò. Il taxista se ne andava, una mano sul volante e l’altra a contare i soldi. Bertino si accendeva l’ennesima sigaretta, sempre distante, sempre in silenzio.
  «Cosa guardi?» domandava maliziosa Chiara.
  Ubaldo si risvegliò dal coma colto in flagrante: «Niente, aspetto che Ayumu ci apra.»
  «No, tu stavi fissando Bertino.»
  «Macché!»
  «Lo ammiri, lo invidi.»
  «Eh, ha un suo perché.» ammetteva Ubaldo sbuffando, fingendo di farla contenta della serie “Se proprio insisti … come vuoi”.
  Allora la diabolica ragazza: «Ti capisco, d’altronde è un uomo d’altri tempi.»
  Ubaldo mani in tasca prese a ciondolare nervosamente, poi non ce la fece più: «B-be’ ma a-anch’io sono un po’ un uomo d’altri tempi, cioè … cioè … .»
  «Ah sì, in che senso?»
  Ubaldo portò i palmi aperti al petto, ritrasse i gomiti incassando il collo tra le spalle, gli occhi fuori dalle orbite: «Mah … .» dal citofono sembravano venire i suoi come di una sedia che cadeva per terra, il capitombolo del legno col legno che fa intirizzire, Ubaldo ebbe un impeto come di vittoria, sì valà pensiamo ad altro disse a sé stesso senza neanche quasi muovere le labbra: «Sentite qua» diceva chiamando gli altri, mettendo il discorso con Chiara in secondo piano «si sta allenando a parlare la nostra lingua, nessuno sa parlare la nostra lingua, nemmeno noi con ‘sti cazzo di dialetti, e vuole parlarla lui!» il meticcio di frasi per metà in un gergo per metà in strane sillabe messe a caso, insopportabile, portò però all’aprirsi del cancello.
  Ayumu fece un sacco di riverenze a cui i nostri risposero imitandolo, una volta che furono entrati, in quel mucchio forsennato di sorrisi ed inchini, senza naturalmente capire un’acca né di quei movimenti né di quanto diceva, iniziò una strana compravendita tra Ubaldo e Ayumu, dovevano chiudere in sostanza una serie di diversi affari passati lasciati in sospeso, come quando da piccoli capita di scambiare robe tipo sigarette videogiochi o vestiti e spendendo un decimo di quello che si dovrebbe ci si ritrova con l’armadio pieno. Cosicché i due tirarono fuori aggeggi e circuiti (uno dallo zaino l’altro dai cassetti della camera, roba da informatici, davi una di quelle robe ad un altro tra Balengo Bertino e Chiara e non ci avresti tirato fuori un ragno dal buco, quei due invece parevano aver tra le mani vere e proprie pepite), la faccenda si faceva animata; Ayumu aveva un contegno invidiabile, Ubaldo gesticolava dando idea d’essere sul punto d’un collasso, non più di quanto facesse al solito però, insomma le cose andavano bene.
  Bertino restava sempre affascinato per come quell’oriente, carismatica terra arcaica, avesse col tempo dato dimostrazione di come invece quello sviluppo forsennato, com’era ad esempio la metropoli della penisola dov’era finito, fosse comunque troppo debole e troppo poco centrale nella filosofia d’un popolo che ancora malgrado, consuetamente alle altre popolazioni vicine, fosse il massimo in quel senso, comunque manteneva una certa spiritualità non solo non divorata ma neanche minimamente intaccata. Sì la guerra recente aveva fatto danni, come sempre fanno le guerre d’altronde, ciò però che devasta una nazione è lo sviluppo, impossibile tornare indietro dallo sviluppo, nessuno ne ha il coraggio, lì però quello snaturarsi del pensiero tipico della velocità insostenibile di questi tempi era avvenuto solo in minima parte, si erano adattati sì ma restavano comunque puri, per quanto un essere umano possa ritenersi puro. Certo forse in una cosa Bertino aveva toppato, non è il massimo in un posto come quello rifugiarsi in un economicamente – per di più fin troppo nostrano – comprensivo convento, in uno dei posti coi divertimenti più moderni e spregiudicati del mondo si fa una certa figura quando si torna al proprio alloggio, aveva proprio toppato di brutto ad andare in quel convento perché, se chi come lui un po’ di timore ne aveva riguardo la reputazione che si poteva costruire per convivere in pace con quella gente bigotta, c’era chi come uno dei coinquilini non si faceva problemi a fottersi tutta la notte la fidanzata nel letto di fianco.
  Chiara schioccava a Bertino le dita sul naso: «Ehi, ci sei?»
  «Sì.»
  «Dài che andiamo, sempre la testa fra le nuvole hai, saresti perfetto … se ti svegliassi un minimo.»
  Ubaldo sventolava il computer nuovo, gli affari erano andati bene, Ayumu faceva mille inchini tentando di salutare in quel misto di accenti ed accezioni incomprensibili messe così tutte assieme ché se avesse parlato unicamente la lingua madre sarebbe stato forse quasi comprensibile.
  «Balengo!»
  «Il mio cane, il mio cane Chiara.»
  Lei allora gli mise una mano sulla spalla: «Lo so, lo so.» e con sguardo commosso porse la mano col dorso rivolto verso il basso contraendo le dita come si fa quando si vuol fare un invito.
  Balengo sorrise e, con un cenno di assenso, le diede fraternamente il portafogli.
   Qualche ora dopo Chiara, sul bordo della banchina, affacciata sulle rotaie  ̶  avevano attraversato il mare un’altra volta, verso nord, verso quella catapecchia, una specie di stazione, per di lì ci passavano le rotaie quindi per forza doveva essere una stazione, immersa tra il cielo scuro e la neve alta, oltre i quali pareva non dovesse esserci più nulla  ̶  chiamava: «Ubaldo, sicuro che questo è il modo più veloce per raggiungere Ragazzisonoveramenteeuforico?»
  «Senti, non posso controllare un’altra volta ancora, sta andando ad ovest.»
  «Ecco chi non sente freddo!» Chiara accennò a Balengo, strafatto su una delle panche per chi stava in attesa «Possibile ridursi così ogni due per tre!»
  «Quando permetti ti accadano delle cose non torni più indietro» rispose Bertino.
  «E cosa gli è capitato?»
  «Cenni più che altro, squarci, non è il tipo che tenda troppo a confidarsi.»
  «È uno smidollato.»
  «Probabile, certo è che quando hai visto il baratro non torni più indietro.»
  «Cosa vorresti dire?»
  «Che se stesse per congelare lascerebbe che accada, tu ti metteresti a correre a far circolare sangue ma lui no, tutte le volte che abbiamo scroccato, se invece di aspettare che fosse andato, tanto con tutta la roba che prende ogni giorno è solo questione di tempo, almeno una volta al giorno c’ha un mezzo collasso, invece di approfittare delle sue fragilità con mezzucci, gli avessimo detto chiaramente «Adesso ci prendiamo i tuoi soldi e ne facciamo quanto vogliamo.» non avrebbe battuto ciglio.»
  «Cos’ha quindi?» quando Chiara era nervosa non ti lasciava scampo, come fanno le ragazzine immature quando, poco avvezze a quel buoncostume cui sono immuni fino ad una certa età o grazie ad una certa mentalità, ti snervano per ottenere quello che vogliono, sia il gelato o il semplice esaurirti.
  «Chi lo sa, chi lo sa se ha qualcosa, gli eventi tendono ad umiliarti per quanta buona volontà tu possa metterci, una cosa di cui sono sicuro è che Balengo è una persona sola.»
  «Ci siamo noi.»
  «Spiegaglielo tu, e poi sei sicura di esserci? C’eravamo anche prima, ci siamo adesso, e comunque è ridotto così. Non ci ascoltiamo.»
  «Hai fatto caso che il sole non cade mai allo stesso modo nello stesso punto più d’una volta? I toni dei colori cambiano a seconda dei posti anche agli stessi orari.» Chiara guardò quindi al muro della cadente struttura alle loro spalle, alle piastrelle dove metteva i piedi, all’innevato deserto stesso «il nostro inverno non è il loro.»
  A Bertino scappò da ridere, alzò gli occhi all’orizzonte anche se quella “risposta” non la trovava mai, allora Chiara gli puntò addosso un’espressione gelida cui però egli rispose con la sua solita solennità, ogni tanto anche lui si attivava, diventava quella sottospecie di principe azzurro padre padrone, ti prendeva scorrettamente con tutta la leggera semplicità di colui che, arrivato a vedere il confine dell’umanità (che fosse un po’ di inferno o un po’ di paradiso), se ne è tornato a casa soddisfatto; Chiara si voltò, si sarebbe voluta pugnalare al ginocchio e, mentre pensava a come cancellare quegli ultimi secondi fatali, Bertino: «Non penso questo sia il loro inverno.»
  Arrivò il treno e Chiara poté distendersi, poi arrivò quel marciume che le avrebbe volentieri fatto chiedere perdono in ginocchio, la rabbia inoltre perché Ubaldo non lo notava nessuno quando faceva il pazzo nevrotico, ora invece che lei aveva ceduto quella sola volta sembrava un alone di merda le stesse tutto addosso, perché finché aveva in mano la situazione manco far la prepotente la comprometteva, poi in quei momenti di cedimento ecco lo stronzo di turno che la rimetteva in riga senza un minimo di rispetto; forse Balengo non era l’unica persona sola tra loro, forse la differenza tra lei e quello scimunito stava nel fatto d’esserle capitato un cervello un po’ più resistente e vorace, vorace abbastanza da non pensare al male patologico che non la risparmiava, era solo questione di tempo però.
  Il treno attraversava quelle gelide pianure di paesi sperduti e fermate desolate, Ubaldo sembrava avere un palo conficcato su per il culo, si guardava attorno e smanettava sul computer rovente, il vagone era semivuoto, tra i manichini che piuttosto di far quei chilometri si sarebbero letteralmente ammazzati con le loro stesse mani, c’era quella testolina nervosa, manco un Jason Bourne inseguito. Si alzò quindi in piedi andando ad una coppia di sedili, s’avventò su quel passeggero fino a quel momento rimasto invisibile, quasi un’ombra nera, strattonandolo fino al tavolo su cui i sedili degli altri compagni d’avventura s’affacciavano, questi ultimi da anni non facevano più caso alle sue stranezze, quando Ubaldo importunava qualcuno con quel migliaio di paranoie che aveva, di solito ce la si cavava con «Non si preoccupi signore, è un ritardato mentale.» o accennando ad un casuale disguido tipo uno scambio di persona o simili, certo quando si videro scaraventare davanti agli occhi Ragazzisonoveramenteeuforico quel sussulto non poterono proprio trattenerlo. Ubaldo si sedette sui posti adiacenti paralleli alla tavolata ghignando d’un misto tra odio e arrogante soddisfazione, gli era praticamente impossibile provare o trasmettere una sensazione positiva, anche in quel momento, nel momento della compiuta missione, aveva addosso il solito fastidioso nervosismo. Arrivò un signore che timoroso, attratto dallo sbracciarsi chiese se c’era qualcosa che non andava, ci fu un certo inebetimento generale, chi cazzo la sapeva la lingua di quelli lì? Ragazzisonoveramenteeuforico a malapena se l’era intesa coi monaci dopo anni che se ne stava là a rompere i coglioni da rifugiato, gli altri neanche a parlarne! Si fece avanti Chiara spiegando che andava tutto bene, ovviamente quell’intruso non l’aveva bevuta ma, vista l’assenza di rinforzi per far chiarezza sulla vicenda, corse comunque in ritirata.
  I quattro se ne stavano a fissare l’ostaggio, questi allora si mise comodo «A me da piccolo dicevano che se mi comportavo bene babbo Natale poi portava tanti regali, che Gesù si sarebbe preso cura di me, tutte cazzate, la natura è molto più generosa di quanto noi possiamo immaginare o inventare, per anni ci sono stati dicembre che giunti alla domenica regalavano assurde giornate soleggiate, calde da poter uscire quasi senza felpa e tutto il resto, non era un regalo per me perché mi ero comportato bene, la coscienza l’ho sempre avuta pulita, mi sento sì buono, ma le giornate di sole erano per tutti, proprio giusto giusto alla domenica; da lunedì a sabato c’era il disastro solito dell’inverno e domenica quasi a farlo apposta si poteva correre fuori come a primavera, un miracolo così dal nulla. Ma tanto non capite.»
  «Tu adesso vieni con noi, e taci.» disse Bertino con l’indice dritto sulle labbra.
  Si arrivò a destinazione, Bertino non perdeva d’occhio il prigioniero tenendolo stretto stretto per la manica tra quelle valigie, una contro l’altra, e  i giubbotti, elegantissimi, stropicciatissimi. Un gattino non voleva farsi accarezzare, il bambinello insoddisfatto gli appese quindi una molletta per stendere i panni ai testicoli, la bestiola saltò via piagnucolando, Bertino rabbrividì a quella scena, perché vi si fosse concentrato è un mistero, capita però quando si è sovraeccitati di perdere di vista alcune cose per concentrarsi su altre, frivolezze, tanto per alleggerire il cuore. Chiara lo colpì alla nuca facendosi spazio tra i forsennati che non cercavano altro oltre che fuggire da quel posto pullulante di nervi tesi e saliva schizzata dalle bocche: «Dov’è!»
  Bertino si guardò attorno, Ragazzisonoveramenteeuforico era scomparso: «Non lo so.»
  «Andiamocene di qui.» sbraitò quindi lei incamminandosi verso l’uscita della stazione dove si aprivano quei palazzi dei balocchi, tondeggianti e colorati, una mendicante con un velo nero sulla faccia le si prostrasse incontro, la ragazza fuori di sé tirò dritta cosicchè in un eroico gesto la vecchierella con la cesta tintinnante si slanciò in un gesto alla mo’ de I Miserabili. Anche all’ombra di quel monumento, ombra per dire naturalmente, la foschia della stagione era devastante almeno quanto il freddo, pareva di stare ancora in stazione, tra quella fiera rude gente di fretta, gente brutale, quasi arretrata per quanto geniale; era impossibile non sentirsi un pesce fuor d’acqua: «Ubaldo» riprese Chiara «dài muoviti.»
  L’altro si mise al computer, questa volta ci si sarebbe potuti mettere in dieci ma Chiara di certo era incontenibile, meglio assecondarla: «Sta andando avanti, sempre nella stesa direzione, dobbiamo rimetterci in marcia.»
  Altri cento o duecento chilometri, Bertino e Balengo mangiavano qualcosa, Chiara batteva le unghie una alla volta sul tavolino (giusto a malapena per due) impigliando le unghie ogni qualvolta al tovagliolo, Ubaldo pigiava sulla tastiera: «Sta andando ancora ad ovest.» dalla vetrina grande quanto la parete il sole, c’era solo qualche nuvola bianca in cielo, entrava colpendo l’intera piazza; giovani ridevano e si tiravano spintoni, ragazze in minigonna sfoggiavano le gambe più belle mai viste e la coppietta sbuffava ché il bambino era saltato giù dal passeggino, chi lo riacchiappava più poi! Un barbone si aggirava per il locale, divinamente come solo chi ha scardinato la società può, miseramente come solo chi suscita abbastanza pietà può, indisturbato; qualcuno tra i clienti ammiccava, a qualcun altro scappava una risata, come una farfalla sbucata dalla finestra in una classe elementare: «Perché Dio ci ha creati, una vita così breve in un mondo così vasto destinato anch’esso a terminare prima o poi, un mondo che non capiremo mai, eppure che vogliamo spiegare continuamente, in tutti i modi.» disse mettendosi muso a muso con Chiara che poco ci mancava non gli rompesse la sedia in testa.
  Ubaldo allora: «Ha bisogno di essere adulato, tutto questo è una merda ma è il meglio che gli riesce, quando avrà finito con noi ricomincerà daccapo e vedrai come saranno comunque scontenti i nostri successori, Lui avrà la sua dose di complimenti e bestemmie, sazio dei primi e ferito dalle seconde quindi si rimetterà dietro al suo lavoro, se non ci fossimo noi tutto questo sarebbe ingiustificabile, anche questo caffè che bevo sarebbe ingiustificabile. Hai presente un sasso? Chi può dire che un sasso esiste o non esiste? Tu puoi dirlo, non ci fossi tu a dire che quel sasso esiste esso probabilmente esisterebbe o non esisterebbe o entrambi – chissà – ma ciò significa non esistere, con te quel sasso esiste punto, il fatto che tu pronunci il nome “sasso” fa sì che esso esista. Insomma, non ci fosse stata la nostra razza, che differenza avrebbe fatto l’esistenza dell’universo? L’universo per esistere, per esistere veramente, ha bisogno di creare qualcosa che lo renda appunto qualcosa, che si chiamasse universo o che si chiamasse nonna papera. Ah ma Dio ce ne mete del tempo, però prima o poi impara, vedrai, sicuramente in questo stesso istante un altro universo è in atto di realizzarsi molto più bello ed interessante del nostro; non preoccuparti però, ora che arriviamo a capire il modo di raggiungerlo l’ultimo pianeta possibile sarà già sul punto d’essere divorato dall’ultimo devastante buco nero esistente.»
  «Levati di torno!» fece Chiara al barbone rimasto un attimo interdetto, forse il solito calcio in culo gli avrebbe fatto più comodo, o magari si aspettava una bella mancia. Poi la ragazza continuò: «Si può sapere cosa ti prende Ubaldo?»
  «Sto pensando.»
  «Ah se ti metti anche tu a fare come questo qui» indicando Bertino «siamo messi bene.»
  Una ragazza si aggiunse al loro tavolo, il viso le brillava di lacrime fresche: «Vi porto io, passo più o meno per di là.»
  «Basta che, quando sarà ora di farci sloggiare, ci lasci vicino alle corriere o roba del genere.» si fece avanti Chiara.
  Così, al seguito della nuova arrivata, si usciva diretti alla macchina, i nostri erano gente alla buona, non fecero troppe domande e lei dal canto suo mentre strizzava il perizoma che le usciva dai pantaloni, preferiva non parlare della sua relazione appena finita e dell’alternativa di farsi tutto il viaggio da sola nel caso non avessero accettato il suo invito, è rischioso restare soli, la povera Carole ci s’è ammazzata di solitudine.
  La nuova città era una vera e propria metropoli, lasciò i quattro a bocca aperta e occhi spalancati, erano stati fatti scendere come promesso in un posto da dove fosse relativamente facile accedere ai mezzi pubblici, dopo quattro passi ed un’occhiata ai negozi Chiara esordì riportando tutti alla realtà: «Ubaldo, avanti.»
  Il soldato si rimise a battere sulla tastiera: «Allora … si trova … si trova … .»
  «Avanti!» ormai per Chiara quella era diventata una questione personale.
  «Ehm sì.» ad Ubaldo tremava la voce.
  «Fa’ vedere, te le faccio fare a te ‘ste cose perché sei bravo, se sei stufo basta dirlo.»
  «Sì, basta dirlo.» le fece il verso Ubaldo a mezza voce.
  «Devi dirmi qualcosa?» Chiara mostrò al genietto del computer lo schermo nero ed il taglio che lo attraversava da un angolo all’altro poi, contenendo appena la rabbia: «Perché?»
  Allora Ubaldo, quasi implorando: «Dovrei chiedertelo io,» poi prese fiato facendosi forza «serve davvero un motivo?»
  Il viso di Chiara cambiò, parve d’un tratto una bambina, ridiede l’aggeggio inutile al proprietario: «Tanto per sapere, quanto tempo fa si è rotto?»
  «Ha importanza?»
  «Sei proprio maleducato,» le scappò da ridere «non si risponde ad una domanda con un’altra domanda» allora si guardò attorno, la voce aveva smesso d’essere roca: «Su, rimettiamoci in marcia.»
  «Per dove?» chiese Balengo che metteva via la foto dell’amato gattino defunto.
  «Massì» rispose lei.
 

 
 
 
 
 
 
 
   
 
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