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Autore: VictoriaParker    06/04/2021    1 recensioni
Charleston, Virginia Occidentale - 1859
West Boone Hall, piantagione e roccaforte dell'omonima famiglia sudista, fa da sfondo alle vicende che caratterizzano la Guerra di Secessione nello stato della Virginia.
Una storia di intrighi e passioni in un climax ascendente di tensione, che cambierà le sorti di Carolina Boone, quintogenita della famiglia, e Tristan, schiavo del lotto dodici.
Genere: Drammatico, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Secessione americana
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Charleston, Virginia – 24 Dicembre, 1859

 

“Grazie del ballo, Mrs Boone” Nathaniel Jefferson, erede dell’omonima casata, si inchinò a lei.
“E’ stato un piacere, Signor Jefferson” Carolina gli sorrise accennando un breve inchino a sua volta.
“Spero mi omaggerete del prossimo valtzer. Non è facile trovare una ballerina tanto aggraziata!” le baciò la mano con un sorriso sghembo in volto.
“Le vostre lodi mi lusingano” arrossì lei imbarazzata.
“Nathaniel, i miei complimenti. Vi siete superato, Jefferson House è splendida!” si intromise Philip avvicinandosi alla coppia.
Mentre i due uomini presero a scambiarsi convenevoli, Carolina si guardò intorno. Philip non mentiva, Jefferson House toglieva il fiato. L’enorme sala da ballo era decorata abilmente con fiori profumati e candele. Le grandi finestre perimetrali erano semi coperte da pesanti drappeggi di velluto blu, che riprendevano le stoffe dei divanetti posti ai margini della sala alternati a tavoli. I lampadari, dorati con cristalli scintillanti, illuminavano tenuemente la stanza, creando un’atmosfera soffusa e delicata.
“Carolina?” la chiamò la voce profonda di Philip, riscuotendola dai suoi pensieri.
Carolina osservò il cugino incuriosita, accorgendosi solo allora che Nathaniel Jefferson doveva essersi allontanato.
“Devi concedermi assolutamente questo ballo o potrei seriamente pensare all’omicidio!” Philip accennò con il capo alla figura esile e biondissima di Eloise Berkeley, che pareva averlo tenuto in ostaggio per buona parte della serata.
Carolina si morse le guance dall’interno per non scoppiare a ridere. Se non fosse stato per la perfetta educazione che le era stata impartita, sicuramente avrebbe allungato il collo per sbirciare la donna oltre la spalla del giovane.
Con un espressione piuttosto seria, Philip le porse galantemente la mano. Carolina l’afferrò contenta e i due si lanciarono nella contraddanza, calcando la pista insieme agli altri invitati. Amava i balli di gruppo, li trovava così divertenti. Ne era contagiata dall’energia, dal ritmo e dalla gioia. Amava vedere il sorriso sul volto dei danzatori e sentire le risate mal trattenute delle giovani, solitamente composte e rigide.
Quando la musica cessò, la ragazza stava ancora ridendo. Si portò una mano al petto sentendo il cuore battere velocemente. Si accorse di avere il fiatone, non era affatto abituata a partecipare ai balli. Difficilmente il padre o i fratelli la lasciavano andare in loro assenza, e loro non erano certo avvezzi a quel genere di passatempo.
“Facciamo due passi” ordinò Philip, sussurrandole all’orecchio.
Carolina annuì. In effetti, tutto quel danzare le aveva fatto venire caldo e una boccata d’aria fresca sembrava una buona idea.
Philip, tenendole la mano, la condusse con sicurezza sulla veranda di Jefferson House.
L’aria gelida lambì la sua pelle accaldata raffreddandola e, improvvisamente, Carolina rammentò di essere in dicembre. Si sarebbe ammalata se non fosse tornata a prendere la mantella.
“Va meglio così?” domandò Philip posandole delicatamente la sua giacca sulle spalle.
Carolina sobbalzò per la sorpresa, poi gli sorrise con gratitudine infilando le braccia scoperte nelle maniche. La giacca conservava ancora il tepore del corpo di Philip e ne portava l’inconfondibile fragranza di acqua di colonia. Si strinse dell’indumento e un lieve rossore le imporporò le guance.
“Quando partirai?” domandò la ragazza appoggiandosi alla balaustra in legno.
“Dopo domani. Farò un salto a Baineswood prima di rientrare a Washington” la imitò incrociando le braccia al petto.
“Zia Martha ne sarà contenta…” gli sorrise dolcemente.
Philip annuì guardando un punto indefinito di fronte a sé. Tutto d’un tratto i suoi lineamenti si fecero più duri e Carolina faticò a trovare in quell’espressione cupa il giovane vivace che conosceva.
“E’ molto coraggiosa. Insomma, sapervi lontani e sempre in pericolo non deve essere facile. Sopratutto dopo quello che è successo a Robert...” commentò lei.
Robert era il fratello maggiore di Philip, morto giovanissimo nella seconda guerra Seminole. Carolina non lo aveva mai conosciuto poiché si era spento due anni prima della sua nascita, nel 1839. Era un tasto dolente per la famiglia Lee, ma soprattutto per lo zio Mason che non riusciva a perdonarsi di averlo fatto partire come volontario.
“E’ dolce e onorevole morire per la patria*” le sorrise teneramente.
Carolina lo guardò rapita. Non credeva che si potesse amare il proprio Paese in un modo così puro. Un Paese i cui difetti erano evidenti. Un Paese sull’orlo del baratro.
“Non hai mai paura, Philip?” gli domandò di getto.
“No. Non è ancora giunta l'ora della paura.” rispose sincero.
L’imminenza della guerra era evidente, i rapporti con il Nord erano troppo tesi. Tuttavia non era nella sua indole piangere prima ancora di versare il latte. Era un Lee, per l’amor del cielo! Non avrebbe perso tempo dietro inutili congetture. Quando la guerra sarebbe arrivata, lo avrebbe trovato pronto. Ma non era ancora il giorno.
Le note musicate di un romantico valzer, udibili in sottofondo, cancellarono l’impalpabile tensione.
Dalle maestose vetrate della grande sala da ballo si potevano scorgere le coppie volteggiare sincronicamente. Philip si parò davanti alla giovane Boone, oscurandole la vista con la sua figura imponente. Come da protocollo inchinò lievemente il busto e le porse la mano.
“Mi fareste il piacere, Signorina Boone?” domandò con un sorriso intrigante.
“Qui?” rise lei guardandosi intorno.
“Qui.” annuì lui serio.
Carolina, con le gote leggermente arrossate, poggiò delicatamente una mano quasi all’altezza della spalla del tenente e con l’altra afferrò quella che le tendeva. Come da manuale, Philip portò la mano destra sotto la scapola sinistra della sua dama e, con una leggera pressione, segnalò l’inizio del ballo. Presero così a danzare seguendo il tempo dettato dall’orchestra. Philip era un abile ballerino, composto ed elegante. La sua guida era ferma, precisa e risoluta. La faceva piroettare con maestria, riprendendola tra le braccia sorridente. Carolina era, finalmente, una partner all’altezza. I suoi movimenti erano aggraziati, spontanei, morbidi. Non si aggrappava alle sue spalle né gli pestava i piedi.
“Sei un ottimo ballerino!” commentò lei.
“Ho un’ottima compagna di danze” ricambiò cortese introducendo il giro con una leggera flessione dell'avambraccio destro verso l'interno.
Il valzer terminò e, poco dopo, le note romantiche lasciarono il posto ad una sinfonia via via più ritmata. Il ballo dei due rallentò fino ad arrestarsi con un’ultima piroetta.
La mano destra di Philip scese in una lenta carezza fino a fermarsi sulla vita sottile di Carolina.
“Signorina Boone, grazie del ballo!” il ragazzo si allontanò da lei dopo averle fatto il baciamano.
“E’ stato un piacere danzare con lei, Tenente!” si inchinò con fare scherzoso, non riuscendo però a celare il rossore che quel contatto aveva provocato.
Carolina pensò che fosse facile passare del tempo con Philip. Faceva sembrare semplice ogni cosa, persino la più complicata. In tutti quei giorni si era dimostrato essere una soluzione, mai un problema. Al di là dell’innegabile bell’aspetto, aveva un comportamento impeccabile, galante, e sapeva essere divertente. Era capace di essere serio, risoluto, scaltro e al contempo dolce e premuroso. Non c’erano molti uomini come lui a Charleston.
“Carolina” Philip richiamò la sua attenzione.
La giovane lo osservò incuriosita, sorridendogli come invito a proseguire.
“Desidero sposarti” decretò lui con voce seria.
Carolina sgranò gli occhi incredula. Boccheggiò senza emettere suono alla ricerca di qualcosa da dire e, non trovando niente di saggio, fece la cosa che meglio le riusciva: abbassò la testa. Philip non meritava un rifiuto, non dopo tutto quello che aveva fatto.
Il tenente le posò delicatamente due dita sotto il meno, costringendola a sollevare il capo e a guardarlo negli occhi.
“Non devi sentirti costretta. Voglio che tu dica di sì solo se lo senti” le accarezzò la guancia.
I suoi occhi sembravano così sinceri, così intensi. Per un istante Carolina ebbe il timore di perdersi in quelle gemme smeraldo. Il cuore prese a batterle più veloce e, per razione, si portò una mano al petto. Sembrava la scena di un romanzo d’amore.
“Lascia che ti corteggi” propose Philip.
Carolina lo guardò e, come sotto incantesimo, si ritrovò inconsapevolmente ad annuire.


 


Carissimi Lettori,
colgo l'occasione per augurarvi una buona Pasqua. Ecco il capitolo che spero aspettavate.
Ringrazio chi continua a leggere, chi ha messo la storia tra le seguite/preferite/da ricordare e il mio fedelissimo amico Bilbo. 

Un bacio.
Victoria P.


*Dulce et decorum est pro patria mori - Orazio, Odi, III, 2, 13

 

   
 
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