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Autore: VictoriaParker    24/04/2021    1 recensioni
Charleston, Virginia Occidentale - 1859
West Boone Hall, piantagione e roccaforte dell'omonima famiglia sudista, fa da sfondo alle vicende che caratterizzano la Guerra di Secessione nello stato della Virginia.
Una storia di intrighi e passioni in un climax ascendente di tensione, che cambierà le sorti di Carolina Boone, quintogenita della famiglia, e Tristan, schiavo del lotto dodici.
Genere: Drammatico, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Secessione americana
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Charleston, Virginia – 31 dicembre 1859

 

Thomas Boone camminava nervosamente avanti indietro. Sembrava intenzionato a consumare la moquette del corridoio.
Oltre la porta serrata si potevano udire chiaramente le urla di dolore di Linda e le incitazioni vigorose delle cameriere e dell’ostetrica . Erano ore che si prolungava quell’agonia.
Non aveva molte conoscenze sul parto, non era mica un dottore. Aveva visto la madre partorire svariate volte, anche se non vi aveva prestato più di tanto attenzione. Ricordava soltanto, e per giunta vagamente, il giorno in cui era nato suo fratello, Mason. Sua madre aveva avuto un travaglio breve ed apparentemente semplice. Un’ora dopo, un orgoglioso George Boone era uscito dalla camera con il bambino in braccio avvolto in una coperta. D’altra parte, però, a sua sorella Anne era toccato un destino ben diverso: aveva dato alla luce un bambino morto e, dopo poche ore, era spirata a sua volta.
Per un istante il pensiero di perdere Linda lo paralizzò. Per quanto civettuola ed appariscente, era una moglie devota. Era una donna intelligente e scaltra, aveva piena fiducia in lei e nel suo giudizio. Mai una volta era mancata dall’essere al suo fianco. Un passo indietro per rispettare il suo posto, ma sufficientemente vicina per fargli sapere che era lì, che lo avrebbe sostenuto.
Thomas Boone probabilmente non conosceva l’amore, ma Linda era la cosa che più gli si avvicinava. Non poteva lasciare la sua vita in mano a delle cameriere e ad una vecchia.
Percorse il lungo corridoio a grandi falcate, arrivando dinnanzi ad una porta scura. Sollevò il pugno per bussare, ma lo riportò velocemente sul fianco scuotendo il capo. Non poteva farlo.
Raggiunse nuovamente i suoi appartamenti e si sedette sullo scranno che aveva posizionato lì due ore prima. Batteva freneticamente il piede a terra scandendo i secondi.
Si passò le mani sudate sulle cosce, coperte dallo spesso tessuto dei pantaloni, cercando di zittire la voce che continuava a ronzargli in testa.
Il pensiero tornava costantemente a quella porta scura.
“Al diavolo!” imprecò alzandosi di scatto.
Si ritrovò quasi a correre nel corridoio e, una volta raggiunta la sua destinazione, bussò senza più esitazione. Avvertì dei passi avvicinarsi e, finalmente, la porta si aprì.
George Boone jr lo fissò sorpreso. Non immaginava certo di trovarlo visibilmente sconvolto. Non per un parto, almeno.
Si guardarono per alcuni istanti. Azzurro contro azzurro.
Thomas fece per parlare, ma la voce gli morì in gola schiacciata dall’orgoglio. Strinse i pugni facendo sbiancare le nocche e digrignò i denti. Si sentiva ridicolo.
George gli lanciò un’occhiata eloquente, non aveva bisogno d’altro. Conosceva il fratello troppo bene per non capire quanto gli fosse costato chiedergli aiuto. Si allontanò recuperando l’immancabile valigetta e, dopo aver dato all’altro un’incoraggiante pacca sulla spalla, lo superò. Arrivato davanti alla camera, il dottore aprì la porta incedendo a passo deciso vicino al letto. La vecchia ostetrica si alzò in piedi, parandosi davanti a lui e puntandogli minacciosamente il dito contro. Gli intimò di andarsene, in quel delicato momento non era ammessa la presenza di un uomo.
“Mio fratello è un medico ed è qui che starà. Qualcosa in contrario, Signora Grayson?” la fulminò Thomas.
La donna scosse il capo, evidentemente mortificata.
Dopo un’ultima occhiata a Linda, che gli rivolse un sorriso stanco, Thomas uscì sbattendo la porta dietro di sé.
Finalmente riuscì a sedersi. Sapere George lì dentro lo tranquillizzava.
“Thomas” lo chiamò la familiare voce di Carolina.
Thomas si voltò nella sua direzione. Aveva la vestaglia da notte ed i capelli sciolti le ricadevano ribelli sulla schiena e sulle spalle. Teneva in mano un bicchiere d’acqua e glielo stava porgendo.
Annuì in segno di ringraziamento e l’afferrò, ricevendo in cambio un leggero sorriso. Buttò giù il liquido trasparente in un solo sorso. Non che in quel momento fosse davvero acqua quello di cui aveva bisogno.
“Vuoi… vuoi che resti?” gli propose timidamente la sorella.
Thomas l’osservò infastidito, ricordandosi improvvisamente del perché le fosse così ostile.
Carolina aveva un posto speciale nel cuore del padre e, si disse, in quello di chiunque. Era impossibile renderla indifferente. L’aveva picchiata, mortificata, ferita. Ed eccola lì che gli offriva il suo sostegno. Si sentì umiliato.
Stava per cacciarla in malo modo, quando si accorse che le strazianti urla di Linda erano cessate. Si drizzò in piedi, convinto di sentire da un momento all’altro il suono di un pianto.
Passarono i minuti ed il silenzio, prima tanto agognato, divenne pesante, saturo di preoccupazione. D’un tratto la porta si aprì e due cameriere trafelate uscirono trasportando pezze insanguinate e un catino con acqua sporca.
Senza bisogno di riflettere, Thomas si precipitò nella stanza.
“Cosa succede?!” domandò avvicinandosi al letto.
Le coperte erano madide di sangue e Linda, pallida e sudata, se ne stava immobile con gli occhi sbarrati. Aveva le labbra socchiuse, viola e screpolate. I suoi bellissimi capelli biondi, solitamente acconciati e ben ordinati, ora impregnati di sudore, si erano appiccicati alla fronte e al collo sottile.
Thomas deglutì.
“Thomas” lo affiancò George, chiamandolo con voce carezzevole.
L’erede di casa Boone tacque.
“Thomas, posso provare a salvare il bambino!” gli disse il dottore serio.
“Salva lei” scosse il capo continuando a guardare la donna.
“Non posso, ha già perso troppo sangue” lo avvisò preoccupato.
Thomas, ancora una volta, non rispose. Gli occhi verdi di Linda lo stavano fissando, sembrando trapassarlo da parte a parte. Sollevò una mano tremante nella sua direzione e la posò delicatamente sulla sua testa. Vide le sue palpebre abbassarsi lentamente e una lacrima solitaria le rigò il volto.
“Esci” ordinò George posizionatosi sul materasso.
Non si era accorto che avesse lasciato il posto accanto a lui, né tanto meno che avesse recuperato la valigetta ed estratto gli strumenti chirurgici.
Non gli prestò minimamente attenzione, nemmeno quando iniziò ad incidere il ventre di Linda. Nemmeno quando il sangue di lei prese a zampillare per tutta la stanza, macchiandogli il viso e la camicia. Nemmeno quando sua moglie spalancò gli occhi poi li richiuse.
“Va’ fuori!” tuonò George rivolgendosi poi alle cameriere perché lo assistessero nell’operazione.
Thomas si sentì afferrare delicatamente per un braccio.
“Andiamo!” gli sussurrò Carolina con le lacrime agli occhi.
L’uomo annuì seguendola senza più opporsi. Si ritrovò improvvisamente svuotato, privo di forze. Non conosceva quella sensazione.
Quando erano morte sua sorella e sua madre aveva sentito una fitta all’altezza dello stomaco, come un cazzotto ben assestato arrivato all’improvviso.
Poi era passato. Non aveva tempo per il dolore. Nè per il lutto. Il lutto era una cosa da donne.
Ma ora che Linda stava morendo, o forse era già morta, semplicemente non sentiva più nulla.
Non gli importava di quel bambino. Che vivesse o morisse per lui non avrebbe fatto alcuna differenza. Non avrebbe mai potuto amare l’assassino di sua moglie. E nemmeno tollerarlo.
“Thomas mi-” iniziò tra i singhiozzi Carolina.
“Sta’ zitta” la liquidò.
Doveva andarsene.
Doveva lasciare West Boone Hall o era certo che avrebbe dato fuoco a tutto quanto.
Scese le scale velocemente, recuperando dallo studio un cappotto e dei soldi. Superò il maggiordomo senza degnarlo di uno sguardo, precipitandosi fuori di casa.
Respirò a pieni polmoni l’aria fredda di dicembre e si accorse di non sentirsi affatto meglio. A passo sicuro raggiunse la stalla, dove sellò un cavallo con mano esperta. Lo aveva fatto innumerevoli volte. Con la mano sinistra afferrò le redini e con la destra l’arcione della sella. Infilò il piede sinistro nella staffa e si issò montandogli in groppa. Con i tacchi degli stivali colpì lo sterno della bestia e questa prese a galoppare.
Doveva andarsene.
Non voleva sentire su di sé gli sguardi impietositi dei suoi fratelli.
Non voleva sentire su di sé il biasimo del padre. Non era riuscito nemmeno a dargli un erede.
Non voleva sentire il vociare dei domestici, né le condoglianze della gente.
Thomas Boone non voleva sentire niente.

 



Cari lettori, mi siete mancati!
Purtroppo il tempo è tiranno e non sono riuscita ad aggiornare prima.
Spero che continuiate a leggere e ad appassionarvi alla storia dei Boone. Un bacio a tutti e specialmente al mio amico Bilbo. 

Victoria P.
   
 
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