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Autore: Leyazara    03/05/2021    0 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
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Enea

Dormii per tutta la mattinata, quasi senza sentire le preghiere salmodiate dai nemori nel Sacro Giardino per le anime di Cothoneum che si erano riunite ai Padri Arborei. Ero troppo stanco e per la prima volta dalla mia fuga, potevo semplicemente riposare senza l’ansia di essere inseguito. Un piacevole tepore si irradiava dalle pietre della piazza completamente deserta. Le bancarelle imbandite per il mercato erano ancora lì, con il cibo e le merci variegate esposte in bella vista o rovesciate sull’acciottolato. Tuttavia, nessuno sembrava volersi avvicinare per recuperare i finimenti nuovi di zecca per i cavalli, i monili d’osso intagliati o le poche focacce rimaste, su cui ora ronzavano piccoli sciami di mosche.
Guardandomi attorno, notai le finestre sprangate delle case, come se gli abitanti non fossero ancora scesi dai loro letti. All’inizio pensai che la città stesse osservando il lutto per tutti quelli che i nani avevano appeso per il collo alle mura, ma dopo poco mi accorsi della gente che camminava in punta di piedi nei vicoli laterali della piazza, scappando appena mi giravo nella loro direzione.
Ci avevo quasi creduto, per un attimo.
Quando avevano accettato di lasciarmi dormire nella piazza, avevo davvero pensato che non mi considerassero un mostro. In quel momento però mi resi conto che avevano accettato più per paura che per gratitudine.
Di tutto il male il drago è incarnazione e per esso è vana e nociva ogni compassione.
Assieme a quelle parole, di colpo mi tornò in mente lo schiocco della frusta. Trattenni un sibilo, come fossi stato ancora cucciolo e potessi ancora sentire il dolore lacerante della corda che apriva la carne.
Non avevo più ripensato alle torture di Castel Dragone da diverse settimane… Perché tutto mi tornava in mente proprio in quel momento?
Nella mia mente, sentii l’elogio compiaciuto che Axandro mi ripeteva spesso: ti sei ricordato di essere un mostro, bravo Svarog.
Strinsi i denti e scossi la testa, senza riuscire però ad allontanare quei pensieri. Sapevo che era quello il nome con cui la gente di Cothoneum parlava di me, rintanata nelle sue stesse case.
E se non sarà Svarog, allora ti daranno un nome simile, uno che significhi comunque mostro, perché non ti vedranno mai come qualcosa di diverso.
Non fui capace di trattenere un ringhio di rabbia e disperazione per quelle parole che odiavo, proprio per il fatto di essere così veritiere. Più sentivo la gente trasalire nelle case e più quei sentimenti crescevano e quel nome che tanto odiavo mi riecheggiava nella mente. Di colpo ebbi voglia di urlare e spaccare qualsiasi cosa attorno a me. A Taumar mi capitava di prendermela con gli alberi ma lì a Cothoneum… No, non potevo toccare quelle case che mi ero dato tanta pena di proteggere. Tutto quello che mi venne in mente fu grattare il lastricato con gli artigli, lasciando vistosi segni sulle pietre. Il leggero dolore che sentii alle unghie mi dette uno strano sollievo e quindi lo continuai, mentre il resto dei muscoli si irrigidiva e i respiri si accorciavano. Di colpo, tutti i sogni e i progetti che avevo fatto per quando avrei raggiunto la Repubblica dell’Idra mi sembrarono di colpo inutili e stupidi. Se nemmeno salvare una città poteva rendermi meno mostro, che speranze potevo avere per un altro regno? Sempre ammesso che laggiù vivessero ancora dei draghi da cui avrei potuto farmi accettare…
«Enea» mi interruppe una voce familiare. Il tono era in equilibrio tra duro e gentile, come il rimprovero di un genitore. Sibilla, infatti, aveva sul volto uno sguardo che sembrava esigere spiegazioni per il mio sfogo. Accanto a lei c’erano Alye e un’altra donna, una gitana, con una lunga gonna azzurra e un paio di orecchini tintinnanti. Mi venne quasi da sorridere, riconoscendo all’istante Tin-Tin, come chiamavo Harira da piccolo, ma ero troppo imbarazzato per essere stato sorpreso così nel mezzo di uno sfogo.
«Hai dolore alle ferite?» mi chiese Sibilla, con un sopracciglio inarcato.
«No… Voglio dire, sì. Un po’ sì» risposi, decidendo di usarle come scusa. In realtà le avevo già ripulite la sera prima e sembravano stare piuttosto bene, a eccezione del taglio sulla schiena che aveva delle tracce giallognole nella crosta.
«Ci diamo subito un’occhiata» annunciò Harira, sorridente. Teneva tra le mani un orcio di terracotta, mentre Alye aveva una borraccia. Tuttavia, quando fecero per avvicinarsi, la gitana si voltò a sgridare un bambino che le tirava la gonna. Non lo avevo notato prima, tanto era piccolo, con le fattezze ancora morbide e grassocce, ma sembrava supplicare Harira con gli occhi di non distruggere il suo nascondiglio e avvicinarsi di più.
«Lascia stare, Harira. Ci penso io» disse Alye, prendendole l’orcio. «Dopo se vuole Rasim mi aiuta con la ferita sulla zampa» fece poi al bambino con una strizzatina d’occhio. Quello però sembrò ancora più terrorizzato a quella prospettiva e cominciò a piagnucolare, finché Harira non lo prese in braccio.
Sospirai sonoramente, mentre Alye si arrampicava sulla mia schiena per raggiungere la ferita tra le scapole.
«Potrebbe bruciare un po’» mi disse tardivamente, mentre la carne cominciava a bruciare come se ci avesse messo del sale.
«Ho notato» sibilai, sentendo un odore forte e aromatico diffondersi nell’aria.
«È fatto con iperico e mandragora pestati» mi spiegò Harira «Sono ottimi per le ferite e poi provengono direttamente dalla Valle Benedetta di Etaìn».
Accettai le sue rassicurazioni e ringraziai il fatto che Haldamir non fosse presente: sarebbe stato capace di fare una interminabile lezione di storia solo su quel luogo appena accennato.
Sibilla, intanto, mi era venuta vicino e osservava la piazza deserta con apparente disinteresse.
«Non sopporti come ti guardano» constatò, nel tono tranquillo di chi parla del tempo. Non risposi, ma Sibilla vantava di saper vedere il futuro, per cui forse i miei pensieri le sembravano una bazzecola.
«Può essere molto difficile per loro dimenticare tutte le bugie sui draghi con cui i nemori li nutrono da secoli» continuò, per poi accarezzarmi con tenerezza le squame. «Ma tu non meriti il loro disprezzo. Non meriti nemmeno un briciolo dolore che devono averti fatto patire nel nome delle stupidaggini sproloquiate da qualche nemore» disse, accennando alle cicatrici dei ceppi sulle squame.
Per un attimo, il modo in cui ripeté quelle parole quasi mi commosse e credetti di percepire del vero e sincero affetto nella sua voce. Tuttavia, l’attimo dopo la mia mente accantonò quel pensiero per cercare un altro significato alle parole di Sibilla. Può sembrare stupido, ma ero troppo abituato a essere visto come un’arma oppure come un mostro, fatta eccezione per pochissime persone.
«Ti riferisci alla profezia?» dissi, in tono molto più amaro «Mi dispiace Sibilla ma fatico a crederci. È stato proprio un mago a dirmi che è impossibile leggere il futuro. Inoltre… guardati attorno. È già un miracolo che non mi sia svegliato con un arpione conficcato nella schiena e nel Tàri sicuramente non sarà diverso. Hanno già i loro mostri non gliene serve uno in più».
Lei non sembrò offendersi a quelle parole. Anzi, la vidi persino sorridere, come si aspettasse una risposta del genere.
«Ricordi le rovine a cui ti ho condotto quando eri piccolo? Vorrei che vedessi che cosa sono diventate adesso, che cosa hanno costruito, anzi ricostruito i membri della Ribellione in onore dei draghi» mi disse, catturando di nuovo il mio interesse «Adesso lo chiamano l’Altare dell’Alleanza, perché vogliono riparare al torto di Adrano, uccisore del Primo Drago. Tra quelle mura, la gente prega gli Ent e aspetta il tuo ritorno».
«Conosci la storia di Nehustan?» le chiesi sorpreso. Avevo sempre creduto che Alye e Haldamir fossero gli unici adrani del mondo a conservare quel piccolo frammento di storia dei draghi.
«Conosco quella storia e poco altro della cultura del tuo popolo. Prometto che ti racconterò ogni cosa a tempo debito, ma non parliamo di questo adesso» rispose, assumendo poi un tono quasi solenne, come al nostro primo incontro «Qualcosa sta cambiando, nel Tàri e tu puoi decidere se essere parte di questo cambiamento, diventando un eroe, oppure continuare a girovagare per Nelira da solo, come l’ultimo mostro del mondo».
Calcò su quella parola in modo quasi minaccioso, come a dirmi che non avevo altra scelta che seguirla se volevo finalmente scrollarmi di dosso il nome di Svarog. Tuttavia, stentavo ancora a credere che un simile cambiamento fosse davvero possibile.
Indeciso, mi girai verso Alye. Malgrado avessi pensato di proseguire il viaggio da solo, dopo il litigio con Surion, sentivo che non ne sarei stato capace, a prescindere da Sibilla.
«Io e Haldamir andiamo» mi disse, mentre scivolava giù dalla mia schiena. La paura del giorno prima, quando aveva scoperto di essere una principessa, non l’aveva ancora abbandonata del tutto, ma sembrava comunque decisa a voler andare. «I gitani si prenderanno cura di nostro padre. Almeno lui potrà avere una vita qui, in pace» continuò, per poi alzare i suoi occhi lucidi verso i miei «Il Tàri è casa mia, ma se vieni prometto che diventerà anche la tua».
«Dopo una guerra» le ricordai. Un paio di legioni naniche asserragliate in una città erano un conto, ma l’intero esercito di un re contro un manipolo di ribelli… Che speranze potevano esserci?
«Dopo una guerra» assentì lei. Aveva già accettato quel rischio e sembrava voler andare fino in fondo, per la sua gente. Io non avevo niente di così forte che mi legasse a quel regno. Anzi, una cosa forse sì ed era proprio quella ragazza davanti a me.
Appoggiai la punta del muso proprio sul suo viso, sbuffando aria calda. Bastò quello a farle capire che sarei venuto, anche a costo di essere odiato ancora di più dai lauri e dagli uomini del regno.
«Dai Rasim, provaci» sentii sussurrare Harira a suo figlio, mentre si avvicinava a me di qualche passo «Fagli caro con la mano. Caaaro».
Passò delicatamente le dita sul mio muso, invitando il bambino a imitarla. Titubante, Rasim si girò verso di me e allungò la mano, facendo un paio di scatti indietro anche se io non mi ero mosso di un dito.
«Caro» disse, con la vocina un po’ tremante, quando arrivò a toccarmi. Sentii le sue piccole dita insinuarsi tra le squame e seguire le scanalature, come ne fosse affascinato. Di colpo non sembrava volersi più staccare. Soffiando dal naso per scompigliargli i ciuffi corvini, riuscii persino a strappargli un risolino.
«Bello il balaur, vero Rasim?» gli chiese la madre, schioccandogli un bacio sulla guancia. Lui annuì e venne persino ad aiutare Alye nella medicazione della zampa, mentre Harira prendeva ago e filo per ricucire le ali.
Sibilla, intanto, mi rivolgeva un sorriso di trionfo.
 
Partimmo al tramonto del giorno seguente, scappando di nuovo con le ombre come dei ladri. Oltre ad Alye e Haldamir, sulla schiena portavo anche Sibilla, ma da terra ci seguivano anche un pugno di lauri e umani del Tàri, tra cui anche Rurion e Handel. Erano tutti giovani uomini, alcuni persino dei ragazzi con il viso ancora deturpato dai brufoli, che si sentivano grandi solo per il fatto di avere un’arma stretta alla cinta. La sola cosa ad accomunarli era l’espressione meravigliata e insieme ossequiosa con cui guardavano l’oracolo e l’erede della profezia, alle quali facevano da scorta. Il giovane Handel sembrava godere di un posto privilegiato in mezzo agli altri, per il fatto di aver combattuto a fianco della futura regina. Credeva che non lo sentissimo mentre si sperticava in esagerazioni sulle gesta compiute per proteggere Alye e persino me, ma facemmo finta di niente solo perché non ci interessava.
Lui e i suoi compagni sapevano fare bene il loro lavoro, ovvero rifornirci di cibo andando nelle poche città dell’Ileona che incrociammo o contrattando con i rigantoni. Questo ci bastava e le loro chiacchiere riuscivano a smorzare la tensione. Alye sembrava averne bisogno più di tutti. Da quando eravamo partiti da Cothoneum, per la maggior parte del tempo restava chiusa nel suo silenzio circondata da un’aura di emozioni confuse. Spesso la sorprendevo a grattarsi i piccoli punti sulla guancia, nervosa. Tuttavia, ogni volta che glielo chiedevo, rifiutava sempre di farsi curare quel taglio che le sfigurava il viso.
«Voglio tenerlo» mi spiegò, con aria cupa «come ricordo del giorno in cui tutta la mia vita è cambiata».
 Potevo solo immaginare cosa significasse sapere che tutta la sua vita era stata una menzogna e che all’improvviso doveva reggere il peso di un intero regno sulle spalle. Pertanto, non mi sprecai nelle solite frasi di circostanza, ma ogni volta che la vedevo fissare il vuoto con espressione torva le rimanevo vicino assieme a suo fratello. Saremmo stati sempre accanto a lei, qualsiasi cosa fosse successa.
Sibilla, invece, non era affatto di aiuto: Alye e Haldamir volevano sapere di più sull’uomo che li aveva cresciuti e come fosse arrivato a finire immischiato in un intrigo di corte, ma l’oracolo rifiutò ogni volta di parlare.
«Portate pazienza» ripeteva, nel tono di una nonna che ammonisce due bambini insistenti «Conservo questa storia per un momento in cui ne avrete davvero bisogno».
«Di che diamine stai parlando?» le chiese un giorno Alye, esasperata.
«Quando arriveremo nella Brelonna, dovremo accamparci dentro le doline che chiamano Bocche della Terra» spiegò finalmente un giorno «Ciò che vedrete lì… non ha ancora avuto eguali nella storia di Nelira e forse la storia di vostro padre saprà offrirvi un qualche conforto».
Né lei né la nostra piccola scorta vollero dirci che cosa avremmo visto nelle Bocche della Terra. Sembrava quasi una punizione, per essere rimasti tanti anni lontani dal Tàri e dalle sue stragi. Alla fine, rinunciammo a chiedere e ci concentrammo solo sul viaggio.  
Senza i portolani di Haldamir, era difficile trovare delle correnti da cavalcare e con tre persone sulla schiena il volo diventava presto estenuante. Pertanto, appena atterravo dalla fame mi sembrava di aver appena finito un digiuno.
Quando i lauri ci raggiungevano, all’alba, spesso avevano anche qualcosa da raccontare. Dopo appena due settimane cominciavano già a diffondersi delle storie sulla battaglia di Cothoneum e alcune rigani avevano già preso a dirigersi verso la città, per vedere con i propri occhi il drago che aveva messo in fuga i nani. Alcuni mi ritenevano l’incarnazione della stessa oscurità, invocato con una qualche magia maligna, mentre per altri ero lo spirito vendicativo di tutti i draghi cacciati. Per altri ancora, invece, ero l’unica bestia scappata al re dei nani, che aveva trovato il modo di ridurre i draghi in catene per creare un esercito inarrestabile.
Tutti, però, sembravano unanimi sul mio nome: Svarog, il primo che avessero udito e forse, a orecchio, il più adatto per scriverci ballate.
Handel e gli altri, però, capirono presto quanto lo odiassi e continuarono a chiamarmi Enea.
Macinammo diverse miglia ogni giorno, attraversando le piane selvatiche dell’Ileona, dove la terra non era mai stata violata dall’aratro. Quasi tutto il regno era rimasto indomito e fiero come i cavalli che vi galoppavano. In quel mare di arbusti secchi e opachi solo pochi boschetti trovavano posto e raramente bastavano, con la loro ombra, a fornire riparo dal caldo sempre più afoso. Trovare un fiume era sempre una benedizione e nessuno mancava mai di fare un bagno rinfrescante in una delle anse, per poi asciugarsi sulla sabbia fine e tenera. Arrivammo infine al Thybris, che con il suo corso serpentino sanciva il confine con la Brelonna.
Di colpo sembrò che avessimo attraversato un intero continente, perché le lande vergini dell’Ileona cedettero il posto a un terreno domestico, colorato dall’oro del grano, dal giallo brillante dei girasoli e dal tenue viola della lavanda. Profumi più dolci e delicati riempivano l’aria notturna e mentre volavo sopra le città, simili a un nido di lucciole, mi domandavo se si trattasse di Aritim, Caisra, Vetluna o un’altra delle città che avevamo attraversato assieme alla carovana di Messer Ianven. Di esse ricordavo solo le leccornie tipiche del posto che Alye e Haldamir mi portavano al termine di ogni spettacolo, ma tanto bastava a farmene avere nostalgia.
Come ci aveva detto Sibilla, fummo costretti ad accamparci in una delle Bocche della Terra, gli unici rifugi che il regno avesse da offrire. Non posso dire che fossero un rifugio confortevole, ma almeno offrivano riparo dalle grandinate estive e da eventuali cacciatori che potevano aggirarsi nella Brelonna.
Non vedemmo niente di strano in quelle caverne per i primi giorni e Alye cominciò a perdere la pazienza con Sibilla. Tuttavia, una volta addentrati di più nel cuore del regno, a poche leghe dalla grande Ehapda, trovammo una dolina in cui alcuni lupi avevano fatto la tana. Nella luce ancora fioca dell’alba potevo vedere brillare i loro occhi gialli, mentre ringhiavano feroci nel tentativo di spaventarmi. Dall’interno proveniva un tanfo asfissiante di carne in decomposizione e il terreno era cosparso di ossa spolpate fin quasi al midollo.
Avevo ancora tempo per cercare un’altra dolina da usare come riparo, ma l’occhio attento di Haldamir catturò qualcosa proprio sotto l’arcata.
«Quella è una scarpa…» disse, prima di scendere dalla mia schiena. I lupi continuavano a ringhiare, ma non osavano avvicinarsi, anzi si schiacciavano ancora di più verso il fondo della caverna. Il giovane lauro raccolse quindi l’oggetto, pulendolo almeno un po’ dalla polvere. Non era più grande della sua mano. Nemmeno i nani avevano piedi così piccoli. Pensai a un bambino sfortunato, ma poi i primi raggi del sole illuminarono l’interno della dolina. Non c’erano solo scarpe, ma anche altri vestiti ridotti a brandelli, qualcuno ancora indosso allo scheletro del suo proprietario. Alcuni lupacchiotti usavano persino le casse toraciche come nascondiglio, mentre gli adulti continuavano a rizzare il pelo e mostrare i denti candidi. In quella tana c’era una tale quantità di teschi, che un branco di lupi non avrebbe potuto raccogliere nemmeno in cento anni senza essere sterminato.
«Lauri» proruppe Sibilla, la cui voce era fredda come il marmo «E coloro che hanno osato aiutarli. Gli elfi e i soldati della Brelonna li gettano nelle tane già morti, di solito. Ci sono molte altre tane come questa».
Sentii Alye reprimere un conato, mentre io semplicemente non mi capacitavo di un simile orrore. Li davano in pasto ai lupi. Nutrivano delle bestie con le persone. Quel branco non era ancora stato sterminato proprio perché gli elfi sembravano ritenerlo utile. Inoltre, loro si erano sempre vantati di essere puri e incapaci di uccidere qualsiasi sorta di animale, per cui difficilmente si sarebbero smentiti. Chissà che non si fossero persino affezionati a quei lupi che viziavano con carne di lauri e uomini…
«Enea, dobbiamo andarcene» mi ricordò Sibilla, l’unica che sembrava essere rimasta immune a quella vista. Mi chiesi come facesse e quasi mi spaventò l’idea che ci si potesse fare il callo a uno spettacolo del genere. C’era qualcosa di profondamente sbagliato, benché capissi il come e il perché. Era come se la mia mente si rifiutasse di accettarlo. Alla fine, volai via, trovando rifugio in un’altra dolina poco distante.
«Ora che avete visto con i vostri occhi verso cosa siamo diretti, saprete come siamo arrivati a tanta malvagità» disse finalmente l’oracolo.

Spazio Autrice: ciao draghetti!
"Ma dove ca*** eri?"
"Ad accusare gli effetti della zona rosso/arancione prolungata. Non ho fatto i salti di gioia, insomma. Adesso però sono tornata! Pronta a rimettermi in carreggiata! Il prossimo capitolo sarà un altro intermezzo, che spero vi piaccia. Come sempre vi ricordo che apprezzo le recensioni e, se proprio volete rimanere in modalità stealth, scrivetemi pure in privato. Ci vediamo il prossimo fine settimana!". 
   
 
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