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Autore: Saelde_und_Ehre    30/04/2021    3 recensioni
Polonia, settembre 1939.
L'offensiva tedesca è appena iniziata: i bombardieri sorvolano il cielo come oscuri presagi di morte, le truppe terrestri avanzano mietendo un successo dopo l'altro. Assediata su due fronti, dopo una strenua resistenza, la Polonia è costretta a capitolare.
Il tenente Friedrich von Kleist e il maggiore Hans Bühler sono due ufficiali di fanteria della Wehrmacht che prestano servizio nell'operazione. Il primo è un idealista, la cui condotta cavalleresca spesso si scontra con la ferrea disciplina dell'esercito; il secondo è un giovanissimo comandante di battaglione che si è fatto rapidamente strada nei ranghi dello Heer. Sono partiti per la guerra animati dai migliori propositi, ma presto entrambi dovranno scontrarsi duramente con un dilemma all'apparenza irrisolvibile: fino a che punto è lecito sfidare la ferrea disciplina dell'esercito, in nome di ciò che si reputa giusto?
Una storia di cameratismo e di guerra, con molta azione e una buona dose di angst, in cui Eros e Thanatos s'intrecciano, ancora una volta, indissolubilmente.
Genere: Angst, Azione, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Guerre mondiali
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Rompo il silenzio dopo mesi di stasi, riemergendo oggi - una data casuale, o forse no - dalle nebbie con un nuovo capitolo.
Per chi avrà ancora la pazienza di seguirmi, comunico che la stesura è ufficialmente terminata e che d'ora in poi riprenderò gli aggiornamenti con cadenza umana.
Grazie a chiunque avrà ancora voglia di leggere questa storia.


 

XX.
Offenbarung

 

Le fiamme…
Davanti agli occhi di Friedrich, quelle fiamme che avevano tormentato i suoi sogni continuavano a contorcersi e divampare, innalzandosi fino al cielo in una danza mortale. Neanche l’aria fresca che spirava fuori dalla finestra riuscì a procurargli il benché minimo conforto: aveva ancora gli occhi gonfi di sonno, e non era neanche sicuro che l’acqua gelida avesse del tutto cancellato ogni traccia delle sue lacrime, che sembravano avergli scavato dei solchi bollenti sul volto.
Morire, dormire, forse sognare…
Per quanto aveva dormito? Forse mezz’ora, anche se gli pareva un’eternità in cui aveva sognato ed era morto, per poi rinascere in una realtà immutata.
Non riusciva a togliersi dalla testa quelle fiamme, che ingannavano la sua vista confondendosi all’orizzonte coi bagliori delle bombe. Gli sembrava quasi di sentirne il calore, anche se ad alitargli in faccia era l’umidità della notte ed esse non erano che una proiezione della sua mente. Come nel Crepuscolo degli Dei, forse anch’esse si sarebbero spinte così in alto da consumare anche il Valhalla e le leggi che lo governavano, divorando l’universo, le gerarchie umane e divine e tutte le cose mortali. Fuoco distruttore e fuoco purificatore: entrambe le nature coesistevano in quell’elemento, né potevano essere separate. Come l’ordine scaturiva dal caos, la purificazione passava attraverso la distruzione. Rovesciare il vecchio ordine per crearne uno nuovo…
Si prese la testa tra le mani, con l’angoscia di un uomo solo in lotta contro l’ineluttabilità di un Fato avverso. Quanto valeva la vita di un ufficiale che non sapeva neanche fare il proprio dovere, nel grande disegno delle cose? Di sicuro non valeva la vita di Hans, né di tutti gli altri soldati che l’avevano persa in quella manovra. Non valeva tutto il sangue che era stato versato a causa sua, e che avrebbe potuto affogarlo trascinandolo via nella sua corrente impetuosa. Nessuna via d’uscita, nessuna redenzione.
Hans avrebbe detto che il Crepuscolo degli Dei simboleggiava il declino delle superstizioni che l’uomo aveva creato per dare un senso a fenomeni che la scienza e la ragione non riuscivano a spiegare, la rottura delle catene che si era imposto con l’istituzione delle religioni. L’inizio di una nuova era illuminata dalla ragione. Friedrich, invece, aveva sempre creduto in qualcosa – che fosse una causa o un ideale, o semplicemente la sua visione del mondo – ma ora che tutto era perduto, non c’era più niente che desse un senso alla sua vita, niente per cui valesse la pena di lottare.
Quel mondo – il suo mondo – si sarebbe dissolto tra le ceneri dell’incendio, e lui l’avrebbe accolto come una liberazione.
“Fritz.” La mano di Reinhardt si poggiò sulla sua spalla, facendolo quasi sobbalzare. Subito si vergognò per aver ceduto all’emotività in un momento in cui era richiesta la massima attenzione, e per un attimo temette che l’altro stesse per richiamarlo alle armi. Tuttavia, il capitano Greifenberg si limitò a squadrarlo con aria critica, non senza una certa premura. “Andiamo fuori,” lo esortò, spingendolo verso una portafinestra che si apriva su un terrazzino angusto.
Friedrich si lasciò trascinare docile, come un burattino privo di volontà propria, e solo l’alito umido della notte riuscì a fargli recuperare il contatto con la realtà.
“Bentornato tra noi,” lo canzonò bonariamente l’amico, che si era richiuso la porta alle spalle e la bloccava con la sua mole, le braccia incrociate sul petto.
Von Kleist si girò, appoggiando i gomiti alla balaustra arrugginita. “Va tutto bene,” mentì. “Sono solo stanco.”
“Com’è che dici tu? Certo, e io sono il Kaiser. E meno male che i tempi della monarchia sono finiti…” L’altro abbassò la voce. “Pensi che non me ne sia accorto?”
Friedrich esalò un sospiro e reclinò il capo, spostando lo sguardo sul lurido chiasso che si apriva sotto di loro, ma non rispose. Un gatto bianco e nero si guardò intorno furtivo, scavalcò il muretto e scomparve nell’oscurità.
“Non sono qui per farti la predica, tranquillo. Non sono un vecchio bacchettone.” Non vedeva Reinhardt in faccia, ma poteva immaginare che stesse sorridendo con indulgenza. “So che detesti sentirti dire certe cose, e io preferisco spronarti piuttosto che rimproverarti.”
“Spronarmi? A fare cosa?”
L’altro si premette con più forza contro la porta, come per impedire che qualcuno la aprisse a tradimento. “Non fare il finto tonto. Hai già capito dove voglio andare a parare.”
“Adesso ti stai comportando da bacchettone!” Suo malgrado, Friedrich si lasciò scappare una pallida risata, che però si affievolì come un’eco inghiottita da un pozzo. “Io… non lo so se ci credo ancora. Non so più in cosa credo, se credo ancora a qualcosa. È quello in cui credevo ad avermi portato a questo. Forse sarebbe meglio non credere in niente, smettere di cercare un senso per ciò che di natura è insensato.”
“Ed è qui che sbagli, Fritz,” obiettò l’Hauptsturmführer. “Ogni cosa ha il suo senso, anche la più insignificante. Anche se non riesci a darglielo, non vuol dire che non ce l’abbia. Non possiamo avere le risposte per tutto, ma possiamo cercare di trarre qualcosa di buono da ogni esperienza… anche la peggiore.”
“Non c’è una soluzione a questo.”
Lui non la pensava così.”
Friedrich levò lo sguardo verso il cielo velato: anche se avesse voluto cercare una risposta nelle costellazioni, le nuvole gli avrebbero impedito di vederle. Reinhardt non sapeva quello che si erano detti, quello che Hans gli aveva lasciato intuire. Forse sentiva già che quella pallottola l’avrebbe ucciso, e lo aveva rimandato al suo posto per evitare che si mettesse nei guai…
Prima ancora che potesse elaborare una risposta, l’altro gli si avvicinò e gli strinse amichevolmente la spalla. “Coraggio, Fritz, cosa penserebbe lui se ti vedesse così?”
Egli rimase immobile, né si voltò: forse senza neanche rendersene conto, il suo amico aveva toccato le corde giuste. Qualcosa nel profondo del suo animo si ribellò all’apatia, ma lui scelse ancora il silenzio.
“So che ci credi ancora,” proseguì Reinhardt, con l’aria di voler concludere il discorso. Cercava sempre di non sbilanciarsi troppo, per non metterlo in imbarazzo. “Se c’è una cosa che ho imparato quando ero allievo ufficiale, è che la fede autentica non ha bisogno di parole per essere dimostrata. È dentro di te che devi trovare la forza di rinnovare la lotta: quello che importa sono i fatti, le azioni; il resto è banale retorica.”
Con quelle parole si congedò, lasciandolo a riflettere da solo nella notte rischiarata dai lampi.

Quando il capitano Greifenberg rientrò, molti soldati si erano coricati con gli zaini dietro la testa, qualcuno russava, mentre il suono malinconico di un’armonica a bocca faceva da sottofondo a una vecchia canzone. Konrad non c’era; forse era tornato nella stanza che usavano come quartier generale per gli ufficiali.
Gebt den Glauben uns zurück, den ihr gestern uns geraubt, die letzte Kompanie marschiert… 1
Gettò un ultimo sguardo alla porta: Friedrich non accennava a rientrare, nonostante l’umidità che si appiccicava al corpo come una seconda pelle. Non lo aveva mai visto così apatico, così separato dal mondo, e gli veniva naturale preoccuparsi per lui. Reinhardt non poteva dire di aver mai avuto un rapporto confidenziale con Hans, ma ne aveva sempre apprezzato la schiettezza, la lealtà e la serietà. Era pur sempre un amico, un camerata: se la sua perdita era stata un duro colpo per tutti, per Friedrich doveva essere stata devastante, e una parte di lui temeva che combinasse qualche sciocchezza.
Die letzte Kompanie singt zum Marsch ein hartes Lied, darin Zorn und tiefe Wut purpurrot erglüht.
Eine letzte Trommel lockt vor dem ganzen Regiment, die letzte Kompanie marschiert. 2
Con la coda dell’occhio notò che a cantare quella canzone era un soldato della compagnia di Friedrich, come se volesse tradurre in musica lo stato d’animo dei commilitoni. Ovunque vedeva volti sporchi ed emaciati, membra stanche e ferite nascoste sotto le bende, nonostante fossero passate soltanto tre settimane dall’inizio della guerra.
Gli uomini delle Waffen-SS si mescolavano a loro, e alcuni alzarono la testa quando lo videro avvicinarsi. Keller e Lange stavano con la schiena appoggiata al muro, spalla contro spalla come due fratelli, e Richter fissava il soffitto.
Istintivamente, al capitano tornò in mente una frase che aveva udito tempo prima, durante una visita a Wewelsburg: Siate la gioventù del mondo che si alza verso il Solstizio.
“So cosa pensate, ragazzi, perché è lo stesso che penso anch’io,” li rassicurò, sedendosi per terra a gambe incrociate, vicino a loro. “Adesso, però, è il momento di trasformare questo pensiero in volontà, e la volontà in azione… e se doveste sentirvi perduti, ricordate che nessuno di voi è solo in questa battaglia.”
Infine sorrise, rasserenato nel vedere i volti dei suoi compagni che riacquisivano fiducia: credeva che un giorno i loro sforzi li avrebbero davvero ripagati, che l’intera Europa si sarebbe risvegliata con una nuova consapevolezza, unita contro due nemici che la minacciavano da oriente e da occidente. Nessuno aveva la presunzione di pensare che sarebbe stato semplice, ma la fiducia nel futuro era ciò che gli dava la forza di combattere.
Si trattenne per un po’ con loro, ad ascoltare i loro aneddoti e le loro facezie mentre facevano girare una bottiglia di Schnaps e, quando si rialzò, si accorse che Friedrich era in piedi davanti alla porta, immobile, e li stava fissando con gli occhi cerchiati da profonde occhiaie. Sembrava che fosse lì da tempo, in ascolto, ma distolse subito lo sguardo quando incontrò quello di Reinhardt.

Konrad ritornò dopo cinque minuti buoni. Reinhardt era ancora in mezzo ai suoi commilitoni ma, quando lo vide sulla soglia, si rialzò e gli andò incontro.
“Comunicazioni dal tenente colonnello von Rauheneck,” disse laconico, come per giustificarsi della lunga assenza. “Tutto tace, ma ci esortano alla prudenza.”
“Adesso si spiega tutto,” commentò l’Hauptsturmführer. Non aveva mai visto di persona quell’ufficiale, ma se n’era potuto fare un’idea dalle battute dei suoi amici.
Konrad roteò gli occhi. “E questo è solo il riassunto di dieci minuti di premesse e precisazioni. Mancavano solo le note a piè di pagina, ma quelle me le sono risparmiate perché il generale lo ha richiamato.”
Egli annuì con un mezzo sorriso, poi controllò l’orologio: “Quasi l’una. Mi sa che si prospetta una lunga notte…”
“Friedrich dov’è?” chiese l’altro, facendo vagare lo sguardo attraverso la stanza. Una ruga verticale si disegnò sulla sua fronte. “Non era insieme a te?”
“È ritornato di là. In verità, mi aspettavo che anche tu fossi lì…” Senza attendere risposta, Reinhardt lo condusse sul terrazzo e si fermò di nuovo con la schiena contro la porta, le braccia incrociate sul petto per proteggersi dal freddo. Con aria pensosa, scrutò il volto corrucciato del compagno. “Anche tu sei preoccupato per lui.”
“Non è in sé,” dichiarò Bentheim senza mezzi termini.
“Lo so bene. Ci ho parlato, poco fa… ma non sono sicuro che abbia recepito quello che avevo da dirgli.” L’Hauptsturmführer emise un sospiro: ora che si trovava Konrad davanti agli occhi, provava a mettersi nei panni dell’amico, e gli riusciva fin troppo facile immedesimarsi nel suo dolore. “Eppure, è proprio in questo momento che dovremmo rimanere più uniti. Anche a me fa uno strano effetto pensare che uno di noi se ne sia andato… così all’improvviso, poi.”
L’altro lo fissò da sotto le sopracciglia corrugate. “Non è neanche detto che sia morto, sai?”
Colto alla sprovvista, Greifenberg ebbe un sussulto. “Come no? E allora…”
“Non ne abbiamo avuto la conferma ufficiale, le fonti sono contraddittorie e poco affidabili e non c’è nessuna prova che le supporti.”
“Ne sei davvero sicuro, Konrad?”
“Ho ascoltato le testimonianze dei soldati, ci sono troppe incongruenze. Stiamo facendo tutto questo casino per qualcosa che in realtà si regge su fondamenta molto precarie. Certo, preferisco non dare per scontato niente, ma resto scettico.”
“Un testimone oculare lo abbiamo.” Reinhardt sollevò un sopracciglio. “Friedrich…”
“Friedrich credo che si sia fatto suggestionare troppo.” Konrad scosse la testa, volgendosi a guardare un punto indefinito nell’oscurità. “Forse neanche lui ne ha la certezza… ma queste continue chiacchiere lo hanno portato a pensare al peggio.”
Egli annuì; il ragionamento filava. “Se è così, dobbiamo dirglielo al più presto, perché ormai questa faccenda è diventata un chiodo fisso per lui. Non capisco cosa gli stia prendendo, né cosa abbia in mente, ma non prevedo niente di buono.”
L’altro, risoluto, gli fece cenno di spostarsi e si diresse verso la porta. “Provo a parlarci io.”

Seduto sul materasso che gli faceva da giaciglio, la schiena appoggiata contro il muro, Friedrich si abbracciò le ginocchia figgendo gli occhi nell’oscurità. L’alone fioco irradiato dal camino rievocava l’atmosfera del sogno, distante e fredda come la percepiva mentre s’imponeva di rimanere ancorato alla realtà.
Cercò di non lasciarsi risucchiare dalla solita spirale di pensieri ossessivi, di non ripetere all’infinito nella mente le motivazioni del suo fallimento. Chiuse gli occhi, come per mettere a tacere i demoni della sua coscienza, ma nel buio rivide le fiamme e sentì riecheggiare lo sparo – e a quel punto non seppe più dire se fosse l’ultimo colpo partito dalla pistola di Hans nell’androne, o quello che aveva sparato lui, ponendo fine alla sua vita nel sogno. Entrambi preludevano a un risveglio più amaro dei suoi stessi incubi.
Sobbalzò come una bestia braccata quando la porta cigolò, proiettando per terra una lama di luce attraversata da una lunga ombra. Sull’uscio comparve la sagoma del capitano Bentheim, che lo richiuse a chiave e premette l’interruttore.
Friedrich sbatté le palpebre, infastidito dalla lampada che sfarfallava, e si passò una mano sul viso.
“Fritz.” Konrad lo squadrò con aria severa, assottigliando gli occhi. “Che ci fai rintanato qui dentro al buio?”
L’unica risposta che ottenne fu uno sguardo vacuo, come se stesse cercando di vedere qualcosa al di là di lui. Con un sospiro, prese una bottiglia di Schnaps e due bicchierini, nei quali versò il liquore. “Forse ti aiuterà a schiarirti le idee,” gli suggerì offrendogliene uno, con un tono che suonava quasi come un ordine.
Von Kleist si limitò a scuotere la testa in segno di diniego, ma l’altro rimase fermo, il braccio teso verso di lui. Comprendendo che non aveva altra scelta, lo accettò con rassegnazione e per un po’ rimase a fissarne la superficie trasparente.
Bentheim prese una sedia e si sistemò di fronte a lui, a sorseggiare lentamente il liquore. Friedrich capì dal suo silenzio concentrato che stava per chiedergli qualcosa, tuttavia si portò il bicchiere alle labbra senza dire niente: il primo sorso gli bruciò la gola, il secondo lo trangugiò svuotandolo per intero. Con un gesto apatico, porse il bicchiere all’amico per farsene versare ancora. Konrad lo riempì di nuovo, poi richiuse la bottiglia e la mise da parte. Ancora una volta, Friedrich ingollò il suo Schnaps con due sorsi, che per un attimo parvero diradare la nebbia che gli opprimeva il cervello.
“Che cosa sta succedendo?” gli chiese infine l’altro.
Von Kleist strinse le labbra, fissando il fondo vuoto del bicchiere. “Ne abbiamo già parlato.”
Konrad appoggiò i gomiti alle ginocchia e si sporse verso di lui. “Non è tutta la storia,” obiettò, senza lasciarsi impressionare. “Cos’è successo stamattina?”
“Dopo essere rimasto ferito, Hans mi ha ordinato di andare a radunare la compagnia. Ci ho messo almeno due ore…” Deglutì, cercando di impedire alla sua voce di tremare, poi si alzò per versarsi un altro bicchiere sotto lo sguardo attento dell’amico. “Non so come sia morto, né quando. So solo che…” Finì di bere, accogliendo con sollievo la leggerezza che gli risaliva alla testa, quindi allungò di nuovo il braccio verso la bottiglia. Esitò per un istante prima di ritrarlo: doveva rimanere sobrio e tenere a bada le emozioni. “Ho fatto il mio dovere, stavolta, ma mi sento come se avessi trasgredito la più sacra delle leggi.”
“Hans non avrebbe accettato che la sua vita fosse anteposta alla riuscita della missione.”
Von Kleist scosse il capo. “Lo so, ma non cambia niente.”
“Ascolta, Friedrich. È giusto che tu ti assuma le tue responsabilità, ma le sorti di una battaglia sono imprevedibili, e non puoi certo prenderti la colpa per un contrattacco a sorpresa del nemico. Ti ricordi quello che ti dissi l’altra volta?”
“Quando?”
“Il tribunale vorrà ricostruire le dinamiche dell’accaduto prima di pronunciare la sentenza, no? Tu hai le prove, hai i testimoni a favore della tua versione. Adesso ti consiglio di concentrarti soltanto sulla campagna in corso.”
Friedrich vacillò a quelle parole: la sua parte razionale gli suggeriva di prestarvi ascolto, ma non era abbastanza forte da opporsi alla tempesta di emozioni che la insidiava.
“E poi,” proseguì Konrad, con la sua solita pacatezza, “non è detto che Hans sia morto. Non ne abbiamo la conferma.”
Con un gesto meccanico, von Kleist mise sul tavolo la Luger appartenuta al maggiore. “Mi ha affidato questa,” spiegò, con una vibrazione glaciale nella voce. “È sempre meglio evitare che le armi dei morti finiscano nelle mani sbagliate.”
“Oppure ti ha chiesto di andartene perché sapeva che i portaferiti sarebbero arrivati a breve,” replicò l’altro. “Conoscendolo, sarebbe da lui.”
Friedrich faticava a conciliare una tale premeditazione con la vista del volto pallido, gli occhi spenti e la mano tremante del compagno che gli porgeva la pistola, mentre la sua camicia bianca si macchiava di sangue. Non doveva finire nelle mani sbagliate… e non sapeva neanche lui se quel pensiero si riferisse ai polacchi o a se stesso.
Konrad si rialzò, ignaro delle sue riflessioni ma non del suo turbamento. Lo guardò per qualche istante con le sopracciglia corrugate, poi raccolse il berretto. “Non trarre conclusioni affrettate, Fritz,” lo ammonì, con un tono che lasciava trapelare la sua premura. “Per qualsiasi cosa, io e Reinhardt siamo di là.”
Quando se ne fu andato, Friedrich spense di nuovo la luce e si rannicchiò sul giaciglio con la Luger accanto a sé. Anche se i suoi migliori amici lo sostenevano, Konrad con la sua ragionevolezza e Reinhardt con la sua comprensione, lui si sentiva come una barchetta sballottata tra scogli aguzzi nella furia della tempesta.
Hans era morto – la mancanza di una conferma ufficiale non rendeva quella certezza meno valida – e neanche le prove più inconfutabili gli avrebbero risparmiato il disonore.
A tentoni raggiunse la bottiglia e sorbì il liquore direttamente dalla canna, sperando così di placare la sua tempesta interiore.

L’alba fu accolta dalle armi che ricominciarono a vomitare piombo, prima ancora che l’astro diurno comparisse dietro l’orizzonte. Le strade del paese erano attraversate da file ordinate di carri armati che al loro passaggio facevano tremare i vetri delle case; i soldati si riversarono fuori dagli edifici per affrontarsi corpo a corpo.
Il capitano Greifenberg riservò un’ultima occhiata nostalgica ai Panzer che scomparivano dietro l’angolo, poi si guardò intorno in cerca di Friedrich. Lo scorse in disparte, l’espressione torva che non tradiva alcuna emozione: quando era rientrato nella stanza degli ufficiali, aveva ritrovato la bottiglia dello Schnaps vuota e il capitano con gli occhi velati, fissi sugli ultimi residui del fuoco. Vedendolo arrivare si era ricomposto subito, e lui non gli aveva fatto domande, ma quei due elementi lasciavano pochi dubbi sulle condizioni in cui doveva aver passato la nottata.
Evidentemente non aveva creduto a ciò che gli aveva detto Konrad, che in quel momento stava passando accanto a un gruppetto di soldati radunati intorno a una mitragliatrice. “Non voglio più sentir menzionare quell’argomento fino a che non ne avremo la conferma ufficiale,” lo sentì dire, alzando la voce al di sopra del loro parlottare. “Adesso tornate ai vostri posti, che tra poco entriamo in azione.”
A quelle parole, con un coro scomposto di ‘sissignore’, il capannello si disperse.
Reinhardt si voltò di nuovo verso la finestra, guardando al di là dell’incrocio che portava verso la piazza del paese: certe voci, soprattutto se infondate, affossavano il morale delle truppe e lo facevano piombare nell’incertezza. Ma la cosa peggiore era quando a risentirne erano i loro comandanti: i reparti perdevano il loro senso di unità e gli uomini, trovandosi privi di un punto di riferimento, si perdevano d’animo, in un circolo vizioso senza fine. Friedrich era diventato l’ombra di sé e, per lui che lo conosceva così bene, addirittura da quando erano ragazzini, era impossibile non notare quel cambiamento. Come poteva, un ufficiale che faticava a badare a se stesso, riuscire a badare anche ai propri soldati?

Le colonne di fumo erano così alte da fondersi con le nuvole plumbee e gonfie di umidità che oscuravano il sole. Si contorcevano e si espandevano, in volute che obbedivano soltanto alla volontà cieca del vento. Cielo e terra erano un tutt’uno, collegati da un orizzonte rischiarato da fiamme che nemmeno la pioggia era riuscita a domare.
Si diceva che a Grabnik, tra la foresta e i sobborghi della capitale, fosse in corso una cruenta battaglia che andava avanti da giorni: tre divisioni di fanteria erano rimaste intrappolate in una sacca che aveva richiesto l’intervento di altrettante truppe terrestri e di due distaccamenti della ventiquattresima Divisione Panzer.
E lì, a pochi chilometri di distanza, i soldati affondati nel fango fino alle ginocchia facevano fuoco contro i nemici, separati soltanto da un’esile barriera di filo spinato. Più avanti, i carri armati ruggivano come belve nel pantano; una formazione di bombardieri pesanti oscurò il cielo. Le voci e i rumori giungevano ovattati all’orecchio di Friedrich, che partecipava alla battaglia come uno spettatore passivo, la mappa del fronte in una mano e la Luger carica nell’altra.
Sembrava che il mondo intero, e non solo quell’angolo di Polonia, fosse in guerra – e in parte era davvero così, pensò il capitano, perché presto tutto il mondo si sarebbe sollevato contro di loro.
Immaginò il planisfero come una scacchiera enorme, in cui lui non era che una pedina insignificante, l’ultimo tra i pedoni, che aveva finito per mettersi in scacco da solo.
Si era sempre premurato di pianificare in anticipo le proprie azioni, di calcolarne le possibili conseguenze, ma si era ritrovato totalmente spiazzato di fronte all’imprevedibilità del caso. Come aveva potuto essere così cieco?
Aveva sempre cercato di limitare le perdite, di dimostrare con gli atti quanto tenesse ai suoi uomini… ma tutto il peso dell’esistenza si era abbattuto su di lui, ed egli non poteva far altro che vedersi come un mostro. Un mostro con le mani sporche di sangue.
Da prima ancora di prendere coscienza del suo errore, si era sempre mostrato disposto a sacrificarsi per qualcosa che andava al di là del suo interesse personale.
Non gli importavano la gloria, la fama, un funerale solenne.
Avrebbe dato tutto se stesso per quella causa, ma il prezzo da pagare non doveva essere la vita del suo compagno, né la sua integrità: con amaro sarcasmo si chiese se Hans, coi suoi – seppur parziali – studi di legge, avesse tenuto conto del rischio che correva nell’offrirgli il suo sostegno. Forse no, o forse aveva già pianificato tutto.
Non faceva mai niente per caso, quell’uomo di legge mancato…
E invece, niente era andato secondo i piani; né i suoi, né quelli di Hans. Se gli stessi proiettili che avevano ucciso il suo compagno avessero colpito lui, avrebbe potuto riscattare i propri errori in qualche modo. Forse, anche le anime dei caduti avrebbero trovato la pace.
Cosa gli restava, adesso? Aveva un’arma che gli conferiva il potere di vita o di morte su se stesso, per evitare la condanna, ma non avrebbe cancellato la memoria dei suoi errori.
Una parte di lui desiderava soltanto dissolversi nel nulla; non vedeva alcun futuro per sé: come la più insignificante tra le pedine, come il fumo evanescente che s’innalzava dal fuoco ormai spento, uscire dai giochi senza lasciar traccia del suo passaggio.
Un boato improvviso lo ridestò da quei pensieri, risucchiando ogni suono intorno a lui. Sentì soltanto lo spostamento d’aria e il fango che gli schizzava addosso, mentre il suo corpo atterrava su una superficie molle. L’obice si disintegrò in una miriade di schegge, bruciando l’erba intorno al cratere e la mappa scivolata dalle sue mani.
“Signor capitano!”
Ancora intontito, a pancia in giù sul fondo della buca, Friedrich si risollevò sui gomiti.
Se la Terra fosse esplosa come quel proiettile, si sarebbe estinta in una scia di fuoco che preludeva all’inizio di un nuovo ciclo, in cui i frammenti di ciò che era distrutto avrebbero contribuito alla ricostruzione. La scacchiera sarebbe finita in frantumi, il bene e il male, così come il giusto e lo sbagliato, avrebbero cessato di esistere.
Oppure doveva essere lui quel proiettile, che si disintegrava solo dopo aver annientato il bersaglio, ovvero il marchio di vergogna che pesava sul suo capo. Castigo, redenzione e rinnovamento, in un cerchio che si chiudeva. E se le fiamme del sogno erano ciò che distruggeva per purificare, solo il suo sacrificio avrebbe riportato l’ordine. Come quell’inutile pedina sulla scacchiera, forse non avrebbe lasciato un impatto duraturo sul mondo, ma nel suo piccolo avrebbe contribuito alla vittoria. Non poteva abbandonarsi alla sorte prima di risolvere i conti che aveva lasciato in sospeso.


  1. “Ridateci indietro la fede che ci avete tolto ieri, l’ultima compagnia marcia…” È un verso tratto da una canzone del 1918.↩︎

  2. L’ultima compagnia marcia, cantando una canzone nella quale rabbia e dolore si accendono di porpora / Un ultimo tamburo scandisce il passo davanti all’intero reggimento, l’ultima compagnia marcia.↩︎

  
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