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Autore: cassiana    26/04/2021    2 recensioni
"Le parole di un antico giuramento che lo obbligavano a non fare del male gli ritornavano spesso alla memoria essendo proprio quello che si accingeva a fare. Ma se tutti sono mortali tutti sono uguali."
Kavin, che è combattuto tra tener fede al suo giuramento e un anelito di libertà, si appresta a compiere un atto terribile.
Genere: Avventura, Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.
Nota: Ho scritto questo racconto per una rivista underground on line (non so se è ancora esistente) nel lontano 2016. Mi è ricapitata sotto le mani e rileggendola non ho potuto fare a meno di pensare che paradossalmente è incredibilmente attuale. Perciò ho pensato di riproporla alla lettura.



Non nuocere




Un sibilo seguito da un rumore di passi cadenzati. Sciabolate di luce verdastra tagliavano in linee perpendicolari l’oscurità. Kavin trattenne il respiro, raggelato. Solo pochi minuti prima stava percorrendo con gli altri il corridoio e ora si ritrovava schiacciato contro la parete. Sapeva che i sensori termici dei droidi con ci avrebbero messo molto per rintracciare la fonte di calore sospetta rappresentata dal suo corpo. E se anche avesse abbassato quanto più possibile la temperatura della tuta termica sarebbero stati i sensori di CO2 a rivelare la sua presenza. Kavin fece una smorfia. Non importava, o meglio non aveva nessuna intenzione di finire tra gli artigli dei droidi, ma ciò che contava davvero era dare del tempo a Evah ed Akiim. Erano loro quelli che rischiavano di più.
Il rimbombo dei passi si fece più vicino, l’ansito elettronico dei cyborg era adesso salito di volume. Poi si fermò. Erano lì. La bocca di Kavin si torse, un sudore freddo gli inondò il viso. Le gambe s’irrigidirono pronte a scattare. Gli sembrava incredibile che solo fino a pochi mesi prima avesse appena una vaga idea del marcio che si nascondeva nel sistema.
Più di una vaga idea in realtà. Sapeva che le fondamenta della Città erano erette sull’iniquo sistema della purezza genetica e del denaro. Lo aveva visto fin troppo bene quando si era trattato dell’esilio dei suoi genitori in uno dei livelli inferiori per un reato che agli occhi dei Consiglieri era tanto grave da essere punito con la perdita di tutti i privilegi della loro casta. Una correzione l’avevano chiamata. Un terzo figlio era un lusso che nemmeno i più altolocati privilegiati potevano permettersi: tutto nella Safe Zone era calibrato al millesimo per permettere alla casta di continuare il suo stile di vita. Ma Kavin non aveva seguito la famiglia, lui era rimasto un privilegiato. Come la sorella. Quella stronza. Il sibilo meccanico si fermò, Kavin sentì i battiti del cuore accelerare, controllò per un’ultima volta che il dispositivo di occultamento fosse acceso. Sperò che funzionasse davvero: era roba sperimentale messa assieme dai mutanti. No, si corresse in una frazione di secondo, non erano mutanti. Ancora pochi secondi mentre la luce verdastra continuava a sciabordare da una parete all’altra. Non per la prima volta Kavin si chiese come avesse fatto a ficcarsi in quel casino. Ma lo sapeva fin troppo bene: in quella dannata città essere dei privilegiati aveva un costo e il prezzo non era altro che la vita. Ed era tanto più ironico se pensava che lui fosse un medico. Manipolatore genetico, in realtà: ai suoi tempi la vera medicina non esisteva quasi più. Era più che altro una curiosità scientifica. Ormai da troppo tempo l’umanità si era ripiegata su sé stessa, rinchiusa in quelle prigioni che chiamavano città. Piuttosto alveari dove le Corporation davano loro la vita sotto forma di benessere e vaccini. E la morte. Ma Kavin sapeva anche troppo bene come era arrivato a quel momento.
Si era convinto che grazie alle sue conoscenze altolocate, al suo essere un farmaceutico, avrebbe potuto comprare la sua quota di vaccino con facilità. Si era illuso naturalmente. Il suo tempo era quasi finito e la disperazione si stava impossessando di lui. Se non avesse trovato in fretta un lavoro, uno qualsiasi e non avesse pagato la sua quota annuale di vaccino sarebbe dovuto scendere ai livelli inferiori. E per quanto Kavin detestasse la Safe Zone era pur sempre l’unica parte della città in cui avesse sempre vissuto. A parte i terribili mesi in cui era dovuto scendere giù di quei cinquanta piani che sembravano cinquanta vite. Aveva voluto farlo, per amore di Angel; era per lui che aveva rischiato tutto, per quegli occhi rossi e spaventati di bambino squassato dalla tosse. Kavin stentava a dimenticare quel corpicino madido di sudore e la madre che singhiozzava dandosi la colpa di tutta quella sofferenza.
Quando era sceso giù al centocinquantesimo, dove vivevano i suoi genitori e il fratellino dopo l’esilio le cose non andavano così male. Non aveva visto vera povertà: c’era benessere, cibo in abbondanza, divertimenti e sicurezza. Il vaccino era ancora distribuito a pagamento e non tutti potevano permetterselo, i sacrifici che dovevano fare per poter comprare la linfa vitale erano talmente onerosi che spesso il debito passava da padre in figlio. Era una vera sfortuna ammalarsi di qualcosa di veramente grave e quando era successo ad Angel Kavin era stato chiamato dal padre, disperato. All’epoca lui frequentava ancora l’università, era superbo e detestava i genitori che con il loro comportamento sconsiderato lo avevano posto in una situazione d’inferiorità rispetto agli altri privilegiati degli ultimi piani. Per questo era rimasto sconvolto nel vedere il fratello malato. Il padre gli raccontò che aveva fatto di tutto per racimolare il denaro necessario per comprare il vaccino, ma ormai era troppo tardi a quello stato avanzato di malattia, forse Kavin poteva fare qualcosa per Angel? In fondo studiava medicina. Ma Kavin si stava specializzando in genetica modulare, non aveva idea di come aiutare il fratellino. Cominciò a studiare i testi più antichi che riuscisse a trovare nel Database. Brigò, mentì, pregò affinché gli fossero aperte le biblioteche di Facoltà. Ciò che scoprì lo sconvolse: c’era un tempo in cui l’umanità era oberata dal fardello della malattia e della morte. S’immerse in quelle letture con una sorta di raccapriccio affascinato. Scoprì l’esistenza delle febbri, dei tumori, delle malattie terminali e poi pustole, arti deformi, organi infetti; un vero e proprio campionario degli orrori. Ma ciò che lo colpì davvero fu scoprire che i medici sapevano come curare la maggioranza di quelle malattie. Aiutavano davvero le persone.
Kavin sentì nascere dentro di sé una vocazione: sarebbe diventato come uno di quei antichi dottori. Si mise all’opera sul fratello, ma le poche nozioni che possedeva di archeomedicina non lo aiutavano. Non era neanche sicuro della diagnosi. Aveva fatto di tutto: consultato i testi, preparato impacchi e misture, si era perfino avventurato nella Quarantena dove aveva sentito dire che ci fosse ancora qualcuno in grado di praticare qualcosa della vecchia medicina; ma ogni volta Angel sembrava migliorare per un poco e poi aveva una ricaduta. Tre mesi lottarono contro la malattia. Nel frattempo Kavin faceva su e giù quei cinquanta piani e la sua vita si era come sdoppiata: ai piani alti era un giovane studente ambizioso e ribelle che metteva il naso in discipline poco meno che proibite; ma quando scendeva diventava un giovane dottore tormentato dall’insicurezza. E poi Angel era morto. Kavin si era sentito schiacciato dall’ingiustizia della situazione. Era tornato alla Safe Zone con l’intenzione di denunciare l’iniquità del sistema e lo aveva fatto, o almeno ci aveva provato. Ma nessuno sembrava interessato a quanto aveva da dire, anzi avevano assunto verso di lui un atteggiamento sprezzante. Si era fatto più di un nemico, a cominciare dalla sorella che aveva interrotto ogni contatto. Kavin si era laureato a stento. Poi aveva iniziato la girandola di lavori poco qualificati come modulare generico. Era sceso anche di un paio di piani dal tenore di vita più basso e aveva chiuso in un angolo del cuore il suo sogno di diventare un vero dottore. In fondo non era riuscito a salvare suo fratello, come pensava di aiutare di altri malati?
Era ancora a questo punto, attanagliato dall’indecisione se barattare la propria anima per un po’ di vita in più quando fu coinvolto in quel casino. Prelevato è la parola giusta. Quella mattina aveva avuto la pessima idea di chiedere udienza al Preside della Facoltà di Medicina. Non che avesse grandi speranze per quell’incontro: c’era sempre stato un rapporto teso tra loro. Come si era aspettato il colloquio era diventato uno scontro tra visioni diverse della medicina. Kavin percorreva i corridoi dell’università a grandi passi, con un’espressione truce sul volto. Alcuni uomini della sicurezza gli si affiancarono.

- Adesso Sir Jhan esagera! Me ne sto andando, non c’è bisogno che mi…Hey!

Gli uomini lo trattennero per le braccia e lo trascinarono in uno degli ascensori nonostante Kavin si contorcesse protestando. Quattro uomini entrarono insieme a lui, i volti induriti dalla pratica, erano vestiti con le classiche tute polimeriche blu del servizio di sicurezza. Nessuno fiatava mentre l’ascensore scendeva. Kavin smise di protestare ed ebbe modo di osservare meglio i suoi accompagnatori. C’era qualcosa di strano, artefatto in loro. Uno degli uomini sembrava anziano, capelli ingrigiti e diverse rughe agli angoli degli occhi e della bocca ne denunciavano l’età avanzata. Un altro aveva una cicatrice sbiadita che gli attraversava il mento. Non era nella politica della Securcop servirsi di agenti meno che perfetti. Inoltre quel viaggio in ascensore gli sembrava molto più lungo di quanto avrebbe dovuto. Kavin aprì la bocca per fare una domanda, quando la cabina si fermò. Di nuovo gli uomini lo spinsero fuori e lo costrinsero ad infilarsi in uno stretto passaggio e a imboccare delle scale.
Kavin aveva paura, non sapeva neanche che esistessero ancora delle scale o che fossero percorribili. Dopo parecchie rampe in discesa sbucarono in un andito sporco e s’infilarono in un altro passaggio. Il corridoio era freddo e buio tranne le antiquate luci d’emergenza che emettevano una fioca luce bluastra. Kavin poteva vedere il fiato condensarsi in piccoli sbuffi di fumo. Spazzatura e sporcizia incrostavano il pavimento di cemento e il ragazzo dovette fare uno sforzo su stesso per non lasciarsi sopraffare dal lezzo acre che proveniva dalle scorie chimiche disseminate nelle stanzette buie che costellavano il corridoio. Era uno dei livelli più bassi dove fosse mai stato. Neanche quando, disperato, aveva cercato l’aiuto dei mutanti, degli impuri, si era spinto così in basso. Camminavano a passo spedito, quasi correndo e il sudore sgocciolava lungo il torso raccogliendosi in una fetida pozza al fondo della schiena. Kavin rabbrividì.

- Ci vuole ancora molto? Chi siete? Dove stiamo andando?

L’uomo che lo precedeva si voltò per una frazione di secondo e senza rispondere sparì dietro un angolo della struttura. Kavin imprecò a mezza voce. Incespicò quando a sua volta voltò l’angolo e finì quasi nelle braccia della guida che grugnì. Kavin si guardò intorno: la stanza dove l’avevano portato era disadorna, il pavimento di cemento grezzo e le pareti nude ne denunciavano l’origine di magazzino. Kavin fece un sospiro profondo e si raddrizzò. Non avrebbe fatto vedere loro quanto fosse terrorizzato:

- Va bene, basta così. Non so chi siete né cosa volete, ma in ogni caso non otterrete niente da me se non mi spiegate subito il motivo di questo rapimento!
- Altrimenti che farai?

Una donna incinta si avvicinò a lui con espressione spavalda. Kavin fece quasi un passo indietro: non aveva mai visto una donna gravida muoversi con tale sicumera in un luogo che doveva essere molto più che contaminato. La donna aggricciò le labbra in un sorriso di scherno. Si tirò dietro le orecchie un ciuffo biondo.

- Sì, beh, immagino che non si vedano molte come me dalle tue parti. È un po’ che ti stiamo tenendo d’occhio.

Così la Biotech non era l’unica che lo stava controllando. Kora, questo era il nome della donna, gli aveva raccontato che avevano già sentito parlare di lui quando era sceso nella Quarantena la prima volta. Lo avevano prelevato perché le sue conoscenze superiori unite alle nozioni arcaiche dei loro sciamani avrebbero potuto liberarli. Questa era la parola usata da Kora. Kavin aveva creduto che si fossero rivolti a lui in primo luogo per salvaguardare la salute della donna e del nascituro. Ma si rese ben presto conto che il motivo era tanto folle quanto… legittimo. Due mesi rimase nella zona di Quarantena e le condizioni di vita di quella gente lo lasciarono perplesso. I livelli erano spesso male illuminati, per risparmiare preziosa energia che serviva a depurare l’aria e l’acqua. Ed erano sovrappopolati e malsani tanto che il rischio epidemie era all’ordine del giorno.

- Mentre voi vi godete la ricchezza e la salute, qui ci fanno crepare come cani.

Gli disse un giorno Akiim, uno degli uomini che l’avevano portato giù. Aveva imparato a conoscerli e ad apprezzarli anche se il loro progetto era terribile. Ma Kavin aveva deciso di aiutarli e questo gli dava la misura della propria disperazione. Le parole di un antico giuramento che lo obbligavano a non fare del male gli ritornavano spesso alla memoria essendo proprio quello che si accingeva a fare. Le riunioni con Kora, Sharod il suo compagno e tutti gli altri erano inframmezzate dagli appuntamenti con i malati che si affollavano alla sua porta. Kavin era terrorizzato e nello stesso tempo galvanizzato: finalmente stava rendendosi veramente utile, come dovrebbe fare un medico. Lavorava spesso con Evah, una giovane sciamana che sembrava essere molto più preparata di lui.

- Dove hai imparato tutte queste nozioni?

Le chiese una sera, dopo che avevano finito di bendare la gamba dell’ultimo ferito di una battaglia di strada. Evah lo aveva guardato di sbieco mentre sistemava le scorte dei medicinali.

- Un po’ da sola, un po’ per strada.
- Andiamo, alcune cose s’insegnano solo all’università!

La donna non aveva risposto subito, si limitò a cincischiare un lobo dell’orecchio. Kavin poteva vedere la piccola apertura dello spinotto corticale altrimenti nascosto dai corti capelli neri. Aspettò fino a quando Evah non lo guardò dritto negli occhi:

- Da mio padre. Era un medico. Di su.

Non disse altro e Kavin lasciò perdere, ma gli piaceva lavorare con lei, provava una sintonia che non aveva mai sentito prima con nessun altro. Fino a che era arrivato il giorno in cui Evah lo avvisò che doveva tenersi pronto. Non era il momento di ripensarci. Kavin respirò a fondo e come un fantasma passò attraverso i droidi attaccando sul carapace di ognuno di essi un minuscolo processore retrovirale. Sharod gli aveva spiegato che il server centrale era troppo ben protetto per pensare di infettarlo con un virus da remoto, dovevano per forza farlo da locale. Questo voleva dire che i grandi cyborg da guardia dovevano essere riprogrammati direttamente dal loro sistema neurale. Mentre lui e Sharod riprogrammavano il loro piccolo esercito privato, Evah e Akiim dovevano forzare l’entrata al laboratorio dove venivano custoditi i preziosi vaccini. Kavin li aveva avvisati che sarebbe stato inutile rubare le scorte del vaccino, ogni dose era tarata geneticamente in modo da poter essere utilizzata solo dal proprio compratore. Ma non erano a quelle che mirava il gruppo d’attacco: i vaccini tarati sarebbero stati distrutti. Una rivincita e una vendetta. Ciò che interessava il gruppo di Kora era la minuscola quantità di vaccino libero. Dovevano rubarlo e portarlo in Quarantena dove avrebbero potuto replicarlo e dove avrebbero potuto usufruirne gli impuri.

- Se tutti sono mortali tutti sono uguali, quindi tutti hanno gli stessi diritti.

Così Kora aveva zittito ogni sua protesta, ma gli scrupoli residui non gli avevano permesso di partecipare alla distruzione delle dosi. Per questo era rimasto indietro con Sharod. Un rimbombo lo avvertì che il laboratorio era stato forzato. La luce si riaccese e Sharod lo tirò indietro. Altri droidi stavano sciamando nei corridoi. Rimasero per un momento incerti mentre i cyborg riprogrammati scaricavano le proprie armi proprio su di loro, ma presto risposero al fuoco. Mentre l’aria si riempiva del fumo e della puzza di metallo bruciato Sharod e Kavin strisciarono verso il laboratorio, facendosi scudo con i droidi rimasti. Se Evah ed Akiim non si fossero sbrigati sarebbero stati spacciati, tutti quanti. Mentre Kavin sparava freneticamente ai cyborg, Sharod riprogrammava quelli feriti che si rialzavano come zombie pronti a colpire quelli che fino a pochi attimi prima erano i loro compagni. Il fumo impediva ormai ogni visuale e Kavin dovette accendere i filtri delle branchie artificiali e gli infrarossi della tuta. Sharod aveva fatto lo stesso e sembravano strane creature d’incubo. Finalmente due ombre altrettanto mostruose si fecero largo nel fumo e nella confusione. Akiim si trascinava su una gamba maciullata da un colpo di fucile.

- Di qua! Presto!
- Aiutatemi non riesco a portare lui e il vaccino!

Sharod si allontanò dall’ultimo droide e corse a prendere lo zaino termico dove erano le preziosi dosi di libertà.

- Kavin aiuta Evah a trasportare Akiim. Io intanto posizionerò i cluster magnetici!

Mentre Sharod posizionava le mine Kavin ed Evah cercavano disperatamente di fermare il sangue che sgorgava dalle feriti terribili di Akiim la cui pelle aveva cominciato ad assumere un preoccupante colore grigiastro. Kavin nella confusione non riusciva nemmeno a sentire i propri pensieri, impegnato com’era a non farsi ammazzare. Poi ci fu un improvviso silenzio; i cluster erano esplosi distruggendo ogni forma di vita elettronica nel giro di cinquecento metri. Avevano qualche minuto di respiro per poter fuggire via. C’erano passaggi di cui ormai solo gli ingegneri più vecchi delle Corporation conoscevano la presenza. Erano i corridoi utilizzati dagli operai, i locali di passaggio, i magazzini, le scale antincendio. Tutto un complesso parallelo di cui Kavin e la maggioranza dei privilegiati ignorava l’esistenza. C’era un ascensore di servizio nascosto dentro un magazzino utilizzato di rado che era proprio in prossimità del laboratorio. Akiim si lamentava sommessamente intontito dai sedativi mentre con tutta la fretta di cui erano capaci si dirigevano verso il magazzino. In lontananza sentivano i passi pesanti dei nuovi droidi d’attacco venuti a sterminarli. Kavin si assicurò che i tre compagni fossero nell’ascensore e si voltò per tornare indietro. Aveva capito cosa doveva fare. Primo: non nuocere. La frase aveva continuato a ronzargli nell’inconscio da giorni.

- Kavin che cazzo fai! Torna subito qui!

Le porte dell’ascensore si stavano chiudendo. Sharod ed Evah continuavano a gridargli di tornare indietro.

- Maledizione Kavin! Sei un maledetto stupido!

Furono le ultime parole che sentì. La voce di Evah era incrinata dal pianto e dal terrore. Mentre il fumo si diradava si trovò davanti ad un muro compatto di droidi incazzati. Kavin si inginocchiò e alzò le mani. Se tutti sono mortali tutti sono uguali. Il che voleva dire che adesso sarebbero stati i privilegiati a dover capire cosa volesse dire vivere con il terrore della malattia e della vecchiaia. E lui era rimasto per aiutare gli innocenti. Coloro i quali egli stesso aveva contribuito a rendere gravati dall’insicurezza, ma liberi dall’oppressione delle Corporation. Sarebbe stato un vero medico.
   
 
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