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Autore: Lartisteconfuse    26/03/2021    0 recensioni
Rebecca ha diciassette anni e non ha chissà che prospettive per l'estate che è appena iniziata. La conoscenza con due ragazzi, Elijah e Michele, però, la farà ricredere e di punto in bianco Rebecca si ritroverà immersa in una storia che mai avrebbe pensato di poter vivere.
Dal primo capitolo:
L’estate del 2017 è quella che posso considerare come il momento in cui la mia vita è cambiata radicalmente. Dopo quell’estate non sono più stata la stessa, dentro il mio cuore si è fatta spazio una perenne malinconia che ogni tanto fa affiorare un sorriso triste. Non c’è modo di sanarlo, ma non è un problema, sono felice per quella che è la mia vita.
Genere: Angst, Drammatico, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Ciao a tutti!! 
È la prima volta che pubblico qui e mi sento un po' spaesata. Se avete aperto il capitolo significa che quel poco che sono riuscita a scrivere della trama vi ha interessato e già questo per me è tanto. 
Questa storia per me ha un grande significato, così tanto che sono ben quattro anni che cerco di correggerla e migliorarla. La scrissi di getto, perchè non ero di tante pretese e penso che la finii solo perchè due mie amiche ne pretendevano i capitoli, però poi, una volta finita mi ci sono affezionata sul serio. Ho deciso di pubblicarla per avere una spinta a continuare a dedicare tempo nella sua correzione e sperando di ricere un qualche feedback per sapere se piace o meno, se devo migliorarla o no. 
Con questo penso di aver detto tutto per ora, vi lascio alla lettura.
Bye 


Prima parte - Gli incontri



1

 

L’estate del 2017 è quella che posso considerare come il momento in cui la mia vita è cambiata radicalmente. Dopo quell’estate non sono più stata la stessa, dentro il mio cuore si è fatta spazio una perenne malinconia che ogni tanto fa affiorare un sorriso triste. Non c’è modo di sanarlo, ma non è un problema, sono felice per quella che è la mia vita.
Tutto iniziò pochi giorni dopo la fine della scuola. Avevo concluso il mio terzo anno di liceo in maniera abbastanza soddisfacente e avevo subito iniziato la mia nuova routine: letto, divano, cibo, divano, cibo, letto.
Dopo aver trascorso l’ultimo periodo a studiare per gli ultimi voti non avevo voglia di fare più nulla e il tempo uggioso con il cielo coperto di nuvole grigie non aiutava.  Anche quel giorno il cielo era coperto e l’aria era pesante e calda. Ovviamente non avevo programmato di fare nulla per l’ennesima volta, ma le mie due migliori amiche Sara e Giada non erano dello stesso avviso. Così mi ritrovai insieme a loro a passeggiare per una delle vie più frequentate della nostra città.
Il cielo, però, continuava a peggiorare e le nuvole erano prossime alla pioggia. Le mie amiche avevano perso il buonumore con il quale erano arrivate lì e neanche dopo un’ora che eravamo in giro espressero il desiderio di tornare a casa. Le salutai un po’ scocciata per come era andato a finire il pomeriggio e dissi loro che mi sarei avviata verso la fermata dell’autobus nella direzione opposta.
Le guardai allontanarsi a loro volta, poi spostai la mia attenzione al cielo e pregai in silenzio che reggesse ancora un po’, giusto per un salto in libreria.
In quell’occasione scoprii quanto fosse bello fare una passeggiata in solitaria, soprattutto nel centro della città. Quando uscivo, solitamente era per vedermi con qualcuno e i pochi minuti che trascorrevo sola durante il tragitto li spendevo a correre perché in ritardo, quindi non guardavo in faccia a nessuno.
Quel giorno, però, fu diverso: mi persi ad osservarmi intorno, a guardare con più attenzione i palazzi della via, i negozi a cui avevo lanciato sempre solo una rapida occhiata.
Quello che però attirò di più la mia attenzione furono le persone: i turisti spiccavano fra tutti per i loro vestiti e le cartine alla mano. Si guardavano intorno con sguardo perso, cercando la direzione che dovevano prendere per raggiungere il prossimo posto da visitare. Oltre ai turisti c’erano i gruppi di ragazzi della mia età, che facevano branco e urlavano; le coppiette che camminavano mano nella mano; le famiglie con i bambini, che correvano in mezzo alle persone per scappare dai papà o dalle mamme, che cercavano di riprenderli.
Accennai un piccolo sorriso nel vedere tutte quelle scene che mi si paravano davanti e mi domandai come potessi apparire io agli occhi degli altri: una ragazza solitaria che passeggia per le vie del centro in una giornata di inizio estate, senza una meta apparente.
Arrivai alla libreria e fui molto felice quando varcai la porta d’entrata, l’aria condizionata mi risollevò un po’ dalla calura esterna. La libreria era grande, di tre piani e potevo affermare di conoscerla bene quanto casa mia. Mi piaceva trascorrerci le ore intere, cercando i libri che volevo tra gli scaffali o indugiando su quelli che mi attiravano al primo sguardo.
Iniziai a sfiorare distrattamente i dorsi dei libri sugli scaffali fino a quando non mi trovai nella sezione horror, la più lontana dall’entrata e la più nascosta.
A pochi passi da me c’era un ragazzo intento a leggere la trama di un grosso volume. Aveva un’espressione concentrata, che gli formava delle piccole rughe, scoperte ogni tanto dalla sua mano che scostava i capelli biondo cenere dalla fronte.
Non mi ero accorta di essermi incantata a guardarlo e per questo sobbalzai stupita quando il ragazzo sollevò la testa e incrociò il mio sguardo. Non riuscii a interpretare l’occhiata che mi lanciò, però subito mi sorrise leggermente. “Scusa…” disse e io mi pietrificai. Avvertii una morsa allo stomaco e il panico crescere, si era sicuramente accorto che mi ero incantata a fissarlo. Volevo sprofondare per la vergogna.
“Scusa, posso disturbarti un attimo?” parlò di nuovo il ragazzo. Rimasi per un po’ in silenzio, troppo imbarazzata, poi mi feci coraggio e balbettai: “D-dici a me?” e mi indicai con un gesto della mano. Gettai una rapida occhiata intorno a noi per verificare se si stesse davvero riferendo a me. Nella sezione in cui stavamo non c’era nessuno oltre a noi, salvo che per un ragazzino nell’angolo in fondo, che sfogliava un libro completamente ignaro della nostra presenza.
“Vedi qualcun altro?” rispose il ragazzo con tono leggermente divertito.
Il cuore mi stava martellando nel petto per quanto mi sentivo agitata e confusa per la situazione. Mi imposi di calmarmi e apparire normale.
“So che può sembrarti una domanda strana, ma potrei chiederti un consiglio? Sempre se non ti disturbo” aggiunse velocemente.
Annuii non sapendo bene cosa dire. Mi si avvicinò tenendo stretto il grosso libro che gli avevo visto leggere e afferrandone altri due dallo scaffale davanti a lui.
“Penso di essere qui dentro da più di un’ora e sto per diventare matto” disse. “Sto cercando un libro da regalare a mia sorella e ho paura di fare la scelta sbagliata, tendo a farle spesso e ho davvero bisogno dell’opinione di qualcun altro. Se ti piace il genere ancora meglio.”
Lo guardai stralunata, presa in contropiede.
Avevo trovato qualcuno che parlava veloce quanto me. Il ragazzo si accorse della mia confusione e ridacchiò, sembrando imbarazzato. “Scusa, a volte non mi rendo conto di quando devo stare zitto.”
Scossi la testa e sorrisi. “Tranquillo, ti capisco.”
Mi porse uno dei tre libri che teneva in mano e io lo girai per leggere la trama sul retro.
Dopo che ebbi terminato anche con gli altri due volumi non sapevo bene cosa dire. “Sembrano interessanti tutti e tre” conclusi e abbassai lo sguardo sull’ultimo libro che tenevo in mano. Non ero mai stata una di quelle persone che riusciva a guardare neli occhi gli altri, soprattutto quelle che non conoscevo bene.
“A me stava convincendo di più questo qui.” Attirò la mia attenzione alzando il secondo libro di cui avevo letto la trama, ma il mio sguardo fu catturato dal ragazzino che avevo notato prima: ci stava guardando e scuoteva la testa con aria quasi spazientita. Gli rivolsi un’occhiata interrogativa e lui spalancò gli occhi, sorpreso. Subito dopo, però, fece una strana espressione e scosse energicamente la testa.
“Che succede?” Il ragazzo che stavo aiutando si stava per voltare e l’altro, nel fondo, sembrò spaventarsi. Pensai che si stesse vergognando per essere stato colto a spiarci e così decisi di risparmiargli un’ulteriore vergogna. “Niente!” esclamai. “Comunque no, questo no.” Il ragazzo riportò l’attenzione su di me e il ragazzo dietro sembrò sollevato, mi sorrise riconoscente.
“Va bene. Questo?” Guardai il libro che mi stava mostrando. Era più un thriller che un horror, di quelli con una trama contorta a sfondo psicologico come piacevano tanto a me.
Senza rendermene conto lanciai un’occhiata verso il ragazzino, che annuì e mi alzò anche il pollice per sottolineare che quella era la scelta giusta.
“Sì, questo!” esclamai, quasi come se l’entusiasmo del ragazzino mi avesse contagiata. L’altro mi sorrise. “Grazie mille, mi fido più di te che del mio giudizio. Dopo tutto questo tempo ho capito che non riuscirò mai a ricordarmi i gusti di mia sorella.”
“Mick, hai fatto?” Da dietro l’angolo sbucò un ragazzo che somigliava molto allo sconosciuto che avevo aiutato, solo che sembrava essere un po’ più grande.
Si avvicinò con espressione impaziente.
“Sì, mi sono fatto aiutare, dato che tu sei inutile” ribatté l’altro. Il nuovo arrivato alzò gli occhi al cielo. “Va bene, va bene. Se hai fatto andiamo, che devo studiare.” Il ragazzo, Mick, mi sorrise un’ultima volta. “Grazie ancora” disse e mi salutò. I due sparirono dietro uno scaffale, diretti alla cassa. Rimasi da sola ad osservare il punto in cui avevano girato. Mi scappò un sospiro involontario.
“Hai gli occhi a forma di cuore” esclamò una voce all’improvviso, facendomi sobbalzare per lo spavento. Mi voltai verso la voce e incontrai due occhi azzurri, che guardavano con luce divertita.
Era il ragazzino di prima, che adesso sfoggiava un ghigno malizioso.
“Che hai detto?” domandai, ma la voce mi uscì acuta. Di nuovo, desiderai di sparire.
Il ragazzino scoppiò a ridere e mi porse la mano. “Mi chiamo Elijah.” Fissai la mano perplessa, poi spostai la mia attenzione sul suo proprietario. Era un tipetto davvero originale: un bambino dal volto angelico e dallo stile punk.
Aveva folti capelli neri, mossi, che gli arrivavano quasi fino alle spalle e facevano risaltare gli occhi di un azzurro molto chiaro, incorniciati da lunghe ciglia; all’angolo del labbro inferiore aveva un piercing che continuava a stuzzicare con i denti.
Portava una maglietta nera con la stampa di una qualche band a me sconosciuta e sembrava essere di almeno due taglie più grande. Le maniche gli arrivavano quasi al gomito.
“Rebecca” dissi alla fine, ma non gli strinsi la mano. Feci per andarmene , si era fatta una certa ora, ma venni fermata. “Aspetta, già te ne vai?”
Guardai Elijah perplessa. “Sì?” Sembrò dispiaciuto dalla mia risposta e questo mi confuse ancora di più. Cosa voleva da me? Non ci conoscevamo, non ci eravamo mai visti prima e poi quanti anni aveva? Sembrava un ragazzino delle medie.
“Non mi ringrazi?” Mi regalò un’espressione imbronciata e incrociò le braccia al petto. “Ti ho aiutata a dare il consiglio perfetto a quel ragazzo e non mi dici nulla! Senza di me non avresti fatto la figura della stupida” borbottò.
“Non stavo facendo la figura della stupida!” ribattei piccata.
“Ah no? Effettivamente forse non se ne sarebbe accorto. Non so chi dei due sembrasse più imbranato.”
All’inizio pensai di lasciarlo parlare e basta, però riflettei sulle sue ultime parole. “Aspetta, cosa?”
“Non te ne stavi andando?” Elijah sorrise soddisfatto.
Sbuffai e stavolta ripresi a camminare, lui mi seguì in silenzio.
Camminammo per un po’ senza dire niente. Io guardavo davanti a me, Elijah era al mio fianco con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni e ogni tanto mi lanciava di sottecchi delle occhiate incuriosite.
Il silenzio stava iniziando a diventare insostenibile, dovevo capire cosa volesse da me quel ragazzino. Non era un fastidio, e questo mi stupì, però mi confondeva.
“Allora” sospirai, “come mai sei così sicuro di avermi fatto dare il consiglio giusto a quel ragazzo?”
Sembrò che lo avessi preso in contropiede, ridacchiò nervosamente. “Oh bè, li ho letti quei libri…” provò a dire, ma non sembrava molto convinto.
“Ne sei certo?” mi venne spontaneo chiedere. Elijah mi regalò un’occhiataccia. “Penso di ricordarmi i libri che ho letto.” Lo guardai e poi, senza sapere il motivo, scoppiai a ridere. Dopo un po’ Elijah si unì a me.
“Perché stiamo ridendo?” mi domandò senza smettere.
“Non lo so” risposi e continuammo a ridere.
Arrivati davanti a una traversa mi fermai e riguardai l’ora sul cellulare. “Devo andare a casa” dichiarai.
Elijah alzò le spalle. “Va bene, andiamo” e imboccò la traversa. Rimasi ferma per un attimo, poi mi riscossi e gli corsi dietro. “Come facevi a sapere che dovevo prendere questa via?”
“Ti ci sei fermata davanti prima di guardare l’ora, ho solo immaginato che dovessi passare per di qua. In fondo si prendono alcuni autobus, vero?”
“Wow Sherlock! Saresti un perfetto detective” scherzai. Mi regalò un sorriso tirato.
“Non penso di essere il tipo giusto.” Sembrò pentirsi subito di quello che aveva detto e nei suoi occhi era calata un’ombra, tutta la felicità e la spensieratezza che prima emanavano erano sparite di colpo. Mi sentii triste e non ne compresi il motivo.
Non sapevo cosa passasse per la testa di quel ragazzino. Non sapevo chi fosse, poteva benissimo portarmi guai, ma decisi che non mi importava.
Per la prima volta accantonai tutte le domande e le paranoie che ogni volta mi affollavano la testa.
Senza pensarci due volte presi Elijah sottobraccio e sorrisi. “Andiamo, che rischio di perdere l’autobus.” Iniziai a correre, trascinandomi dietro Elijah. La sensazione di tristezza che avevo avvertito era sparita e sorrisi ancora di più quando sentii la risata genuina del ragazzino che riecheggiava nell’inusuale venticello appena creatosi.
 

 

   
 
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