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Autore: Chelinde    25/04/2021    0 recensioni
Dopo anni passati a sognarla ed a leggerne le storie Cal e Vega hanno la possibilità di lasciare la città sospesa di Nuova Speranza per andare finalmente sulla terra ferma a lavorare nel villaggio celeste. Convinte che questa esperienza rappresenti per loro solo un passaggio verso la possibilità di una vita migliore, si ritroveranno invischiate in realtà che ignoravano molto più grandi di loro.
Disclaimer più importanti:
-Menzione di abusi e violenze psicologici e fisici
-Utilizzo di linguaggio scurrile (non particolarmente ricorrente ma comunque presente)
Genere: Azione, Guerra, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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Capitolo 1

Dove viene preso un ascensore per la terra

 
Erano al settimo cielo.
Nessuna delle due ricordava l’ultima volta in cui avevano riso e sorriso così tanto, passavano il tempo a fare e disfare le valigie ancora e ancora, non avevano molte cose ma le sistemavano e riorganizzavano tutto il giorno senza mai essere completamente soddisfatte.
“Ma le abbiamo prese le calze?”
“Sì. Hai visto l’astuccio dei ninnoli?”
“Visto che era piccolo lo abbiamo messo nello zaino.”
“Oh giusto.”
Continuavano a porsi domande ed a cercare le cose, la lista che avevano scritto era piena di cancellature e sbavature tanto era stata controllata.
“Dici che ci potrà servire un abito elegante? Cioè… magari carino, dici che ci servirà?”
Cal si voltò a guardare Vega che tra le mani reggeva il suo abitino leggero color senape. Ne era sempre stata tanto felice, adorava il contrasto del colore con la sua carnagione bronzea, lo aveva aggiustato e risistemato, ricucito e modificato per farlo sembrare sempre nuovo ed in accordo con ciò che la moda del momento richiedeva, in quel periodo lo indossava con un foulard in tinta che stringeva in vita come una cintura.
“Non credo,” l’amica alzò le sopracciglia arricciando appena le labbra. “Ma portarselo dietro mica può far male, non dovrebbe né appesantire né occupare troppo spazio.”
Questo parve bastarle perché emise un gridolino di gioia prima di piegarlo ed infilarlo nella valigetta marroncina canticchiando allegramente. Cal sorrise scuotendo la testa nell’osservarla.
Si sedettero sul letto emettendo un sospiro soddisfatto. Due valige le fissavano dall’altra parte della stanza, una di essere era stata chiusa da un nastro di stoffa bianca legato in un fiocco visto che la cerniera non funzionava più da anni, accanto uno zainetto grigio sporco le teneva compagnia.
Le osservavano con aria commossa come se fossero state figlie loro.
Era tardi e fuori dalla piccola finestra si poteva già vedere il cielo scuro.
Cal si alzò e si affacciò a guardare le stelle che splendevano fuori nel cielo notturno.
“Pensi che anche laggiù riusciremo a vederle?”
“Cosa?”
“Le stelle.”
Si sentiva imbarazzata a porre quella domanda, a sentirsi così legata emotivamente a degli astri così lontani dalla sua realtà di sempre, astri che non sapevano ed ai quali comunque non sarebbe importato niente di ciò che le accadeva ma che riuscivano comunque a modificarle l’umore, a renderla sempre un po’ più felice.
“Ma che ti importa delle stelle?” Le rispose l’amica ridacchiando, la testa appoggiata sul cuscino e le braccia piegate sotto di essa. “Laggiù potremo vedere le fronde degli alberi, le foglie; potremo vedere come cambiano colore in base alle stagioni.”
“Non pensi che ti mancheranno?”
Vega aggrottò le sopracciglia ma non dovette pensarci molto: “Le stelle? No,” si appoggiò un braccio sugli occhi, la stanchezza che iniziava a farsi sentire. “Sinceramente se riuscissi a non vederle mai più per tutta la vita non potrei che esserne felice.”
Un sonoro sbadiglio ne sottolineò le parole mentre Cal si stringeva nelle spalle lanciando ancora un’altra lunga occhiata cielo notturno.
Il pensiero che quella potesse essere l’ultima volta le strinse il cuore in una dolorosa stretta; ci era cresciuta con quelle stelle, sua madre le aveva insegnato a riconoscere le costellazioni, le aveva spiegato come vedere tra miliardi di puntini luminosi quella manciatina di luci che, se unite da una sottile linea, potevano mostrare immagini e storie.
Premette l’interruttore e si distese sul suo letto con lo sguardo rivolto verso la figura dell’amica dalla parte opposta della piccola stanza, sorrise chiudendo gli occhi.
“Buona notte.”
“Buona notte,” riuscì a biascicarle Vega come risposta. “Pensa che domani sentiremo il canto degli uccellini.”
“E lo scrociare dell’acqua.”
“Ed il vento.”
“E la pioggia.”
Andarono avanti per qualche altro minuto prima di addormentarsi senza finire la lista delle cose nuove che avrebbero, finalmente, potuto sperimentare.
 
            Il rumore registrato della tromba che suonava ogni mattina alle sei e mezza le trovò già con gli occhi aperti a fissare il soffitto in attesa. Nel sentire la prima sveglia dei lavoratori scattarono in piedi come molle, si scambiarono uno sguardo d’intesa e, afferrati i loro asciugamani, si precipitarono fuori dal loro appartamentino dirigendosi di gran passo verso i bagni.
Evitarsi la calca della mattina infilandosi nei bagni prima che gli altri riuscissero ancora ad alzare la testa dal cuscino quel giorno era fondamentale per potersela prendere più comoda dopo.
Vega si legò i fitti ricci neri in una crocchia bassa con un elastico talmente logoro che ogni volta temeva si sarebbe rotto, Cal invece fermò la frangetta in alto con due mollette ed infilò i capelli tagliati a caschetto dentro la sua cuffia verde, si spogliarono e si infilarono nelle docce poco prima che entrassero due signore.
Si lavarono in fretta, il cuore che batteva forte nel petto mentre l’acqua tiepida le svegliava completamente, indossarono l’accappatoio e tornarono di corsa nel loro appartamentino con la speranza che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero dovuto utilizzare i servizi pubblici.
Con la mente piena di nuove fantasie sul mondo inesplorato che le attendeva iniziarono a vestirsi in fretta preparandosi al meglio con quelli che erano gli abiti che avevano preparato dalla sera precedente.
“Abiti seri.”
“Serissimi, dobbiamo dimostrare di essere pronte a rimboccarci le maniche.”
Si erano dette il giorno prima per poi consigliarsi su cosa fosse meglio indossare e cosa potesse invece risultare fuori luogo.
Cal si sedette davanti allo specchio, si pettinò la frangia e le diede una veloce spuntata con un paio di forbici, quindi azzardò un sorriso allo specchio. La camicia azzurra era stirata, controllò che il colletto fosse ben piegato, quindi accavallò le gambe e si voltò ad osservare l’amica che si stringeva la cintura in vita. Con la camicia infilata nei pantaloni che le metteva in risalto la vita ed i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo sembrava una giovane donna pronta per la sua entrata nel mondo degli affari.
“Ti trucco un po’ ti va?”
Si agitò sulla sedia muovendosi appena a disagio.
“Non so se abbiamo tempo…”
Vega si sedette davanti a lei sorridendole.
“Ne abbiamo, non ti preoccupare.”
Afferrò l’astuccio color panna con delle stampe di fiori di papavero che non aveva ancora messo nello zaino e lo aprì estraendo la palette degli ombretti.
“Dobbiamo fare un’ottima prima impressione e per quanto siamo entrambe bellissime e stupende perfino al naturale, un po’ di trucco non può far altro che aiutare.”
Cal le sorrise incurvando appena le labbra, quindi chiuse le palpebre mentre l’amica procedeva a truccarla con dell’ombretto di varie tonalità di marrone, da una tonalità chiara ad una un po’ più scura, quindi le mise un po’ di fard sulle guance per rendergliele più rosee. Quando ebbe finito le passò delicatamente una mano tra i capelli biondi lisciandoglieli.
“Ecco fatto.”
Finirono di prepararsi, si infilarono i due zaini sulle spalle ed afferrarono le valige.
Guardarono un’ultima volta la loro piccola camera da letto ora praticamente vuota. Erano rimaste giusto quelle poche cose che avevano trovato quando si erano trasferite e che dovevano restituire lasciando la casa. Le foto e gli oggetti che non potevano portarsi sulla Terra erano già stati lasciati in una cabina che avevano proceduto ad affittare fino al loro previsto rientro. I due letti ai lati della stanza erano disfatti, le lenzuola posizionate con cura dentro l’armadio.
Vega afferrò come ultima cosa il piccolo pupazzo di una scimmia gialla con occhi tristi che si portava dietro da quando ne aveva memoria, quindi lo passò a Cal chiedendole di trovare un angolino per lui all’interno dello zaino.
La persiana scorrevole della finestra tonda era stata abbassata e nella camera regnava una semioscurità inquietante, spensero anche le ultime due luci e chiusero la porta a chiave rimanendo nel salotto. Questo sembrava essere normale, solo molto più ordinato del solito. Il piccolo cucinotto in un angolo era talmente pulito che quasi brillava mentre sul tavolo avevano deciso di lasciarvi una tovaglia azzurra con i ricami bianchi pronta per quando, un giorno, quel luogo sarebbe tornato ad essere abitato. Un piccolo regalino per i nuovi inquilini.
Dentro di loro speravano vivamente di non dover mai più affittare uno di quegli appartamenti, quel lavoro sulla terra ferma rappresentava il loro biglietto d’uscita da quella zona della città sospesa di Nuova Speranza. In simbiosi portarono la mano a sfiorare gli zaini sulle loro spalle all’interno dei quali era stata cucina una tasca segreta contenente tutto ciò che negli anni erano riuscite a risparmiare. Era quel denaro che dava loro la possibilità di scegliere.
Chiusero a chiave anche l’ultima porta e si guardarono.
Nel bene o nel male quella era una possibilità che avrebbe cambiato le loro vite.
Bussarono all’ultima porta di quel complesso di appartamenti e ne spuntò fuori l’uomo ben vestito e dall’aria cordiale che era il loro affittuario.
“Buongiorno, siete già venute a riportarmi le chiavi?”
Vega annuì allungando la mano e passandogli le due piccole chiavi di metallo.
“Abbiamo svuotato tutto dalle nostre cose e lasciato quello che abbiamo trovato.”
L’uomo annuì continuando a sorridere e mise le chiavi in una tasca dei pantaloni.
“In ogni caso prima di affittarlo ci farò un giro, quindi se vi rendete conto di non aver preso qualcosa chiedete pure, magari l’ho trovato io.”
“Grazie mille,” si strinsero la mano ancora una volta e l’uomo le salutò con un augurio di buona fortuna prima di richiudere la porta.
Lentamente iniziarono a camminare lungo i vari tunnel di collegamento già gremiti di persone che correvano a lavoro mentre alcuni venditori ambulanti urlavano le loro prelibatezze sperando di attirare l’attenzione di chi avesse dimenticato di fare colazione, oppure che avesse due monete d’avanzo da spendere.
Più si allontanavano dal loro quartiere più le decorazioni cambiavano. Nei locali dei lavoratori più umili i muri erano bianchi, molto anonimi e sporchi, avrebbero decisamente avuto bisogno di una nuova mano di tintura ma un po’ perché nessuno si muoveva a finanziare tale azione, un po’ perché nessuno di chi abitava aveva la voglia di tirare fuori neppure una percentuale per farselo da soli, era sempre rimasto a quel modo. Nella piazza centrale della città sospesa i muri pure erano bianchi ma, seppure anche lì fosse palese la necessità di una nuova mano di tintura, non erano così spiacevoli.
Tuttavia, Cal ricordava ancora abbastanza bene che là, dove si trovava la sua casa d’infanzia e dove viveva la gente benestante, tutto era ancora più bello. Ricordava muri colorati ed appartamenti grandi, alcuni dei quali avevano perfino il bagno in camera, niente più corse per poter aver un minimo di privacy e non dover aspettare il proprio turno in fila.
In quell’enorme spazio circolare che era la piazza, non vi erano porte per appartamenti, si trattava solo di una stanza circolare dalla quale partivano sei corridoi sopra i quali si trovava un codice composto da un numero ed una lettera. Ogni corridoio aveva poi ulteriori diramazioni molte delle quali conducevano a zone con propri alloggi, luoghi pubblici dove le persone potevano ritrovarsi a chiacchierare ed i bambini a giocare in uno spazio a loro dedicato, biblioteche, anche se la più grande si trovava percorrendo il corridoio B4, e ristoranti. Solo un corridoio era unicamente dedito ad uffici ed altre attività lavorative. Infine, in posizione centrale si trovava il corridoio A1, era quello che le avrebbe portate all’ascensore.
La piazza era un punto strategico dal quale era possibile raggiungere ogni parte della cittadina, per tale motivo era sempre gremita da venditori ambulanti carichi di ogni tipo di merce, da quelli di fiori, di cibo, di caramelle e di tessuti.
Vega le picchiettò la spalla mentre l’attenzione di Cal era catturata da un uomo piuttosto grassoccio che urlava a poca distanza da loro.
“Io vado a vedere un attimo Luna,” la informò ottenendo unicamente un piccolo cenno affermativo della testa come risposta.
Luna era una donna sulla cinquantina che passava più di metà della giornata ad urlare per attirare le persone a comprare i suoi ninnoli di seconda e terza mano. Vega aveva lavorato con lei quando era ancora molto giovane e nessuno aveva avuto il coraggio di assumerla, quando infine aveva trovato un lavoro migliore aveva aiutato la donna a trovare una sua sostituta ed erano rimaste in buoni rapporti.
Era ovvio che la volesse salutare.
Lei, invece, si diresse verso l’uomo che aveva notato prima.
“Bocconcini! Bocconcini caldi! Bocconcini di carne! Bocconcini!” Vedendola arrivare il venditore le sorrise in maniera calorosa. “Salve! Vuole dei bocconcini?”
Abituato al tanto urlare aveva mantenuto un tono di voce molto alto.
“Due grazie.”
Quindi, forte dell’esperienza di dove viveva, estrasse dal portafoglio quattro monete di rame e gliele porse.
L’uomo la scrutò con attenzione, le sopracciglia aggrottate ed il volto arrossato dal fumo dei vapori.
“Quatto monete di rame per due? Ma mi prendi in giro bambolina? Da dove vieni? Perché se vieni dai sobborghi allora sì. Allora capisco. Ma altrimenti no, no davvero!” Scuoteva la testa continuando ad agitare in mano un mestolo di legno in modo tale da far spargere i vapori del cibo “Assurdo! Questa vuole due bocconcini per quattro monete! Ma senti questa! Ascoltami bambolina, ascoltami bene. Qui non siamo più nei sobborghi lo capisci vero? Qui per due bocconcini ci vogliono otto monete di rame. Quattro per ognuno,” mentre parlava la fissava con i suoi occhi piccoli gesticolando come un matto.
“Da voi ci mettono la merda liofilizzata dentro. Qui invece cara, qui, ci sono i pezzi migliori della carne liofilizzata e perfino qualche fungo essiccato che si è ripreso con la cottura al vapore. Da voi ce li mettono i funghi essiccati?” Cal aprì la bocca per replicare ma non gliene fu dato il tempo, “No! Certo che non ce li mettono! Perché voi pagate due monete per ognuno e se uno ci mettesse i funghi finirebbe per andarci in perdita, allora ci mettono dentro la merda e ci fanno un affarone a vendervela per due soldi. Un vero affarone credimi.
“Ma siccome io sono diverso, io vendo cose buone davvero, allora ne chiedo quattro di monete e fidati che sono ben spese, ci rientro a malapena. Ma questo non è un lavoro per chi vuole diventar ricco.
Si fermò osservandola con i suoi piccoli occhi scuri.
“Non ti vedo convinta,” parlava e gesticolava, la lingua veloce, sembrava quasi che non respirasse e Cal era rimasta lì, bloccata, la mano lungo il fianco che ancora stringeva le sue quattro monete.
“Ahi! Vedi a venire dai sobborghi? A starci troppo si inizia a non fidarsi più della gente! Non riuscite proprio a riconoscere chi è una brava persona da chi ve la vuole mettere in quel posto. Ma io sono una brava persona e ti dico che fino ad ora vi hanno fregato e che se ve li vendevano a così poco allora ho nel cuore il vostro povero stomaco.
Afferrò due bocconcini mettendoglieli in una busta e gliela porse.
“Erano due vero? Sono otto monete di rame.”
Cal lo guardò, batté le palpebre e si mise i soldi in tasca, “Ma vaffanculo,” e così si voltò senza guardarsi indietro neanche con le imprecazioni del venditore che la seguivano.
Non ricordava di aver mai visto una persona sprecare così tanto ossigeno.
Raggiunse l’amica a mani vuote e con un certo astio verso quell’uomo grassoccio che grondava sudore dalla fronte nonostante continuasse a tappezzarsela con un asciugamano grigio sicuramente non particolarmente igienico.
La donna dietro il bancone la salutò con il solito sorriso smagliante ma non le rivolse la parola, troppo presa dalla conversazione già in atto.
“Beh, mentre sarete giù mandami delle lettere e se puoi mettici dentro dei fiori, mi piacerebbe poterli far seccare nei quaderni come facevano un tempo le persone laggiù. Prima che succedesse tutto quel casino insomma.”
“Oh sì,” Vega sorrideva raggiante. “Ti manderò tantissime lettere ed in ognuna ci metterò dei fiori e delle foglie, mi assicurerò di spedirtene diversi per ogni stagione, così se ci vorrai fare dei quadretti anche nel futuro ti ricorderai quali erano dell’estate, quali dell’autunno…”
“Sarebbe bellissimo,” gli occhi di Luna brillavano al solo pensiero, “cercate di divertirvi anche mentre sarete giù, non pensate solo al lavoro.”
Vega passò un braccio intorno alle spalle di Cal avvicinandosela.
“Con lei sarà difficile ma farò del mio meglio!”
“Dobbiamo andare…”
“Che ti avevo detto? Una vera guastafeste,” arricciò le labbra lanciando un’occhiata all’orologio che teneva al polso “ma penso che questa volta abbia ragione…”
Girò attorno alla bancherella ed abbracciò stretta la donna. Quando si sciolsero Luna afferrò una piccola scatolina di legno lavorata a mano con sopra delle decorazioni floreali bianche, rosa ed azzurre, gliela mise in mano carezzandole con delicatezza la testa.
“Prendila, ci potrai tenere dentro tutto quello che vorrai. Lettere, scritti, disegni, fiori. Tutto quello che vuoi.”
Vega se la strinse al petto con gli occhi che le brillavano, una lacrima le scivolò delicatamente sul volto rotolandole lungo la guancia, se la asciugò con la manica della camicetta ed abbracciò ancora la donna.
“Grazie per tutto quello che hai fatto.”
Si allontanarono lentamente, Vega si voltava ogni quattro passi per salutare Luna, la piccola scatola stretta al petto come se fosse il suo bene più prezioso.
 
            L’ascensore non era esattamente come quelli che c’erano un tempo sebbene la sua funzione fosse pressoché identica.
Non era una scatola di metallo unita a fili d’acciaio che ti permette di scendere e salire premendo un pulsante. Invece, assomigliava di più ad una piccola navicella ovale capace di contenere un massimo di cinquanta persone che, partendo dal porto di Nuova Speranza, scendeva giù verso terra ed atterrava in quello di Speranza Terrestre, la versione situata sulla terra ferma della cittadina, un luogo ancora principalmente di villeggiatura nonostante alcuni Celesti, principalmente i rappresentanti politici e della sicurezza, vi si fossero trasferiti definitivamente. Negli anni era diventata una meta molto ambita da parte degli esponenti delle fasce più elevate della città sospesa.
Era l’unico luogo della terra ferma considerato abitabile da civili non addestrati poiché non ostile. L’espansione era diventata molto cauta da quando, anni prima, alcuni terrestri si erano rivoltati contro gli abitanti della città sospesa attaccando il primo luogo di vacanze che avevano costruito.
Vega e Cal dovettero passare il check point mostrando la lettera che le invitava a scendere per lavorare all’interno del ristorante di Speranza Terrestre, il biglietto del viaggio ed un documento d’identità, quindi poterono prendere posto.
Misero le valige nello scomparto sopra le loro teste e si sedettero su delle scomode poltrone nere legandosi immediatamente la cintura.
Nessuna delle due aveva mai preso l’ascensore ed entrambe non erano particolarmente tranquille. Le persone intorno a loro invece sembravano a loro agio mentre raggiungevano i loro posti e si sedevano, un uomo si sfilò il cappello dalla testa e si lasciò cadere sulla poltroncina al fianco della moglie.
“Con questo coso,” disse con aria afflitta, “ci si mette di più a far salire tutti, ad accendere i motori e partire piuttosto che arrivare a destinazione.”
La moglie si sventolava davanti alla faccia un grosso ventaglio sbuffando animatamente, “Tu non ti accontenti mai.”
Tuttavia Cal dovette ammettere che l’uomo non aveva tutti i torti.
Per far salire e far accomodare tutti ci volle una mezz’ora abbondante, per tutti i controlli di sicurezza, l’accensione dei motori ed i preparativi alla partenza ce ne volle un’altra mezza mentre da quando uscirono dal porto per entrare nell’altro contarono al massimo una ventina di minuti.
Quando la navicella vibrò pesantemente staccandosi dalla città le due si presero la mano stringendosela con forza e chiusero gli occhi, ebbero il coraggio di riaprirli solo qualche minuto dopo, una forte pressione le stringeva con forza alle cinture mentre si abbassavano di quota velocemente.
Non c’era nessun finestrino e, per quanto inizialmente fossero inquietate dall’impossibilità di non poter vedere il mondo esterno, ora ne erano grate. Nessuna delle due era del tutto sicura che tale vista non avrebbe peggiorato lo stato del loro stomaco già in subbuglio. Non ebbero il coraggio di proferire parola, continuarono a stringersi la mano con forza e ci misero qualche minuto prima di tornare a permettersi di guardarsi intorno ad osservare le persone che continuavano a parlare del più e del meno con toni allegri e concitati. Probabilmente erano lavoratori o persone che sarebbero andate in villeggiatura molto più abituati a viaggiare con quel mezzo rispetto a loro.
L’ascensore tornò ad aumentare l’intensità della propria vibrazione mentre iniziava a rallentare preparandosi all’atterraggio. Cal emise un verso strozzato serrando gli occhi mentre Vega stringeva con ancora più forza la sua mano.
“Andrà tutto bene, andrà tutto bene.”
Continuava a ripetere quel mantra un po’ per la sua amica un po’ per sé stessa.
Erano entrambe consce che non ci fossero mai stati incidenti e che era altamente improbabile che quello dovesse essere il primo. Tuttavia, non erano in grado di evitare che i loro cuori battessero così forte nei petti mentre la mano libera stringeva il bracciolo della poltrona con tanta forza da far sbiancare loro le nocche.
La vibrazione divenne sempre più flebile quando atterrarono un piccolo tonfo e terminò definitivamente quando spensero i motori.
Le hostess che si erano sedute una nella prima ed una nell’ultima fila si alzarono con il sorriso ed i lineamenti del volto rilassati. Una dai capelli biondi scuro afferrò il microfono.
“Gentili passeggeri, siamo giunti a destinazione, vi invitiamo dunque ad alzarvi ed a recuperare i vostri bagagli ed effetti personali. A momenti apriremo il portellone per permettervi la discesa, vi pregiamo di creare una fila ordinata e di aspettare con rispetto il vostro turno.
“Fuori il cielo è limpido e c’è una temperatura intorno ai ventisei gradi. Vi auguriamo un piacevole soggiorno nella città di Speranza Terrestre. Grazie.”
“Ce l’abbiamo fatta,” sussurrò Vega.
Cal si voltò ad osservarla, il volto ancora bianco e lo stomaco in subbuglio che minacciava di rigettare tutto ciò che non aveva mangiato a colazione. Non era chiaro se quella frase fosse diretta all’atterraggio andato bene o se riguardava l’essere riuscite a raggiungere la terra ferma dopo anni passati a sognarla ma si ritrovava in entrambe le versioni quindi preferì evitare di porre domande.
Tremante attese qualche minuto prima di sganciarsi la cintura e lasciare il bracciolo del sedile. Si sentiva le orecchie tappate ed un fastidioso ronzio nel cervello. La mano le faceva male e si costrinse a muovere le dita indolenzite dalla forte presa perpetuata per un tempo troppo lungo.
“Tutto bene?”
Vega non aveva più parlato, continuava a fissare davanti a sé come in estasi, annuì distrattamente tornando lentamente a guardare l’amica, gli occhi blu brillavano ed un sorriso enorme le stese le labbra.
“Benissimo!”
Gli altri avevano già recuperato le loro cose e l’inizio di una fila disordinata iniziava a delinearsi.
Cal lentamente si alzò a sua volta sgranchendosi le gambe ed allungò le braccia verso lo scomparto in alto estraendone i due zaini passandoli a Vega che nel frattempo si era a sua volta liberata dalla cintura ed era tornata reattiva. Quindi fece scivolare verso il basso le piccole valige una per una e presero il loro posto in una fila che non era più disordinata come prima ma non poteva assolutamente definirsi ordinata come aveva chiesto loro la hostess.
Attesero pazientemente mentre, una dopo l’altra, le persone uscivano, la fila scorreva fluida e senza intoppi, così, presto la luce del sole colpì i loro volti direttamente, senza i filtri dei vetri.
Lasciava tutta un’altra sensazione, era caldo, ci metteva di meno a scaldarsi. Dovettero socchiudere le palpebre per un attimo e Cal si portò una mano davanti agli occhi marroni cercando di ripararli, la luce che glieli faceva pizzicare.
Uscirono e per un attimo rimasero bloccate lì, paralizzate subito sulla passerella che dalla navicella le avrebbe fatte raggiungere la terra.
Il cielo era di un azzurro molto più chiaro rispetto a quello che erano abituate a vedere, un leggero vento muoveva loro i capelli e per la prima volta Cal si ritrovò a doversi risistemare la frangia senza che le fosse stata mossa dall’aria del ventilatore.
Tuttavia, erano fondamentalmente deluse.
Non era come se lo erano immaginato.
Intorno a loro c’era altro che una distesa di cemento enorme e dei muri di pietra alti che oscuravano la vista di cosa vi fosse dall’altra parte. Non riuscivano ad intravedere nessun’albero, nessun fiore, non vi era nessun profumo particolare. Certo, l’aria era comunque più leggera rispetto a quella che respiravano nell’astronave ma non riuscivano a ritrovare niente delle immagini sulle quali avevano sognato fino a quel momento.
Il porto era immenso e loro stavano bloccando la fila.
La hostess bionda le spinse delicatamente sulla schiena.
“Signorine, dovete continuare a camminare.” Dovette intuire che si sentivano spaesate, deluse e tradite, così dedicò loro un piccolo sorriso lanciando uno sguardo di scuse verso i signori dietro che iniziavano a lamentarsi ed a spingere impazienti per scendere. “Su, forza!”
Si costrinsero a riprendere a camminare trascinandosi dietro le valige, scesero dalla passerella e si misero da un lato lasciando che il passaggio libero per coloro che non avevano bisogno di un momento per riprendersi.
Tutti quei sogni erano fondamentalmente stati una bugia?
“Ehi voi due! Sì, voi due blocca fila!”
Una voce femminile allegra le costrinse a tornare a focalizzarsi sulle persone che scorrevano al loro fianco, poco più avanti una ragazza bassina e magra con i capelli chiari tagliati in modo sbarazzino agitava una mano in loro direzione invitandole ad avvicinarsi.
“Prima volta sulla terra ferma?”
Chiese loro una volta che furono a portata di orecchio senza dover urlare. Indossava un paio di pantaloncini marroni larghi fermati in vita da una cintura mentre addosso portava una maglietta leggera a maniche corte di un verde quasi fluo.
“È  così palese?”
“Beh,” iniziò quella, “innanzitutto vi siete vestite come se non fosse estate e poi avete la classica aria di chi è appena arrivato e non riesce a vedere al di là del proprio naso,” ridacchiò appena guardandole. “Provate ad alzare lo sguardo un po’ oltre il muro.”
Si posizionò al loro fianco e alzò loro il mento delicatamente indicando un punto preciso. In lontananza si poteva intravedere quella che era una montagna completamente ricoperta dal verde tranne per qualche chiazza marrone.
“Quella è la montagna più alta della zona. La chiamano… oddio, com’è che la chiamano? Tarassicu, o Tarassaco… ah no, quello è il nome di un fiore vero? Oh beh, comunque è la montagna più alta della zona. Venendo da lassù siamo abituati a guardare a diritto dalle finestre, ma quaggiù è più importante guardare in alto ed in basso per evitare di cadere in qualche buca o inciampare in quei fastidiosi sassolini.” Diede solo un’incoraggiante pacca sulla spalla. “Su, ora andate avanti, superate il check out e capirete meglio ciò che vi dico.”
Non erano del tutto convinte di aver esattamente compreso ciò che la ragazza le aveva appena spiegato ma ripresero a camminare un po’ rianimate dal vedere quella montagna verde e marrone.
La giovane continuò a chiacchierare raccontando di come quella fosse la sua seconda estate a lavorare come animatrice del villaggio turistico e di come anche lei inizialmente si fosse lasciata intimorire da tutto quel grigio.
“Cioè, se volevo continuare a vedere cose prefabbricate dall’uomo sarei rimasta sulla città sospesa no? Vi pare a voi che lascio la mia casa, la mia famiglia per ritrovarmi circondata da un mucchio di cemento. No, grazie ma no grazie. È una volta fuori la vera notizia, questo è solo un porto. Aspettate e vedrete.”
Al check point le costrinsero ad aprire e svuotare valige e zaini, a quanto pareva era una cosa che facevano a campione perché non lo chiedevano a tutti. Il problema era che vi avevano pigiato talmente bene le loro cose che riuscire a rimetterle dentro era diventata una vera e propria impresa che fece passare tranquillamente un numero maggiore di persone rispetto al previsto.
Sorrisero imbarazzate mentre pressavano e pressavano i vestiti e gli oggetti di valore dentro, le guardie che le osservavano impazienti, le braccia incrociate al petto mentre battevano il piede per terra e borbottavano qualcosa sulle nuove arrivate.
Il caldo effettivamente iniziava a farsi sentire e quando furono pronte a ripartire con gli zaini in spalla si ritrovarono grondanti di sudore.
“Ve lo avevo detto io che vi eravate vestite troppo pesanti!”
Ora lo sapevano anche loro.
Si trascinarono dietro le valige fino al muro in pietra dove si trovava aperto un grande portone in ferro tramite il quale le persone uscivano dal porto. Una volta fuori la delusione venne completamente sostituita dalla meraviglia per ciò che le circondava.
L’aria era diversa.
Profumi diversi si mescolavano tra di loro creando un insieme dolce, ovunque guardassero la natura aveva la meglio, alberi dal tronco largo si ergevano in tutta la loro altezza con foglie larghe e verdi. Davanti ai loro occhi si trovava una larga pianura che procedeva a vista d’occhio fino a trovare quella cima della montagna che erano riuscite a vedere da oltre il muro, ora potevano notare che non era da sola ma che ai suoi fianchi si trovavano altre montagne più basse ma sempre verdi e meravigliose. Per terra si trovava una stradina in cemento ai cui lati nascevano piccoli fiori bianchi, gialli e viola circondati da una marea di piccoli fili d’erba brillante.
“Molto meglio vero?”
“Decisamente.”
Il vento leggero che soffiava riusciva ad alleviarle appena dall’afa e scivolava tra le foglie degli alberi facendole scivolare l’una sull’altra creando un suono nuovo e piacevole, qualche uccellino nascosto canticchiava ma, per quanto provassero a cercarli aguzzando la vista, non riuscivano a scorgerne neanche una piuma.
“Dove dovete andare?”
“Al villaggio turistico, lavoreremo lì.”
“Oh, ma allora stiamo per diventare colleghe! Andiamo, vi accompagno.”
“Grazie,” strinsero la presa sulle valige e ripresero il loro cammino.
A poca distanza da quel cancello c’erano numerosi uomini con dei pantaloni larghi e delle camice bianche a maniche corte dall’aria estremamente leggera, la fronte impelata di sudore, al loro fianco degli strani macchinari in legno. Assomigliavano alle immagini delle biciclette che avevano visto nelle foto di alcuni vecchi album di fotografie.
Ve ne erano di due tipologie.
Un tipo aveva solo due grandi ruote dietro sopra le quali si trovava una seduta con tanto di tettuccio per proteggere le persone dai raggi del sole e dalla pioggia. Dalla seduta si allungavano due asticelle in legno. Videro una signora sedersi con la sua valigia e, dopo aver dato qualche moneta al ragazzo al fianco della vettura, quello afferrò le braccia di legno ed iniziò a tirare lungo la strada.
L’altro tipo era simile, dietro vi erano due ruote, più piccole rispetto all’altro, con la seduta. Tuttavia, invece di proseguire con i due braccioli andava a prendere la forma di una vera e propria bicicletta con tanto di manubrio e ruota davanti.
“Sono risciò,” spiegò loro la ragazza dai capelli corti mentre si dirigeva a passo sicuro verso uno dei portatori.
Vega si voltò a guardare l’amica.
“Cosa sono i risciò?”
“Ah boh.”
Con una scrollata di spalle si avviarono seguendo la giovane che, intanto, si era messa a parlare animatamente con un giovane dall’aria di essere poco più grande di loro, i capelli chiari appiccicati alla faccia arrossata a causa del sole e del sudore.
“No, mi dispiace, questa volta non ti porto se non mi paghi.”
“Oh, andiamo Castore!”
Oh andiamo Castore un cazzo,” le afferrò la faccia facendola voltare a guardare le persone che pagavano. “Vedi quella gente? Quella è gente ricca che mi paga per le mie corse. Perché dovrei rinunciare a delle monete per portare te e le due nuove amichette?”
Nel parlare le indicò con un gesto veloce della mano.
“Perché con le monete che ti danno per una corsa non ti puoi pagare una bottiglia del tuo vino preferito.”
“E tu me ne daresti una in cambio di trasportarvi fino a là?”
“Esattamente.”
“Certo, come se te lo lasciassero fare.”
“Oh ma troverò un modo,” un piccolo sorriso furbo le si dipinse sul volto. “Trovo sempre un modo. Allora, lo accetti come pagamento?”
Il petto del giovane si gonfiò e sgonfiò mentre espirava in maniera rumorosa e scuoteva la testa.
“Sia io dannato. Salite!”
Mentre parlava prese posto sul sellino del risciò mantenendo uno dei due piedi ben saldo a terra.
La giovane salì per prima, quindi pose la mano a Vega sorridendole.
“Su, avanti, salite!”
Presero posto, le valige tra i piedi ben strette e gli zaini poggiati sulla gambe.
“Pronte?”
Cal annuì mentre l’amica continuava a guardarsi intorno in estasi.
Il giovane scosse ancora una volta la testa borbottando qualche parola ed iniziò a pedalare con forza iniziando a far muovere il risciò lungo la strada.
“Così ci metteremo molto meno tempo e voi potrete riprendervi dal caldo.”
“Ma sei sicura che non passerai dei guai?”
Le domandò Vega seduta in mezzo tra loro.
“Ma no tranquilla! Lavorando al villaggio capirai anche tu che molto spesso puoi ottenere molte più cose col baratto che con i soldi,” sorrise passandosi una mano tra i capelli. “Comunque io sono Idra, “stese loro la mano e la strinsero una per una presentandosi a loro volta. “Spero che abbiate messo abiti più leggeri in quelle valige o con il caldo che fa sarete nei guai.”
Vega e Idra continuarono a conversare del più e del meno mentre questa volta era Cal a guardarsi intorno.
Più si allontanavano dal porto più la natura sembrava aver preso il sopravvento. Ad alberi dalle larghe foglie verdi lucide si alternavano irregolari alberi con qualche fiore bianco e rosa chiaro, giurò di aver intravisto anche dei grandi frutti rossi nascosti tra i rami.
Sulla strada i risciò correvano veloci, gli uomini che li guidavano si urlavano qualche parola con il fiato corto. I risciò che potevano essere pedalati erano molto più veloci di quelli trascinati e presto non se ne vide più nessuno. Alcuni girarono lungo una strada più stretta mentre loro continuavano a proseguire a diritto.
“Dove vanno loro?”
Idra si voltò indietro con le sopracciglia aggrottate prima di dedicarle un leggero sorriso: “Devono essere diretti alle piantagioni o alle fabbriche.
“Sono molto lontane?”
La ragazza scosse le spalle: “Da quanto ne so io sono un paio di giorni di viaggio.”
Castore sbuffò rumorosamente, la maglietta intrisa di sudore.
“Se avessi preso uno di loro sì che avrei guadagnato bene.”
“Sì,” ammise Idra, “ma avresti dovuto faticare per due giorni invece che qualche decina di minuti.
“Guarda idiota che con i risciò si arriva solo fino ad un punto, poi c’è un autobus grande che li conduce fino a destinazione cretina. Mica uno si fa tutta quella strada da solo.”
Idra gli fece la linguaccia prima di sporgersi per tirargli una pacca sul collo. Il giovane proruppe con un’offesa particolarmente colorita mentre il risciò tentennava appena. Cal chiuse gli occhi e si strinse le mani con forza finché Castore non riprese totalmente il controllo della vettura.
Le persone che sedevano sui risciò rimasti sul loro stesso tragitto indossavano abiti colorati e ridacchiavano allegre. Qualche signora si faceva aria con ventagli colorati e solitamente quelli che erano venuti in piccoli gruppi si erano divisi i risciò tra uomini, donne ed i più piccoli.
Per la prima volta si chiese quanto dovesse essere grande quel villaggio turistico.
Sapeva che erano sempre alla ricerca di personale ma non si era mai domandata se quella paga più alta del normale non fosse solamente legata al fatto di dover lasciare la propria casa per scendere sulla terra ma anche al fatto che il lavoro sarebbe stato effettivamente più stancante.
Qualcosa iniziò a ronzare intorno alla testa di Cal che iniziò a muovere la testa cercando di comprendere la provenienza di tale suono. Un insettino si posò sulla sua mano e la ragazza si mise a guardarlo con gli occhi assottigliati.
“Cosa è?”
“Oh!”
Esclamò Idra schiaffeggiandole la mano e spiaccicandole l’insetto che ora aveva formato una piccola macchia nera e con un po’ di rosso del sangue.
“Perché lo hai fatto?”
Continuava a guardare quella piccola macchietta sentendosi incredibilmente incolpa.
“Sono zanzare. Dovrete imparare a gestirvi gli insetti, ce ne sono molti,” lo schifo negli occhi della giovane era palese.”
Arrivarono in meno di un quarto d’ora.
Il villaggio era circondato da un piccolo muricciolo fatto con dei pezzi di legno non particolarmente alti, probabilmente avevano unicamente la funzione di abbellire il tutto invece che quella di proteggere o oscurare la vista dell’interno.
Si fecero lasciare a qualche metro di distanza dall’entrata mentre molti degli altri risciò si fermavano proprio davanti al cancello.
“Almeno così riuscirò ad andarmene via prima degli altri,” spiegò Castore, la fronte ancora più impelata di sudore mentre beveva un sorso d’acqua da una borraccia.
Lo salutarono e lui si rimise subito marcia.
All’interno del villaggio le stradine non erano più fatte in cemento ma sterrate, composte da tanti piccoli sassolini bianchi. Molti pagarono dei fattorini per farsi portare le valigie.
Le loro vecchie ruote del trolley si bloccavano spesso tra un sasso più grande ed un altro mentre si trascinavano dietro quelli più piccoli creando un rumore fastidioso ed irritante, oltre al fatto che si ritrovarono a durare molta più fatica di quanta non ne durassero su una strada liscia.
Vega non riuscì a trattenersi dal raccogliere i sassi che reputava più carini o particolari infilandoseli in tasca subito dopo averli mostrati a Cal. Idra le guardava con aria divertita.
Tutto intorno a loro vi erano numerose costruzioni che sembravano tante piccole case fatte sullo stile delle fotografie e dei disegni che si potevano vedere nei libri di un tempo. Qualcuna particolarmente alta aveva tante finestre, alcune aperte, altre chiuse, da alcune sporgevano i volti dei pernottanti che guardavano la nuova folla degli arrivati che si dirigeva alla reception. Qualche costruzione era fatta in grandi mattoni grigi, altre in mattoni rossi. Qualcuna invece era stata verniciata di giallo o di bianco.
Le persone camminavano con calma chiacchierando amabilmente mentre si dirigevano alle varie attività che offriva quel posto.
“Ma quelli hanno dei padelloni?”
Vega aveva notato quattro signore che con la mano reggevano delle padelle piate e bucate.
“Non sono padelle,” la schernì Idra ridacchiando appena. “Sono racchette da tennis!”
“Oh,” non aveva capito ma finse di sì continuando a guardare le signore che camminavano ridacchiando ed annuendo.
“Credo sia uno sport tipo lo squash,” le sussurrò all’orecchio Cal cercando di essere sicura che la nuova conoscenza non la sentisse. “La racchetta mi pare simile.”
“Lo squash è quello sport strano di cui parli di tanto in tanto?” Cal annuì e Vega le sorrise grata. “Capito.”
Idra le condusse in una zona più appartata del villaggio dove si potevano notare case molto più alte con finestre che si ammassavano le une sulle altre, le fece entrare in un basso edificio in mattoni.
Subito fuori dalla porta si trovavano due grandi piante dai fiori giallognoli.
“Signor Murati, ci sono le nuove assunte.”
Un uomo semi pelato se ne stava seduto ad una scrivania in penombra, la piccola finestra non permetteva a molta luce di entrare. Alzò lo sguardo calandosi gli occhiali sul naso e le scrutò per qualche istante.
“Vi aspetto fuori.”
Così Idra uscì lasciandole avvicinarsi all’uomo, i fogli della lettera d’invito ben stretti in mano.
“Salve, siamo Capella Santorsoli e Vega Mazzarolli,” iniziò poggiando i fogli di entrambe sul tavolo così che l’uomo potesse allungare la mano per esaminarli. “Siamo state chiamate per prendere servizio a partire da domani.”
“Oh sì, la lavapiatti e la cameriera nuova. Bene, dovete firmare i vostri contratti.”
Si alzò dalla sedia con fatica storcendo appena la bocca come se fare tale movimento gli avesse provocato un malessere fisico.
Cal non poté evitare di chiedersi quanto gli mancasse alla pensione.
Era vestito in maniera elegante con un paio di pantaloni a sigaretta neri, scarpe lucide ed una camicia bianca al collo della quale era stata legata ordinatamente una cravatta.
Consegnò loro i loro contratti invitandole a leggerli e firmarli.
“Sono uguali a quelli che vi abbiamo già inviato ma controllate che non ci siano errori.”
Vega lesse velocemente il suo e quindi afferrò quello dell’amica per controllarlo a sua volta, l’uomo non commentò tornando a spingere qualche tasto sul suo computer.
“Vanno bene,” le sussurrò una volta finito di leggere passandole una penna ed indicandole il punto in cui doveva firmare, quindi fece altrettanto.
“Molto bene, alloggerete qui insieme agli altri lavoratori, il dormitorio femminile è subito sulla destra, un edificio tinteggiato di giallo, quello maschile è subito accanto. Non ci interessa cosa fate fuori dalle ore di lavoro ma non dovete far chiasso né disturbare i clienti. La mensa dove consumerete i vostri pasti è il terzo edificio, quello giallo, i cuochi sono fissi ma la sala è sistemata e gestita dai terrestri, non preoccupatevi, non dovreste mai incontrarli.” Consegnò loro due chiavi in argento completamente anonime mentre Cal era attraversata da un brivido al pensiero di poter scorgere alcuni terrestri; a seguito di tutti i racconti che aveva sentito non poteva dire di esserne felice. “Bene, potete andare.”
Le due recuperarono i loro effetti e si avviarono verso la porta dopo qualche parola di cortesia ma poco prima che uscissero l’uomo parlò nuovamente:
“Ah, suppongo che sia scontato ma chiunque sarà sorpreso a rubare sarà licenziato in tronco senza la settimana di preavviso. Mangiare dai piatti dei clienti prima, durante o dopo averli serviti è considerato alla stregua del rubare. Gli avanzi vanno buttati. Chiaro?”
“Chiaro.”
Prima di uscire Cal strinse delicatamente la mano attorno al braccio dell’amica facendole rallentare il passo e tendere l’orecchio.
“Ma sarà sicuro? Lavorare con dei terrestri intendo.”
Vega le sorrise rassicurante.
“Ma sì, vedrai, questi sono stati rieducati.”
 
            L’edificio del dormitorio non era particolarmente grande ma era pulito.
Un lungo corridoio si apriva alla porta d’entrata e correva lungo tutta la lunghezza, era composto da tre piani con sei camere ciascuno.
Le camere non erano addobbate o decorate in maniera sfarzosa o allegra, vi erano due letti a castello posti ai lati della stanza, quattro piccoli armadi e quattro tavoli al fianco dei vari letti. Procedendo a diritto c’era un bagno completo di doccia e tutti i servizi igienico sanitari oltre che una lavatrice, infine un piccolo terrazzo dal quale potevano stendere gli abiti bagnati o sedersi ad un piccolo tavolo guardando il giardino interno. Dall’altra parte si affacciavano i terrazzi del dormitorio maschile, infine in un angolo del giardinetto rettangolare si trovava il terzo edificio giallo adibito a mensa per i lavoratori.
Vega e Cal dovettero separarsi, i letti che si erano liberati erano in due stanza separate.
“Lavoreremo spalla a spalla,” iniziò Vega guardandola con un piccolo sorriso tirato sulle labbra, “e poi staremo nei dormitori solo per dormire.”
“E le nostre stanze sono adiacenti, potremo vederci quando vogliamo,” aggiunse l’altra.
“Esatto!”
Ciononostante avevano lo stomaco chiuso in una morsa.
Non avevano avuto alloggi diversi da quando non si erano ritrovate in quella casa famiglia, il doverlo fare ora, in un momento in cui tutto ciò che le circondava era cambiato radicalmente, non le aiutava a sentirsi a loro agio.
Si sorrisero mentre Idra prendeva per un braccio Cal trascinandola verso la stanza che avrebbero condiviso mentre Vega si avviava verso quella accanto.
“Ragazze, abbiamo una nuova inquilina!”
Le due giovani sedute sul letto basso a destra stavano giocando a carte, quella più adulta stava masticando qualcosa a bocca aperta. Alzarono lo sguardo verso di lei, quella con la bocca in movimento si limitò a fare un leggero cenno col capo mentre l’altra si aprì in un sorriso gioviale e, assicuratasi che non fosse possibile vederle le carte parlò: “Ciao! Io sono Estella, lei è Elara.”
“Cal, piacere.”
Si sentiva a disagio nello stare ferma immobile davanti alla porta, Idra ancora al suo fianco che le reggeva il braccio, si liberò muovendo qualche passo in avanti e trascinò la valigia dietro di sé.
“Quindi… quale sarà il mio posto?”
Estella le indicò uno dei quattro armadi bianchi situato a sinistra del letto a castello a sinistra.
Il letto inferiore era rifatto mentre quello superiore aveva solo il materasso. Lasciò la valigia ed aprì l’armadio trovandovi in un angolo coperte grigie ed un cuscino, afferrò il tutto e lo poggiò in punta di piedi sul letto vuoto.
“C’è una scaletta per salire?”
Idra annuì mentre le altre due tornavano a giocare a carte.
Afferrò una scaletta in ferro battuto posizionata accanto all’armadio e la sistemò in modo tale da incastrarla e potervi salire.
“Da che parte della città vieni?”
Estella non alzò lo sguardo dalle carte ma si stava palesemente rivolgendo a lei.
“Dalla zona C dei lavoratori.”
“Oh, io ho mia cugina che ci abita, lei con il marito ed il bambino, dovrebbe aver fatto quanto? Due anni?”
“Estella sta a te, vuoi muoverti?”
La giovane buttò giù una carta sospirando esasperata dall’impazienza della coinquilina.
“La conosci? Berenice, una giovane dai capelli chiari lunghi fino alle spalle. Mio nipote è un bambino piccolino dai capelli corti, ancora non sa parlare molto bene ma quando apre la bocca lo si sente fino ad un chilometro di distanza. È molto vivace.”
Cal scosse appena la testa mentre finiva di mettere il cucino dentro la federa bianca e lo sbatteva un po’ per dargli una forma più consona.
“Mi dispiace. Non conosco molte persone di quella zona.”
“Oh, ti eri trasferita da poco?”
“No, non proprio.”
Non aveva mai legato molto con i suoi vicini, era Vega quella chiacchierona che faceva biscotti e che condivideva gli avanzi con gli altri. Lei era piuttosto quella figura che stava dietro di lei e si sforzava di sorridere in maniera cortese. Non aveva mai negato una chiacchiera di cortesia con qualcuno ma non era particolarmente propensa ad iniziarne una di sua spontanea volontà.
Aveva qualche amico a lavoro ed aveva mantenuto i rapporti con alcune persone dalla casa famiglia ma la sua cerchia era piuttosto ristretta.
Finì di sistemare il letto e passò all’armadio estraendone gli abiti e mettendoli al loro posto.
Aprì uno dei cassetti e vi inserì quei pochi libri che aveva deciso di portarsi dietro. Estrasse dallo zaino l’album delle fotografie, ormai diventato un librone alto e con la copertina logora, con una fotografia particolarmente sciupata dalla quale pezzi di colore erano stati grattati via dal tempo, ma dove, ancora, si riusciva ad intravedere una bambina che sorrideva felice all’obiettivo con al fianco i suoi genitori che ridevano.
Era una foto scattata prima del grande periodo nero, quando i gas tossici avevano superato i limiti arrivando ad uccidere in pochi minuti chiunque fosse uscito senza la maschera a gas, prima che l’inquinamento delle falde acquifere impedisse all’essere umano di potersi dissetare.
Accarezzò la copertina e lo aprì con delicatezza.
Quel librone era stato portato da una sua giovane antenata di appena dodici anni, era riuscita ad ottenere il suo posto sulla città grazie alla cugina. Era stata lei, la bambina della foto, che, cedendo il suo posto, aveva fatto slittare la graduatoria stillata per decidere che potesse accedere alla città sospesa e chi no permettendole di salire. Le aveva affidato quell’album che aveva iniziato quando era piccola con l’incarico di continuare ad aggiungerci foto e continuare a raccontare la storia della famiglia.
Le prime foto erano tutte del periodo antecedente all’inizio dell’esodo su Nuova Speranza poi iniziavano le prime fotografie scattate sulla cittadina.
Arrivò alla pagina dei suoi genitori, la data appuntata in basso ed una breve descrizione.
Era stato suo padre il possessore dell’album ed era stato lui che l’aveva informata sull’importanza di continuare a mantenere viva la storia della sua famiglia.
Osservò la foto che li ritraeva nel giorno del loro matrimonio e sorrise nel voltare la pagina osservandolo mentre, in divisa, la reggeva tra le braccia ancora neonata.
Chiuse il librone con dolcezza mettendolo all’interno dell’armadio.
Si disse che un giorno avrebbe scattato altre foto e le avrebbe incollate con le loro descrizioni e decorazioni colorate, poi lo avrebbe lasciato ai suoi figli raccontandogli la lunga storia della sua famiglia partendo da quanto, più trecento anni prima una ragazzina coraggiosa aveva deciso di lasciare il proprio posto alla cugina per permetterle di avere una vita migliore mentre lei rimaneva a terra accettando la probabilità di ammalarsi e morire a causa dell’inquinamento.
Tastò l’interno dello zaino e sospirò nel sentire che i soldi vi erano ancora lì, lo piegò con cura e lo mise in un angolo al sicuro.
“Vieni, ti spiego il resto del dormitorio.”
Idra le sorrideva indicandole con la mano la zona del bagno e del terrazzo.


N.D.A.:
Che dire, questo è un primo capitolo introduttivo, spero vivamente che qualcuno passi e mi lasci una recensione, mi farebbe veramente molto piacere sapere cosa ne pensate <3
Vorrei anche avere dei feedback sulla lunghezza dei capitoli, la storia è già tutta scritta ed i capitoli sono all'incirca tutti di questa lunghezza quindi, se li trovate un po' troppo lunghi, posso tagliarli pubblicandoli a metà
Vi lascio un bacione ed un forte abbraccio che in questo periodo ne abbiamo bisogno più che mai
Chelinde <3
 
  
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