Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: azdrubale    26/04/2021    0 recensioni
«_Quando i miei scelsero di chiamarmi Phoenix, senza sapere che sarei rinato più di una volta_»
Finn porta con sé i colori scuri del Galles, ma è cresciuto nel New England tra il padre assente e la madre super cattolica. E' un uomo semplice, avrebbe voluto una bella ragazza da sposare, una casa in periferia e dei figli da veder crescere e nonostante sia un bell'uomo, ora che è più vicino ai quaranta che ai trenta, si ritrova scapolo, con un cospicuo conto in banca e un recente passato da cui scappare.
Genere: Azione, Fantasy, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

«Rimani a cena? Dico a Marge di farti due panini»

«No, Niall, no! Devo tornare a casa… sarà già difficile spiegarle perché sono… ubriaco»

«Non sei ubriaco, Gordy. Devi solo prendere un po’ d’aria»

«Lo dici tutte le volte e poi quel segugio che ho a casa se ne accorge da come apro la porta»

Gordon, il tassista, doveva consigliare un pub ad un cliente e naturalmente ha scelto di portarlo nel Queens dal cognato, scegliendo di fermarsi per una pinta. Due pinte. Gli ho servito la terza pinta meno di un quarto d’ora fa e lo guardo terminarla in un sol colpo. Ha avuto la buona idea di berla da in piedi, altrimenti non posso escludere che sarebbe volato giù dallo sgabello nel tentativo di scenderlo.

Niall neanche lo guarda, sta ancora ridendo e batte il conto ad un tizio che ha terminato da poco di cenare. Ci sono volti nuovi ogni giorno nel locale e altrettanti si ripetono quotidianamente, conosci le loro angosce, i loro problemi, i loro pensieri, ma non ho idea di come si chiamino.

«Ricordati quella faccia e quando lo vedi entrare la prossima volta, digli che siamo chiusi»

La voce di Niall è piuttosto bassa e irritata. Seguo il suo sguardo sino alla nuca del tizio che apre l’ingresso ed esce dal locale.

«Anche se si presenta a metà pomeriggio?»

«Inventati qualunque cosa»

«Roger!»

Niall produce una sorta di verso gutturale di stizza che fa ridere Gordon, ma non mi sorprenderei se non avesse la minima idea del perché stia ridendo. La prima e l’ultima volta che mi sono fatto portare in giro da Gordon, mi ha chiesto un capitale specificando si trattasse del risultato del tachimetro ed ho fatto la cazzata di lasciargli il mio numero, per cui di tanto in tanto - come stasera - mi chiama per i suoi interessi. Mi torna in mente il quell’imbusto di Amir e sfilo il cellulare dalla tasca per controllare l’ora e notare l’assenza di notifiche. Diana non si è fatta sentire e sono passati diversi giorni da quella serata, ma ho come la sensazione che sia tutto perfettamente normale. Anche Scott mi aveva anticipato che non si sarebbe fatta viva e che non avrei dovuto chiamarla per alcun motivo, nonostante sentissi la voce di Rachel in sottofondo a ribadire il contrario.

«E’ lei che ha voluto il suo numero»

«No, il suo amico»

«Per di più. Quindi perché dovrebbe chiamarla lui?!»

«Una volta che ha il suo numero, se vuole scriverle dovrebbe farlo»

«Ma lui non vuole scriverle, tu vuoi scriverle?»

«Non ho niente da dirle...»

«Ecco vedi? Non ha niente da dirle!»

Quei due hanno continuato a portare avanti la discussione tra loro per quasi cinque minuti, prima che riuscissi finalmente a concludere il racconto. Da Scott non mi sarei mai aspettato un lato da Don Giovanni, in fondo da l’idea di essere una di quelle persone troppo buone anche solo per usare un briciolo di strategia.

«L’amico ha insistito perché lo prendesse così da chiamarmi direttamente per avere un tavolo la prossima volta»

«Sembra un tipo simpatico questo amico»

«Non lo so, Scott. A tratti gli avrei tirato lo sgabello da sotto il culo»

«Mi pare ovvio se è stato due ore abbracciato alla signorina»

«Non è per questo...»

«Sì invece, non scopi da mesi amico mio. Che tu voglia ammetterlo o meno, il tuo corpo ti manda segnali»

.«Non credo che a Rachel interessino questi argomenti»

«E’ al telefono con i suoi genitori. La madre ha deciso di venire a stare qui il prossimo fine settimana per vedere come ci siamo sistemati… a proposito, non è che sei riuscito a comprare quella brandina entro questo venerdì?»

«Mi dispiace, penso che dovrai sopportare tua suocera»

«Almeno fammi sognare e dimmi che ti scoperai quella signorina»

«Si chiama Diana e preferirei non sognassi la mia vita privata»

«Idiota, non sogno te… »

«Ci mancherebbe»

Le mie risate non hanno fatto altro che irritare Scott, che ha chiuso la conversazione imbarazzato dopo pochi minuti. Ho sperato davvero che non intendesse fantasticare sul mio fine settimana, più che altro per timore di ricevere domande opprimenti successivamente. Certo è che non posso dargli torto: dovrei comprare un divano e un televisore per tenermi aggiornato sul mondo, guardare un film.

 

Sento Gordon biascicare un saluto confuso a cui reagisco d’istinto e senza dargli adito di muovere più di un passo.

«Ehy Gordon, devo comprare una tv e un divano. Mi accompagneresti?»

Lo vedo voltarsi con qualche difficoltà, rallentato dall’alcool è comunque in grado di sorridere e cogliere l’opportunità di farsi un’altra giornata di lavoro facile facile.

«Scertamente, ti porto nel poShto migliore che COnosHco!»

«Purché sia in zona, ok? Non ho intenzione di arrivare negli Hamptons per un divano»

Sta per dire qualcosa ma è evidente non sia pienamente in grado di ribattere in modo costruttivo e Niall coglie l’occasione per darmi ragione e invitarlo a fare un giro in cucina per parlare con la sorella. A volte dimentico che l’irlandese con le mani in pasta in cucina è la sorella di Gordon, perché quei due non hanno nulla in comune: lui è molto più vecchio all’apparenza, i tratti irlandesi sono fraintendibili, mentre la moglie di Niall ha preso tutte le fattezze tipiche, dai capelli rossi alle lentiggini con occhi chiari. E’ una ragazza deliziosa, ma perfettamente in grado di farsi rispettare quando necessario e penso che sia proprio la sfuriata che tema la mente annebbiata dai fumi della birra di Gordon. Lo osservo fare il giro del bancone e cercare di darsi un contegno prima di oltrepassare la porta a doppio battente che da nelle cucine. Lancio un’occhiata  a Niall che già ride sotto i baffi biondi e si rivolge ad un nuovo cliente per prendere l’ordine. Non arriva alcun suono, ma è certo che il discorso stia andando per le lunghe, dal momento che il caro vecchio Gordon passata mezz’ora non è ancora uscito da quella porta.

«Credi che l’abbia drogato?»

«Nay. L’avrà fatto sedere nell’angolo della vergogna e si sarà addormentato»

Fisso Niall perplesso e lui scoppia a ridere prima di spiegarmi, «Lei lo chiama così quando lui si ubriaca, per farlo sentire in colpa. E’ l’unico angolo libero della cucina e lo fa sedere in terra, lui borbotta, ma alla fine si addormenta come un somaro. L’ultima volta l’ha svegliato gettandogli addosso un bicchiere d’acqua gelato»

«Ahio» non trattengo le risate e mi volto per controllare che dalla porta della cucina non stia uscendo nessuno «E funziona?»

«Naturalmente! Io non posso impedirgli di mettersi alla guida da ubriaco, ma lei sì»

Cerco di capirne la ragione continuando a guardarlo, ma lui stringe le spalle ed in un rapido botta e risposta di sguardi, la questione si chiude lì.

«Tu non hai una sorella che ti tira le orecchie, eh Finn?»

«No, mai avuta. Figlio unico!»

«Fantastico, una vita privilegiata. Io sono il terzo di cinque fratelli e sono ben felice così!»

Ne ridiamo insieme e intuisco che si riferisca alle dinamiche differenti tra fratelli, senza donne in casa, ma lui insiste:

«Volevo chiedertelo… ma tu non sei americano, vero?»

«Sono gallese. I miei si sono trasferiti in New England quando avevo pochi anni»

«Il cognome, sai… E perché?»

«Mio padre era in marina e venne stanziato a New Bedford. Ho frequentato le scuole americane, ho iniziato l’università a New York. Credo di avere qualche cugino in Galles, ma ho perso i contatti da anni ormai»

«E i tuoi?»

«Mio padre è morto» compio uno sforzo di memoria, cerco di andare indietro, molto indietro, ricordare una vita prima di Los Angeles, prima di New York, «E mia madre l’ha seguito, qualche anno più tardi». I fiori, l’altare, la navata carica di persone e la foto di una donna brizzolata e sorridente mi tornano alla memoria dei momenti a cui non avevo affatto pensato fino ad ora e le immagini si delineano, assieme al magone che mi blocca la gola e mi offusca la vista. Realizzo solamente adesso il motivo per cui non ho nessuno da avvisare, da contattare, da raggiungere. Questa città è l’ultimo porto sicuro in cui sono stato, tornarci è come una nuova richiesta di aiuto e lei ha aperto le sue ampie braccia come la più amorevole delle madri, impegnata nelle sue mille attività, è riuscita a fornirmi di casa, lavoro e persone di cui circondarmi nel giro di poco tempo.

«Mi dispiace. E’ per questo che sei venuto qui? Dove stavi prima non andava bene?»

Tiro su col naso e cerco di cacciare la malinconia, di distogliere i pensieri e riprendere a lavare bicchieri, «No… ho avuto dei problemi e avevo bisogno di cambiare aria».

Niall annuisce e sembra comprendere. Tace continuando a contare le referenze rimaste. Termino con i bicchieri e gli do una mano tra un cliente e l’altro ed escogitiamo un modo per evitare quel totale recap ogni volta, attraverso la costruzione di una tabella da aggiornare giorno per giorno. Sembra un’utopia, soprattutto nei momenti più concitati, ma lo vedo ottimista.

«Hai studiato qualcosa che ha a che fare con la gestione commerciale?»

Percepisco si tratti di una battuta, rido con lui e scuoto il capo: «Letteratura classica, ma non sono mai arrivato alla fine»

«Abbiamo un sapientone nel team! Devo dirlo a Marge, finalmente potrà organizzare quel maledetto duello a Trivial Pursuit».

 

Diana mi ha invitato ad un barbeque sabato pomeriggio. Le ho spiegato che lavoro, ma lei ha insistito con una nota vocale lodando la qualità pregiata di carne e la bella gente da farmi conoscere. Quando l’ho detto a Niall non mi è sembrato molto convinto, ma alla fine ha accettato di darmi due mezze giornate libere invece di un giorno intero. Ho chiamato Gordon, mi sono fatto portare sino Port Washington e per tutto il tempo non ha fatto altro che chiedermi come fossi riuscito a farmi degli amici così lontano dal “mio ambiente”.

«Non ti conosce nessuno qua giù, eppure hai incontrato una tipa di Port! Maledetto, mi auguro che almeno sia carina»

«Neanche i cani che aveva quando l’ho vista erano carini, ma erano… affamati.»

«In che senso?»

«Voglio dire che “carina” non lo usa più nessuno»

«Ah. Beh, come si dice allora quando è bella abbastanza che me la farei ma non voglio sembrare uno stronzo tassista ignorante?»

Gordon mi fa ridere, per i suoi eccessi sarebbe necessario scrivere un manuale, invece passano inosservati tutti i giorni a chissà quanti clienti che, lasciandosi portare in giro per New York, non sanno di assistere a un piccolo spettacolo umano.

«Bella donna, Gordy. Puoi semplicemente dire così»

Mi mostra il Macy’s di Spinney Hill e una serie di altre insegne, negozi, riferimenti che potrebbero servirmi - a suo parere naturalmente - per orientarmi semmai dovessi aver bisogno di qualcosa. Forse non ha dimenticato la mia richiesta di qualche giorno, non era davvero, completamente, ubriaco. Quando arriviamo a destinazione siamo in una lunga via residenziale con belle case a schiera, separate l’un l’altra da stretti vialetti che conducono sul retro. Ogni residenza è personalizzata, ma c’è una linea estetica che le accomuna e rende il quartiere accogliente ed ordinato, i giardini curati, l’erba ancora verde nonostante il ciglio della strada inizia a spruzzarsi del giallo e arancione autunnale. Gli alti alberi si stanno spogliando, ma il sole oggi brilla alto e non intende lasciare il passo alla brezza fresca che inizierebbe a portar con sé il cambio stagionale. Gordon mi lascia di fronte al numero 82 e, puntuale come le bollette, mi comunica il costo della corsa, augurandomi di trascorrere una buona serata solo dopo il pagamento e raccomandandosi di chiamarlo semmai finissi prima delle 8. Ricontrollo il messaggio di Diana scendendo dall’auto: la foto della casa corrisponde, mi ha scritto di seguire il vialetto e recarmi sul retro. Camminando mi sistemo la camicia bianca sotto la felpa nera e cerco di chiudere il trench, l’unico cappotto che avevo a Los Angeles. Per fortuna, anche i jeans sono scuri e nel complesso non faccio per niente schifo. E’ la prima volta che mi vesto decentemente e non ricordo l’ultima festa a cui sono stato, direi che è un bel passo avanti. Una volta girata la casa, il retro mi si presenta molto più esteso di quanto mi aspettassi: c’è un piano rialzato sul quale affaccia la porta secondaria, a vetri, la musica pompa nelle casse in modo da rimanere un sottofondo piacevole, che da un senso alla festa. C’è odore di brace e molti più volti di quanti mi aspettassi sono già presenti, armati dei loro bicchieri, qualcuno occupa le sdraio, altri impegnati a preparare il barbeque, altri ancora si intrattengono semplicemente in chiacchiera. Qualcuno si volta per osservarmi, ma non si avvicina, osservo il viso di una giovane adulta dagli occhi scuri e grandi che continua a fissarmi e accanto a lei un tipo mingherlino, anonimo, con i capelli lunghi che si accorge del mio arrivo solo seguendo lo sguardo della ragazza con cui stava parlando. Li osservo, ma vado oltre, cerco tra i volti quello di Diana, l’unica che può legittimare la mia presenza lì e la vedo sbucare dall’interno e venirmi incontro. Forse mi sarei dovuto aspettare di trovarla ancora meno vestita delle ultime volte, eppure sembra in grado di sorprendermi sempre. Ha i capelli raccolti in una treccia a spina di pesce latelare che le termina sulla spalla destra, con dei piccoli fiorellini di svariati colori incastrati nell’intreccio. Ha il seno fasciato da un costume rosa shocking piuttosto semplice, se non fosse per il colore, un paio di pantaloncini di jeans chiari sfilacciati e i piedi nudi calpestano l'erba come se fosse la cosa più naturale del mondo e come se fossimo in piena estate.

«Ehy, sei arrivato!»

«Non pensavo fosse così distante, ho fatto tardi?»

«No, per niente»

Lei è vivace e non smette di fissarmi: «Allora, vuoi bere qualcosa? O Passo subito alle presentazioni?»

«Sto bene così per il momento, grazie...»

E parte in quarta, mi prende per un polso e mi trascina verso la coppia di ragazzi che mi stavano fissando.

«Quello alla griglia è Aaron, poi te lo presento. E’ l’intenditore della carne di cui ti parlavo. Loro sono Nikki e Bill»

Arriva un «Ciao» lamentoso da parte del capellone e un «Piacere» perplesso dalla signorina dagli occhi grandi. Visti da vicino sono veramente enormi per il suo volto piccolo e tondeggiante.

«Ciao, sono Finn»

«Finn?» sembra che qualcuno le abbia dato un colpetto dietro la nuca, perché Nikki spinge in avanti il mento e mi tende la mano. Non ha nessuna intenzione di stringerla, ma la chiude a pugno e aspetta che io faccia altrettanto per un rapido, piccolo, scontro delle nocche.

«Piacere di conoscerti» s’intromette Bill che invece mi tende la mano aperta e stringe blanda la presa, lasciandola andare dopo poco, «Diana ci ha detto che deve farsi perdonare con te»

«In realtà no, è che ci siamo scontrati e non sempre per colpa sua»

«Difficile pensare che D sia una svampita, di solito è quella con la testa sulle spalle tra noi» la voce di Nikki risulta piacevole seppure acuto e leggermente stridula. Non è di New York, non ne ha l’accento.

«Noi continuiamo il giro» Diana stringe di nuovo il mio polso e mi trascina con sé, verso una piccola area giochi composta da una casetta e uno scivolo per bambini dal quale viene giù un bimbetto sorretto sotto le ascelle da quella che suppongo essere la bella mamma.

«Ehy Soph! Lui è Finn. Te ne ho parlato. Lei è mia sorella, Sofia.»

La donna prende in braccio il bambino e mi rivolge un ampio sorriso, dentatura perfetta, taglio corto castano e occhi verdi, un fisico niente male per essere mamma.

«Piacere di conoscerti, io… non sapevo avesse una sorella»

«E lui è Michael» Diana continua incurante dei miei tentativi di prendere la parola. Continuo a sorridere alla mamma, ma rivolgo uno sguardo fugace al bambino, intenzionato a tornare a giocare e disinteressato a me. Ti capisco piccolo cowboy, oggi quello scivolo è importante, ma un giorno preferirai star sul seno di una donna più di quanto immagini.

«E quella è sua sorella, Vicky!» seguendo la voce di Diana, mi volto e noto una bambina uscire dalla casetta e correre ad abbracciare la zia. E’ più grande del fratellino di almeno cinque anni ed è in grado di rivolgermi un’attenzione educata, scuote la mano per salutarmi e le sorrido.

«Jason è arrivato?»

«Ancora no, ma possiamo iniziare se vuoi, lo sai che non è puntuale»

«Gli faccio un colpo di telefono»

«No Dì, non ce n’è bisogno. Ora lo chiamo io, ma sarà ancora in mezzo alle scartoffie o al traffico»

La voce di Sofia sembra tranquilla, lascia ai bambini il loro gioco ed a noi, il nostro giro di presentazioni. Mi accorgo di una piccola vasca piena poco lontana e di un gruppetto di gente all’interno, a godersi l’idromassaggio e le luci al neon provenienti dall’interno e tra loro riconosco immediatamente Amir, l’amico mezzo indiano di Diana, che sventola la mano bagnata non appena ci scorge.

«Ehy Finn! Benvenuto in paradiso amico, dov’è il costume?»

«Ciao, mi dispiace ma non sapevo di doverlo indossare»

«Come? Diana non te l’ha detto?»

«Devo averlo dimenticato» interviene prontamente lei e senza lasciargli il tempo di aggiungere altro, stende il braccio partendo da un bisonte americano largo quattro ante e senza capelli «Kevin», il tipo risponde con un «Ehy» e lei prosegue verso un uomo dalla barba incolta, mi ricorda Jorge - il Babbo Natale messicano dell’ospedale - di gran lunga più giovane «Luke», che si limita a rivolgermi un cenno del capo. La mano di Diana salta Amir e riparte dal polo opposto, puntando verso una donna dai lineamenti sudamericani e le spalle muscolose «Alma», che mi sorride con un «Ciao, benvenuto!» e infine mi accorgo che tra loro c’è un ragazzino senza neanche un pelo sul viso, ma un fisico allenato e ben piazzato «e Junior».

«Luke, io mi chiamo Luke, ma mi chiamano Junior» e con un cenno di scazzo indica il Babbo Natale tra loro, disinteressato e assente, mentalmente lontano dalla chiacchierata. La voce maschile del ragazzino è ancora acerba, forse avrà sedici anni a dir tanto, ma a prima occhiata non sembra somigliare a nessuno dei presenti. Se non è con i genitori, che ci fa qui?

«Ciao a tutti!» taglio corto e forzo l’ennesimo sorriso, prima che la presa al polso di Diana torni a serrarsi e lei mi trascini altrove, verso vicini, colleghi e qualche cliente affezionato del suo studio. Conosco Tate, il suo centralinista ed Elsie, la studentessa prossima alla laurea, ex tirocinante e ormai punto di riferimento della clinica. Faccio il conto dei presenti e intuisco che quella dev’essere casa di Diana, tutti hanno a che fare con lei e la cercano per qualunque bisogno sopraggiunga. Mi mette in mano un bicchiere di birra, prima di lasciarsi trascinare dentro. Il profilo dellla casa è interessante, dev’essere una di quelle case di famiglia ereditate perché è troppo grande per una persona sola, sempre che non ci viva con la sorella e mi volto ad osservare quei bambini che continuano a urlare sullo scivolo, costringendo la giovane ed affascinante mamma a giocare con loro. Ammetto che già non ricordo il nome dei bambini, ma faccio caso al fatto che l’origine comune dei nomi, Sofia e Diana, denoti una certa vicinanza alla mitologia greca e che tra di loro la somiglianza è scarsa. Vedo Sofia voltarsi per rispondere al cellulare, sorride alla ragazza che prima stava nella vasca e le lascia i bambini per dare maggiore attenzione alla conversazione telefonica. Le sorelle hanno tratti del viso simili, la forma degli occhi, ma se la donna che sto guardando potrebbe fare la modella, Diana è troppo bassa anche solo per pensarlo e nonostante abbia un bel fisico, non è slanciata e sottile come Sofia.

«E quindi...»

Cado dalle nuvole e mi volto spaventato dalla voce troppo vicina, non mi ero accorto che Nikki si stesse avvicinando. Rintraccia il mio sguardo, non sembra notare l’infarto in corso che mi ha provocato e continua: «...Tu sei quello a cui hanno mangiato la colazione. I cani, dico.»

«Sì» forzo un sorriso ricordando lo scontro al parco e annuisco, voltandomi meglio verso di Nikki, escludendo Sofia dal mio campo visivo.

«Certo. E che l’aveva ciampata in aeroporto»

«E’ lei che non stava guardando dove andare»

«Ah già, sì. Deve avermelo detto... » continua a fissarmi, imbroncia le labbra in un grugno perplesso e poi riparte, «Era un po’ su di giri quel giorno, doveva… era preoccupata per il suo ex»

«Ahn, capisco» non è vero, ma annuisco. Una nuvola di fumo si solleva dal barbeque e mi volto per notare quanto accade: hanno appena messo a cuocere le prime fette di carne scatenando l’applauso generale. Sorrido e mi unisco al battimani, mentre Nikki non sembra minimamente coinvolta dal giubilio generale.

«Era uno stronzo. Un grande, enorme, universale stronzo»

«Ce ne sono molti in giro»

«Non a quei livelli!» la vedo ridere e gesticola per indicarmi la vastità di stronzaggine che il tizio in questione conteneva a parer suo, «hai… hai presente - tipo… ehm… immagina uno stronzo riconosciuto dall’universo come il più grande stronzo di tutti. Il principe degli stronzi, ecco!»

Gesticola cercando quelle parole giuste che mi divertono più di quanto cerco di dimostrare, per il semplice fatto che non la conosco e vorrei evitare di passare per maleducato dopo neanche un’ora dal mio arrivo.

«Beh chiaro. Almeno non ne era il re» la battuta non viene colta come immaginavo e lei mi guarda perplessa, poi qualcosa si accende e si abbandona ad una risata palesemente falsa.

«E non lo sarà, mai più, credo. Lo spero.»

«Perché?»

«Cosa?»

«Perché non lo sarà più? E’ morto?»

«Ehm… non lo so. Cioè, non so se è morto per Dì!»

Annuisco e tiro un sospiro di sollievo, perché pensare di conoscere una ragazza a cui è appena morto il presunto consorte, principe degli stronzi, non è proprio quel che voglio per la mia vita attuale.

«Tu invece che fai? Che ci fai a New York City?» Nikki incalza, beve un sorso senza togliermi gli occhi di dosso.

«Lavoro in un pub nel Queens»

«Un pub? Ma è tuo?»

«No. Ho iniziato da poco, sto imparando»

Sembra incapace di dire qualcosa, rimane a bocca aperta ed io aspetto di capire quale sia il problema, ma lei sorride e tace, tornando a bere un sorso dal bicchiere che tiene in mano. «E non ti piacciono gli animali?»

«In generale? Beh sì... »

«Non c’è Diana senza animali in giro»

«Cosa?»

«Non puoi pensare di stare con lei se non ti piacciono gli animali. Sei fortunato se ti porta solo un cane a casa»

«Mi piacciono i cani»

«Oh bene! Non l’avrei detto, ma… meglio così! Al suo ex non piacevano»

«E stavano comunque insieme?»

«Sì, ma lei ne soffriva molto»

Ho la sensazione di essere nel pieno di un terzo grado e metto a moto i neuroni per anticipare la prossima domanda e ribaltare il focus, se voglio sperare di uscirne intero.

«Voi due invece siete amiche da quanto?» è un semplice dato di fatto, Nikki si preoccupa per lei e dimostra di conoscerla abbastanza da dare per scontato che siano amiche da parecchio tempo.

«Qualche anno»

«Ah. Davvero?» possibile? La fisso cercando di capire se mi sta prendendo in giro, ma lei è perfettamente a suo agio e quegli occhioni scuri continuano a fissarmi senza pause.

«Sì. Abbiamo una natura in comune, legare è stato istintivo»

«E vi siete conosciuti per… per la clinica?»

«Ah no! Io vivo a Los Angeles, io e Bill siamo venuti a trovarla questo fine settimana»

«LA? Wow, non ne hai l’accento» piccolo infarto in corso, seconda parte.

«Sono del Tennessee in realtà. Mi sono spostata a LA per studio e alla fine ci sono rimasta»

L’accento ora si spiega, il suo modo di fare. Conoscevo qualcuno del Tennessee, ma non ricordo chi.

«Quindi vi siete conosciute lì?»

«Sì. Il suo ex sta lì e poi si sono lasciati ed è tornata qui»

«Mh Mh» bevo un sorso più lungo per prendere tempo. Cerco di pensare alla domanda successiva e spero che nel frangente, Nikki non abbia già qualcosa di pronto in servo per me. Potrei evadere, ma mi do una rapida occhiata intorno, mi pare che tutti siano occupati in qualche attività e non trovo un motivo per disturbarli o avvicinarmi.

«Tu invece sei sempre stato nel Queens?» eccola, pronta sulla linea di partenza non si è fatta attendere più di tanto.

«No.» scuote la testa e il monosillabo esce sommesso. Deglutisco e respiro a fondo, poggiandomi il bicchiere al petto quasi fosse uno scudo. Devo davvero dire ad una di LA che prima vivevamo nella stessa città anche se mi sembra di ricordare poco e niente? Cammino pericolosamente sul limitare della verità o mi ritroverò a breve a dover confessare di essermi perso gli ultimi anni della mia vita?

«Ho viaggiato negli ultimi tempi. Sono stato anche a LA prima di fermarmi qui»

«Ah si? Wow e dove sei stato?»

«Nel Regno Unito. Ho dei parenti in Galles e poi ho visitato un po’ l’isola» opto per un luogo lontano il più possibile per non incorrere in domande scomode.

«Grande! Sono stata solo a Londra, ma vorrei tanto tornarci. E’ bello il Galles? Ci sono un sacco di comunità carine carine laggiù ed i prati, è proprio un paradiso»

«Sì, è un bel viaggio. Merita!»

«E dove sei stato invece a Los Angeles? Ci sei rimasto molto?»

«LA? Ehm… no. Alloggiavo nel west side e...»

«Dalle parti di Santa Monica?»

«Sì, più o meno»

«Sicuro?»

«Cosa? Credo di sì, ora non ricordo bene...»

«E’ passato molto tempo?»

Scrollo le spalle e cerco di passare una spugna sull’agitazione che quella conversazione inizia a montarmi nel petto. Distolgo l’attenzione e poi guardo il bicchiere, potrei dire di andare a prenderne un altro, ma Nikki incalza ancora una volta.

«Ti facevo tipo da Eastside. Ci sono delle belle case dalle parti della National Forest, nei pressi di Pasadena»

Deglutisco e cerco di fare mente locale. Mi tornano in mente le parole del tassista, di Scott, del capitano Turner e sollevo lo sguardo fissando Nikki, mentre ho la sensazione che il sangue si coaguli nelle vene. Scott aveva detto che un capellone dai tratti indiani si era presentato alla porta di casa a cercarmi, cerco Bill e nonostante i capelli lunghi non ha nessun tratto da nativo. Non può essere lui, ma se Rachel si fosse sbagliata?

«Tutto bene?» Nikki avanza di un passo per sfiorarmi il braccio e riporto l’attenzione su di lei, ritirandomi al contatto. Le sorrido e annuisco, «mi è venuto in mente che devo fare una telefonata» e mi allontano verso il vialetto a passo svelto, cercando di recuperare il telefono dalla tasca. Sento di avere gli occhi di Nikki addosso anche se non mi volto per controllare. Probabilmente è un caso che lei abbia intuito la zona in cui vivessi, forse è puro culo, ma non riesco a fermare l’ansia in questo momento. Cerco di chiamare Scott, ma risponde la segreteria. Se chiamassi Gordon, penserebbe di dover venire a prendermi, meglio di no. O forse è proprio il caso di tornare? Scorro la rubrica e per errore clicco sul nome di Diana, parte la chiamata, probabilmente riesce a fare uno squillo prima che finalmente la chiamata si interrompa. «Cazzo.» devi smetterla di agitarti, amico. Datti una calmata. Blocco la tastiera e porto il telefono all’orecchio, rimango voltato di spalle, quanto meno non devo fingere di muovere la bocca. Respiro a fondo, mi sto agitando per la botta di culo di una ragazzina troppo curiosa. Barcollo sulle gambe e fingo di dare un calcio leggero ad un filo d’erba, poi sento dei passi dietro di me, mi volto e con la coda dell’occhio vedo Diana rallentare e guardarmi. Le sorrido, le faccio segno di aspettare e torno a voltarmi. Se volessi tornare a casa, ora hai l’occasione per dirglielo. Abbasso il telefono e lo metto in tasca, mi volto e la vedo guardare altrove, sembra tranquilla, sorride.

«Ehy»

«Oh, ehy! Mi hai fatto uno squillo?!»

Rido, che imbecille. «Devo averlo fatto per sbaglio, scusami»

«E’ tutto ok?»

«Sì»

«Ti stai divertendo?»

«Sì, ma...»

«Non dirmi che devi andare»

«Cosa?» vedo la sua espressione oscurarsi, continua a fissarmi in attesa della sua risposta e scuoto il capo «No, figurati. Avevo dimenticato di lasciare un appunto al pub e l’ho chiamato per avvisarlo»

«Ah bene. Dai vieni, la carne è quasi pronta!»

Sento di nuovo la stretta al polso e mi lascio trascinare verso la nube di fumo che origina dalla griglia, il profumo della carne lascia intendere che sia pronta per l’assaggio e nell’ovazione generale ho perso di vista Nikki e il suo amico capellone.

 

Un paio di birre e svariati tipi di carne grigliata più tardi, ho ancora la sensazione di essere sotto gli occhi di tutti e non c’è niente di più aberrante. E’ come se fossi al centro dell’attenzione, ma non ne capisco la ragione. Diana che entra ed esce da quell’idromassaggio in bikini meriterebbe più attenzione, anche i discorsi filo-repubblicani di Aaron sono interessanti, o gli addominali che Kevin sfoggia incurante dei problemi di autocontrollo di Elsie, sempre più inquieta. Ognuno di loro è più interessante di un tizio silenzioso, completamente vestito, seduto su mezza sdraio da solo che li osserva e li ascolta, partecipando solo se interpellato. Eppure ogni volta che mi sposto o mi volto, incrocio lo sguardo di qualcuno e inizio a non sopportare più i brividi lungo la schiena. Tengo gli occhi bassi e finisco la quarta, o quinta birra. E’ fresca e annacquata, scende meravigliosamente. Con un leggero vuoto nella testa che annulla altri pensieri, seguo con lo sguardo Sofia quando annuncia di portare i bambini dentro per un pisolino e mi torna in mente quel padre che non si è ancora fatto vivo. Chissà cosa l’avrà trattenuto di sabato pomeriggio, oggettivamente ha una moglie splendida e due bimbetti simpatici, tornare a casa dev’essere piacevole. Io non ho fretta di rientrare, non c’è nessuno ad aspettarmi, a parte il disordine e un’eruzione di sporcizia originata dallo zaino di vestiti sporchi, ormai troppo piccolo per contenerli. Scuoto il capo cercando di distogliere il pensiero, lo sguardo si ferma sul busto nudo di Kevin, in piedi e in posa. Sono certo che sappia di avere gli occhi di Elsie addosso e la cerco, tra i vari volti, il suo mi pare sia l'unico a puntare sugli addominali dell'Ercole nord-americano. Meriterebbe di passare agli annali accademici a riprova del fatto che gli uomini non siamo i soli a fissare altre parti del corpo, che non siano gli occhi. Poco distante dalla coppia intenta a chiacchierare, c’è Tate che sfila dalla tasca un pacco di sigarette: ne porta una alle labbra e poi lo porge verso la ragazza. Ciò che riesco a distinguere chiaramente è l’espressione schifata di Kevin. Elsie ha sollevato la mano, sembra voglia prendere una sigaretta, invece sposta il pacchetto verso il suo proprietario. Le loro voci non mi arrivano, ma è come un film muto fatto solo di sguardi e movimenti, gesti elementari che suggeriscono gli stati d’animo al di là delle parole, che si sa a volte non fanno altro che confondere. Tate ripone il pacchetto ma fissa perplesso la ragazza, mentre questi si è voltata ulteriormente - dandomi le spalle - quasi come se volesse escludere il fumatore dalla conversazione. Eppure quel perplesso giovane uomo reagisce come mi aspetterei che facesse: si accende la sigaretta e non si muove, espira verso l’erba senza preoccuparsi di voltarsi e le volute di fumo risalgono investendo indubbiamente anche l’aria di Elsie e Kevin. Non riesco a trattenere un sorriso, né smetto di fissarli. Non riesco a trattenere un sorriso, né smetto di fissarli. Lo schifato "Ercole" sembra prossimo a vomitare e da principio si allontana di un paio di passi, fissa Tate e lo guarda inspirare il secondo tiro prima di girare i tacchi ed entrare in casa, lasciando agli altri due la libertà di far scoppiare una palese discussione bisbigliata. 

«Perché ridi?» la voce di Diana mi investe da troppo vicino, voltandomi la vedo accanto a me, in piedi e quasi mi prende un colpo. Amplio il sorriso e scuoto la testa, «Niente di importante» cerco di tagliar corto, ma lei non se la beve. Mi chiede di condividere la sdraio e le faccio cenno di sì con la testa.

«Ritenta, forse sarai più fortunato»

«Stavo guardando i tuoi dipendenti. Litigano spesso?» mi arrendo e cerco di smettere di sembrare un clown scemo.

Diana si volta verso e li cerca con lo sguardo prima di annuire e tornare a cercare la mia attenzione, «credo che Tate continui a lavorare in clinica solo per lei, ma Elsie non vuole vederlo»

«Il triangolo tra loro due e Kevin è piuttosto evidente»

«E’ una novità a dire il vero. Se avessi saputo che le piacciono gli sboroni, probabilmente non le avrei proposto di venire. Lui non fa per lei, sono diametralmente all’opposto e lui non è in grado di darle quello che le serve.»

«Cosa te lo fa credere?»

«Conosco entrambi» taglia corto e distoglie l’attenzione per tornare sui due litiganti «Tate invece è più adatto di quanto creda. Hanno molto in comune, affrontano insieme la vita ed il ritmo delle giornate. E’ tipo la volpe con l’uva, la sai la storia?»

«Della volpe che voleva l’uva più alta perché la considerava più buona»

«Esatto, mio padre ce la ricordava sempre. A volte ciò che crediamo di volere, in realtà non fa per noi»

Annuisco e cerco di smettere di guardare i due ragazzi per rivolgere la piena attenzione alla padrona di casa, trovandola già intenta a guardarmi.

«So che è brutto, ma puoi sempre licenziarlo. Almeno gli fai un favore»

«Potrei farlo, non è portato per avere a che fare con la gente e ai primi sintomi di un animale molla tutto per prendere aria» si interrompere per ridere con me, poi riprende «ma non ho il cuore di farlo. Finché non ne combina una grossa, se vuole restare, che lo faccia.»

Seguo le sue spalle che si sollevano, poi si porta il bicchiere alle labbra. Non mi ero nenche accorto che avesse un bicchiere in mano, solo ora ricordo di aver svuotato il mio. Non potrei imitare il gesto senza sentirmi un cretino. Le relazioni umane sembrano così semplici viste dall’esterno, così lineari e trasparenti, invece quando sei protagonista cadi vittima di fraintendimenti e l’incomprensibilità del gioco di strategia, anche là dove non esiste.

«Mi dispiace per Nikki, è un po’ ficcanaso a volte»

Colpisce senza avvisare e ringrazio di non avere niente da bere o mi sarei strozzato. 

«Ha curato i tuoi interessi, nessun problema»

«Non lo dubito, ma per farle ammettere di avere esagerato vuol dire che ha dato pieno potere alla sua lingua lunga»

La conversazione sta prendendo una piega imbarazzante, «La lingua lunga va a braccetto con il ficcanasare, no?»

«Già! Spero non ti abbia infastidito comunque»

Sono indeciso se dirle la verità, ma le faccio segno di no e mi sforzo di apparire rassicurante.

In quel frangente Kevin, tornato in giardino, ignora la coppia che ha smesso all’istante di litigare e si è avvicinato al gruppetto composto da Luke il musone, Junior e qualcuno dei vicini di Diana.

«Non immaginavo vivessi anche tu a Los Angeles» la butto lì riportando lo sguardo su Diana che prende a fissarmi senza dire niente. Mi assale il dubbio di aver interpretato male le parole di Nikki, «mi ha detto che il tuo ex è di LA e pensavo fossi rimasta per un po’»

«Ahn sì, per diversi anni. Sì»

«Anch’io ero lì fino a quel giorno in aeroporto. Ero appena sbarcato dal volo da LA»

«Ahn. E come mai?»

Bella domanda, possiamo passare alla successiva? «Non avevo più niente da fare laggiù e volevo cambiare aria. Ho già vissuto a New York anni fa e mi sono detto, perché no?»

Lei continua a fissarmi ed io sorrido, sperando che dica qualcosa perché la sensazione di aver parlato troppo o male galoppa e non ho intenzione di raccontare l’incidente.

«Non avevi una vita? Un lavoro? Non so, una famiglia?»

«Mmmm, no. Era il momento giusto per cambiare rotta»

«Cambiare rotta. Suona bene!» concordo con lei e continuiamo a guardarci, aspettando di dire qualcosa, ma la voce di Nikki prende a chiamarla e lei si allontana per raggiungerla e avvicinarsi poi a Bill ed Aaron seduti sul lato opposto del giardino. Mi ritrovo di nuovo a fissare qualcuno senza riuscire a sentirne le voci, come se potessi leggere il labiale mentre mi assale la curiosità di sapere cos’è successo di così importante per richiamarla. In quel momento un tonfo, una massa in movimento rotola nel mio campo visivo e cerco di seguire la scia rotante. Quasi mi prende un colpo, Kevin e Junior hanno iniziato una sorta di lotta greco-romana priva di regole, dandosele senza esclusione di colpi senza accorgersi di andare verso la griglia spenta. E’ una rissa impari, l’orso e l’ermellino, che nessuno sembra propenso ad interrompere. Lancio un’occhiata in giro, in molti osservano la scena ma nessuno sembra preoccupato dalla piega che ha preso il gioco. Sarà perché quei due continuano a ridere e lottare, incuranti dei colpi bassi e dalla tifoseria, che inizia a palesarsi dando consigli.

«Non starlo a sentire!» la voce di Kevin non sembra minimamente affaticata dal peso di Junior, «Niente colpi sotto la cintura - moccioso!» Riesce ad atterrarlo e vincolargli le braccia nella morsa delle ginocchia. La forza ha poco da competere con l’agilità con cui Junior solleva le gambe e colpire alla schiena l’energumeno, per poi ruotare, ribaltando le posizioni sull’erba. Supino, con le gambe ancorate al busto di Junior ed il peso delle sue ginocchia sulle scapole, Kevin non riesce a rimettersi in piedi.

«Fai forza sulla spalla, tira! Tira!»

«Ti fai mettere sotto da un cucciolo, Kev?»

La tifoseria cede a schiamazzi e le scommesse saltano sul banco dei testimoni. Amir sfoggia un ghigno divertito accanto al cipiglio serioso di Babbo Natale Luke. Noto soltanto ora che Elsie trattiene il fiato e Tate probabilmente starà scommettendo sulla sconfitta di Kevin.

«Fatela finita ragazzi!» Alma sospira e sembra infastidita dalla faccenda, lancia uno sguardo in direzione di Diana, Nikki e noto Aaron fissare il duello con vivo interesse. Il volto di Kevin è paonazzo, ma non accenna a cedere.

«Batti quel dannato colpo!»

«Neanche… morto... »

La voce di Kevin arriva come un sibilo, rotta dalla ginocchiata che Junior riesce a caricare contro la sua schiena. L’orso ritenta con un poderoso calcio all’indietro, non atto a liberarsi, ma a cogliere impreparato il più giovane che difatti si ritrova il tallone nel naso e libera la presa.

«Basta così!» la voce tonante di Aaron blocca sul nascere l’impeto di Kevin di accanirsi sul ragazzo sanguinante, intento a nascondersi il viso tra le mani. Torna in piedi e sorride, guarda prima il biondo seduto tra Diana e gli ospiti californiani e poi tende la mano a Junior. La sconfitta è cocente, il gesto sportivo non viene accolto, bensì schiaffeggiato prima di rialzarsi.

«Impara a perdere, ragazzino!» Kevin neanche lo guarda, si rivolge a lui con tono canzonatorio mentre torna a sedere tra Elsie e Luke, lei evidentemente premurosa, coglie l’occasione per prendersi cura di lui, invece Babbo Luke rimane una tavola inespressiva. E’ Alma invece ad avvicinarsi al ragazzino sanguinante e trascinarlo dentro con sé. Aaron osserva ambo i lati della scena e quando la coppia sparisce oltre la porta, lancia un’occhiata piuttosto truce all’energumeno intento a godersi le attenzioni della ragazza.

«Non era necessario dare spettacolo»

«Il ragazzino deve imparare a non rompere le palle»

«Non era necessario saltargli al collo»

«Stavamo solo giocando!»

«In ogni caso. Non era necessario.»

Il tono fermo e risoluto di Aaron spegne ogni tentativo di replica e l’arroganza di Kevin che abbassa lo sguardo e s’incupisce, ma acconsente a quelle parole. Rimango ad osservare le parti ed il cambio generale del clima, nonostante entrambi riprendano le loro conversazioni con naturalezza, non capisco perché scaricare tanta violenza su un ragazzino la cui unica colpa è un atteggiamento strafottente, oltretutto tipico della sua età.

  
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: azdrubale