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Autore: Lartisteconfuse    30/04/2021    0 recensioni
Rebecca ha diciassette anni e non ha chissà che prospettive per l'estate che è appena iniziata. La conoscenza con due ragazzi, Elijah e Michele, però, la farà ricredere e di punto in bianco Rebecca si ritroverà immersa in una storia che mai avrebbe pensato di poter vivere.
Dal primo capitolo:
L’estate del 2017 è quella che posso considerare come il momento in cui la mia vita è cambiata radicalmente. Dopo quell’estate non sono più stata la stessa, dentro il mio cuore si è fatta spazio una perenne malinconia che ogni tanto fa affiorare un sorriso triste. Non c’è modo di sanarlo, ma non è un problema, sono felice per quella che è la mia vita.
Genere: Angst, Drammatico, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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“Ei amico, che umore nero.” Elia lanciò un’occhiataccia all’amico seduto sulle scale della scuola e quasi gli buttò lo zaino addosso.  
“Liti in famiglia?”  
Il ragazzino gli rifilò un'altra occhiataccia. “Tu che dici?” 
Le spalle di Lorenzo si afflosciarono e un’espressione dispiaciuta apparve sul suo volto. “Mi dispiace” disse, “come mai questa volta?” Elia si era quasi disteso sulle scale, prendendo quasi quattro scalini e guardava fisso davanti a sé mentre giocherellava con il portachiavi delle chiavi di casa che non aveva ancora riposto nello zaino. “Le solite cose.  Mamma si è arrabbiata per la musica troppo alta e mi ha preso lo stereo. Sono andato a riprenderlo, ma lei non mollava la presa e poi quell’idiota di Davide ha aperto la porta di casa colpendo mamma e lei lo ha fatto cadere.” 
“E si è rotto?” 
Elia annuì. “E papà non vuole aggiustarlo o comprarne uno nuovo.” Indignato e molto stupito Lorenzo guardò l’amico con occhi spalancati.  “Cosa? Ma non può!” 
“E invece sì. Addio musica a tutto volume. L’altoparlante del portatile non funziona benissimo” sospirò il ragazzino. Buttò la testa all’indietro, osservando come all’entrata non ci fosse ancora nessuno.  Elia e Lorenzo erano soliti arrivare tra i primi a scuola, perché il primo meno tempo passava in casa e meglio stava. Erano troppe persone e tutti si facevano gli affari degli altri, lui non ci riusciva, si sentiva sempre soffocare e la sua famiglia non voleva capirlo.  Lorenzo lo raggiungeva alla stessa ora per fargli compagnia, ben sapendo quanto l’amico avesse bisogno di parlare con qualcuno pronto ad ascoltarlo o che, altre volte, restasse in silenzio al suo fianco senza costringerlo a parlare.
“Non ho voglia di entrare” disse alla fine, mentre osservava al contrario le porte vetrate della scuola. Lorenzo sobbalzò al suo fianco. “Ma, Elia, stiamo facendo troppe assenze. Anche se i miei lo sanno non posso tirare la corda sennò non sarò più così libero. Siamo ancora a inizio anno!” Elia si alzò, riprese lo zaino e se lo mise su una spalla. “E va bene, vado da solo” e si allontanò verso il cancello.  
Ringraziava il cielo per la gentilezza che i suoi gli avevano concesso quando era arrivato il momento di iniziare il primo anno di liceo. Aveva fatto richiesta di andare in una scuola pubblica e non all’ennesima privata in cui avrebbe incontrato sempre le ombre dei propri fratelli, che tutti i professori veneravano. Lui non era come loro, non era una macchina che sapeva solo studiare tutto alla perfezione e prendere sempre voti alti senza faticare; lui non riusciva a stare seduto composto e in silenzio per più di cinque minuti e  la rigidità della scuola privata che frequentavano i suoi fratelli lo avrebbero fatto star male e basta.  
Sonia non era stata d’accordo e ancora non lo era. Sembrava quasi un avvoltoio, che appollaiato sul suo ramo aspettava qualche tragedia per poter intervenire e decidere a suo piacimento. Fortunatamente Richard aveva assentito, spronato anche da Giulia, che una volta aveva confidato al fratellino di aver sempre desiderato andare in una scuola pubblica, senza uniforme e compagni con famiglie meno competitive.  
In quel momento, mentre si dirigeva indisturbato verso l’uscita, la sua malandata scuola pubblica senza telecamere funzionanti alla perfezione, era la cosa più bella che gli fosse mai accaduta. Sorrise tra sé e sé soddisfatto, ma Lorenzo lo richiamò. “Elia non mi dire che vai al Circolo?” L’amico lo aveva raggiunto di corsa e si era fermato a un palmo da lui. Lo guardava allarmato ed Elia non ne capì il motivo.  
“Sì, perché?” 
Lorenzo scosse la testa con forza. “No, non puoi farlo.” 
L’altro alzò un sopracciglio. “Sono tutti più grandi se sei da solo se ne potrebbero approfittare.” 
Elia scoppiò a ridere. “E che possono farmi secondo te?”  
Il ragazzino si risentì per la leggerezza dell’amico e lo guardò serio. “Mi hai promesso che ogni volta che saresti voluto andare al Circolo ci saresti andato con me per ogni evenienza. Adesso perché ci vuoi andare?” Elia alzò gli occhi al cielo, annoiato dalle parole dell’amico. “Non mi succederà nulla.” Fece per voltarsi, ma Lorenzo lo afferrò per un polso.  “Non andare, resta qui.” 
Si staccò dalla presa e guardò l’amico risentito. “Pensavo che tu capissi.” 
“Io capisco, ma non devi andare per forza al Circolo, non sono nostri amici.  Vai a farti un giro, ma non andare lì.” 
In quel momento arrivò un autobus alla fermata opposta ed Elia, senza rispondere al suo amico, si diresse di corsa verso il mezzo e ci saltò sopra, diretto verso il parco vicino.  
Lorenzo guardò l’autobus con il suo amico allontanarsi sempre più. Sospirò affranto e quando riportò l’attenzione sul pezzo di strada davanti a lui vide Michele che lo guardava sorpreso. Lorenzo deglutì sentendo l’agitazione montare dentro di lui e senza dire una parola al ragazzo di fronte schizzò verso l’edificio scolastico ed entrò dentro anche se la campanella non era ancora suonata. 
Michele aveva visto la fine della discussione tra Lorenzo ed Elia e poi, aveva seguito con lo sguardo suo fratello prendere l’autobus e allontanarsi dalla scuola. Non lo aveva chiamato e nemmeno preso al volo per impedirgli di salire sul mezzo. E non lo avrebbe nemmeno detto al resto della sua famiglia.  
Quel giorno non aveva scuola, c’era un’assemblea a cui non voleva partecipare e sua madre gli aveva gentilmente chiesto di andare a comprare un paio di cose che mancavano, svegliandolo. Il ragazzo avrebbe voluto anche aspettare, ma sapeva che se Sonia glielo aveva detto in quel momento era perché non lo voleva in casa mentre finiva di scrivere il romanzo. Sonia era una scrittrice con un discreto successo e l’editore pretendeva di avere il seguito della seria di romanzi che stava scrivendo entro la fine del mese. Quindi Michele era uscito senza dire nulla, ancora assonnato.
Non appena Lorenzo iniziò a correre verso l’istituto, Michele lo seguì con l’intenzione di torchiare il ragazzino e farsi dire dove fosse andato il fratello. Aprì la porta della scuola e cercò da tutte le parti Lorenzo, ma di lui, nell’atrio, non c’era nemmeno l’ombra.  
Dentro c’erano pochissimi studenti e fuori ancora meno per il freddo che si faceva sempre più presente. Infondo erano già a metà ottobre e il vento che spesso si alzava congelava dalla testa ai piedi.  
Michele non conosceva la scuola, ma sapeva che Lorenzo non era entrato nelle classi al piano superiore, perché non era permesso e le persone alla segreteria lo avrebbero fermato. Si diresse verso i bagni vicino alla macchinetta delle merendine, doveva essere per forza lì dentro.  “Lorenzo” chiamò una volta entrato nel bagno dei maschi. “Lorenzo lo so che sei qui dentro, esci.” Cercò di sembrare il più autoritario possibile.  Come diciottenne poteva contare sulla possibilità che il quattordicenne si sentisse intimorito.  
“Lorenzo, non mi ripeterò per una quarta volta” avvertì parlando a denti stretti. 
Il ragazzino uscì da uno dei cubicoli, la testa abbassata, i capelli castani che ricadevano sugli occhiali dalle lenti grandi. “Non mi uccidere per favore” mormorò con una vocina. “Io ho provato a fermarlo.” 
Michele sospirò e alzò gli occhi al cielo. “Non ti farò nulla, voglio sapere dove è andato.” 
L’altro sbiancò e strinse con forza la maniglia della porta, la testa ancora bassa e gli occhi che saettavano spesso verso l’uscita del bagno.
“Allora?” chiese Michele, impaziente. “Voglio solo andarlo a riprendere.  Tutto questo resterà tre me, te ed Elia.” Finalmente Lorenzo trovò il coraggio di guardarlo in faccia. “Mi prometti che non lo dirai a nessuno?” domandò con occhi spalancati per il terrore.  
“Sì, lo prometto.” Non aveva nessuna intenzione di fare la spia con i loro genitori, Elia non glielo avrebbe mai perdonato e poi, era sicuro di poter gestire la situazione. Pensò a come avesse sbagliato la sera prima a non andare a parlare con il fratello. Era stato stupido da parte sua pensare che una volta trascorsa la notte le cose si sarebbero sistemate ed Elia sarebbe stato bene.   
Lorenzo prese un profondo respiro e poi parlò: “È andato al parco…al Circolo.” 
Michele spalancò gli occhi. “Non stai dicendo sul serio?” 
Il ragazzino davanti a lui distolse lo sguardo, iniziò a muoversi nervosamente sul posto, spostando il peso da una gamba all’altra. “Non è la prima volta che ci va” aggiunse, “ma solitamente ci andiamo insieme, perché io lo tengo d’occhio e nessuno fa nulla, però oggi ha voluto andarci lo stesso e non sono riuscito a fermarlo.” 
Michele chiuse gli occhi, prese un profondo, profondissimo sospirò e cercò di calmarsi. Va bene, lui aveva sbagliato il giorno prima a non parlarci, ma suo fratello era impazzito, in quel periodo stava dando tutto sé stesso per farli uscire tutti fuori di testa.  
“Bene, vado a prenderlo, tu vai in classe” disse a Lorenzo e si avviò verso l’uscita del bagno.  
“Non dirgli che te l’ho detto io!” gridò il ragazzino alle sue spalle e lui si limitò a fargli un cenno d’assenso prima di andarsene.
Pensò se fosse il caso di scrivere a Davide, per fare in modo che almeno qualcuno della famiglia sapesse dove si trovassero lui e Elia, ma poi ci ripensò. Davide stava andando all’università in quel momento, avrebbe letto il messaggio una volta parcheggiata la macchina. Sarebbe andato nel panico e avrebbe contattato la madre. Michele non voleva assolutamente far sapere alla madre che Elia andava al Circolo, da solo o con Lorenzo poco importava.
 
Nel frattempo, Elia non ci aveva pensato due volte e una volta sceso dall’autobus si era diretto a passo spedito verso il parco. Lorenzo si faceva troppi problemi, non gli sarebbe successo nulla.  
Superata la fontana poco dopo l’ingresso, proseguì per i sentieri circostanti e andò verso il confine del parco, dalla parte opposta dell’entrata. Aggirò una piccola casetta in mattoni rossi, che nessuno aveva mai capito a cosa potesse essere servita in passato e si fermò sul retro.  
Sei paia di occhi lo fissarono sbalorditi, ma poi lo riconobbero e i visi di due ragazzi e una ragazza si aprirono in sorrisi. 
“Elia, qual buon vento! E il tuo amico? Dove lo hai lasciato?” Il ragazzo che aveva parlato si chiamava Dario, era il più grande della comitiva che Elia aveva imparato a conoscere. Aveva all’incirca ventidue anni. Era un ragazzo alto e robusto; aveva vari piercing sull’orecchio destro e un septum rosso. Portava un cappello verde militare a schiacciare i pochi capelli che stavano ricrescendo dopo averli portati dopo molto rasati. 
Con un gesto della mano dalle dita completamente tatuate gli fece cenno di avvicinarsi. Elia non se lo fece ripetere due volte e camminò fino alle panche su cui erano seduti. La ragazza vicino a Dario, una certa Veronica, gli fece posto sorridendogli. Il sorriso non era per niente sincero ed Elia lo sapeva bene. Veronica non aveva molta simpatia per il ragazzino e lo faceva notare spesso, sottolineando quanto fosse piccolo e che in quel posto non doveva starci. Veronica aveva una cotta per Dario, tutti lo sapevano, perché lei in realtà non faceva molto per nasconderlo. Dario l’aveva rifiutata più volte, in maniera gentile, ma lei non si dava per vinta.  Elia si tratteneva sempre dal ridere quando vedeva gli atteggiamenti provocanti di Veronica che volevano attirare l’attenzione di Dario. Gli dispiaceva un po’ che la ragazza non avesse capito di non avere speranze con Dario.
Come al solito, non appena Veronica si era spostata per fare posto ad Elia, si era appiccicata ancora di più a Dario che alzò gli occhi al cielo e mandò un’occhiata divertita al ragazzo seduto sulla panca opposta che ricambiò il sorriso e gli fece un occhiolino. Lui era Valerio, il vero e unico interesse di Dario. Era un ragazzo semplice, di diciannove anni e molto spesso Elia si chiedeva cosa c’entrasse lui con il resto della comitiva. Gli ricordava molto suo fratello Michele e per questo gli rivolgeva di rado la parola.  Elia sorrise tra sé e sé e pensò a come fosse possibile che Veronica non si fosse mai accorta degli sguardi che si lanciavano i due ragazzi. Dal primo giorno che era arrivato lì, lui ci era arrivato subito che quei due stessero insieme, ma a quanto pareva era stato l’unico a scoprirlo. Gli altri non accennavano mai alla cosa e Dario e Valerio non si erano mai comportati come una coppia davanti agli altri. Persino Lorenzo non lo aveva capito ed Elia glielo aveva dovuto spiegare durante la strada di ritorno.
“Allora, cosa ti porta qui ragazzino?” domandò Dario, mentre con la scusa di volersi accendere una sigaretta, si toglieva di dosso il braccio di Veronica avvolto intorno al suo.  
Elia sospirò. “Le solite cose. Ho troppi pensieri per la testa e non potevo starmene per ben sei ore chiuso nella stessa aula con le stesse persone.” Dario annuì comprensivo e senza dire nient’altro gli porse la sigaretta che aveva già acceso per poi prenderne una seconda per sé. 
Elia si portò la sigaretta alle labbra e aspirò profondamente, avvertendo le spalle rilassarsi. Solo in quel momento si accorse di come il suo corpo fosse sempre stato in tensione. Si sentiva stanco, spossato e avrebbe tanto voluto dormire per ore e che si ne frega della vita che andava avanti.  “Tu sai che con noi puoi sempre parlare vero?” gli disse Dario. Si era dovuto sporgere per guardarlo in faccia, perché Veronica si trovava ancora in mezzo fra loro due e non sembrava intenzionata a scansarsi. Elia annuì e sorrise riconoscente. Si domandò il perché Lorenzo fosse così spaventato da quei ragazzi. Potevano non essere dei santi e fare cose un tantino illegali, esempio offrire sigarette a un minorenne, ma alla fine erano persone normali con i loro problemi come lui. Lorenzo non poteva capire sul serio come si sentisse ogni volta che litigava con sua madre o quando veniva trattato dai suoi fratelli come un bambino che non sapeva ancora niente del mondo. Il suo amico era figlio unico, aveva due genitori che lo amavano tantissimo e lo dimostravano ogni giorno, dandogli fiducia e ascoltandolo prima di dare le loro sentenze. Sua madre non era così: Elia l’aveva sempre vista come una tiranna che pensava solo al suo lavoro e all’eccellenza, educando i figli per essere migliori degli altri, ma lui non voleva essere migliore di nessuno. Suo padre era più simpatico e alla mano, ma purtroppo il suo lavoro di medico gli toglieva molte ore dentro casa e c’erano giorni in cui nemmeno riuscivano a incrociarsi. Altra pecca di suo padre era che amava fin troppo sua madre e detestava litigarci, quindi molto spesso lasciava a lei il compito di prendere decisioni sulla vita dei figli e non aveva mai nulla da ridire quando si arrabbiava con uno di loro, anche se casualmente era sempre Elia.  
Piano piano la sigaretta si stava esaurendo, ma lui non voleva. Sapeva che non poteva chiederne un’altra a Dario, che era sempre così gentile da regalargliene una ogni volta, senza pretendere nulla in cambio. Mentre i quattro ragazzi se ne stavano in silenzio, immersi nei loro pensieri, una ragazza dai capelli blu e un ragazzo rosso e pieno di lentiggini fecero la loro comparsa.  
“Elia!” esclamò la ragazza precipitandosi ad abbracciare il ragazzino, che fece appena in tempo a buttare per terra il mozzicone di sigaretta per poi avvolgere le braccia attorno alle spalle della ragazza. “Che sorpresa vederti qui!” 
“Ciao Rachele” disse Elia sorridendo. Rachele era la più piccola del gruppo, togliendo lui. Aveva compiuto quell’anno diciassette anni ed era quella con cui Elia si trovava a parlare di più. Mentre con Dario parlava di cose più serie, ma a mozzichi e bocconi, con Rachele poteva distrarsi e parlare di tutto, anche delle cose più stupide. Era una ragazza originale, partendo dai suoi capelli di un blu elettrico; gli occhi erano sempre super truccati con una pesante matita nera, che la facevano somigliare a un panda; portava vestiti sempre scompagnati tra loro dai colori alle fantasie più impensabili.  Quel giorno indossava delle calze nere mezze strappate, una gonna di jeans e una maglietta arancione fluo sotto un gigantesco cappotto nero; le scarpe erano degli stivaletti bassi color verde selva ed Elia si stupì del fatto che potessero anche esistere scarpe di quel genere. Ma la cosa che più caratterizzava Rachele erano i tatuaggi, erano tantissimi e ovunque. Per ognuno, la ragazza aveva un significato importante, e se lui aveva disegnato un albero della vita per i suoi ricordi, lei utilizzava il suo corpo per tenerli sempre con sé. “Sono dei ricordi costanti che possono impedirmi di farmi soffrire di nuovo” gli aveva spiegato il primo giorno che si erano trovati a parlare dei suoi tatuaggi. Li aveva fatti tutti di nascosto dai suoi genitori, anche perché loro non erano molto presenti nella vita della figlia. Elia non aveva mai chiesto esplicitamente quali fossero i problemi di Rachele e aspettava che lei fosse pronta a parlarne con lui.  
Elia ne era rimasto affascinato e per molto aveva desiderato di farsi un piccolo tatuaggio anche lui, ma aveva così tante cose da voler esprimere che era impossibile pretendere di averne solo uno e per il momento aveva lasciato perdere. 
Con la sua esuberanza Rachele riuscì a farsi un posto sulla panca accanto a lui, e Dario, approfittando del poco spazio che si era andato a creare, si alzò per raggiungere Valerio. Si dettero un impercettibile stretta di mano e poi Valerio si alzò per seguire il ragazzo più grande. Salutarono il gruppetto e si allontanarono.  
Il ragazzo arrivato con Rachele era il suo fidanzato, Alessandro. Era un tipo alto e mingherlino e la sua faccia non aveva età, Elia ancora non era riuscito a capire quanti anni avesse. Portava i capelli rossi in una zazzera disordinata e gli occhi scuri erano sempre impassibili, se li si guardavano per troppo tempo si aveva la sensazione che il ragazzo stesse guardando all’interno della povera anima che aveva incrociato il suo sguardo. Non parlava mai, non come Valerio per timidezza, ma perché era fatto così: taciturno e musone, tutto il contrario di Rachele che non riusciva a stare zitta neanche se la si implorava. Alessandro rimase in piedi appoggiato a un albero con le braccia incrociate a osservare con insistenza solo lui sapeva cosa. 
Rachele poggiò un braccio circondando le spalle di Elia con forza. “Allora piccoletto” esordì facendo storcere il naso ad Elia, “ti vedo agitato, nervoso.  Vuoi?” Gli offrì una sigaretta, stretta tra le dita affusolate con lunghe unghie finte, di tutti i colori possibili. 
Elia stava per prenderla quando Veronica gli dette uno schiaffo sulla mano che aveva teso. “Dario non vuole che ne prendi più di una a incontro” esclamò. Elia la guardò male. “Dario dice così perché non vuole offrirne altre, solo che è troppo gentile per dirmelo in faccia. Quello che faccio gli scivola addosso, come quello che fai tu del resto” concluse con un ghigno vedendo l’espressione risentita di Veronica. La ragazza si alzò, si strinse nel  suo giacchetto leggero e borbottò: “Stupidi ragazzini, da quando in qua  facciamo da babysitter ai bambini complessati.” Elia si stava per alzare, pronto per gettarsi addosso alla ragazza e farle rimangiare tutto, ma Rachele strinse la mano sulla spalla e mormorò: “Non ne vale la pena.” 
“Hai ragione, ma mi scaricherebbe gettare quel brutto muso nel fango” rispose lui a denti stretti mentre Veronica si allontanava sempre di più tra le stradine del parco. 
Rachele ridacchiò e anche sul volto di Alessandro era apparso un piccolo sorriso. Elia se ne sentì fiero, perché era molto raro vedere quel pezzo di ghiaccio fare un’espressione che non era di astio verso il mondo in generale.  Alla fine il ragazzino prese la sigaretta che Rachele ancora gli stava porgendo e l’accese con l’accendino che gli passò sempre la ragazza.  
“Ne vuoi parlare?” domandò Rachele di punto in bianco. Elia scrollò le spalle. “No, non voglio annoiarvi con le solite cose.” Fece cadere un po’ di cenere picchiettando con leggerezza sulla sigaretta, per poi riportarla alla bocca. Fu in quel momento che apparve dal nullo suo fratello, che se lo stava guardando con occhi spalancati, pieni di sorpresa. Quasi gli cascò la sigaretta dalle labbra. 
 
Michele sapeva dove si trovava il Circolo di cui parlava Lorenzo. Tutti ne parlavano nel quartiere in modo che chi voleva poteva benissimo ignorare quella parte di parco. Non sempre era un luogo pericoloso, i vari gruppi si alternavano e di solito quello dei più violenti e drogati faceva la sua comparsa di notte quando non potevano essere scoperti nemmeno per sbaglio. Ma il ragazzo era pur sempre preoccupato. Suo fratello aveva quattordici anni, non aveva nulla a che vedere con i ragazzi che andavano al Circolo e temeva che qualcuno potesse approfittarsi di un ragazzino e divertirsi a suo piacimento.  
Nonostante la decisione di non chiamare nessuno, durante il tragitto aveva dovuto combattere molto con se stesso per evitare di chiamare il padre o la madre, dato che la preoccupazione per il fratello minore stava aumentando. Alla fine aveva sempre accantonato l’idea, perché sapeva che non ce ne fosse bisogno e in questo modo, forse, Elia avrebbe parlato con lui. Sapeva che con il fratello minore non aveva un rapporto stretto, ma lo aveva sempre visto troppo piccolo per lui e adesso che era diventato maggiorenne l’abisso si era fatto sempre più grande. Per di più il carattere chiuso che aveva con la famiglia non aiutava molto. Tutti lo sentivano ridere quando stava al telefono e le foto che aveva attaccate in camera erano un esempio di quanto invece si divertisse con gli amici. Ma con loro non parlava mai, si chiudeva sempre in camera sua e non usciva se non chiamato, a volte nemmeno in quelle occasioni e toccava andarlo a prendere di peso. 
Attraversò con passo veloce il parco, arrivando fino al confine e quando vide la casetta di cui tutti parlavano cercò di prepararsi a come avrebbe dovuto agire. 
Non sapeva esattamente se la scena che vide se l’aspettasse o no, ma ne rimase comunque sorpreso, perché non era da tutti i giorni vedere il proprio fratellino con una sigaretta in bocca, tenuta stretta tra le labbra come se fosse la cosa più normale del mondo, mentre una ragazza dai capelli blu raccolti in uno chignon e con dei tatuaggi anche ai lati del viso lo stringeva per le spalle. A malapena si accorse del ragazzo appoggiato all’albero accanto a lui.  
Vide come suo fratello si immobilizzò, la mano che doveva andare a prendere la sigaretta sospesa in aria e i grandi occhi azzurri spalancati.  “Mick…” sussurrò Elia con difficoltà, ancora incredulo a ritrovarsi il fratello lì.
Michele cercò di ricomporsi e mise su un’espressione seria. “Butta quella sigaretta e vieni immediatamente.” Cercò di parlare con voce ferma, quasi intimidatoria e stranamente funzionò. Non ci aveva sperato. Elia con mano tremante si tolse la sigaretta dalle labbra e la buttò per terra schiacciandola poi con il piede, si alzò e senza neanche rivolgere uno sguardo ai due ragazzi presenti gli si avvicinò e lo seguì quando lui iniziò a camminare. Non sapeva cosa dire, non voleva iniziare un discorso per rimproverarlo, non se ne sentiva nemmeno in dovere, ma qualcosa doveva pur dire. Quando arrivarono alla fontana si sedette sul muretto e fece segno a Elia di imitarlo. Titubante il ragazzino prese posto accanto a lui, puzzava di fumo.  Restarono per qualche minuto senza dire niente, Elia che tamburellava nervoso sulla propria gamba e Michele che teneva la testa bassa. Alla fine il ragazzo prese coraggio e decise di fare il primo passo. “Perché?”  
Elia sobbalzò a quella domanda e fissò il fratello non trovando le parole.  Boccheggiò un paio di volte, provando ogni volta a dire qualcosa ma rinunciandoci il secondo dopo. Michele alzò la testa per guardarlo in faccia.  “Se temi che lo dica a mamma e papà stai tranquillo. Nessuno saprà niente, ma almeno a me devi dirlo.” 
“Non capiresti” mormorò Elia. Distolse lo sguardo, sentendosi d’improvviso in imbarazzo davanti agli occhi del fratello. Come poteva spiegare a Michele quello che sentiva? Il senso di soffocamento che provava ogni volta che entrava in casa e la solitudine che lo attanagliava quando sua madre si arrabbiava con lui e nessuno diceva niente? 
Michele sollevò entrambe le sopracciglia. “Come fai a dirlo se non me lo dici?”  
“Perché lo so.” Voleva andarsene, non poteva sopportare ancora di più quello sguardo insistente. Si alzò e prese a molleggiare sul posto, agitato.  “Che facciamo? Non posso tornare a casa.” 
Al cambio di argomento Michele decise di chiudere quello precedente, ma solo per il momento. “Avevo detto a mamma che sarei andato a prendere alcune cose al supermercato, quindi ora andiamo lì poi andiamo in farmacia.” 
Elia lo guardò confuso. “Farmacia? E perché?” 
“Diremo alla mamma che ti ho visto all’entrata di scuola e sei venuto da me dicendomi che non ti sentivi bene e stavi giusto provando a chiamare a casa.  Io ti ho detto di venire con me e che siamo passati in farmacia a comprare le tachipirine perché avevi un mal di testa atroce. Ma mamma vorrà la prova quindi dobbiamo comprarle per forza, aprire la scatola e toglierne una.”  Fissò sbalordito Michele. Non si sarebbe mai aspettato che sarebbe stato pronto a mentire in quel modo e aveva pensato addirittura a rendere la bugia ancora più vera. Michele non aveva mai mentito, anche perché la verità gli si leggeva sempre in faccia. Quello più furbo fra i suoi fratelli era sempre stato Davide, solo che non sfruttava sempre il suo talento e spifferava tutto di sua volontà, mentre Giulia sapeva essere subdola e vendicativa. Michele era quello buono, che viveva di sensi di colpa. 
“Cosa ne hai fatto di mio fratello” mormorò non sapendo che altro dire.  Michele si alzò e gli posò una mano sulla spalla. “Chissà, magari sta insieme al mio fratellino.” Uh colpo basso. Elia distolse nuovamente lo sguardo e prese a camminare verso l’uscita del parco e Michele lo seguì in silenzio. 
Al supermercato fecero presto e poco prima di pagare, Michele infilò in mezzo alla spesa anche un pacchetto di gomme. Quando uscirono ne porse una ad Elia. “Prendila, almeno tentiamo di mascherare l’alito.” Imbarazzato Elia ne prese una e se la mise in bocca.  
Non ci misero molto a tornare a casa e quando Michele stava per infilare le chiavi nella toppa, Elia lo afferrò per la manica della giacca. “Hai promesso vero? Non lo dirai alla mamma.” 
Michele sorrise. “Secondo te vado a spendere soldi inutilmente per delle tachipirine se voglio dire tutto a mamma?” A quella risposta Elia si rilassò un poco, ma non del tutto e lasciò andare la manica di Michele, che aprì la porta.  
Sonia era seduta alla scrivania nello studio e sentendo la porta aprirsi si sporse per guardare l’ingresso. “Come mai ci hai messo così tanto Mick?” Ad entrare per primo, però, non fu Michele, bensì Elia, che con timore varcò la soglia di casa.  
Sonia si tolse gli occhiali da lettura e guardò confusa il figlio più piccolo. “Elia, che ci fai qui?” 
“L’ho incontrato fuori scuola mentre uscivo, non sta bene” rispose per lui Michele, che intanto si era chiuso la porta d’ingresso alle spalle.  Sonia guardò entrambi con sospetto, Elia continuava a tenere la testa bassa da quando era entrato.
“Stai male?” domandò Sonia direttamente al figlio. Elia annuì. Michele rovistò nella tasca della giacca e tirò fuori il pacchetto di tachipirine. “Siamo per forza dovuti andare in farmacia, aveva un forte mal di testa.” 
Vedendo il pacchetto, la madre parve crederci e addolcì l’espressione. Posò gli occhiali sulla scrivania e si avvicinò ad Elia.  
“Mick, vai a posare le cose in cucina?” disse al ragazzo e questo, assentendo, li lasciò soli.  
Sonia posò tutta l’attenzione sul ragazzino, che teneva le spalle basse e un’aria afflitta. Portò una mano alla fronte del figlio, scostandogli qualche ciocca per sentire se fosse caldo. “Febbre non penso ne abbia, hai male da qualche altra parte?” 
Elia scosse la testa, ma non pronunciò parola. Sonia annuì. “Bene, vai a distenderti un po’ sul letto e qualsiasi cosa chiama.” Il ragazzino annuì di nuovo e si avviò verso le scale, ma venne richiamato dalla voce della madre.  “Elia, scusa per ieri. Ho esagerato.”  
Elia strinse il corrimano con forza, avvertendo gli occhi pizzicare. Non si voltò, non fece niente se non riprendere a salire le scale. Non riuscì ad impedire a qualche lacrima di cadere.  
Una volta in camera sua si distese sul letto e, saranno stati i sensi di colpa forse, iniziò ad avvertire un principio di mal di testa, che lo portò a chiudere gli occhi ancora bagnati e ad addormentarsi. 
 
 
 
 
   
 
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