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Autore: evil 65    19/04/2021    5 recensioni
«Chi è il sommo o il più vecchio tra tutti gli dei?» chiede Gylfi ai tre uomini sui troni.
Così si apre l’Edda di Snorri Sturluson, il viaggio epico del Re Gylfi verso Asgard, il reame dorato, alla ricerca della sapienza. Forse, però, il mito delle origini è diverso da come lo narra Snorri... forse l’intera vicenda è avvenuta in maniera simile, ma allo stesso tempo diversa. Come è avvenuta davvero?
Voi, che siete come Re Gylfi, aprite questa storia... e scoprite come è nato tutto.
Genere: Avventura, Azione, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Fumetti, Libri
Note: AU, Cross-over, What if? | Avvertimenti: Spoiler!
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'I Guardiani del Mondo Antico '
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Capitolo 4 – La Progenie Maledetta


 
Asgard

Millenni prima, ai tempi delle prime civiltà
 
Gli dèi della cittadella erano irrequieti. Da poco tempo avevano ricevuto l’ultima profezia delle Norne, ed essa preannunciava un fato oscuro e sanguinoso, il Ragnarök.
Rispetto a tutte le altre, quella particolare profezia non era molto chiara poiché frammentaria, incompleta, specifica solo per i singoli dèi. Ogni Aesir e creatura interessata all’interno di essa aveva ricevuto uno stralcio riguardante la profezia riguardante il proprio ruolo, e sebbene fosse incompleta, la predizione era chiara: Asgard sarebbe caduta.
Odino aveva ascoltato ogni singola previsione di tutti gli asgardiani, ma la sua lo tormentava più di tutti: “Quando il Padre al Lupo battaglia darà, le fauci spalancherà, ed egli divorato verrà”.
Il significato era criptico e misterioso, ma egli aveva compreso che parlava della sua morte. “Il Padre” non poteva essere altri che lui stesso, poiché era il Padre di Tutti, ma era “il Lupo” la vera incognita. Nonostante avesse donato un occhio a Mimir per ottenere la conoscenza suprema, Odino non riusciva a carpirne il significato: chi era il Lupo? Un dio? Un gigante? Un vero e proprio lupo? Ma quale lupo?
Il Supremo Signore di Asgard alzò lo sguardo per osservare tutti gli altri dèi seduti insieme a lui nell’ampio tavolo della grande sala del Válaskjálf.
«Figli miei!» esclamò «Un destino infausto ci attende, la nostra casa brucerà, la nostra morte è segnata. Non sappiamo ancora né dove, né quando, ma secondo le Norne accadrà.»
«A me sembra solo una profezia ridicola e senza alcun senso!» esclamò Thor, seduto alla destra del padre «È troppo confusa e priva di logica. Stando a quanto mi hanno detto le Tessitrici, io dovrei morire a causa di un serpente! Vi rendete conto? È troppo ridicolo! Il potente Thor, uccisore di Giganti e mostri, sconfitto da una biscia? Dico che le Norne hanno voluto giocare ad Asgard un terribile scherzo!»
«Non essere stupido, Thor» lo ammonì Balder, dio del sole e della poesia nonché il più luminoso di Asgard «Le Norne sono sagge e potenti, e tutte le loro profezie si sono sempre avverate.»
«Il wyrm è onnipotente, signori miei» si intromise Týr, dio della guerra e della giustizia «Esso controlla le vite di tutte le creature dell’universo, ed è ineluttabile. Niente è eterno, dovreste saperlo. Anche un essere come Ymir è morto, non ho forse ragione? Siamo dèi asgardiani, e se una battaglia finale ci aspetta, così sia. Combatteremo e accetteremo il nostro fato a testa alta.»
«Neanche per sogno…» sibilò Odino «È proprio perché siamo dèi asgardiani che non ci piegheremo a questa sorte drammatica. Accettarlo significherebbe arrendersi, e noi non ci arrendiamo mai. Io non ho mai creduto nell’infallibilità del destino, poiché esso può essere cambiato con le nostre azioni. In quanto re di Asgard, non permetterò che questa profezia chiamata Ragnarök si abbatta sulle nostre teste. Noi combatteremo, sì, ma vinceremo! Potete seguire il saggio consiglio di Týr e arrendervi dinnanzi al Crepuscolo, accettando ciò che vi aspetta… ma dopo? Una volta morti cosa succederà? Niente Valhalla, niente Oltretomba, ma solamente il Ginnungagap, il Nulla Assoluto. Io vi chiedo, figli miei, non siete forse disposti a lottare, a ergervi di fronte a questo muro invalicabile, a spezzare le catene del Fato e a gridare a squarcia gola che Asgard ce l’ha fatta? Che noi abbiamo vinto? Forse alcuni di noi moriranno, ma l’Yggdrasill rimarrà in piedi, il nostro retaggio rimarrà nella storia e nei secoli a venire. Le nuove generazioni di uomini e dèi guarderanno il cielo notturno e tutti sapranno che gli Aesir hanno dato la vita per difendere quelle stelle e quel prato che tanto amano e fanno loro da casa!»
«Io sono con te, padre!» gridò Thor alzando in alto il Mjölnir.
«Anche io, marito mio. Non possiamo piegare la testa, non lo abbiamo mai fatto» disse Frigg, dea del matrimonio e consorte di Odino, Signora delle potenti guerriere Valchirie.
Tutti gli Aesir levarono un grido di assenso e di trionfo, tutti tranne Týr e Loki.
Il dio della guerra pensava che l’azione proposta dal Padre di Tutti non fosse molto saggia, e che in qualche modo avrebbe solo portato il caos, ma assecondò la volontà del re poiché non poteva fare altrimenti. Il silenzio di Loki, invece, era più misterioso e irrequieto… non era chiaro cosa passasse per la sua testa, e sebbene nemmeno lui volesse morire, non riusciva a spiegarsi il proprio verso della Profezia. Riuscì a scacciare via quei pensieri quando sentì il caldo e amorevole tocco di sua moglie, la dea Sigyn, che gli rivolse un dolce sorriso rassicurante come solo lei sapeva fare.
 
Il mattino seguente, il re degli dèi decise di andare a schiarire le proprie idee andando a camminare nel bosco vicino al suo palazzo, un posto punteggiato di alberi sempreverdi, fiori, animali selvatici di ogni tipo e limpidi ruscelli d’acqua cristallina. Quel bosco era chiamato “Giardino di Jörd”, nome dato dallo stesso Odino in memoria della gigantessa signora della natura e madre di Thor, nonché uno dei suoi primi grandi amori, antecedente a Frigg.
Il Giardino di Jörd era il suo antro di pace e riflessione. Vi si recava sempre quando qualcosa lo turbava o necessitava di riflettere, o semplicemente per ricordare la sua antica e saggia moglie.
Mentre camminava tranquillo con sguardo perso nei suoi pensieri e con la mano nascosta nella folta barba, atta ad accarezzarla, si accorse di un ringhio proveniente davanti a lui. Alzò lo sguardo e notò due lupi insieme ad un cucciolo, probabilmente una coppia con il loro figlio.
A quanto pare il dio aveva messo piede nel loro territorio. Dopotutto i lupi erano animali estremamente territoriali e quelli erano animali di Asgard: non si facevano troppi problemi nel ringhiare perfino contro una divinità.
«Lupi…» sibilò Odino «Volete straziare la mia pelle, non è così? Volete banchettare con la mia carne solo perché ho osato poggiare il piede sul vostro suolo? Questo territorio è tutto mio, non vostro, non di questa fantomatica Era dei Lupi. Io non sarò schiavo di una profezia…»
Strinse fortemente il manico della lancia, ci fu un lampo improvviso, tre latrati… poi più nulla.
 
Diverse ore dopo si era rifugiato nel Válaskjálf, seduto comodamente sul suo trono, finché non arrivò Balder a disturbare la sua meditazione.
«Padre di Tutti». Così il figlio di Odino e di Frigg richiamò suo padre e signore, inginocchiandosi.
«Cosa ti porta al mio cospetto, dio del sole?»
«Sono venuto a sapere quello che è successo nel bosco.»
«E dunque? »
«Quelli che tu hai ucciso erano animali sacri, mio signore, non potete togliere delle vite senza ragione alcuna. Se Skadi, la dea della caccia, lo venisse a sapere…»
«Sei venuto fin qui per annoiarmi con queste parole? Volevano attaccarmi e io mi sono difeso, ecco tutto.»
«Con gli immensi poteri che possedete, sicuramente c’era un modo meno violento per fermarli, e poi voi avete ucciso anche il loro cucciolo. Se Skadi, in preda alla collera, riferisse quanto accaduto ad Aldam-…»
«Basta così!» tuonò Odino «Non ho più alcuna intenzione di ascoltarti, Balder, io non devo rispondere delle mie azioni a nessuno, men che meno a te anche se sei mio figlio, sono stato chiaro? Spero per te che tu abbia altre notizie per me, oltre che questa insulsa bagatella.»
«Sì, oggi mio fratello Loki è giunto ad Asgard da Jötunheim portando con sé delle bestie.»
«Bestie?»
«Sì, una bambina coperta di veli, un serpente e un lupo.»
Al sentire l’ultimo animale, il re si allarmò e scattò subito in piedi.
«Voglio vederli immediatamente. Porta qui Loki insieme a quelle tre creature, sarò io a decidere il loro destino.»
Dopo qualche minuto giunsero al suo cospetto Balder, Loki e anche Týr che aiutava a scortare i tre misteriosi esseri.
Odino li scrutò tutti e tre col suo occhio, mentre la sala era in completo silenzio in attesa del verdetto.
La prima che venne fatta avvicinare al trono fu la bambina la quale, timidamente, camminò verso il dio. Era coperta di soli veli, così era difficile vederne il viso: era completamente scalza e a giudicare dallo stato dei suoi piedi, aveva compiuto un viaggio molto lungo e piuttosto faticoso.
«Come ti chiami?» chiese il Padre di Tutti, con tono severo ma pacato al tempo stesso, per infondere alla giovane un senso di falsa sicurezza.
«Mi chiamo Hela, mio signore, e vengo da Jötunheim. Loki mi ha portata qui per sfuggire alle persecuzioni dei giganti.»
«Perché lo ha fatto?»
«Perché si è commosso davanti al mio destino. Una gigantessa troppo piccola per essere definita tale, così mi ha preso sotto la sua ala, portandomi via da vili genitori e crudeli consanguinei.»
«Capisco, ma perché sei celata? Mostra il tuo viso. Non temere, bambina, non ti sarà fatto alcun male. Qui non sei a Jötunheim, e vorrei guardarti negli occhi per vedere la stessa scintilla che ha visto mio figlio. Giuro sul mio onore e sulla mia lancia che nemmeno un capello ti verrà torto.»
Il suo tono fu così convincente che la bambina si tolse il velo, mostrando il suo viso ed era… orrendo. Una metà era di bambina, giovane, aggraziata e bella con un lucente occhio smeraldo, ma l’altra metà era putrida e marcescente, l’iride spenta e vuota, la carne marcia e morta attraversata da vermi che penetravano nella sua pelle.
Odino aveva visto molte cose agghiaccianti nella sua lunga e millenaria vita, ma perfino lui dovette ammettere a sé stesso che il desiderio di vomitare era alta. Rimase impassibile nel scrutarla, e dentro di sé aveva già deciso: ella non poteva rimanere ad Asgard, il suo aspetto era maledetto, lei era maledetta.
«Immagino perché i giganti ti odiassero, ma non devi temere, io non provo repulsione per il tuo aspetto. Anche se la natura è stata crudele nei tuoi riguardi, io non lo sarò. Ho un dono per te.»
Agitò la mano sinistra e aprì un piccolo portale davanti alla bambina, un portale tra i mondi, nel quale era possibile vedere un regno tetro, buio, avvolto dalla nebbia, ma che presentava creature strane e molto simili a lei.
«Quello che vedi, piccola, è il mondo dei morti, di tutti coloro che muoiono nel disonore, di vecchiaia o di malattia, anche dei bambini morti alla nascita. Tutti quelli che vedi saranno tuoi amici, nessuno ti giudicherà e saranno tutti tuoi sudditi. Tu, Hela, sarai la regina di questo luogo e vivrai nel tuo palazzo personale. Il regno dei morti prenderà il tuo nome, e da oggi sarà chiamato Helheim.»
Loki, innanzi a quella scena, tremò di rabbia. Sapeva cosa in realtà stava facendo Odino con quella dichiarazione, e voleva urlare, voleva imprecare contro il sovrano e portare via immediatamente la piccola Hela, ma Balder e Týr lo fermarono mettendogli le mani sulle spalle.
Sebbene il dio degli inganni fosse contrariato, la bambina non lo era, anzi, fece un mezzo sorriso e prese la mano del vecchio Padre, e tutti e due varcarono la soglia del portale.
Giunti all’ormai rinominato Helheim, Odino le mostrò il suo palazzo, e lei si guardò intorno con lo stupore tipico delle bambine, e iniziò a dare nomi agli oggetti che vedeva.
«Questa tazza si chiamerà Fame, ed io berrò da essa» disse «Questo coltello, invece, si chiamerà Carestia e il mio letto Agonia.»
Dopodiché, a darle il benvenuto a palazzo, arrivò un cucciolo, un cane grande quanto lei, dagli occhi rossi come due braci, ma la piccola Hela non ebbe paura di lui, ed egli non fu feroce: le fece le feste e le leccò il viso, facendola ridere.
«Tu sarai il mio migliore amico, il mio fedele compagno, e ti chiamerò Garmr. Giocheremo insieme e tuo sarà anche il compito di proteggermi.»
Poi si girò verso Odino.
«Grazie, mio signore, per questo tuo dono. Vi confesso che ho sempre amato questo genere di posti. I giganti mi trattavano con repulsione e disgusto, ma i morti sono sempre stati la mia compagnia, sono tranquilli e mi parlano sempre con rispetto.»
Il re fece un cenno del capo e le lasciò le chiavi del Regno, dopodiché si materializzò di nuovo sul suo trono.
«La mia decisione è stata presa. Da adesso in avanti, Hela sarà la Signora delle Indegne Morti, governerà Helheim come regina e giudice, e sue saranno le anime di coloro che morranno senza onore. Portate avanti il prossimo.»
Detto questo, il lupo fece dei passetti in avanti. Era un cucciolo dal lucente pelo nero e gli occhi grandi del colore dell’ambra scura, un bellissimo esemplare, un degno futuro alfa di un branco.
Odino storse il naso e guardò il cucciolo con odio e disgusto. Aveva perfettamente le idee chiare su cosa farne… ma Balder andò verso di lui e si pose alla sua destra per consigliarlo all’orecchio.
«Mio signore Odino, padre mio, trovate una soluzione pacifica per lui come avete fatto per la bambina, ve ne prego. Questo salone è dedito alla giustizia, se verserete il suo sangue innocente attirerete l’infelicità di Týr che ne è il dio custode, e di Loki il suo tutore. Ve ne prego, padre, avete già versato il sangue di lupi sacri a Skadi, se vi macchierete ancora di un crimine simile, attirerete senz’altro le ire di Madre Natura.»
Per quanto odiasse ammetterlo, Balder aveva ragione, stavolta il Padre di Tutti aveva le mani legate e così disse: «Týr, noto che quella… bestia è molto in confidenza con te.»
«Non la definirei una confidenza, ma sia io che Loki le piacciamo molto.»
«Allora te ne prenderai cura tu. Lo porterai fuori dalle mura di Asgard, il più lontano possibile, e lì lo lascerai nella foresta selvaggia. Ti occuperai di far visita al lupo quando lo riterrai necessario, ma bada bene di non farlo avvicinare alle mura, e non permettere a nessuno di avere contatti con lui! Se vengo a sapere che quella bestia ha aggredito un mio suddito anche solo per sbaglio, non mi riterrò responsabile delle mie azioni. Ora allontanalo dalla mia vista.»
Detto questo, il dio della guerra e della giustizia si inchinò e prese in braccio il cucciolo, portandolo fuori dal palazzo.
Loki era davvero furente, e stavolta non trattenne le parole.
«Questo non è giusto, vecchio! Io mi sono preso la responsabilità nei loro riguardi, dovrebbero stare con me nel mio palazzo!»
«Come mai ti importa davvero così tanto di loro, figlio mio? Non è affatto da te questo comportamento.»
«Non devo rispondere a te per ogni mia azione! Tu hai deciso tutto senza nemmeno consultarmi! Io ho scelto di essere il loro tutore, e pretendo di decidere almeno per questo serpente.»
Odino scrutò l’ultima bestia. Era una serpe grande almeno come il più alto degli uomini: raggiungeva tranquillamente i due metri. Le sue scaglie erano singolari, di colore verde-acqua con sfumature rosse e gli occhi erano ambrati come quelli del lupo. Avrebbe voluto bandire anche quel mostro, ma decise di accontentare il figlio per quella volta.
«E sia, Loki, terrai quel serpente nel tuo palazzo, ma se scopro che causa problemi al mio regno ne risponderai direttamente a me. Intesi?»
«Intesi, padre… vieni, piccolo, ti porto a casa mia.»
Loki girò i tacchi, i pugni serrati, mentre il serpente strisciava per seguirlo. Il dio degli inganni si diresse verso la porta di casa ed entrò accolto dalla moglie.
Sigyn rimase sbalordita nel vedere il marito accompagnato da un essere simile: per un attimo pensò si trattasse di un animale domestico per lei e il palazzo, ma le dimensioni di quel serpente erano troppo grandi, oltretutto una serpe non era esattamente il classico esempio di animale domestico, e più di ogni altra cosa… conosceva Loki come le sue tasche.
«Che cosa hai combinato questa volta, Loki?»
«Quando un marito rincasa dopo una brutta giornata, la prima cosa da fare sarebbe accoglierlo con più amore, e tu subito mi punti il dito.»
«Mio signore, tu porti nella mia casa una serpe senza avvisarmi e senza spiegazioni, essa striscia sul mio bel pavimento indisturbata, come posso io restare impassibile? Dimmi di che si tratta. Sai che puoi raccontarmi tutto, e non dirò nulla a tuo padre se non è necessario.»
Loki si prese un minuto e sospirò. «Ricordi Angrboda, non è vero? La mia prima moglie, prima che ti sposassi. Ebbene, questo è il figlio… avuto con me. Ne ha avuti tre, per essere precisi: Hela, una bambina, Fenrir, un lupo e questo serpente, Jörmungandr. Quando sono venuto a sapere della sua progenie, sono corso immediatamente a Jötunheim e li ho portati via da lì. Non era vita la loro, stavano subendo quello che ho subito io dagli altri giganti. Cosa avrei dovuto fare, Sigyn? Sono i miei figli, ma per Angrboda non erano altro che mostri! Li ha abbandonati a loro stessi e alla mercé degli altri giganti!»
La dea rimase ad ascoltarlo sbalordita. Non si sarebbe aspettata che Loki avrebbe dato vita a una progenie simile, e nel suo buon cuore era indignata che quelli che a conti fatti erano solo dei bambini fossero stati trattati così.
«Perché non hai detto a tuo padre la verità? Perché ti sei finto un tutore anziché dire che erano figli tuoi? Secondo la legge, essendo tu il padre, è un tuo diritto…»
«Come avrei potuto rivelare a Odino che sono figli miei!?» sbottò il dio «Non hai saputo cosa ha fatto ai lupi di Skadi? Da quando le Norne hanno rivelato quella profezia, Odino è diventato tenebroso e completamente paranoico! Se avessi detto che Fenrir è mio figlio, cosa pensavi gli avrebbe fatto? È lontano da Asgard, ma almeno è vivo… ho potuto tenere con me solo Jörmungandr. Non ti chiedo molto, Sigyn, solamente di aiutarmi a crescerlo. Non è un bambino, lo so bene, ma infondo… gli voglio bene.»
Ancora una volta le parole del marito colpirono Sigyn. Il serpente strisciò accanto al genitore e questi si chinò per prenderlo in braccio ed accarezzarlo, e lei si accorse che le parole di Loki erano vere: lui voleva davvero bene a quella creatura.
«Sia» dichiarò la dea della fedeltà dopo un lungo sospiro «Allora, in virtù dell'aiuto che mi chiedi, promettimi che farai una cosa, per me e per il bene sia del serpente che del lupo. Per proteggerli dalla possibile paranoia del nostro Signore, rivolgi una supplica ad Aldammë. Sono certa che la Madre di Midgard non rifiuterà di prendere due creature della terra sotto la propria protezione, e non disdegnerà di accudirli assieme a te e a me.»
E così fu. Qualche mese passò ad Asgard e nel corso di quel tempo, Aldammë viaggiò in quel regno per visitare la misteriosa progenie animalesca, stringendo con il lupo e il serpente un fortissimo legame. In seguito si scoprì la parentela correlata fra loro e Loki, ma l’influenza di Madre Natura precludeva ad Odino di agire con piena libertà nei loro confronti. Ma non sarebbe durata a lungo.
Nel corso di quel tempo, le bestie erano davvero cresciute. Jörmungandr era diventato talmente grande da cingere tutta la città con le sue spire. Era alquanto bizzarro vedere il grande serpente circondare le mura, ma conferiva ad Asgard un aspetto più… minaccioso, come se comunicasse che le mura erano completamente inespugnabili, difese da quel mostro gigantesco.
Tuttavia, questa cosa non faceva molto piacere a Odino, e tantomeno a Thor. Il Tonante guardava con astio quella bestia dal balcone del Thrúdheim, il suo palazzo, mentre beveva un corno di idromele.
In quel momento, uno dei suoi guerrieri dietro di lui bisbigliò al proprio compagno: «Il nostro signore è sempre teso negli ultimi mesi, non riesce a non pensare a quel serpente. Ho un sospetto, sai? Mesi fa, il Signore del Lampo, ricevette una profezia dalle Norne secondo la quale lui sarebbe caduto per mano di un serpente. Vuoi vedere che si tratta davvero del mostro che circonda le nostre mura?»
Thor lo sentì chiaramente, si girò di scatto verso di loro e con passo pesante si avvicinò al guerriero e lo afferrò per il collo sollevandolo.
«Stai forse insinuando che il potente Thor possa avere paura di quella bestia? Insinui che io sia un vigliacco, non è così? Lurida carogna! Se pensi davvero che il tuo signore sia un vigliacco allora perché non metti alla prova il mio coraggio sfidandomi a duello anziché parlando alle mie spalle?» stava letteralmente strangolando il pover’uomo e lo buttò a terra con un sonoro tonfo «Ora non parli più, vero, coniglio? Stammi a sentire e riferisci quanto ti dico a tutti i guerrieri del Valhalla: Thor non ha paura di niente e nessuno, né tanto meno di una biscia troppo cresciuta. Ora sparisci dalla mia vista, essere insulso, prima che decida di calare il mio martello sulla tua testa e punirti della tua offesa!»
Il guerriero scappò via in preda al panico insieme al suo compagno, lasciando il dio del tuono da solo, mentre osservava con odio il mostro, e per un istante gli sembrò che anche lui ricambiasse il suo sguardo d’ira… un segno di sfida.
 
***

E il grande serpente cadde dal cielo, come una sfera di fuoco, oltre le nuvole dominio di Ymir.
Mentre cadeva, i suoi occhi gialli rimanevano fissi verso la dimora dorata e là poteva scorgere ancora la figura di Thor che osservava compiaciuto la sua opera. Maledì il suo nome, e maledì gli dèi che gli avevano imposto questo destino. Li maledisse tutti loro con forti grida mentre cadeva.
Alla fine, si schiantò contro il mare che un tempo era il sangue del Gigante primevo, e l’impatto con la superficie dell’acqua generò maremoti per tutto il globo terrestre.
Lo stesso Njörd, dio del mare, si spaventò nel sentire quel tumulto, ma nulla poté fare, poiché non aveva voce in capitolo: il Padre di Tutti aveva decretato che il suo regno sarebbe stato contaminato da quel mostro. Tutti gli dèi del mare di ogni pantheon si agitarono e usarono il loro potere per impedire che quella violenta esplosione danneggiasse il loro regno più del dovuto, altro non potevano fare, dato che quella era la volontà di un Padre Celeste.
Il Serpente per un attimo perse i sensi, per poi riaprire piano gli occhi e scoprire di essere adagiato sul fondo del mare.
«Maledetti... maledetti Aesir... che male facevo loro? Mi hanno ingannato, mi hanno usato. Che sia dannato Thor, che mi ha sempre trattato come una bestia da cacciare. Se fossi rimasto, sarei stato amico degli dèi... ma loro mi hanno fatto questo... DANNATI! VI ODIERÒ PER SEMPRE!»
«...Jörmungandr?»
Una voce femminile aveva appena parlato, ed essa proveniva da sopra appena la superficie. Nell’acqua nuotava una figura con la grazia di una sirena, e una sirena pareva dato che i suoi lunghi capelli corvini nell’acqua svolazzavano ricoperti di bollicine. Il Serpente ben conosceva quella voce, e ne riconobbe all’istante la proprietaria quando ella nuotò verso di lui.
«Aldammë» disse, alzando il suo grande capo verso di lei «Anche Madre Natura ora viene a ridere di Jörmungandr?»
«Perché mai dovrei ridere di te? Non sei un pesce pagliaccio, né uno scorfano brontolone. Perché sei qui sul fondo di questo mare? Ho sentito quell’urto terribile, e molti pesci e mammiferi marini spaventati. Sei stato tu con il tuo tuffo?»
Il gigante si indispettì. «Non è stato un tuffo! Sono stati gli Aesir a cacciarmi, davvero non ne sai nulla? A volte visitavi la cittadella per far visita a me e a mio fratello...»
«E con ciò? Asgard non è la mia fissa residenza, non è mia competenza sapere ogni cosa avviene lì» rispose la Signora degli Elementi, sconcertata «Perché mai avrebbero fatto una cosa del genere? Raccontami tutto per filo e per segno.»
Dopo quello che gli era successo, era restio a fidarsi di un dio, ma lei... lei non era una dea, era qualcosa di più antico. Ella era la Natura stessa, al quale lui apparteneva. Nonostante lo shock dell’incidente, sentì di potersi fidare di lei: in fondo, l’aveva quasi cresciuto.
«Mi sono svegliato la mattina come sempre. Ormai sono tanto grande da avvolgere tutta Asgard, dovevo cercare una fonte di cibo più grande. Ma nessuno, questa mattina, è venuto a darmi da mangiare, solo un Ase è venuto da me... era Thor. Aveva con sé il martello alla cintola. Io e lui non siamo mai andati d’accordo, ed ero pronto a subirmi di nuovo i suoi insulti, ma stavolta non mi ha attaccato con le sue parole ingiuriose... bensì col suo martello. Lo ha lanciato contro di me, colpendomi alla testa e generando un grande frastuono. Mi ha fatto molto male, io ho gridato e contrattaccato sputandogli del veleno contro, ma ero troppo spaventato. Mi ha colpito una seconda volta e poi... con tutta la sua titanica forza mi ha sollevato di peso e gettato giù dal reame. Sono caduto da innumerevoli metri, l’impatto della caduta mi ha fatto svenire e ora che riapro gli occhi sento solo il freddo dell’acqua e il suono della tua voce.»
«Il principe di Asgard ti ha fatto questo!?» Gli occhi di Aldammë lampeggiarono, visibilmente indignati «E a quale scopo? E perché mai Odino non gli ha messo il guinzaglio!?»
«Non lo so... ma adesso provo paura per mio fratello... e rabbia per gli dèi. Mi hanno tradito! Me la pagheranno cara per questo, molto cara! Specialmente Thor! Se vedo la sua faccia su Midgard...»
Gli occhi della Serpe da gialli divennero rossi.
«MALEDETTO CODARDO! SCENDI E AFFRONTAMI! THOR! IO TI SFIDO! THOR!»
«Basta, Jörmungandr!» Madre Natura gli strinse il collo con le braccia, imperiosa e preoccupata al tempo stesso «Non gridare così, o quel miserabile scriteriato potrebbe sentirti sul serio e scendere qui a turbare la tua quiete e quella dei mortali! Sfidarvi ancora non provocherebbe che danni e danni alla Terra di Mezzo! E tu verresti ancora e ancora ferito! È questo che vuoi!?»
«Io voglio sapere perché! La mia presenza non è mai stata un problema, non ho mai fatto male a nessuno, poi arriva il Tonante che mi colpisce e mi butta qui. Devo saperlo! Devo sapere il perché! Anche a costo di urlare a squarciagola io voglio le risposte!»
«E allora, dal momento che tu sei arrivato qui nei miei domini ed è nei miei domini che hai subìto danni, sarò io che mi procurerò queste risposte» dichiarò la Madre «Non permetterò che tu ti faccia altro male e che lui ti faccia del male. È mio dovere in quanto Madre di Midgard.»
«Lo faresti per me?» chiese Jörmungandr docilmente, mentre gli occhi ritornavano gialli.
«Dimentichi che mi sono presa cura di te e tuo fratello nei miei periodi ad Asgard» replicò lei, allentando la presa sul suo collo per accarezzarlo «Perché adesso dovrebbe essere diverso?»
«Perché...»
La Serpe di Midgard non terminò quella frase, si ritrovò incapace di farlo. Si calmò e adagiò la testa sul fondale.
«Aspetterò qui, allora. Non dirò altro. Starò qui, e aspetterò.»
«E sia. Ma se Thor dovesse tornare mentre sono tornata ad Asgard, non esitare a chiamare il mio nome. Non cedere per orgoglio e non affrontarlo. Egli ha commesso un crimine e va punito. Me lo prometti, figlio di Loki?»
«Te lo prometto, Aldammë, Madre Natura. È la promessa di Jörmungandr.»
 
Così, come enunciato, Madre Natura si recò ad Asgard. Provava molta rabbia per quanto aveva appena ascoltato, ma era convinta ci fosse una spiegazione. E il dio del tuono avrebbe dovuto fornirla, con le buone o con le cattive. Le fu concesso di passare da Heimdall il Bianco e le fu permesso di giungere nel 
Válaskjálf, al cospetto del re degli dèi: lo salutò e lo riverì come gli si addiceva.
Lui alzò la mano destra, per darle il tacito consenso di rivolgersi a lui senza troppe formalità, poiché Madre Natura poteva godere di privilegi speciali per via del suo status.
«So perché siete qui, madre di tutti gli esseri viventi. Huginn e Munin hanno volato su Midgard per tenere sotto controllo la situazione. Ho potuto vedere e sentire tutto. Thor non è qui, si è dovuto recare immantinente a Vanaheim per aiutare alcuni dei nostri confratelli Vanir. Se desiderate qualcosa, allora a vi invito riporre tutte le vostre questioni a me.»
«Ebbene, figlio di Borr, se sapete già il motivo per cui sono giunta qui, io spero anche abbiate legittime spiegazioni» dichiarò la Madre «Vostro figlio ha aggredito Jörmungandr, lo ha afferrato e lo ha gettato su Midgard contro la sua volontà e facendogli del male.»
«Sì, lo so, poiché io ho ordinato a Thor di bandire il Serpente dal mio regno.»
Prima che Aldammë potesse rispondere, Odino la anticipò:
«Tuttavia, non ho ordinato a Thor di combattere e ferire Jörmungandr. Doveva solamente gettarlo nelle acque di Midgard. A causa di ciò, appena tornerà, subirà un mio rimprovero, ma l’esilio del mostro è stato ordinato da me. Era diventato grande al punto di poter cingere Asgard, e se adesso che è solo un cucciolo è tanto grande... quando giungerà l’età adulta diventerà così mastodontico da cingere con le sue spire perfino il tuo reame. Non poteva restare qui, doveva andarsene.»
«E vi è sembrato consono, sire, non avvisare il diretto interessato della vostra decisione?» domandò Aldammë, con molta calma «Egli non solo è stato brutalmente scagliato via oltre che ferito, ma era totalmente ignaro della vostra decisione e disposizione nei suoi confronti.»
«Non avrebbe mai ascoltato, ed era un pericolo troppo grande...» Il Re degli Dèi prese un profondo respiro «Lui gioca un ruolo terribile nella profezia delle Norne, Madre degli Alberi... quella profezia. “Il Fulmine si abbatterà sulla Serpe, ma il veleno lo macchierà. Nove passi compiuti saranno, finché poi la Triste Morte giungerà”. Questo verso è cristallino come il cielo. Non poteva restare ad Asgard, e non se ne sarebbe mai andato di sua iniziativa. Lui... porterà solo la distruzione. Il mio metodo sarà forse estremo, ma io non sarò schiavo di una profezia! Nemmeno mio figlio lo sarà e nessuno degli Aesir! Io non lascerò che il mio popolo muoia. Non importa se il Serpente fosse d’accordo o meno, il suo destino è segnato, e la sua minaccia troppo grande. Se voi aveste un animale pericoloso nei vostri domini, destinato a uccidervi, lo caccereste senza curarti della sua opinione. La mia decisione è stata presa. Gli animali sono una vostra responsabilità, non mia. La mia responsabilità è Asgard.»
«Così dunque, con la scusa della profezia, volete arrogarvi il diritto di elargire giudizi, Re di Asgard?» sibilò Madre Natura «Il vostro unico occhio è ammantato dalla paura e dalla paranoia! Avete cacciato il Serpente senza premurarvi delle conseguenze, volevate proteggere chi amavate, e invece non avete che contribuito alla loro disfatta! Avete idee di come Jörmungandr si sia sentito? Risentimento, odio e rabbia, ecco cosa avete scatenato in lui col vostro gesto! E avete lasciato che fosse Thor a farlo! Adesso pensate di aver risolto? Non avete fatto altro che istigarlo! Lo avete fatto sentire tradito! E non osate paragonarlo a Rhodan! Voi non siete stato al suo fianco da cucciolo, voi non lo avete accudito. Egli non è una bestia crudele dedita al solo desiderio di morte e distruzione come l’Uccello di Fuoco! Ma grazie alle vostre disposizioni, Dio Corvo, sappiate che gli avete fornito un possibile motivo per diventarlo!»
«Voi non avete visto quello che ho visto io!» esclamò Odino, alzandosi di getto dal trono e battendo la sua lancia «Io ho viaggiato per ogni reame conosciuto, anche oltre i confini dell’Yggdrasill, ho visto e appreso cose che non potete nemmeno immaginare. Sono arrivato là, dove nascono le radici dell’Albero, il Cuore dei Nove Mondi che i mortali chiamano Luna, e là ho sacrificato il mio occhio a Mimir per poter ottenere saggezza e conoscenza. Io solo so che cosa diventerà quella bestia! Volente o nolente, quel mostro ucciderà mio figlio e la mia gente. Non si può cambiare il wyrm, ma io posso, cambierò il mio e quello del mio popolo. Questa volta vi sbagliate, Madre Albero, non ci sono altri modi... solamente il MIO modo! Provate pure a cercare di cambiare quel mostro, ma fallirete, e io lo so, perché quello cieco non sono io...» risedette sul suo trono, riottenendo la sua tipica calma «... io vedo fin troppo. Non tornerò sui miei passi, ci sono molte altre cose che devono essere fatte e presto dovrò partire di nuovo. Vi prometto che Thor subirà un giusto castigo per aver travisato un mio ordine, ma non intendo cambiare ciò che è stato. Potete congedarvi.»
L’espressione di Madre Natura si fece fredda e gelida. «Se nemmeno io che ho l’essenza del grande Ymir in me posso chiamare ciò che il wyrmr ha decretato, figlio di Borr... nulla in questo creato potrà consentire a voi di fare lo stesso. Quando una pesca cade dall’albero, chi può determinare in quale modo essa cadrà? Solo il vento e il moto terrestre, e la sua maturazione. Così i viventi possono plasmare il loro destino, prima che esso si compia completamente.»
E detto questo con uno scatto si girò, svanendo in un turbine di petali di rosa.
Questo fu uno dei motivi per cui 
Aldammë si allontanò da Thor: il Tonante non fu mai davvero pentito di aver aggredito la Serpe, e non smise di tormentarlo nonostante la Verde Signora glielo avesse chiesto, e sebbene questo avvenisse quando Madre Natura non guardava, ella non era una sciocca, né una debole donna che accettava di farsi prendere in giro, per questo ritornò sui suoi passi e lo lasciò da solo. Per ora.
 
Profondamente amareggiata dalla conversazione avuta, Aldammë tornò in volo ove aveva lasciato il Midgardsormr. Si tuffò nell’acqua, accertandosi di non essere stata seguita, e raggiunse il serpente ancora immerso nelle acque.

Gli occhi del rettile erano ammantati dal rammarico e dallo sconforto, non comprendendo perché fu trattato in questo modo. Ben presto, quei sentimenti furono sostituiti dalla rabbia e dall’odio verso gli Aesir che lo avevano trattato come un fenomeno da baraccone, in particolare Thor. Ora lo odiava come non aveva mia odiato nessuno in tutta la sua vita, ma quando vide la figura di Madre Natura avvicinarsi a lui, subito si calmò e alzò il suo grande capo verso di lei.

Ella allungò le mani verso il suo capo ad accarezzarlo ancora una volta, e sospirò triste.
«So cosa è successo, Jörmungandr. Il Padre di Tutti desiderava che tu lasciassi Asgard. A causa della grandezza ottenuta con la tua crescita, avevi ormai ricoperto completamente il Reame Eterno, e ciò era rischioso. Ha chiesto lui a Thor di portarti via... ma egli non gli ha ordinato di farti del male, e lo punirà per questo.»

«Dovrei sentirmi meglio? Mi ha buttato come se fossi della spazzatura! Da quando ero lì, non hanno fatto altro che trattarmi come uno schifoso mostro! Si tenga tutte le spiegazioni del caso, non mi interessano. Vogliono un mostro? Non sanno neanche di cosa è capace, un mostro...»
«Ti prego, non darti pensiero per loro e per le loro azioni. Certo è comprensibile la tua ira, ti hanno recato danno e questo è imperdonabile, ma ora tu sei vivo e sei lontano da loro. Tu crescerai e diventerai più grande di chiunque altro negli oceani del Mondo Antico» dichiarò Aldammë «Se lo vorrai, apparterrai per sempre a Midgard, il mio dominio. E io non permetto che nessuna creatura di Midgard venga turbata.»
«C’è forse un altro posto dove io possa andare? Io sono costretto a rimanere qui, Aldammë. Questa non è altro che la mia prigione azzurra...»
Jörmungandr appoggiò di nuovo il capo sul fondale, adagiandosi in tutta la sua grandezza «Non c’è un posto che posso chiamare casa. Sono nato a Jötunheim, e non ricordo nemmeno il volto di mia madre quando ci mandò via. È stato Loki a ritrovarci e a farci scappare da quella landa per portarci ad Asgard. “Jötunheim non è sicura, figli miei” ci diceva  “gli jötnar non sono gentili con chi è diverso o deforme, credetemi, non appena vi vedranno vi uccideranno, ma conosco un posto che può ospitarvi, forse mio padre può darvi una casa”. Ma nemmeno quella era  una casa per me. Sono stato separato dai miei fratelli... e non è passato poi molto tempo che da Asgard sono passato a Midgard. Ho visto tante cose, Aldammë, e questa è solo un’altra prigione.»
Madre Natura gli nuotò vicino e si sedette sulle ginocchia accanto al suo muso, poggiandogli il palmo sulle squame.
«Forse non ti è stata data voce in capitolo da Odino quando ha ordinato che venissi spedito qui, ma non significa che tu non possa scegliere che cosa Midgard significa per te, indipendentemente da come tu ci sia arrivato, indipendentemente dal fatto che tu possa lasciarla o meno. Siamo noi artefici dei nostri pensieri e delle nostre convinzioni, Jörmungandr. Solo tu puoi decidere se questa deve essere la tua prigione e io la tua aguzzina... o la tua casa, e io la tua Madre. Tu cosa desideri?»
«Cosa desidero?» Il Serpente girò lo sguardo verso di lei guardandola con due grandi occhi tristi «Voglio solo una casa. Voglio mio padre e qualcuna che possa chiamare “madre” senza il timore che lei mi cacci via. Neanche so perché Angrboda mi ha messo al mondo se neanche mi desiderava. Posso chiamare Loki “papà” ma non riesco a chiamare lei “mamma”.»
«È una cosa triste, ma a volte, i figli non nascono per volere dei propri genitori. A volte esistono genitori irresponsabili che dei figli non sanno prendersi cura, che non sanno amarli né crescerli. Succede spesso nei popoli civilizzati. Spesso ne vedo. È uno dei tanti motivi per me di tristezza.» Aldammë gli accarezzò il capo «Mi dispiace, forse questo non può farti sentire meglio. Ma tu hai detto che vuoi una casa. E una madre. E io... io non ho figli miei... non figli come intendiamo noi...»
«Vorresti essere mia madre? Perché? Perché tanta pena per me?»
«Forse gli altri ti vedono come un mostro, ma non io. Non io che ho accudito te e tuo fratello da cuccioli. Anche adesso, io so che sei un cucciolo spaventato e amareggiato che ha bisogno di una famiglia. Perché anch’io… anch’io ho sempre voluto una famiglia.»
«E gli altri animali di Midgard?»
«Sono diversi. Loro hanno le loro famiglie. Io sono la loro protettrice, la Madre di Tutti. Mi limito a mantenere il loro equilibrio e li chiamo figli, ma non è la stessa cosa, è inteso nel senso spirituale del termine, non in quello personale.»
«Faresti... faresti la stessa cosa anche per Fenrir? Vorrei si potesse fare anche per Hela, ma Helheim è tutt’altra cosa.»
«Adesso Hela è la regina di Helheim. Io non ho potere su quel luogo di sola morte, ma non darti pena per lei, è molto più felice lì di quanto sia mai stata altrove. Non ha bisogno di me. Ma per quanto riguarda tuo fratello... non ho alcun vincolo che mi impedisca di stargli accanto.»
«Ti ringrazio. Visto che ci sentiamo entrambi così, suppongo che... possa iniziare a provare, chissà. Tu, a parte mio padre, sei stata l’unica che mi ha trattato con rispetto e amore.»
«Io non ti obbligo a fare nulla. La scelta è unicamente tua. Ma ti prometto, Jörm, che una cosa come quella di oggi non permetterò che si ripeta. Ho promesso a tuo padre che mi sarei presa cura di te, e voglio continuare a farlo.»
Non rispose a parole, semplicemente avvicinò il suo grande capo verso di lei, come a farle una carezza. Aldammë lo strinse di rimando, abbracciandogli il collo con dolcezza.
«Benvenuto nella tua nuova casa... figlio mio.»

 
Terre di Noreg (Norvegia)

Villaggio di Berk

Tempo Presente
 

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Da sinistra verso destra: Eret, Hiccup, Astrid, Gambedipesce, Testa Bruta, Testa di Tufo e Moccicoso
 
Un tempo lì a Berk i draghi non erano i benvenuti: erano cacciati e uccisi come in tutti gli altri angoli delle terre occupate dal popolo dei vichinghi. A quel tempo, Hiccup era un sedicenne problematico, ricco di insicurezze e maldestramente bisognoso di accettazione da parte di suo padre e dei suoi simili, peccato che la sua corporatura smilza e priva di qualsivoglia muscolo glielo avesse sempre precluso. In compenso, aveva sempre mostrato un’intelligenza molto sopra la media dei canoni vichinghi, così un giorno, nella speranza di farsi notare, aveva costruito un particolare macchinario in grado di lanciare reti, grazie al quale, per un purissimo colpo di fortuna, era riuscito a catturare proprio la specie di draghi più misteriosa e letale allora conosciuta: la Furia Buia.
Il drago era precipitato proprio nei boschi lì vicino, e lo stesso Hiccup si era recato lì a cercarlo, consapevole di averlo preso; eppure, quando gli si era parato davanti, con l’intenzione di ucciderlo per ottenere il più grande degli onori e la gloria più sfrenata… il ragazzo aveva esitato. Aveva esitato a causa del suo immenso buon cuore, perché aveva visto la paura negli occhi del drago e compreso l’orrore che avrebbe compiuto con un gesto simile, così lo aveva liberato.
Con il tempo, grazie alla pazienza e alla curiosità del ragazzo, Hiccup e Sdentato – chiamato così per via dei suoi denti retrattili – erano diventati amici e avevano imparato a fidarsi l’uno dell’altro. Un’amicizia proibita. Con le sue abilità di fabbro, Hic aveva costruito una protesi per il drago rimasto mutilato alla coda per colpa dell’assalto con la rete, e aveva imparato a cavalcarlo costruendo anche una sella, permettendo loro di volare insieme.
Il resto era storia: convincere l’intero villaggio che l’armonia era possibile era stata una vera impresa, soprattutto per via del carattere irruento di Stoick. Ma alla fine, suo figlio era riuscito a fargli cambiare idea, anche se per questo ci aveva rimesso una gamba nell’affrontare la terribile Morte Rossa, la tirannica draghessa custode del nido dei draghi di Berk. Dopo la sua sconfitta, i draghi erano stati liberati dal suo influsso mentale che li aveva spinti a mettere Berk a ferro e fuoco, e da allora, gli abitanti di Berk avevano abbracciato l’ideologia di Hiccup: così, in poco tempo, quell’isola era diventata un paradiso dove l’armonia e l’amicizia tra umani e draghi era assoluta. E dopo la Morte Rossa, si erano susseguite molte altre avventure e incontri con altre specie di draghi allora sconosciute, cacciatori di draghi, clan nemici e molto altro ancora.
Davvero una vita movimentata, pensò Hiccup, mentre rievocava tutti quegli avvenimenti, che non mancava mai di annotare nei suoi diari e nei suoi scritti. Probabilmente avrebbe presto trascritto anche il suo incontro con il Portatore dell’Inverno, dopo averne parlato ai suoi genitori: al riguardo, fra sé e sé sperava con tutto il cuore che la presunta minaccia di cui l’aveva avvisato alla fine non si presentasse, ma sapeva che con la loro solita fortuna era del tutto improbabile.
«Questo sì che è un bel regalo per il mio diciottesimo compleanno» borbottò fra sé e sé «In un anticipo a dir poco estremo, manca ancora un anno… ma grazie comunque, misterioso pericolo mortale.»
Non si poteva dire che Hiccup possedesse un pessimo senso dell’orientamento. Dopo pochi minuti ripercorse perfettamente il sentiero al contrario e si lasciò alle spalle il bosco.
Il drago Sdentato si era appostato nelle vicinanze, creando col proprio fuoco una piccola cunetta riscaldata dove sostare in attesa che il migliore amico tornasse. Dopo lo scontro con la Morte Urlante, il Furia Buia, non potendo venire con lui ad aiutarlo a portare la legna, aveva deciso di restare lì ad aspettarlo: una volta che la loro amicizia si era consolidata dopo le moltissime avversità passate, il drago aveva sempre manifestato un atteggiamento molto attaccato e protettivo nei confronti del suo umano.
Quando vide sbucare il suo cavaliere fuori dalla foresta, Sdentato rizzò il capo e si sollevò sulle quattro zampe, zampettandogli incontro.
«Ciao, bello.»
Hiccup si piegò a grattargli affettuosamente il collo davanti e dietro: il Furia Buia ansimò, tutto contento, e gli rifilò una sonora leccata.
«Dah! E no, che schifo! Lo sai che poi non-...»
Il ragazzo si interruppe quando notò che il drago aveva teso le narici per poi strofinargli il muso contro il palmo, lì dove Jökull Frosti aveva impresso la sua runa. Gli occhi verdi del rettile fissavano confusi e curiosi quelli del proprio umano, in evidente attesa di spiegazioni.
«Diciamo che abbiamo un problema» gli disse Hiccup, incupendosi appena «Vieni, raggiungiamo gli altri, così vi spiegherò tutto.»
Sdentato annuì con un verso, in segno di profonda comprensione, ed insieme si incamminarono verso l’entrata di Berk. Appena il ragazzo mise piede oltre il cancello in legno della palizzata proteggente il villaggio, sentì un grande peso afferrarlo da dietro la schiena, circondandogli il collo con le braccia.
Una voce femminile e sensuale gli soffiò nell’orecchio: «Già di ritorno il mio prode guerriero vichingo? Finito di accettare degli alberi?»
Astrid Hofferson, la sua amata fidanzata, gli aveva appena fatto quello che si poteva descrivere come un agguato romantico. Hiccup aveva avuto una cotta per lei per anni, ma solo durante l’avventura con la Morte Rossa si erano confessati i propri reciproci sentimenti, e adesso stavano insieme da molti anni ormai.
Un sorriso luminoso e dolce incurvò le labbra del giovane, mentre poggiava i suoi palmi sui dorsi delle mani che lo avvolgevano per poi voltare il capo dietro sé a guardarla negli occhi azzurri.
«Temo che gli alberi oggi abbiano deciso di mandarmi via, questo bel faccino non stava loro simpatico.»
«Meglio per me, vorrà dire che questo bel faccino sarà tutto mio, oggi.» La bionda gli schioccò un bacio sulla guancia, poi sospirò «Senti, non te l’ho chiesto ieri sera per via della festa, era la tua serata, ma... come ti senti? Nel senso... abbiamo dovuto uccidere un drago. Non vorrei mai metterti a disagio, ma non vorrei nemmeno che tu ci stia male.»
«Va tutto bene, Astrid. Non è la prima volta che ne uccidiamo uno. Se non l’avessimo fatto, avrebbe distrutto la nostra casa. Avrei voluto evitarlo, ma ho capito subito che in quella situazione non sarebbe stato possibile. Mio padre poteva rischiare di morire...»
«Già, è vero…» Astrid scosse la testa e assunse un sorriso «Perché non ce ne andiamo su una scogliera, tu ed io da soli? C’è una bella marea oggi, un vento tranquillo...»
Hiccup le strinse la mano. «Non possiamo. Dobbiamo raggiungere gli altri, devo avvisarvi di un incontro particolare che ho fatto nella foresta. Potrebbe essere importante.»
Sdentato diede col capo un tenero colpetto ai fianchi di Astrid e la guardò, lasciando intendere che era profondamente d’accordo con il suo umano.
A quel punto, la ragazza contorse la sua espressione in un cipiglio confuso. «Di che cosa parli, Hic? Posso saperlo?»
«Be'...» Il ragazzo le porse il palmo della mano «Questa lo riconosci?»
Astrid esaminò attentamente quello strano tatuaggio sul palmo della mano. Poté vedere come esso brillasse di luce propria, come animato da una misteriosa magia.
«Questa è Isa, la runa del ghiaccio. Perché tatuarti una runa sul palmo della mano? Ma non è un semplice tatuaggio, è magico. Come...»
«Me l’ha impressa il Signore dell’Inverno. Sì, Astrid, hai capito bene. Non so come, né perché, ma l’ho incontrato nella foresta, e lui mi ha messo in guardia sul fatto che potrebbe giungere una nuova minaccia. Non mi ha detto di più, non ne sapeva molto, ma mi ha imposto questa runa perché potessi parlare a nome suo.»
«Il Signore dell’Inverno?» Gli occhi azzurri della ragazza si assottigliarono in un’espressione visibilmente confusa, per poi spalancarsi e realizzare «Jökull Frosti? Lo jötunn rinnegato? Hiccup, sai che a volte penso tu sia... sì, ecco... un po’ ingenuo, ma ti rendi conto con chi hai parlato?»
«Astrid, io so solo che era molto serio nel suo insistere che fossimo minacciati» insistette Hiccup «Perché sprecarsi a dirmelo? Se fosse venuto per portare morte e sventura tramite il suo inverno, poteva uccidermi lì sul posto! E sì, mi sono accorto che nascondeva qualcosa, che sembrava anche troppo interessato alla situazione della Morte Urlante, tuttavia sembrava saperne quanto noi. Dobbiamo avvisare i miei genitori e tenere il villaggio in allerta.»
«Per essere strano è strano. Io sono dalla tua parte, come sempre, ma vorrei portare alla tua attenzione che gli jötnar sono un popolo caotico. Come pensi che reagirà tuo padre e il villaggio nel sapere che il futuro jarl ha avuto contatti con Frosti?»
«Cosa dovrei fare, dire loro che è sceso Thor in persona? Perderei di credibilità appena vedranno questa, dato che vorranno prove» sbuffò il ragazzo accennando alla runa «Non mi interessa cosa penseranno, io voglio solo che si tengano pronti a qualsiasi cosa!»
Astrid emise un sospiro. «Spero che andrà tutto bene, ma inizio a provare un po’ di paura, sinceramente...»
«Ehi, andrà tutto bene» Hiccup le mise una mano sulla spalla «Qualunque sia il problema, ne usciremo tutti insieme. Vero, bello?»
Sdentato emise un piccolo breve ruggito di convinzione, e fu proprio il primo ad incamminarsi verso il centro del villaggio.
Una volta spalancate le porte della dimora principale, i due ragazzi vennero accolti da Stoick che si alzò dal suo trono in legno, interrompendo la seduta al quale stava facendo da giudice.
Oltre a lui erano presenti la madre di Hiccup, Valka, che sedeva alla sinistra di Stoick, gli inseparabili compagni Moccicoso Jorgenson, Gambedipesce Ingerman, i gemelli Testa di Tufo e Testa Bruta Thorston, l’ex cacciatore di draghi Eret Eretson e alcuni degli abitanti del villaggio.
«Ecco di ritorno il mio ragazzo!» esclamò l’Immenso, alzandosi dalla sedia e andando incontro ad Hiccup, lasciando interdetti i due poveri imputati «Sei tornato con la legna? Vuoi assistere tuo padre mentre esegue la sentenza? È giusto che tu rimanga, devi anche imparare come agisce e pensa uno jarl!»
Il vichingo avvolse il suo enorme braccio intorno alle spalle dell’adolescente, e letteralmente lo trascinò con sé con la propria enorme stazza fino al proprio trono: nonostante Hiccup cercasse di parlargli e divincolarsi da quella presa, Stoick non prestava attenzione alle sue parole, troppo ansioso all’idea di insegnare a suo figlio come un vero capo amministrava la giustizia.
L’Immenso sedette nuovamente, facendo sistemare suo figlio in piedi alla sua destra, e riprese la propria attività.
«Bene... Alvis, Holger, riprendete pure... dunque, avevi detto che tuo fratello Holger...»
«Ha imbrattato le mie tavolette di pietra con incise le rime per i miei poemi! E adesso come faccio a comporne di nuovi? Per di più, era la mia ultima pietra per le saghe, e mi servono soldi per comprarne una nuova!»
«Quella pietra era vecchia e non la usavi più» rispose Holger «Quindi, visto che la lasciavi a marcire, ho pensato di usarla come test per le mie opere d’arte.»
«Quella pietra era comunque mia! Dovevi chiedere il permesso! Grrrrr, razza di vanaglorioso! Ecco perché mamma preferiva me! Jarl Stoick, converrete con me che costui merita una vergata in pubblica piazza!»
Il rosso vichingo si massaggiò la fronte a causa dell’eccentricità dei due fratelli. «Ed ecco che entri in gioco tu, figlio. Tu cosa faresti?»
«Ehm...»
Hiccup rimase interdetto. Voleva disperatamente dire tutto ai suoi genitori nell’immediato, e ad essere completamente onesti non era entusiasta di essere sottoposto ad uno dei classici esami di suo padre sul suo insegnargli a fare lo jarl, specialmente così di colpo. Di fianco a lui, notando la sua esitazione ed insicurezza, Valka gli lanciò un sorriso incoraggiante e lo invitò con un cenno a non avere timore.


 
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Il ragazzo prese un respiro profondo. Alla fine non aveva scelta, se voleva avere una chance di farsi ascoltare: quando suo padre si metteva in testa qualcosa, difficilmente mollava la presa.
«Credo che Holger dovrebbe risarcire Alvis comprandogli una pietra nuova con il proprio denaro, visto che ha sporcato la precedente e non ha chiesto il suo permesso per utilizzarla. E dovrebbe aiutarlo a recuperare quel che vi era scritto, dove fosse possibile, e promettere davanti agli dèi che non si permetterà più di toccare le cose di suo fratello senza il suo permesso, ma anche Alvis dovrà prometterlo, perché non accada più una simile faida.»
Stoick, dinnanzi alle parole del figlio, tirò un sospiro di sollievo incorniciato da un grande sorriso. «Sentito? Bene, decreto che sia così.»
«La giustizia funziona! Grazie jarl, e anche grazie a voi, figlio dello jarl» disse Alvis.
«Ma... ma... ma...»
«Niente “ma”, Holger, esegui ciò che ti è stato imposto» lo ammonì secco Stoick.
Una volta che i due fratelli uscirono dalla sala, il rosso vichingo si stiracchiò lungo il suo trono.
«Aaaaah, quei due fratelli mi manderanno a Hel, un giorno. Allora, figliolo, volevi dire qualcosa?»
Hiccup guardò Astrid e Sdentato per qualche istante: il drago roteò il capo indicando i presenti, come a lasciare intendere che era meglio far restare solo le persone fidate; Valka lo notò immediatamente.
«È evidente che nostro figlio deve dirci qualcosa di importante ma di delicato, Stoick. Dovresti congedare, almeno per questo istante, i presenti.»
Lui annuì, e agitò la mano in modo da comunicare ai presenti di lasciarlo solo con il figlio e i suoi amici.
«È successo qualcosa, ragazzo?»
«AH! Lo sapevo! Non ha i tronchi con sé! Lo avevo detto io che non sarebbe riuscito a portarli!» esclamò Moccicoso «Paga, Testa di Tufo!»
Il suddetto emise un ringhio e uno sbuffo, per poi mettere mani alle tasche.
«Oh...» fece «Non ho più argento... Gambedipesce, mi presti tre monete?»
«Te ne ho prestate cinque l’altro ieri, e non me le hai ancora ridate. A questo giro scordatelo.»
«E tu, sorella? Dai, dai, dai...»
«Pfeh, scordatelo!» sbottò Testa Bruta «Non ho la minima intenzione di...»
«Avete finito?» intervenne Eret, poggiando i pugni sui fianchi «Se non sbaglio Hiccup aveva qualcosa da dire!»
«Oh, grazie a Odino» sbuffò Stoick, ringraziando l’ex cacciatore di draghi con un cenno per poi tornare a guardare suo figlio «Dicci tutto, ragazzo.»
Solo allora Hiccup raccontò di ciò che era accaduto quando si era recato nella foresta: fu il più dettagliato possibile nel descrivere il suo incontro con Frosti, soprattutto quanto riguardava ciò che si erano detti e le proprie osservazioni al riguardo, e non mancò di mostrare la propria runa per confermare quanto stava affermando.
Dalle facce sbigottite dei suoi amici e dei suoi genitori era ben intuibile che Astrid avesse avuto ragione sul tipo di reazione che avrebbe dovuto aspettarsi.
Moccicoso rimase in silenzio, questa volta era talmente sconvolto da non dire niente. Al contrario, la tipica parlantina dei gemelli Thorston non tardò a farsi sentire.
«Cribbio, ma tu sei tutto matto» borbottò Testa Bruta «Prima addestriamo i draghi e adesso ci mettiamo a fraternizzare con i giganti?»
«Ma è assurdo, dai!» ribatté Testa di Tufo «Probabilmente ad Hic è venuta voglia di farsi un tatuaggio da solo e poi si è voluto inventare una storia perché non ridessimo di lui! Hic, amico, non hai bisogno di nasconderti, fare tatuaggi è da veri vichin-…»
«Hai almeno ascoltato UNA parola di quello che ha raccontato?» lo rimbeccò Eret «Come diavolo avrebbe fatto a farselo così bene e così accurato!? E da solo nella foresta, poi, senza il minimo materiale! È autentico, non c’è dubbio, e se è così deve esserlo anche il suo incontro.»
«Qui si mette male...» bisbigliò Gambedipesce impaurito «Ho sentito le antiche storie sui giganti, sono esseri nati dal caos del Ginnungagap, e sono gli arcinemici degli dèi di Asgard per eccellenza. Uno jötun su Midgard è portatore di sventura, e se Jökull in persona ha parlato con Hiccup e gli ha lasciato un marchio significa...» dilatò le pupille «...CHE MORIREMO TUTTI!»
Lanciò un grido terrorizzato immediatamente imitato da Moccicoso e i gemelli, finché non intervenne Stoick che li zittì tuonando: «SILENZIO!»
A quelle parole, Gambedipesce si nascose sotto un tavolo, mentre Moccicoso saltò in braccio a Testa Bruta, provocando una risatina sgraziata da parte di Testa di Tufo.
Imposto il silenzio, a quel punto prese la parola Valka. «Non è risaputo essere nella natura del Portatore dell’Inverno mostrarsi ai mortali ed essere messaggero di avvertimenti. Eppure, nostro figlio è ancora qui, illeso, e neppure così tanto infreddolito. E sono piuttosto sicura che prima di recarsi nella foresta non si sia ubriacato.»
«Certo che credo a nostro figlio, cara» rispose Stoick «Ciò che mi preoccupa è questa storia di Jökull Frosti. Hiccup, ragazzo, posso accettare di convivere con i draghi, ma gli jötnar sono tutt’altro discorso. Per la sacra Gungnir, mi spieghi perché non sei corso via a gambe levate? Vuoi per caso portare un Fimbulwinter su di noi?»
«Non sono venuto a chiedere di accettare i giganti nel nostro villaggio!» sbottò Hiccup «È successo qualcosa, quando siamo andati in quella caverna! Abbiamo scoperto qualcosa che non dovevamo scoprire, probabilmente abbiamo scatenato forze che avrebbero fatto meglio a non essere disturbate! Quel Frosti non mi ha fatto niente, mi ha avvisato e messo in guardia al riguardo!»
«Ma i giganti sono ingannatori, Hiccup!» intervenne Eret «Sono storie che vengono tramandate da generazioni. Pensiamo a Loki, uno jötun... secondo le storie, Jökull e Loki sarebbero...»
«Per il martello di Thor, Eret, pensi davvero che Loki possa c’entrare qualcosa? Sei troppo paranoico, come tutti qui! Hiccup non ci ha forse sempre consigliato saggiamente?» si intromise Astrid, in difesa dell’amato.
«Eppure è così.»
A parlare fu una voce appartenente ad una figura dalla piccola statura, uscita dall’ombra delle proprie stanze. Era Gothi, l’anziana del villaggio, colei che stabiliva se un vichingo sarebbe diventato cacciatore e colei che era la più vicina agli dèi. Era solita non parlare, se non nelle occasioni davvero rilevanti e necessarie: e il fatto che lo avesse appena fatto in un momento come quello lasciava sottintendere quanto fosse complicata quella situazione.
«Hiccup è stato marchiato da Jökull Frosti, lo jötun rinnegato, colui che è amico di Loki Laufeyson, dio degli inganni e del fuoco. L’inverno mai si manifesta a un mortale, ma oggi sì, e davanti al figlio dello jarl, dopo che una Morte Urlante ha seguito lui e Stoick. Hai detto di aver trovato qualcosa in quella caverna, custodito gelosamente da una Morte Urlante che sappiamo, dalle storie, essere figlio del gigante divenuto dio. Dietro Frosti c’è inevitabilmente anche la maledizione di Loki. Jarl Stoick, c’è solo una cosa da fare adesso...»
«No, anziana, io non lo farò...»
«Ma devi.»
«Che cosa significa? Papà?» lo richiamò Hiccup, deglutendo, mentre dietro di lui Sdentato assottigliava gli occhi, percependo l’agitazione di tutti i presenti.
Stoick chiuse gli occhi per prendere un respiro profondo, tuttavia a rispondere fu Gothi.
«Hiccup Horrendous Haddock III, figlio di Stoick l’Immenso, devi abbandonare il villaggio per non tornare mai più. Se così non sarà, gli dèi ci malediranno e gli jötnar arriveranno nel nostro villaggio, attirati dal sigillo di Frosti, e allora sarà la nostra fine.»
«COSA!?»
Valka si era alzata dal trono quasi di scatto, lo sguardo orripilato e sconvolto, non molto diverso da quello del figlio in quel momento, pallido come un cencio.
«Non possiamo allontanare mio figlio da Berk! Non dopo tutto quello che ha fatto per il villaggio e i suoi abitanti!»
«Ha ragione Valka!» sbottò Astrid «Come puoi dire una cosa simile, venerabile Gothi? Hiccup ci ha finalmente fatto coesistere coi draghi, abbiamo espanso i nostri confini, siamo cresciuti, prosperati grazie a lui! Non puoi...»
«Ma pensa alla collera degli dèi, Astrid» la richiamò Eret.
«La collera degli dèi? Tu sei d’accordo, Eret!? Hiccup è tuo amico, dovresti stare dalla sua parte! Per quello che mi riguarda, se Hiccup andrà in esilio, allora andrò anche io! Non mi interessa cosa pensi, venerabile Gothi, io non...»
«BASTA!» tuonò Stoick, così forte che mise a tacere tutti, incutendo loro paura «Io non manderò mio figlio in esilio. Fortificheremo Berk, se necessario. Sostituiremo la palizzata con un muro di pietra, metteremo torri, vedette, costruiremo più catapulte e baliste. Faremo armature per i draghi e fortificheremo ogni singola isola dell’arcipelago che reca la nostra bandiera. Costruiremo anche delle reti di ferro, se il pericolo dovesse giungere anche dal mare, ma ci faremo trovare pronti.»
«Pazzo! Moriremo tutti a causa della collera divina!» esclamò l’anziana.
«Vorrà dire che moriremo in una battaglia così splendida che andremo a Valhalla ancor prima di rendercene conto.»
«La battaglia sarà la punizione degli dèi stessi. A causa di ciò, pur morendo combattendo, pensi che Odino possa mai accoglierci nella Grande Sala?»
«Tu hai il tuo Odino, vecchia, io ho il mio. Io sono lo jarl,  e io ordino che Hiccup rimanga qui. Così ho deciso e così sarà!»
L’Immenso si alzò violentemente dal trono.
«Che nessuno parli di questa storia con qualcuno. Se vengo a sapere di una fuga di informazioni, il colpevole sarà severamente punito, sono stato chiaro?»
«Papà...» intervenne Hiccup con voce tremante «forse... forse io potrei andare con Sdentato a cercare Frosti... posso chiedergli di togliermi questa runa, così niente e nessuno potrebbe...»
«No! Ti proibisco di andare ancora da quel gigante! Ragazzo, non hai ancora capito cos’è successo? Jökull Frosti è uno jötun, e probabilmente è in combutta con Loki! Tu hai detto che Jökull ti ha avvertito di un pericolo imminente. Anche ammettendo che ti tolga quel marchio, quel pericolo giungerà comunque! Sei già stato segnato e tracciato. Non voglio più sentire parlare di giganti, per oggi. Non uscire da Berk, rimani qui e non mostrare quel segno a nessuno. Se qualcuno dovesse notarlo, di’ che è un tatuaggio. Ma guai a te se lasci Berk per qualche motivo... non disobbedirmi questa volta. Ora andrò a parlare con Skaracchio, e ci occuperemo delle difese.»
 
 
NOTE DEGLI AUTORI
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaah, eccoci qua finalmente, dopo più di un mese di attesa. Non è stato per niente facile, ve lo assicuriamo, più che altro per Alucard97 che faticava a trovare un buco libero (non siamo mica tutti Tek Knight… e questa la capiranno in pochissimi). In ogni caso, passiamo a spiegare un paio di cosette prima che in massa arrivino a porre domande su domande:
-Ci siamo concentrati sui figli di Loki per dare spessore alla profezia del Ragnarök che, come vedete, è frammentata. Ebbene sì, gli dèi non conoscono tutta la profezia ma solo gli stralci riguardanti la loro morte. Il come Odino conoscerà tutta la profezia lo vedrete, ma il mistero dietro ad essa è uno degli epicentri della storia.
-Il capitolo successivo è quasi pronto, e verrà pubblicato il prima possibile in quanto, in origine, doveva fare parte di questo capitolo. Sfortunatamente ci siamo resi conto che già solo questo capitolo arrivava alle 10.000 parole, quindi lo abbiamo spezzato. Entro settimana prossima (o questa settimana) avrete il capitolo 5, promesso.
-Se vi state chiedendo il motivo per il quale EJ chiama Midgard “Terra di Mezzo” è che… è la traduzione letterale. Mi spiego meglio: Midgard, in norreno Miðgarðr, è una parola composta da: Miðr (Metà, Medio, Mezzo) e garðr (Terra), e quindi combinate insieme formano la parola "Terra di Mezzo". Questa parola verrà poi usata da J. R. R. Tolkien per il suo celeberrimo Il Signore degli Anelli. Questo per spiegarvi la radice norrena e che il nostro intento era acculturarvi e fare una simpatica citazione, nonché smerdare tutti i cristiani che pensano che Tolkien abbia inserito solo elementi cristiani nella sua opera.
Scherzi a parte, vi poniamo un’ulteriore curiosità: Miðgarðr è il nome che è stato dato postumo. Il nome originale del mondo degli uomini era Mannheim, ovvero “Mondo degli Uomini”. Questo nome verrà trasformato in Midgard con le influenze sassoni.
Bene, abbiamo finito, speriamo che il capitolo vi sia piaciuto e ci vediamo alla prossima!
  
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