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Autore: Umano369    20/01/2021    0 recensioni
Per me lei sarà sempre un fantasma, lo spettro del mio desiderio più spinto e selvaggio.
Genere: Generale, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta
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La donna che viaggiava sul treno notturno

 

 

 

Viaggiavo su un treno immerso nell'oscurità di una notte bagnata dalla promessa di un temporale, come le cosce di una donna affamata d'amore.

Avevo la tempia appoggiata al finestrino umido. Il lieve tremore del contatto fra rotaie e treno mi rilassava, anche se devo dire che a tratti percepivo una specie di fastidioso dolore, ma non abbastanza da indurmi a cambiare posizione.

Un lampo bianco ed inafferrabile mi costrinse a socchiudere gli occhi, per proteggermi da quella violenza chiamata cambio di luce.

“Posso?” Una voce alla mia destra fu un'altra sorta di stupro alla monotonia ovattata che l'ambiente pigro aveva creato.

Fiaccata dalla calma che c'era stata fino a quel momento e ancora stordita dal lampo, risposi con una sorta di sofferente mugugno, senza prestare alcuna attenzione al mio interlocutore.

Mi riemersi nei miei pensieri e lasciai ancora che il tremore li cullasse col suo ritmo incostante e labile. La pioggia aveva cominciato a scendere; piccole gocce carezzate e, a tratti, straziate dal vento e dal movimento del treno, disegnavano piccole immagini che si facevano poi immense a seconda della mia fantasia, o dell'inganno del mio occhio.

Il tepore della carrozza, il tremore e il buio della notte stavano lentamente trascinandomi nell'oblio di un sonno leggero ma ingannatore.

Consolata, felice e sicura che il viaggio sarebbe durato ancora per cinque ore, pensavo che nulla mi avrebbe impedito di cambiare lo stato del mio mondo da reale ad onirico.

Ecco, i miei pensieri si facevano confusi, le gocce d'acqua sfumavano nel nero.

Tutto era così calmo...

Ma ogni cosa cambiò quando le gambe della persona che mi si era seduta d'inanzi sfiorarono le mie. Fu come se tutta l'energia elettrica e statista di quel principio di tempesta si fossero rovesciate dentro le mie vene. Sobbalzai producendo un suono animale e gutturale.

“Va tutto bene?” Chiese la donna che mi sedeva di fronte.

Non risposi subito. Mi concentrai invece su di lei.

Ero sorpresa fosse una Lei.

Non era bella, non nel senso convenzionale e popolare del termine; voglio dire, dubito che l'avrei mai vista su una copertina. Ma i suoi tratti mescolati in quel viso ebano, morbido e fresco, incorniciato da lunghi e boccolosi capelli corvini... non so spiegare, mi piacque davvero tanto. I suoi occhi scuri, così neri che non fui capace di scindere iride e pupilla, mi fissavano incuriositi e... predatori?

Abbassai lo sguardo sulle sue gambe nude e scure; una parte di me era alla sciocca ricerca di un dispositivo elettrico che spiegasse la scossa che avevo ricevuto al contatto.

Il tempo impiegato ad analizzarla mi aveva, in parte, concesso di riprendermi dallo shock.

“Non hai freddo?” Le chiesi, lasciando che gli occhi si posassero ancora per un breve istante sulle sue cosce esposte appena sotto la gonna bianca.

Senza distogliere gli occhi dal mio viso, lei produsse una risata rotonda e morbida, “ci sono ventiquattro gradi qui.”

Anche dalle mie labbra sfuggi un verso che poteva essere una risata, “già, scusa. Domanda idiota.” Le sorrisi imbarazzata, ma conscia del fatto che attorno a lei non scorgessi alcun bagaglio che potesse celare una giacca. Eravamo a Dicembre, dopotutto.

“Sono Bianca, comunque.” Le porsi la mano, rendendomi conto che il mio nome in quella circostanza potesse risultare strano e magari provocatorio, ma era tardi ormai.

“Io no.” La sua mano prese la mia, e di nuovo ebbi la sensazione di essere pervasa da energia, lasciai da parte quei pensieri per rimediare a ciò che avevo già preannunciato potesse accadere.

“No, perdonami. E' il mio nome... non volevo assolutamente fare la serpe.” Le spiegai, mentre le nostre mani ancora si tenevano l'un l'altra.

Rise ancora, “colpa mia.” La sua mano si fece più stretta attorno alla mia, “sono stata cattiva.”

Quelle parole colpirono il mio basso ventre, e una scarica di piacere e desiderio s'impossessarono di me. Ancora una volta, dalle mie labbra scappò un mugugno.

“Qual'è il tuo nome?” Domandai, cercando di non guardarle le labbra con troppa insistenza.

Lasciò la presa e, continuando a fissarmi, disse: “puoi chiamarmi col nome che desideri.”

Avvampai e mi guardai attorno cercando di capire se qualcun altro stesse assistendo a quella strana conversazione. Ma ben presto mi resi conto che nella carrozza c'eravamo solo noi. Dov'erano tutti gli altri passeggeri? Perché non riuscivo a ricordare se prima vi fosse qualcun altro?

“Ti ho messo a disagio... Bianca?”

Il modo in cui il mio nome le scivolò fuori dalla bocca mi indusse a lottare contro un'altra scarica di eccitazione.

Forte del fatto che nessun'altro potesse udire le mie parole, risposi sinceramente, “mi hai fatta eccitare.” Una parte di me avrebbe voluto scusarsi per la lieve volgarità, ma vinse la voglia di conoscere una sua eventuale reazione.

La sconosciuta sorrise, ed il suo viso si fece insieme più dolce e consapevole.

Tremai quando sentii la sua mano appoggiarsi al mio ginocchio. D'istinto allargai leggermente le cosce, pregando che quella sensazione di eccitazione e paura non trovasse mai una fine. Sperando che la razionalità non vincesse il mio istinto animale, permettendomi di vivere pienamente quell'assurda vicenda.

“Posso appagare il tuo desiderio. Posso alleviare il dolore che senti... posso essere tua per questa notte.”

“Mio Dio...” annaspai, “chi sei...?” Mugugnai, spostando il peso sul sedile per dare sollievo al mio sesso umido.

“Te l'ho già detto...” si sporse in avanti, avvicinando il suo volto al mio, “puoi chiamarmi come vuoi.” Il suo alito era così caldo e buono.

Sicura di non usarle alcun tipo di violenza, annullai la distanza poggiando il naso al lato del suo, sulla guancia. La sue pelle era seta pregiata e aveva un buon odore, un odore naturale di pelle scura.

La mia bocca dischiusa respirava nella sua e la sua nella mia; l'eccitazione cresceva come onde in alta marea.

Volevo baciarla. Volevo conoscere il suo sapore e la sensazione che le sue labbra avrebbero dato alle mie; ma una parte di me, quel briciolo di raziocinio rimasto, mi domandava se ne avessi davvero il permesso.

“Non aver paura di me.” Sussurrò con voce bassa e arrochita, presumo, da un desiderio non dissimile al mio, “ti mangerò piano.”

La strana scelta del termine spezzò l'ultima mia difesa.

Catturai il suo labbro superiore con le mie labbra. Fu un esplosione di sensazioni contrastanti e calde... bollenti. La sua bocca sapeva di buono; la prima immagine che mi venne alla mente fu una stanza illuminata dal caldo fuoco di un camino, una coperta rossa e la neve che scendeva pigra fuori. Sapeva di zenzero, castagna e donna... sì, aveva una nota nel sapore che diceva proprio Donna.

Le labbra calde e carnose divorarono le mie, inghiottendole; per un momento pensai che si sarebbe realmente cibata di me. Quando percepì la sua lingua sfiorare la parte interna della mie labbra, mugugnai di piacere e desiderio esasperati. Incoraggiata dall'iniziativa, anche la mia lingua si spinse nell'esplorazione della sua bocca. Ne vagliai ogni centimetro poiché ognuno di essi mi regalava emozioni crescenti e distorte, come una strana ubriachezza.

La domanda 'che diavolo sto facendo?' Non osò avvicinarsi alla mia mente dopo che le sue mani cominciarono ad armeggiare con la cintura dei miei jeans.

“Ti prego... sì...” ansimai, senza allontanare troppo la mia bocca dalla sua.

Mi sentivo euforica e terrorizzata... un sussurro lontano mi induceva a pensare che stavo agendo da stolta: nemmeno conoscevo quella donna, eppure stavo per concedermi a lei priva di difesa alcuna. Bramavo concedermi... volevo che mi possedesse, desideravo appartenerle in ogni mia forma.

Le sue lunghe dita mi sfiorano l'apice del monte di venere, ed un pensiero sciocco mi attraversò la mente: non ero depilata completamente. Ma la paura mutò immediatamente in un dolore bramoso di essere toccata più in basso, di essere esplorata e penetrata in ogni senso.

“Non cosa tu... cosa tu mi abbia fatto. Quale strano... quale strano sortilegio, ma... Dio... ti prego non smettere...” ansimai, ormai priva di controllo.

La sua bocca e la sua lingua misero fine alle mie supplice, mettendomi a tacere col più bollente dei baci.

Mentre la baciavo con la disperazione di chi nel deserto non beve da giorni, la sua mano raggiunse il punto in cui più ne avevo bisogno.

Urlai per il piacere feroce e liberatorio che scaldò ancora di più il mio ventre.

Si muoveva su di me con una tale sicurezza che pensai che conoscesse ogni parte del mio corpo, come se fossi sempre stata sua.

La afferrai, costringendo il suo corpo contro il mio, sempre più mentre l'apice del mio piacere si avvicinava.

L'orgasmo che mi scosse l'intero corpo fu il più violento mai sperimentato in tutta la vita. Fu blasfemo, animale, terrificante e magico.

Persi i sensi.

Mi risvegliai lentamente. Completamente stordita mi guardai attorno, ma fra tutti i volti che vidi, il suo non lo trovai.

Abbassai gli occhi e, con non poco né ben celato sgomento, mi resi conto che la cintura ed il bottone dei jeans erano ancora slacciati.

“Merda...” imprecai, cercando di riappropriarmi del mio pudore. Fortunatamente tutti erano immersi nel sonno, ed io completai la mia 'missione', senza problemi.

Mi alzai e andai alla ricerca della misteriosa amante.

 

Vagai per il treno per le restanti due ore.

Non la trovai mai.

Eppure, controllai, non c'erano fermate prima del capolinea.

Per me lei sarà sempre un fantasma, lo spettro del mio desiderio più spinto e selvaggio.

   
 
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