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Autore: Neriselyr    10/02/2021    0 recensioni
E' tutto completamente buio quando la ragazza dai capelli corvini si sveglia: ma la cosa peggiore è che non ricorda né il suo nome, né quello del luogo da cui proviene. Ha il corpo pieno di lividi e un dolore lancinante alla testa. Non ha memoria del luogo in cui si trova, ma allo stesso tempo non lo percepisce come casa propria...
Cosa le è capitato? Proprio non riesce a ricordare...
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, Missing Moments | Avvertimenti: Incompiuta
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Quando mi svegliai la testa mi faceva male, sentivo il corpo pesante, gli arti intorpiditi, come se fossi piena di lividi. Mi guardai attorno, che posto era quello? Dove mi trovavo? Una fitta lancinante mi attraversò la testa e si riversò su tutto il corpo. Non ricordavo nulla, nemmeno il mio nome. Mi guardai attorno: la stanza era buia e non riuscivo a vedere nulla, un filo sottile di luce entrava dalla finestra rischiarando solo una parte del pavimento di legno. Quando i miei occhi si abituarono al buio, mi guardai le braccia e vidi un mare di fasce che mi ricoprivano le mani e gli avambracci. Sotto una camicia da notte malandata, vidi le mie gambe piene di lividi e ferite. Una di queste era molto ampia, ancora non cicatrizzata, e si estendeva sulla coscia destra. Doloravo ovunque , ma soprattutto non ricordavo nulla di me e del mio passato. Di nuovo un fortissimo dolore alle tempie, urlai.

Questa volta quando mi svegliai era pieno giorno, la luce inondava l'ambiente circostante, permettendomi di vedere attentamente dove mi trovavo: la stanza non era molto grande, aveva le pareti rivestite da una carta da parati rossa sgualcita, che si era staccata in alcuni punti. Da circa metà parete in giù, i muri erano ricoperti di un legno molto scuro, con intagli attentamente lavorati, ma usurati dal tempo. Erano appesi alcuni quadri, un orologio a pendolo non funzionante e alcune mappe geografiche ingiallite. Vi erano pochi oggetti: un baule dall'aria vecchia si poggiava pesante sul pavimento, sotto la finestra, mentre alcune carte arrotolate erano state sistemate fianco ad esso e vicino alla porta, invece, vi era solo un attaccapanni color rame, dove vi era appeso solo un indumento.
Accanto al mio letto, che per una strana sensazione non sentivo veramente mio, si trovava un comodino, sempre in legno, con sopra dell'acqua e un biglietto; diceva: non alzarti finché non starai meglio.
Presi il biglietto e lo fissai per qualche secondo, come se dovesse apparire una scritta segreta, ed ecco che la stanza ebbe un sussulto: ebbi come la sensazione di stare galleggiando. Infatti tutto stava ondeggiando lentamente, qualcosa cadde e io mi tenni salda al letto. Quando tutto smise di muoversi, l'impulso di sapere dove mi trovavo fu più forte di me: mi alzai senza neanche sapere cosa stavo facendo, e in quel momento un altro dolore acuto partì dalla gamba destra e si irradiò da capo a piedi; non riuscendo a a rimanere alzata, caddi e ci mancava poco che svenissi nuovamente. Tentai di rimettermi in piedi, ma in quel momento la porta si spalancò e una donna dai capelli grigi entrò guardandomi con rimprovero, urlandomi:
-Non hai letto il biglietto? Non avresti dovuto alzarti da quel letto finché non ti fossi rimessa in sesto!
Continuando a borbottare fra se e se cose senza senso.
-Mi scusi ma ho sentito la stanza muoversi e volevo vedere cosa fosse successo e dove mi trovavo dato che non ricordo nulla... lei potrebbe, per caso...
Ma la donna continuò imperterrita come se non avessi neanche aperto bocca
-Ho sentito un tonfo e mi sono subito precipitata qui, ero preoccupata perché pensavo fossi svenuta come ieri notte, così sono venuta a controllare e la ragazza cosa ha fatto? Si è alzata! Quando sul biglietto c'è scritto espressamente di non farlo! Ora aspettami qui, su ti aiuto a rialzarti, ecco così, e ora rimani qui a letto buona e ferma, stai calma e non fare movimenti bruschi, sarò di ritorno tra un attimo per cambiarti le bende e medicarti-.
Detto questo, mi rimboccò le coperte e se ne andò. Era mia madre quella? Mia nonna? Non credo, altrimenti mi avrebbe chiamata per nome. Che strana persona, non mi ha dato nemmeno il tempo di farle qualche domanda.
-NOOOOOOO!
Dopo qualche istante la porta si aprì nuovamente, ma questa volta entrò un bambino, col fiato corto, che cercava di prendere una strana trottola dorata, che continuava a girare e girare senza sosta, facendolo correre per tutta la stanza. Solo quando l'ebbe presa parve accorgersi della mia presenza: mi guardò con due normi occhi verdi pieni di curiosità, mentre le guance erano ancora rosse per lo sforzo della corsa.
-e tu chi sei?-
Mi chiese, i capelli tutti arruffati e la bocca aperta
-Se devo essere sincera, non me lo ricordo-
Risposi imbarazzata, sorridendo al bambino che aveva l'aria smarrita quasi quanto la mia.
-Lo so chi sei! Sei una principessa caduta dal cielo, e noi ti abbiamo salvata! Ma perché continui a dormire tutti i giorni?-
Cercai di capire il significato di quell'affermazione, cercando anche di dare una risposta alla domanda, ma invece di farlo, gli chiesi
-E tu come ti chiami?-
-Io sono Ralph!-
-E dimmi Ralph, cos'è quella strana trottola che hai in mano?
-Questa dici? Oh, è un giroschioppo!
-Che nome buffo, e a cosa...-
-Vedo che hai fatto la conoscenza di Ralph, bene piccoletto, vai su, che devo curare la nostra ospite-
Il ragazzino se ne andò; saltellando, con un completino blu svolazzante, cantando allegro in una lingua che non capivo.
Appena uscito dalla stanza la donna chiuse la porta e incominciò a srotolare le bende nuove. Aveva circa sessant'anni, ma si vedevano ancora le tracce di una bellezza passata sul suo volto, che le rughe non avevano cancellato. Aveva gli occhi verdi ormai stanchi, ma che non avevano perso il loro ardore. I capelli erano raccolti in uno chignon argentato e alle orecchie portava innumerevoli orecchini, ma erano gli unici accessori che aveva. Lo scialle blu le arrivava fino alla gonna, blu anch'essa. Ai piedi portava bizzarri zoccoli di legno che risuonavano contro il pavimento ad ogni suo passo.
La osservai assorta per qualche minuto, poi lei mi chiese, interrompendo il silenzio:
-Beh, non devi farmi più nessuna domanda? Ti ho forse fatto paura prima?-rise-Non preoccuparti! Non mordo mica! A proposito, scusa la mia reazione eccessiva, ma ero davvero preoccupata che ti si fossero riaperte le ferite-.

Non la ringraziai, né le sorrisi, andai dritta al punto, decisa a sapere cosa mi era accaduto:
-Non ricordo niente di me, il mio nome, da dove vengo, dove sono e cosa è accaduto, il motivo per cui ho tutti questi lividi e la testa continua a farmi sempre più male-
La guardai con aria di supplica, sperando che lei avesse una risposta alle mie domande. Mentre continuava a cambiarmi le bende e a tamponarmi le ferite mi rispose:
-Innanzi tutto non mi sono ancora presentata: il mio nome è Diana, piacere, purtroppo non sono a conoscenza del tuo nome, né da dove vieni, ma posso dirti perché sei qui: comincerò col spiegarti dove ti trovi. Questo è il Galeone d'oro, detto anche il Galeone del capitano Last, noto a tutti per essere sfuggito innumerevoli volte alla legge, ora sta intraprendendo un viaggio alla scoperta del mondo, perché, beh...il nostro capitano si annoia facilmente, ma ha gran cuore, ha accolto me e Ralph quando non avevamo altro posto in cui andare, ma non sono questi i dettagli che ti interessano giusto?
Dunque.. ti racconterò di Quel Giorno: Avevamo occultato la vista del Galeone, ancorandolo all'interno di una grotta marina (una sorta di concavità tra due rive) per sfuggire alle guardie giudiziarie, le quali ultimamente girano numerose da queste parti. E proprio quelle stesse guardie, che dovrebbero fare il bene dei loro concittadini, stavano tenendo per le braccia, incrociate dietro la schiena, una ragazza con lunghi capelli neri, che le nascondevano il viso, e dietro di lei, guardie armate di spade continuavano a farla avanzare, e ogni volta che lei si opponeva, la colpivano con le mani o le strappavano il suo bel vestito con le spade. Si trovavano su un promontorio affacciato sul mare, anche se scarsamente visibili data la lontananza. Appena il capitano capì le intenzioni delle guardie, decise di andare in soccorso della ragazza, pur essendo consapevole che si sarebbe esposto fin troppo. Alcuni marinai si opposero, ma anche io insistei perché la ragazza venisse salvata come era stato per tutti noi. Dopo pochi secondi da quando la nave uscì dalla grotta, le guardie si accorsero della sua presenza, alcune andarono a chiamare rinforzi, gli arcieri invece erano giù in posizione e iniziarono a colpirci, e anche noi, di rimando li colpimmo. Tutta questa confusione non impedì alle due guardie che tenevano salda la ragazza di scaraventarla in mare, giù; dalla scogliera: l'urlo che facesti mi gelò il sangue.
Non appena ti avemmo recuperata e messa al sicuro sulla nave scappammo il più in fretta possibile. Eri piena di lividi a causa dei colpi ripetuti delle guardie e per il forte impatto con l'acqua. Avevi perso i sensi e a malapena respiravi.
Questo taglio- disse indicandomi la gamba destra- all'inizio era molto profondo, hai perso molto sangue, per questo sei ancora debole. Ecco tutto ciò che io stessa ho visto con i miei occhi, mi dispiace per ciò che ti è accaduto. In quanto alla tua memoria, spero tu la possa recuperare il più in fretta possibile-.
Impiegai un pò di tempo per realizzare ciò che mi aveva detto. Chiusi forte gli occhi e inspirai. Non volevo piangere.

Diana entrò la sera con la cena, me la appoggiò sul comodino e se ne andò, lasciandomi sola con i miei pensieri. Non mi ricordavo niente di ciò che che era accaduto, né sapevo il motivo per cui quei soldati mi volevano morta, cosa avevo fatto di male? Chi ero? Com'era la mia vita prima? E se Diana mi avesse mentito e in realtà non fosse accaduto nulla di tutto ciò? Questi pensieri mi tormentavano in ogni momento, anche quando dormivo. Sognavo in continuazione guardie senza volto che mi buttavano giù dalla scogliera, ed io precipitavo, risvegliandomi poi in un mare di sudore e angoscia.
Mi alzai a sedere, anche se mi esplose un dolore forte nella gamba e sentivo la testa scoppiarmi, mi appoggiai con la schiena contro la parete e presi il vassoio dal comodino. Trovai un bicchiere d'acqua, un cucchiaio e una ciotola: il suo contenuto era una zuppa di verdure. Inizia a mangiare lentamente, assorta ancora nei miei pensieri, sentendone a malapena il sapore.
La porta si aprì e tornai alla realtà, aspettandomi Diana venuta a ribadirmi di non alzarmi dal letto. Invece trovai sulla soglia della stanza un ragazzo dai capelli biondi, una pipa in bocca e un sorriso sfacciato sulla faccia

-Ragazza, ho un messaggio dal capitano: appena starai meglio vieni nel mio ufficio- Disse quasi scocciato
-Ah, devi scusarmi se non ho bussato, ma ho fretta. A proposito, io sono Denny Haak, ma puoi chiamarmi solo Haak-.
Volevo cercare di presentarmi anche io, ma non mi diede il tempo di farlo: mi fece un saluto militare con la mano, mi sorrise e se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle. Continuai a fissare la porta come se lui fosse ancora lì, poi finii la mia zuppa e la riposi sul comodino. Non aveva l'aspetto da pirata, aveva solo molti orecchini, ma per il resto portava una maglia senza maniche, che mettevano in risalto i muscoli scolpiti e.

-COME SAREBBE A DIRE CHE NON HAI BUSSATO!? RAZZA DI MALEDUCATO, TI SEI SCUSATO ALMENO?!
Riconobbi la famosa voce urlante di Diana, che entrò irata nella stanza con una brocca d'acqua in mano che ormai conteneva solo qualche goccia. Il resto, immaginai, era caduto mentre camminava veloce per la rabbia. MI scappò una risata, ma invece che guardarmi male, scoppiò a ridere anche lei.
-Quante grane che mi dà quel ragazzo!-- sorrise, scuotendo la testa e versandomi la poca acqua rimasta nella brocca --ma in fondo gli voglio bene-.
-Da quanto sei qui sulla nave?- le chiesi
-Da cinque anni ormai, ma per me è passata una vita- mi rispose, quasi triste.
-C'è una cosa che volevo chiederti prima- mi guardò con attenzione come se potessi farle qualsiasi domanda- ecco, mi chiedevo...io invece da quanti giorni sono qui sulla nave?- la guardai impaziente.
Lei sospirò, poi rispose:- tre giorni, ma hai dormito per quasi tutto il tempo, perché; come ho detto, hai perso molto sangue ed eri molto debole- mi scrutò con attenzione- ma quando ti sentirai bene e ti sarai ristabilita del tutto potrai andartene-.

La guardai, spalancai gli occhi e una rabbia rimasta nascosta mi invase: -Stai scherzando per caso? E dove potrei mai andare, ora che non ricordo niente, non so il mio nome , da dove vengo, non so nemmeno più il nome di questo paese, dei miei genitori, cosa dovrei fare eh? Spiegamelo!- le urlai, arrabbiata, frustrata, ma sentendomi anche in colpa per aver dato la colpa a lei, che si stava prendendo così tanta cura di me.
Lei rimase in silenzio, gli occhi bassi,&; si alzò e mentre se ne stava andando, prima di uscire, mi guardò e mi disse: -trasforma la tua rabbia in forza, ragazza-.
Questo mi fece arrabbiare ancora di più;. Essere forte! Solo questo serve, come se lei non fosse debole! MI alzai di scatto dal letto, e andai verso la finestra. Solo dopo mi resi conto che stavo camminando, nonostante i dolori. Forse Diana aveva veramente ragione. Scostai la tenda e ciò che vidi mi stupì a tal punto che dimenticai ciò accaduto prima.
Sorrisi: il galeone stava galleggiando sopra le acque calme di un mare azzurro limpido, dove si riflettevano i colori arancioni e gialli del tramonto. Aprii la finestra e una brezza fresca che sapeva di sale mi scompigliò i capelli.
Guardai la distesa blu, lasciai la finestra aperta e rallegrata andai a dormire, lasciandomi cullare dal rumore del mare.
   
 
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