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Autore: Achillea_De_Seniles    25/04/2021    1 recensioni
(Le tre ocarine occhi di fiamma)
Genere: Commedia, Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Un gran brutto scherzo

(Le tre ocarine occhi di fiamma)

Ero andata semplicemente al supermercato a fare la spesa. Era una tranquilla quotidiana giornata autunnale. A ben guardare, non era poi così tranquilla, considerato che eravamo in piena pandemia. A causa del Coronavirus la vita era cambiata. Non si poteva più uscire liberamente. Si poteva andare al supermercato, in farmacia, alla macelleria ecc. Il resto era tutto chiuso. Le strade del quartiere, che erano sempre state rumorose e chiassose, adesso erano un cimitero. Inoltre tutti dovevano indossare la mascherina. Chi si comportava diversamente, veniva linciato dala gente che incontrava. In un clima così in teoria ci si poteva aspettare di tutto, ma io mi ci ero adatta. Quindi non mi sarei proprio aspettata un incontro come questo. Ero appena entrata nel supermercato. Dopo essermi disinfettata le mani e aver finito di disinfettare il carrellino blu, intravidi la sagoma delle tre comare, che io chiamavo sempre le tre ocarine occhi di fiamma. Appena si accorsero di me, sorrisero. Lasciarono perdere quello che stavano facendo per venirmi incontro a parlarmi. Avanzavano con le mani infilate nei pantaloni jeans. Io le fulminai con uno sguardo severo. Non mi erano mai veramente piaciute e continuavano tuttora a non piacermi. La nostra amicizia, se così si poteva chiamare, era cominciata durante gli anni della scuola media, gli anni peggiori della mia vita. Sebbene avessero detto di volermi molto bene, mi avevano sempre pestato, presa in giro e voltato le spalle nel momento del bisogno. Com'era che mi avevano detto? “Tu sei mia amica, ma tu hai fumato proprio!” Oppure: “Devi essere fiera di fare ridere tutti”. Finita la scuola media, dal momento che ero andata in una scuola diversa dalla loro, automaticamente mi allontanai da loro. Credevo di non rivederle più, invece essendo mie vicine di casa era inevitabile un incontro. Avevo sempre avuto paura di incontrarle, perché sapevano essere molto appiccicose e persuasive. Sopratutto quando erano insieme, erano sempre intoccabili. Seguendo i cattivi consigli, alla fine avevo cercato di riallacciarmi. Ma non aveva funzionato per niente. Sparivano quando volevano, solo per ricomparirmi quando si annoiavano e senza il mio permesso. La maggior parte delle giornate le passavano sedute a un bar: si prendeva qualcosa da bere e si spettegolava di tutto e di tutti. Io non riuscivo mai ad aprire un discorso. Spesso e voltentieri mi chiudevo nei miei pensieri e pensavo a quello che stavo studiando e al tempo che stavo sprecando. Inoltre non avevano mai cambiato idea riguardo a me. Infatti, non facevano che ricordarsi di come mi trattavano male e di quanto io fossi stupida. Utilizzavano qualsiasi pretesto per pestarmi. In particolare non avevano approvato la mia scelta di andare all'università. Volevano che io la mollassi, affinché non si sentissero inferiore a me. Loro non avevano voglia di studiare e non volevano che io che ce l'avessi. Dal momento che alle medie non ero una gran studiosa ed ero in ritardo con gli esami, avevano la scusa pronta per darmi addosso. Non poteva più continuare. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, era sempre la stessa storia. Mi pesava proprio stare lì. A forza di insultarmi e di annoiarmi, alla prima occasione me ne andaii, fregandole con la loro stessa moneta. Mi avevano telefonato dicendomi: “E' vero tra tre minuti sei pronta ad uscire”. “Insomma non esci mai”. “Come sei acida”. Io le lasciai parlare tranquillamente. Senza nemmeno rendersene conto, si stavano imbrogliando da sole. Infatti, stavano dando tutti I segni evidenti di odiarmi. Glielo dissi chiaramente: “Ma se vi faccio tanto schifo, ma perché mi frequentate?” E gli avevo attaccato il telefono in faccia. Da allora non le avevo mai più riviste. Avevano continuato a chiamarmi, ma non avevo mai accettato di uscire. Ad un certo punto poi gli avevo bloccato i numeri. Loro mi avevano continuato a chiamare con il numero primato ed io avevo continuato a resistergli. L'ultima nostra chiamata risaliva ormai a un anno fa. Credevo che dopo quella chiamata, visti i miei comportamenti scortesi, mi avrebbero lasciato in pace. Ma a quanto pareva, non avevano mai niente di meglio da fare tutto il giorno. Mi aveva sorpreso tutta la loro cocciutagine. Non avevano mai niente di meglio da fare. Per questo non ci tenevo ad incontrarle, specialmente tutte e tre insieme e in un luogo chiuso. Anche se era un semplice supermercato, non prometteva niente di buono. Bisognava fare molta attenzione. Avevano già un carattere terribile quelle tre ed oggi erano molto sospette più del solito. Si stavano molto annoiando. “Perché non cerchiamo di fare qualcosa di diverso” mi disse Vittoria. Avevano senza dubbio un piano diabolico ed io ero pronta a resistergli, qualunque cosa fosse. Purtroppo sembravano pronte quanto me. Tania, l'ocarina bassa, capelli lunghi e neri sempre tenuti sciolti, mi invitò a venire un momento. Doveva farmi vedere un bellissimo prodotto. Delle tre ocarine, era molto attiva e molto civetta. La sua civetteria la instupidiva. Forse era questa la ragione per cui non si era guadagnata il titolo di capobranco. Io esitai. Pur non sembrando cattiva, non mi fidavo lo stesso. “Dai vai”, mi disse Giada, l'ocarina più odiata. Anche lei aveva i capelli neri e lunghi raccolti sempre in una coda. Seguiva sempre il branco come un pappagallo, proprio per questo mi dava ai nervi. Mi prendeva sempre per una cretina. Io cercai di andarmene, ma alla fine venni trascinata lo stesso. Tania aveva appena buttato giù uno scaffale pieno di marmellate, miele cioccolata e aveva ridotto in briciole le fette biscottate. Senza accorgermene nemmeno, mi avevano anche sporcato i vestiti di marmellata e messo briciole dappertutto. “Adesso vedrai cosa ti succederà” dissero Giada e Vittoria, mentre andavano a chiamare i padroni. In questo modo tutti avrebbero incolpato me e io avrei pagato i danni. “No!!!” Non era possibile. Come facevo a liberarmi di loro. I proprietari del supermercato come mi avrebbero mai creduta. Infatti, avevano la falsa testimonianza di due persone. Mi avevano già fatto prendere una nota a scuola, mi avevano rovinato una felpa nuova, mi avevano rubato un quaderno e un libro, ed erano sempre riuscite a passare impunite. Ora per colpa loro dovevo pagare tutti i loro danni. Non ne potevo più. Non si usciva mai da quell'incubo. Sarei tanto voluta scappare via. Perché no? Mi resi conto che si stava parlando come se il danno fosse già cosa fatta. In fondo sapevo volare via e Tania, che faceva sempre la gradassa, non sarebbe riuscita a starmi dietro. Come poteva farlo? Era troppo civetta per essere capace di maneggiare un solo potere magico. I saggi dicevano sempre di non fuggire al problema, ma io avevo sempre pensato che dipendeva anche molto dalle singole situazioni. Se mi fossi allontanata dal supermercato prima dell'arrivo dei proprietari, non avrebbero avuto prove contro di me ed il gioco era fatto. Dopottutto stavo solo uscendo scortesemente dal supermercato e in un momento di Coronavirus non era raro vedere gente in emergenza. Se era una questione di guerra, eccole accontentate. Prima di essere vista da qualcuno, spiccai il volo e uscii. Consapevole di non essere ancora sfuggita dal pericolo, mi tenevo sempre vigile e attenta. Qualsiasi trappola sarebbe potuta scattare da un momento all'altro. Si sentiva un silenzio particolare nell'aria, una specie di tregua. Però dietro ai silenzi si nascondeva sempre un pericolo. Non sbagliavo. Vittoria mi aveva seguita. Pur essendo il capo branco, non era mai veramente contenta di Tania e Giada. Loro stavano sempre solo a guardarsi allo specchio a fare le smorfiosette, lei passava parte del suo tempo libero a studiare e fare cose. Sapeva meglio delle altre che non ero tipa da sottovallutare. Si aspettava un mio contro attacco. Quindi eccola pronta all'inseguimento. Sebbene lo facesse solo per amicizia, io non mi facevo incantare dalle sue smancerie. Se aveva cercato di mettermi nei guai al supermercato, avrebbe continuato a farlo ancora. Io volavo velocemente e lei era sempre lì. Ritornai a terra e proseguii a piedi. Lei era sempre lì. Non capivo cosa fosse successo. Le mie gambe si erano appesantite. Non riuscivo a correre. Per fortuna vidi una lunga e faticosa scalinata. In genere la gente si ritira davanti alle salite infinite, ma non io. Vittoria non era tipa da arrendersi. Io per affrettare il passo, avevo appoggiato le mani sul poggia mano e mi tiravo velocemente su. Era un prodigio. Stavo andando spedita, come un fulmine. Vittoria fece lo stesso, anche se non andava veloce come me. Intanto i passanti si stavano annoiando della solita salita. Ci dicevano continuamente che volevano fare qualcosa di diverso e di più divertente. Stavano più o meno ripetendo le stesse parole delle tre ocarine. Solo che loro facevano sul serio. Mentre camminavamo velocemente, ci accorgemmo che il poggia mano stava diventando l'unico mezzo per muoversi. Il terreno sotto di noi si stava sgretolando o si stava alzando. Si stava passando da una sciocca lite all'orrore. Chiunque altro si sarebbe ritirato, ma non questa volta. La gente ci spingeva in avanti. Intanto i gradini diventavano alti. Mi fermai un momento e mi guardai dubbiosa. Non era normale. A quanto pareva eravamo solo io e Vittoria a pensarla così. La gente invece si divertiva un mondo. " Andiamo, non vi va di divertirvi. Volete fare sempre le solite scale. Siamo nella luna spaziale". Divertimento si faceva per dire. La scala stava diventando più ripida. Arrivate agli ultimi gradini, ci trovammo appese alle due mani. In quale scala eravamo capitate. Eravamo noi state stupide a giudicarla. Era da non crederci. A me poco convinceva. Anche Vittoria la pensò come me. Perciò mi consigliò di tornare indietro. Si era stancata di questo gioco. Seguire Vittoria però, non mi sembrava una buona idea. Chissà che cos'altro arebbe preparato dopo insieme alle sue amiche. Forse in quella scala non c'era niente di cui essere preoccupati o forse si... Comunque era sempre meglio che ritornare giù. Io proseguì. Siccome non avevo ceduto, neanche Vittoria poteva cedere. Infatti, non avrebbe dato una buona impressione alle sue seguaci. Essere capo branco comportava una serie di obblighi, come l'essere sempre pronta a tutto. Per arrivare alla meta finale, si doveva saltare. “Ma stiamo scherzando!” Stavamo pensando. Sotto avevamo il vuoto. “Ma quanto ti ci vuole?” urlarono le persone sotto. Non sopportavano di aspettare. Avevano una giornata piena di impegni. Qui io una e Vittoria eramo d'accordo. Infatti, non ci tenevamo affatto a mollare la presa e a saltare. La mia capacità di volare non mi avrebbe aiutata. Avevo bisogno di tranquillità, perché funzionasse. Mi aspettavo che ci fosse d'altra parte qualcuno ad aiutarci, invece non c'era nessuno. Durante il salto ciascuno se la doveva vedere da solo. Se fossi scesa, me la sarei dovuta vedere con infinità di persone. Sinceramente a me non importava niente. Mica ero salita su quelle scale per fare giochi pericolanti. “Vedi che avevo ragione io. Non fare la fessa, ti faresti solo male”. A quella frase mi resi conto in che situazione mi ero cacciata. Vittoria aveva trovato un motivo in più per perseguitarmi. “Vieni scendiamo insieme e lascia stare. Fai la brava bambina”. Nell'esaminare la faccia di Vittoria, si vedeva un chilometro che era spaventata quanto me. Sicuramente non sarebbe riuscita a fare lo stesso e io capii che attraverso questo ultimo sforzo sarei arrivata dove nessuna di loro sarebbe mai arrivata e così avrei avuta la vinta. Perciò invece di ubbidire ai suoi ordini, mi voltai dall'altra parte. “Non hai paura?” “Sono terrorizzata” le risposi, guardando per un momento giù tutto il vuoto che c'era. Poi con un ghigno malefico continuai: “ Purtroppo però io, salterò lo stesso”. Se avessi tentato di saltare, lei avrebbe dovuto fare lo stesso, altrimenti avrebbe fatto meglio a non comparirmi più davanti. Cominciai a dondolarmi e come un uccello chiuso in gabbia che si ribellava, mi lanciai nel vuoto. Quel volo fu un momento di gioia e di tettore. Mi stavo tuffando nell'aria aperta. Chissà se questo momento sarebbe stato il mio momento di gloria o la mia sentenza di morte. Riuscii ad arrivare dall'altra parte della scalinata, ma il gradido su cui mi ero saldata, non era per niente solido. Non resse il mio peso. Tentai di salire ed agrapparmi a un punto della scala solido, ma i miei sforzi furono inutile. Dopo tre tentativi pian piano mi sentii cadere nel vuoto. "Ah! Ah! Ah". La fronte si bagnava di sudore. Non successe niente. Tutto a un tratto mi sentivo dondolare sull'altra parte della scala. Era stata il frutto della mia immaginazione. Ero arrivata dall'altra parte della scala. Era tutto a posto. Ero al sicuro. Se Vittoria voleva continuare a infastidirmi, poteva pure continuare. Ma io ero più avanti di lei. Io ero arrivata su dall''altra parte della scala e non avevo per niente voglia di aspettarla. Finalmente io beffarda gli chiesi: "Allora non vieni". Mi rivolse una smorfia e si guardò tutta perplessa. Secondo lei io ero stata fortunata ad essere arrivata. Senza neppure saperlo avevo valutato bene le distanze ed ero riuscita a darmi la spinta giusta. Ma lei sarebbe riuscita a fare lo stesso? Se si fosse sbagliata, sarebbe caduta, ma se si fosse ritirata era sconfitta. Per la prima volta si sentì sola ed indifesa. Dopo tante esitazioni non se la sentì di farlo. Scelse di scendere. Le persone dietro la derisero per questo. La chiamarono fifona. Con me invece si complimentavano. Ciò stava a significare che per quelle persone Vittoria non era nessuno. Non sarebbe mai stata il centro della loro attenzione e si scordava di restare il capo. Sperava incontrare conforto dalle sue migliore amiche, invece ebbe una grande brutta sorpresa. Tania nell'aver cercato di farmi passare i guai al supermercato, si era messa in trappola da sola. La gente aveva visto lei prendere a calci tutto, non io. Quindi fu lei a pagarne le conseguenze. Dal momento che il danno equivaleva a duecento euro, i suoi genitori si addirarono moltissimo. Fu tenuta in casa fino a quando non avesse imparato la lezione. Doveva staccarsi da Vittoria e da Giasa. Un'altra stupidagine come quella e sarebbe finita male. Giada, visto le cose come si stavano veramente mettendo, se l'era filata. Essendoci ancora tempo per mettersi in salvo, non aveva né di difeso Tania e neppure osò comparire da Vittoria. Temendo di trovarsi un'altra volta in una situazione come quella, non ci uscì mai più con loro. Cambiò gruppo di amici.

Risi soddisfatta, alzando lo sguardo per ringraziare il cielo: finalmente mi ero sbarazzata per sempre di queste ocarine.

    


 

   
 
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