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Autore: Tubo Belmont    15/05/2021    7 recensioni
"E se in realtà fosse tutto vero?"
"Se non fosse stata solo suggestione?"
"Se non fossi veramente da solo qua dentro?"
"Se ci fosse qualcuno nel buio?"
Inutile girarci troppo attorno: la vita di Satoshi Atsumu è un inferno.
Da normale studente delle superiori, la sua vita non può che essere bersagliata dalle storie di paura e dalle leggende metropolitane che tra i ragazzi della sua età spopolano. Il problema sta nel fatto che, per lui, queste storie hanno lo stesso effetto di un'iniezione di adrenalina capace a tenerlo sveglio persino per un anno interno.
Kami, potrebbe non riuscire a rimanere tranquillo nemmeno sul suo letto di morte!
Tuttavia, la sua vita già minacciata da probabili futuri malori dovuti alla sua gravissima mancanza di sonno e mezzi infarti che un po' lo accompagnano ogni giorno, è destinata a peggiorare (forse?) col trasferimento nella sua scuola di un personaggio piuttosto particolare: una ragazzona con la faccia di chi vuole menare le mani durante ogni singolo momento della propria vita.
E Satoshi, pur ancora non essendone del tutto sicuro, sa che molto presto una probabile tempesta si abbatterà su di lui e su chi conosce...
Genere: Comico, Horror, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shoujo-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Signore e signori, buona sera...
Si, lo so, sono un pochettino un infame, perché ho già una storia da portare avanti ed invece eccomi qua a scriverne già un'altra nuova. Però vi spiego una cosa: per  chi mi seguiva, chiaramente, avrà afferrato che ero nuovamente rientrato nella spirale da blocco - che ora io chiamerò muro del pianto - per l'ennesima volta, e quindi ho deciso di fare altro nel mentre che sto blocco andava a farsi benedire. E nel farlo, ho deciso ha provare a scrivere qualcos'altro, per vedere che succedeva e se, magari, sta cosa avrebbe potuto aiutarmi-oh, ha funzionato.
Ed una persona in particolare me lo aveva anche ripetuto più volte! Sono proprio un co-
Il problema è che ha funzionato troppo bene.
E quindi mi son ritrovato con diversi capitoli di una storia che avevo scritto per sfogo personale già finiti. 
Oltretutto, man mano che scrivevo, si affacciavano sempre più nuove idee e mi sono affezionato ai personaggi.
Quindi, ehm... nuova storia...?
Ok, fate benissimo ad odiarmi tutti quanti... ma giuro che Black Rose non l'abbandono! rimarrà in standby per un po', almeno voglio pubblicare qualcosina anche di questo, e mentirei se dicessi che questa era una storia che avrei sempre voluto scrivere ma che, per un motivo o un'altro, non ho mai avuto voglia di buttarmici. Quindi, per chi ha voglia di farsi una capatina anche qua, è il benvenuto! Grazie mille a tutti quanti!

Solo Storie

La conosci quella storia…”
“…sì, insomma, quella…”
“…me l’ha raccontata un amico del nonno…”
“… mi hanno detto che non è solo una storia…”
“…è tutto successo per davvero…”
“… pare che nell’armadietto numero 13, al terzo piano…”
“… le scale hanno un gradino in più…”
“…qualcosa si aggira per i corridoi, durante la notte…”
“…per un attimo, con la coda dell’occhio…”
“…la porta era socchiusa…”
“…qualcosa mi stava guardando, dall’altra parte…”
“…ne sono sicuro al cento per cento…”
“…non aveva le gambe…”
“…carta rossa, o carta azzurra…”
“…Ti piace il colore…”
“…dopo qualche giorno il telefono squilla…”“…alla fine di quella strada, si dice…”“…durante le notti più solitarie…”“…da allora, non hanno mai smesso di crescere…”“…9, 9, 9…”“…specchietto viola…”“…sembra faccia talmente paura che, il solo ascoltarla…”“…Teke-Teke, Teke-Teke…”“…si dice che quel filmato sia maledetto…”“…10, 10, 10”“… la ragazza nella foto, adesso, aveva quattro dita alzate…”“…non c’erano quadri appesi alle pareti…”“…la sua voce rauca…”“…quando dai un passaggio a qualcuno, fai molta attenzione…”“…E’ qui che sono morta…”“…in quella stanza, una donna si è impiccata…”“…da molto tempo vaga per il mondo…”“…appare nei miei sogni”“…Po-Po-Po…”“…raccontando le sue storie…”“…il villaggio dovrebbe essere disabitato, e tuttavia…”“… una divinità fasulla e malevola…”“… con la sua agghiacciante melodia…”
 
“… l’ultima storia sarà raccontata quando non ci sarà più nessuno ad ascoltarla.”
 
[…]
 
Satoshi Atsumu, sicuramente, non era il più coraggioso della scuola.
In verità, era ormai un caso di dominio pubblico che in tutto il Giappone la quantità di individui – soprattutto studenti – facilmente suggestionabili non si riusciva più a contare sulle dita delle mani, soprattutto a causa dell’agghiacciante catena di racconti dell’orrore che, nell’ultimo periodo, aveva contagiato la rete come un virus mortale.
Il ragazzo tuttavia non faceva parte di quella cerchia, dato che non era di certo il primo – nemmeno l’ultimo – ad andare sui siti di leggende metropolitane dove potersi privare del sonno per almeno un mese.
No, la sua ansia esisteva già dal secondo in cui aveva sbattuto gli occhi per la prima volta.
Considerata la sua peculiare condizione, dunque, Satoshi Atsumu si pose una sola domanda: perché cazzo aveva accettato di raggiungere l’aula d’arte da solo?
A quell’ora?
Come ci era finito in quella situazione incresciosa, vi chiederete voi invece.
Semplicemente, il club artistico si riuniva proprio nella sua classe e, siccome l’ultimo professore era il loro consulente, si era premurato di chiedere allo studente ‘più gentile *wink*’ della scuola se poteva andare a fare il lavoro da insegnante al posto suo e recuperare alcuni materiali.
Nemmeno faceva parte di quel dannato club.
Anche il suo migliore amico, senza nemmeno alzare lo sguardo dal cellulare, gli aveva dato dell’imbecille quando aveva accettato.
Ma non era colpa sua!
Il titolo di studente ‘più gentile *wink* della scuola non lo aveva di certo vinto barando a carte: oltre alla sua estrema ansia, Satoshi Atsumu aveva anche qualcos’altro di estremo: la sua gentilezza. Era probabile che, se qualcuno gli avesse chiesto con la dovuta intonazione e annessi occhioni sbrilluccicosi di fare qualsiasi cosa, lui sarebbe stato ben felice di accontentarlo.
Ed era per questo motivo che le sue occhiaie da panda non erano solo dovute a racconti terribili ascoltati senza volerlo, ma anche al dover rimanere sveglio tutta la notte per fare i compiti dei suoi compagni di classe infami.
A volte si faceva raccontare una storia di paura apposta, così almeno il bisogno di dormire non lo sentiva nemmeno.
Ovviamente, quando il ragazzino usciva dalla sua ipnosi mistica dell’accettare qualsiasi richiesta possibile, non era detto che qualche volta non se ne pentisse.
Come in quel momento.
Adesso, Satoshi era da solo a vagare per la scuola, con la luce del sole che tramontava, contribuendo a dare un’aria ancora più agghiacciante all’ambiente, filtrando dai vetri delle finestre.
L’unico suono, quello dei suoi passi nel corridoio vuoto.
E il battito del suo cuore.
E i denti che continuavano a scontrarsi tra loro.
C’era talmente tanto silenzio che, se faceva molta attenzione, poteva quasi sentire il rumore delle gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte.
Le pupille negli occhi verdi erano più piccole della sua voglia di essere lì in quel momento, mentre si voltava di scatto a destra e a sinistra temendo che anche l’ombra più innocua fosse in realtà un qualche Oni pronto a scuoiarlo.
Che bella vita, quella di Satoshi Atsumu.
Nemmeno le circostanze erano dalla sua parte: in qualsiasi altra occasione, il suo vagare per i corridoi vuoti sarebbe stato sempre molto angoscioso ed ansiogeno, ma quella volta… assolutamente non voleva trovarsi lì. Era in verità da qualche giorno che, tra tutti i luoghi del mondo, la sua scuola, a quell’orario, era l’ultimo in cui voleva rimanere incastrato.
Per quale motivo?
Ovviamente, per via dei ‘Sette Misteri’.
Voci agghiaccianti, sparsesi sulla bocca di tutti da un paio di settimane, che parlavano delle terribili ed agghiaccianti presenze bazzicanti per la scuola.
Quindi sì insomma, anche se nolente o volente Satoshi non avrebbe mai cercato una storia di paura di sua spontanea volontà, queste lo avrebbero trovato per conto proprio (stronze).
Tra i Sette Misteri, un paio erano effettivamente delle baggianate… ma per uno che si spaventava persino con le scene un po’ più inquietanti di Doraemon, non faceva molta differenza.
Non essendoci mai limite al peggio, oltretutto, le storie erano state raccontate talmente tante di quelle volte – maledetta quella malata di mente/appassionata dell’occulto che era Tsumiki, da ringraziare per aver diffuso le storie anche all’interno della sua classe – che ormai non ci sarebbe più stato verso di dimenticarle.
Almeno non per lui.
Guardando il lato positivo, Satoshi poteva dire di aver memorizzato quelle storie come in un vero e proprio manuale di sopravvivenza, appuntandosi mentalmente i luoghi e gli orari da evitare a qualsiasi costo.
I Sette Misteri comprendevano:
 
“L’Abitatore delle Fessure”
“Il Manichino Vivente dell’Aula di Biologia”
“Hanako-San”
“L’Armadietto che si Apre sull’Abisso ”
“La Saltatrice Scomparente”
“Lo Spirito del Vecchio Edificio Abbandonato.”

 
Con occhi sgranati e i tremori che ormai avevano impossessato il suo corpo come un demone, il ragazzino guardò l’insegna sulla porta che aveva davanti solo come si guarda un serial killer pronto a commettere indicibili e atroci torture sul corpo della vittima terrorizzata.
Arrivato a destinazione, con sommo terrore, la sua mente non poté che tornare al Settimo Mistero.
 
“La Presenza nell’Aula d’Arte”
 
La storia di una studentessa senza nome che – forse/chissà/può darsi/me lo ha raccontato un senpai che adesso si è trasferito – aveva deciso di troncare la sua giovane vita all’interno dell’aula dietro quella maledettissima porta, dopo essere stata respinta dal ragazzo che le piaceva. Dopo essersi tagliata irrimediabilmente le vene ed aver versato il suo sangue su delle tele bianche, si diceva che – forse/chissà/può darsi/mio nonno l’ha vista ma, ahimè, è morto e quindi non può provare un cazzo – con i suoi ultimi sospiri, avesse maledetto quell’aula, dichiarando che chiunque avesse osato entrare, da solo, nell’esatta ora in cui si era tolta la vita – forse/chissà/può darsi/ lo zio che lavora alla Nintendo l’aveva vista, ma ora sta progettando la Playstation 19, perciò non può essere chiamato a testimoniare – sarebbe incorso nella sua ira.
E lo spirito furioso avrebbe Imbrattato tele bianche… con il sangue della vittima.
Certo, come tutte le leggende, è estremamente confusa.
E completamente a caso.
Perché proprio l’aula d’arte aveva scelto sta poverina per uccidersi?
Perché tutti gli stronzi che si uccidono devono passare la patata bollente e maledire chi non c’entra mai niente?
Come faceva a sapere che schizzando un po’ di sangue qua e là avrebbe maledetto generazioni e generazioni a venire?
Perché lo spirito non se la prende solo con i ragazzi e, invece, maledice chiunque senza esclusione?
Ma poi, se davvero l’orario era così importante e preciso, non bastava aspettare un minuto per evitare d’incorrere nell’ira dello spirito?
Domande da persona razionale.
Satoshi, non essendo una persona razionale, aveva altri quesiti che gli frullavano per la testa mentre guardava la porta come un cucciolo di foca impaurito:
Se l’aula d’arte avesse significato qualcosa di particolarmente importante per la suicida?
Se lo spirito fosse stato così accecato dall’ira e dal risentimento da vedere chiunque come il ragazzo che l’ha respinta?
Se lo spirito fosse un vero avvocato della parità dei sessi?
Se ‘l’ora precisa’ comprendesse anche tutto il tempo in cui la ragazza è rimasta ad agonizzare mentre moriva dissanguata maledicendo il mondo?
Se fosse stata la parente di un potente stregone e quindi di maledizioni ne capisse?
Satoshi deglutì rumorosamente.
Strinse i pugni e si morse il labbro inferiore, come ad infondersi un po’ di coraggio – da scorte inesistenti – e poi, con incredibile lentezza, allungò la mano verso la manopola della porta scorrevole. L’indice sfiorò il metallo.
“A BEN PENSARCI” con un sorrisetto nervoso e gli occhi che gli uscivano dalle orbite, il ragazzo diede le spalle alla stanza, muovendo un paio di passi in avanti “E’ davvero così difficile per il professore procurarsi da solo quello che c’è lì dentro?” un altro paio di passi “posso sempre dire che mi sono dimenticato.”
Dopo essersi mosso per ancora qualche secondo, Satoshi tornò ad avviarsi verso l’aula d’arte, angosciato “P-però… così facendo, mancherei di rispetto e passerei per un vero maleducato… o peggio: un teppista!” scosse la testa “n-non… posso davvero rovinare così orribilmente la mia reputazione per un po’ di paura?”
A pochi passi dalla porta, si voltò ancora “E’ ANCHE VERO” il sorriso nervoso era tornato, con l’aggiunta di un braccio alzato con l’indice puntato bene in alto “che quel tizio non è qui a passarsela malissimo come me la sto passando io! Che ne sa lui dell’ansia che provo io ogni volta che c’è una richiesta simile?”
Tornò a voltarsi verso la porta “m-ma è davvero una scusa buona questa? Che ne so io se quella che ho è una vera patologia rara o se semplicemente sono un codardo?”
Diede le spalle alla porta “Posso dire che sono stato chiamato per un impegno e mia sorella è arrivata a prendermi prima!”
“E se poi il prof chiama mia sorella?”
“Posso trattare: le lascio i pudding al cioccolato per un’intera settimana se non fa la spia!”
“N-non è detto che quella stronza mantenga la promessa!”
“Non entrerò in quella stanza!”
“D-devo entrare in quella stanza…”
E nel mentre che Satoshi diventava sempre più bipolare, vagando avanti e indietro per quel corridoio come un figuro da ricovero – altroché leggende metropolitane da quattro soldi: se gli altri avessero visto in che stato era in quel momento, nient’altro avrebbe più potuto traumatizzarli! – uscito fuori da un film horror sui manicomi, era già passata più di mezz’ora. Il buio stava calando, e lui se ne accorse quando era troppo tardi.
“Porc-” si lamentò, guardando fuori dalla finestra il sole che lo salutava, nascondendosi pian pianino dietro i tetti delle case.
Serrò gli occhi e, recitando tutti i più grandi improperi che gli venivano in mente (il povero professore, da tutt’altra parte, starnutì con forza) si voltò verso la porta.
“Toccata e fuga… trovo ciò che devo trovare… e me ne vado da questo Inferno.” parlava della scuola frequentata da una vita come se fosse stato un campo di prigionia “Se c’è una cosa che non deve assolutamente accadere, è il dover tornare a casa da solo. Col buio.”
Il solo pensiero gli gelò il sangue nelle vene.  
Ma bastò a spronarlo del tutto.
“In fondo… devo solo recuperare alcune tele” forzò un sorriso, quando in realtà tutto quello che voleva fare in quel momento era solo piangere “… c-che sarà mai?”
Aprì quella maledetta porta, ed entrò.
 
… Era buia.
Quella stanza era dannatamente buia.
Le finestre erano rimaste sbarrate da anni, per qualche strana ragione, e nessuno si era premurato di riaprirle da allora.
I deboli raggi del sole, che filtrava da alcune fessure, erano l’unica – ed inutile – fonte di luce lì dentro.
Dannazione.
“Fortunatamente, posso sempre accendere la luce per-” come premette il pulsante, la lampadina sflicherò per un po’, emettendo un rumore tristissimo, prima di bruciarsi del tutto. Sul viso di Satoshi un sorriso rassegnato e due righe di lacrime che gli scendevano sulle guance.
Ovviamente la lampadina doveva guastarsi quel giorno.
Giusto?
Ma che conveniente susseguirsi di eventi.
GiuSTo!?
Visto che non era stronzo, comunque, andò a socchiudere la porta, almeno poteva vedere ad un palmo dal naso. E fuggire a gambe levate se la bambina di ‘Ringu’ avesse cominciato ad inseguirlo.
Avanzò lentissimo, osservando l’ambientazione che lo circondava e rendendosi conto di come un luogo comune potesse apparire come il perfetto set di un film horror, grazie alla dovuta atmosfera e, ovviamente, suggestione: era tutto in disordine, con pennelli e tubetti abbandonati un po’ alla rinfusa.
Alcune tele scarabocchiate, appoggiate sui rispettivi piedistalli, puntavano mobili a vetrata al cui interno era impossibile scorgere nulla, a causa del buio. Sopra ad uno di questi, tre inquietanti busti maschili in stile romano, realizzati in gesso, con lo sguardo verso il nulla. Il pensiero raccapricciante di guardarli direttamente ed accorgersi che quelli puntavano gli occhi verso di lui costrinse Satoshi a tenere la testa fissa in avanti, alla ricerca di quello che era venuto a recuperare.
“Teleteleteleteletele ma quello stronzo non può portarsele da casa le sue strafottutissime tele? Maledizione…” la gentilezza ed educazione fuori norma di Satoshi si tramutavano in insulti velenosi ed esagerati, in faccia al terrore.
Puntò uno dei mobili “S-se non ricordo male, comunque, dovrebbero essere lìperché cazzo ho sentito un dito passarmi dietro all’orecchio?”
Mentre la sua mente – ormai quasi del tutto deteriorata dall’angoscia – partoriva quel pensiero terribile, si voltò di scatto. Non vide assolutamente nulla, se non le sagome alcuni ritratti di bassissima qualità che lo puntavano con i loro occhi neri da ‘ti prego, fammi smettere di soffrire’.
Trasalì comunque, per poi darsi dell’idiota.
Se non lo ammazzava un qualche fantasma vendicativo, lo avrebbe sicuramente fatto un infarto.
Si asciugò una lacrima che gli era scesa dopo lo spavento, ridacchiando nervoso, poi notò che uno degli armadi era socchiuso. E, dentro quell’armadio, trovò il suo lascia-passare per uscire da quel maledetto stanzone con la coscienza pulita. Con un sospiro di sollievo, il ragazzo si gettò sulle tele, la sensazione di… ‘toccatina’ percepita prima ormai un eco lontano. Accusò la sua dannatissima e stupidissima suggestione per ciò che aveva provato prima.
Quando recuperò le tele – poco più di una decina – si chiese se non fosse stato meglio fare due giri.
In fin dei conti, non era poi così forte, magari sarebbe stato più conveniente smezzare il lavo “SI CERTO!” si voltò in direzione dell’uscita “Prima esco da questo posto da incubo, meglio è per la mia sanità mentale.”
Tutto ciò che reggeva tra le braccia cadde a terra, provocando un gran fracasso.
Questo, dopo che Satoshi ricambiò lo guardo del paio di occhi iniettati di sangue che lo scrutavano dal buio.
Se i suoi capelli non fossero stati già bianchissimi, lo sarebbero di sicuro diventati, in quel momento, mentre le gambe cedevano e si ritrovava con il sedere per terra.
In compenso, se non lo erano diventati i capelli, lo fece la pelle, ora più pallida di quella di un morto.
La cosa nel buio, invece, si mosse verso di lui con un sospiro a metà tra l’umano e quello di una belva feroce, emettendo poi un rantolo agghiacciante e gutturale.
Maledì il giorno in cui era nato, quello in cui aveva compreso di non essere cieco e quello in cui aveva cominciato ad essere così traumatizzato da ogni singola cosa vagamente spaventosa gli fosse mai stata raccontata. Perché, se nei suoi quindici anni di vita anche la più stupida storia di fantasmi occidentali muniti di lenzuolo lo avrebbe tenuto sveglio per una notte intera, era sicuro che, ciò che aveva davanti in quel momento, lo avrebbe perseguitato finché non fosse crepato: i raggi di luce gli permisero d’intravedere le prove certe che la cosa fosse, in qualche modo, umanoide; come gli scorci di una divisa scolastica femminile stracciata; i lunghi capelli neri e disordinati; la pelle di un colore agghiacciante, grigiognolo.
E quegli occhi.
Per tutti i Kami, gli occhi erano la parte peggiore: a parte il fatto che s’illuminavano al buio, Satoshi poteva contare quasi tutte le venature rossastre che sfregiavano la cornea bianca, attorno ad una pupilla minuscola e rossa.
Non c’era dubbio: qualcuno aveva deciso di fargli uno scherzo di pessimo gusto.
La suggestione gli aveva permesso – suo malgrado – di vedere terribili incubi che non esistevano.
Era probabilmente totalmente uscito di testa, e adesso la sua ansia aveva cominciato a creare terribili visioni estremamente realistiche.
Tutti pensieri che una persona razionale avrebbe avuto.
Satoshi non lo era.
E dannazione… la razionalità era andata a farsi benedire quando quella cosa ancora non era scomparsa al primo ‘nonpuòessereveromamminaaiuto!’ mentale.
Il colpo di grazia arrivò quando la lampadina decise di brillare un paio di volte, permettendo al povero ragazzo di stamparsi bene in mente la sagoma che aveva davanti: una studentessa dalla carnagione grigiastra con vene e arterie che pulsavano sottopelle, il volto in avanzato stato di decomposizione – gengive e denti, ed anche uno zigomo, erano scorticati e fin troppo grafici per i suoi gusti – e i lunghi capelli neri e sudici. Braccia lunghe, terminanti in mani dagli artigli neri, con un lungo squarcio gocciolante di sangue che partiva dal polso fino a percorrere tutto l’avambraccio. La divisa lacera e rovinata, completamente piena di buchi. Ad uno dei piedi mancava una scarpetta.
Quando la luce s’illuminò, gli sembrò quasi di vedere quella cosa sorridere.
Poi, un silenzio assordante, rotto solo dai respiri affannati del ragazzino in preda all’iperventilazione, e il buio totale.
Persino quegli occhi indemoniati non lo scrutavano più.
Era convinto – no anzi, ne era proprio certo – che davanti ad una simile situazione, il suo corpo sarebbe andato in tilt, e il suo cervello si sarebbe spento.
Soprattutto, che non avesse avuto la forza necessaria per darsela a gambe.
Non si sarebbe mai e poi mai ritenuto in grado di agire come fece poco dopo.
Quando, con un urlo che avrebbe fatto gelare il sangue nelle vene persino al più terrificante Oni giapponese, la Presenza nell’Aula d’Arte si gettò a mani tese verso Satoshi, con la bocca spalancata e correndo come un’ossessa.
Il ragazzo gridò e si gettò di lato, lasciando che lo spettro travolgesse alcune tele e andando a sbattere contro il mobile dei busti, facendone cadere uno che s’infranse in mille pezzi.
Quindi, Satoshi gattonò in avanti, inciampando un paio di volte su se stesso, riuscendo inspiegabilmente a tornare in piedi e a raggiungere la porta, quasi sfondandola.
Non era un’atleta, ma quella volta corse.
Corse come non aveva mai fatto in vita sua, con le lacrime agli occhi e i denti serrati.
A metà corridoio fece lo stramaledettissimo errore di voltarsi.
“NO!” gridò a pieni polmoni e aumentò la velocità.
Era bastato uno scrocio di cosa stava accadendo alle sue spalle per convincerlo che le gambe infiammate sarebbero state un prezzo esiguo da pagare, prima di finire tra le grinfie della Presenza che ora lo stava inseguendo a quattro zampe, muovendosi come un grottesco ed enorme ragno ad una velocità fuori dalla norma.
Corse, come se la vita dipendesse da questo, e ad onor del vero era proprio così.
Ma dettagli.
Arrivato al primo svincolo che dava sulla sinistra, Satoshi non ci pensò due volte prima di prendere quella strada, rischiando di cadere in avanti.
Cadde comunque all’indietro, dato che andò a sbattere contro un ostacolo non ponderato.
Quando alzò lo sguardo per vedere che cosa lo avesse praticamente condannato a morte, sgranò gli occhi: non era un semplice ostacolo, ma una persona che, adesso, lo stava guardando dall’alto verso il basso con un sopracciglio inarcato.
“Tu sei…!”
 
Diverse ore prima che ‘la Presenza dell’Aula d’Arte’ facesse la sua comparsa:
 
Quella mattina, in classe, c’era molto più chiasso del solito.
Satoshi si guardò attorno incuriosito, cercando di capire per quale motivo tutti quanti fossero così vivaci.
Ascoltando alcuni stralci di conversazione, concluse che un nuovo studente stava per trasferirsi nella loro classe, e tutti stavano già facendo le più disparate teorie su che tipo di persona fosse.
“Seriamente, non capisco che abbia sta gente per essere così agitata” Kurumi, seduto al banco davanti al suo, con la sua immancabile espressione seccata che gli era stata montata sulla faccia già da neonato e gli occhi azzurro scuro fissi sul suo Iphone, non mancò comunque di esprimere il suo fastidio “come se si trasferisse una qualche specie di celebrità, che so io…”
Satoshi sospirò “la gente è solo curiosa.” Poi si mise a sorridere, tentando di spiegargli la situazione “andiamo, vuoi dirmi che tu non sei interessato? Nemmeno un pochino?”
“Sarò interessato solo quando qualcosa che non è completamente inutile susciterà il mio interesse.”
Non faceva una piega.
Il ragazzo continuò a pasticciare sul cellulare, probabilmente cercando di trovare qualche notizia di uscita riguardante un nuovo videogioco. Quando effettivamente sembrò trovare ciò che cercava, tuttavia, la sua espressione si fece ancora più dura rispetto a prima, portandolo a digrignare i denti.
Serrò gli occhi e si portò una mano sui capelli verde scuro, grattandosi la desta ed emettendo un lamento rassegnato. Quindi ritirò il telefono in tasca e dedicò tutte le sue attenzioni all’interlocutore “sai cosa vuol dire un nuovo studente, uh? Vuol dire ancora più chiasso a quest’ora del mattino.” Appoggiò le braccia sulla sedia e nascose la bocca contro di esse, guardando un punto imprecisato dell’aula “… voglio già morire…”
Satoshi non riuscì a trattenere un risolino.
Era quasi impensabile che un personaggio tanto cupo fosse il suo migliore amico. Invero, c’era anche da dire che tra tutti i compagni di classe, lui fosse l’unico con cui non provava fastidio a parlare. Vuoi perché si conoscevano dall’asilo, vuoi perché tra tutti i ragazzi nella scuola erano gli unici lillipuziani non ancora estintisi e quindi dovevano farsi forza a vicenda.
Poco prima che potesse rispondere, comunque, il Prof. Fujisaki  fece il suo ingresso in classe salutando.
Gli studenti tornarono ai loro banchi e i due amici voltarono lo sguardo verso la cattedra.
“Prima di cominciare con la lezione di oggi” annunciò il giovane professore, con un sorriso “voglio presentarvi la nuova studente che si è trasferita nella nostra scuola!” si voltò verso la porta della classe, invitando la persona che ancora si trovava fuori ad entrare.
E come questa fece il suo ingresso, l’atmosfera cambiò.
Nessuno seppe dire se in meglio o in peggio.
Semplicemente, quando entrò nella sua classe, Satoshi sentì chiaramente un brivido lungo la schiena.
La nuova studente era un ragazza piuttosto alta per essere una primina e, sotto alla divisa scolastica – che, a sua volta, si trovava sotto ad una giacca di pelle nera – si poteva indovinare il fisico di una persona che faceva abbastanza palestra da poter trasportare un banco di scuola per braccio senza farsi troppi problemi. Il viso era delicato, con un nasino piccolo ed una bocca dalle labbra sottili che, al momento, era serrata in una linea dura, sotto alla quale si scorgeva un piccolo neo.
Gli occhi che s’intravedevano dietro le frange dei lunghi capelli bianchissimi – ‘Oh guarda! Qualcuno con i tuoi stessi strani gusti!’ gli aveva sussurrato Kurumi a fior di labbra – avevano lo stesso colore di due monete d’oro, e stavano sondando l’ambiente che aveva davanti come quelli di un severissimo sergente.
In sostanza, nonostante i lineamenti dolci, quella ragazza aveva la tipica espressione da persona che non deve per forza avere un motivo per prenderti a pugni.
Satoshi deglutì, quando il suo sguardo e quello della nuova studente s’incontrarono per un millisecondo.
“Katsuki Amano si è trasferita nella nostra classe per motivi riguardanti il lavoro della sua famiglia” spiegò il professore, sistemandosi gli occhiali, poi si voltò verso di lei “tuttavia, signorina, lascerò a te la parola. Prego, raccontaci un po’-”
“Non ho molto da dire.” La ragazza interruppe il professore, ficcandosi le mani nelle tasche della giacca “solo che, non solo i miei genitori sono qui per lavoro.”
Gli studenti si lanciarono delle occhiate confuse.
“Sono certa che possiamo avere una vita scolastica senza troppi problemi e senza darci fastidio l’un l’altro. Tuttavia…” affilò lo sguardo “… se qualcuno intende infastidirmi, oppure – ancora peggio – ostacolarmi mentre lavoro, non mi farò problemi ad ammazzarlo di botte.”
Silenzio di tomba.
Era comunque stata molto chiara, niente da dire.
“Beh” commentò Kurumi a bassa voce “c’è da dire che la sua e la mia corrente di pensiero sono piuttosto simili. Solo che io non ho le palle di dirlo a tutti come ha fatto lei.”
“R-Rumi-kun!” lo riprese Satoshi, ancora un po’ scosso.
“M-molto bene…” il Prof. Fujisaki (tremando impercettibilmente) si risistemò gli occhiali, “N-non credo fosse necessario minacciare i tuoi compagni di classe, ma grazie per esserti presentata!” le indicò il banco dietro a quello di Satoshi “vai pure ad accomodarti!”
La giovane fece un lieve cenno d’assenso e andò a sedersi, mentre tutti gli altri ragazzi tenevano lo sguardo fisso sul banco per paura di essere divorati sul posto. Satoshi sentì lo sguardo della nuova ragazza su di sé per un brevissimo secondo e rabbrividì nuovamente.
In genere, le persone non gli facevano troppa paura – riteneva fosse più razionale avere paura delle leggende metropolitane, per qualche motivo – ma quella lì aveva gli aveva dato tutte le buone ragioni per prendersi male.
Mentre la lezione iniziava, la spiò da dietro una spalla, stando ben attento a non farsi beccare: se ne stava lì, seduta come se tutto il mondo fosse di sua proprietà, gli occhi fissi fuori dalla finestra.
Tornò a guardare in avanti, sospirando rassegnato.
La sensazione che presto la sua vita non sarebbe più stata la stessa cominciò a farsi largo nella sua mente.
 
Diverse ore dopo (qualche secondo dopo che ‘la Presenza dell’Aula d’Arte’ facesse la sua comparsa):
 
“Tu sei…” mormorò il ragazzino, guardando la nuova ragazza dal basso verso l’alto.
Non che cambiasse così tanto da in piedi, visto che le arrivava giusto poco più che sopra al petto.
“Oi, moccioso.” Lo rimproverò Katsuki, serissima “che cosa ci fai in giro per la scuola a quest’ora?”
M-moccioso? Ma non siamo tutti e due primini?
Così avrebbe voluto rispondere, ma al momento aveva dei problemi un pochettino più importanti per la testa. Strisciò sino alle gambe della ragazza – che lo guardò come si guarda un verme. O forse fu solo una sensazione – senza premurarsi di asciugarsi le lacrime dagli occhi “Amano-san! Dobbiamo fuggire! C’è… c’è… un f-fanta-”
Ora che ci pensava, a giudicare dalla velocità con cui quell’incubo lo stava inseguendo, non avrebbe già dovuto atterrarlo e squartarlo? Come si voltò verso il corridoio – trovando coraggio da non si sa dove – i suoi occhi si fecero piccoli piccoli, scoprendolo totalmente deserto.
“ma… ma… ma… ma…” balbettò, puntando il dito verso il nulla “… ma…ma…!”
“Uhm… è un gran bel corridoio.” Commentò la ragazza, che si era sporta da dietro il muro per vedere cosa il compagno di classe stesse indicando “però non mi sembra di vedere nulla d’insolito.”
“Ma… MA ERA LI’! MI STAVA PER RAGGIUNGERE E…” si voltò verso Katsuki, che adesso lo stava guardando dritto negli occhi.
Quello scambio bastò per zittirlo.
A testa bassa, Satoshi si tirò su da terra come un bambino sgridato dalla mamma per aver giocato tutto il giorno nel fango. Se non altro, almeno adesso che non era più solo ebbe modo di rilassarsi un po’.
Non che la compagnia fosse una delle più rassicuranti, eh.
“Hiroshi, giusto?” domandò la nuova studentessa, puntandolo col dito.
“Sa-Satoshi.” Corresse lui, senza alzare lo sguardo.
“Va bene lo stesso.”
Andava bene lo stesso.
“Allora, adesso che ti sei dato una calmata” Lo superò, girandosi del tutto verso la direzione da cui era arrivato correndo “mi puoi spiegare perché sei venuto a schiantarti contro di me – non ti preoccupare, e stato come se un soffione mi fosse venuto contro – gridando come uno psicopatico e piangendo come un moccioso?” concluse la domanda voltandosi verso di lui.
Satoshi, impaurito – e lievemente imbarazzato da quel commento – tentò di biascicare qualcosa “E-ecco… insomma… dovevo andare a prendere delle tele… aula d’arte… luce che faceva ‘wick wick’… fa-fantasma agghiacciante… eh…” quando alzò la testa e intuì  dallo sguardo della compagna di classe quanto quella fosse sul punto di appenderlo al muro, tirò un sorriso e si asciugò le lacrime “Sai ce c’è? Non importa! Devo sicuramente essermi sbagliato!”
Girò i tacchi, sentendo lo sguardo di Katsuki che gli stava bruciando la schiena “Probabilmente ho dormito troppo poco questa notte e mi sono immaginato delle cose che non esistevano. Scusami se ti sono venuto addosso. Ti lascio in pace. Benvenuta nella nostra scuola! Ci vediamo doma-”
La presa ferrea sulla sua spalla lo piantò a terra.
Sto per morire? Se lo domandò mentre voltava lentamente lo sguardo.
“Oi, Oi… quest’aula d’arte…” puntò il pollice in direzione del corridoio “… che ne dici se mi fai dare un’occhiata?”
Il lieve – e terrificante – sorrisetto che le si disegnò sulle labbra mentre finiva di parlare, fece capire a Satoshi che sì, molto probabilmente stava per morire.
 
Dopo quello che era successo, Satoshi era convinto che non avrebbe messo piede nell’aula d’arte per almeno qualche anno. Invece adesso se ne stava in un angolino, al buio, nella stessa aula dove aveva avuto quella visione terribile.
Katsuki non aveva avuto bisogno di convincerlo. A lei nemmeno serviva parlare per risultare… estremamente persuasiva. Perciò lui l’aveva condotta verso l’aula d’arte senza fiatare, nonostante non avesse idea di quale fossero le sue intenzioni.
Un po’ temeva volesse trovare un luogo appartato dove poterlo pestare, ma arrivati dentro allo stanzone – la luce ovviamente non si era riaccesa – lo aveva esortato a mettersi bravo in un angolino mentre lei dava un’occhiata in giro. Battendo i due indici, Satoshi alzò lo sguardo verso Katsuki, che si guardava attorno circospetta, con una mano sotto al mento, analizzando l’ambiente con occhio critico.
Aveva forse intenzione di rubare qualcosa?
Ma cosa poteva trovare di tanto interessante nell’aula d’arte di una scuola?
“Allora” la ragazza richiamò la sua attenzione, mentre piegava le gambe per analizzare i pezzi del busto caduto poco fa “hai detto d’aver visto un ‘fantasma’ qua dentro, dico bene?”
“Oh, uhm… sì?” era curioso come quella tipa avesse accettato la storia di Satoshi senza dargli del matto o, semplicemente, del bugiardo. Non sapeva come… ma la cosa gli infondeva una certa sicurezza. Sì, anche se era dovuto rientrare nella ragione per cui non avrebbe dormito mai più senza nemmeno potersi preparare.
“E mi hai detto…” raccolse un frammento e lo analizzò “… che questo fantasma fa parte dei cosiddetti ‘Sette Misteri’ della tua scuola, giusto?”
“Anche questo è…” Satoshi annuì vigorosamente “… corretto.”
Katsuki schioccò la lingua e gettò il pezzo a terra.
Al ragazzo parve anche di sentirla mormorare ‘…scuola che vai…’ mentre tornava in piedi.
“Dimmi un po’, Batoshi…”
“Satoshi”
“Lo sai vero che i fantasmi non esistono?” lo aveva ignorato completamente “e che le bugie hanno le gambe corte?”
Sotto lo sguardo inquisitore della ragazza, quello si sentì mancare “S-s-” si schiarì la voce “Lo so. M-ma giuro che…” serrò le palpebre e strinse i pugni “So quello che ho visto! Anche io non ci credo assolutamente, a queste storie – mi fanno paura lo stesso – ma non ho mai pensato d’incontrare un fantasma vero all’interno della mia scuola!”
Accorgendosi di aver alzato un po’ troppo la voce – glielo fece notare una Katsuki che adesso lo guardava con un sopracciglio inarcato e i pugni ai fianchi – abbassò velocemente la testa, colpevole “S-scusami… fai benissimo a non credermi. Nemmeno io riuscirei a credere a me stesso…”
“Ah? Ma io ti credo.” Satoshi la guardò perplesso “E’ una storia bizzarra, ma ti credo. Ho soltanto esposto dei fatti: i fantasmi non esistono.”
Il ragazzino si massaggiò la nuca “Ma scusami… allora cosa ho visto?”
“Sicuramente non un fantasma.”
“Non capisco.”
“Cosa c’è da capire? Non hai visto un fantasma. Punto.”
“Oh!” Satoshi batté un pugno sulla mano “quindi dici che magari era solamente un prodotto della mia suggestione! Che mi è sembrato talmente reale da…”
“No.”
“No?”
“No.”
“Allora non capisco.”
Katsuki alzò la testa al cielo ed emise un lamento annoiato, poi si voltò verso di lui con sguardo severo “Ti sto dicendo che quello che hai visto non era un fantasma. Ma hai sicuramente visto qualcosa.”
“… e allora che cos’avrei visto, di grazia?” un po’ di pazienza aveva cominciato a salutarlo.
“Ti fai veramente troppi problemi, Rikishi.”
“…Satoshi.” Adesso era ovvio che lo stesse facendo apposta “E comunque, posso dire che ‘farmi problemi’ è un mio tratto distintivo.”
“Lavoraci sopra.”
“Ma cos-”
“Comunque, adesso non ti devi preoccupare. Anzi, se vuoi tornare a casa, fa pure.” Katsuki si portò al centro della stanza “Da qui in avanti, ci penso io.”
“A-aspetta.” Tornò a guardarlo “C-che cosa pensi di fare?”
“Mi pare ovvio: ora cercherò di far riapparire la cosa che hai visto.”
“Il fantasma?”
“… sì… il fantasma…” lo disse tra i denti, e portandosi una mano sulla faccia.
“…scusami.”
Non gli diede il tempo di prepararsi, cominciando a schiarirsi la gola. Pensava che sarebbe corso via a gambe levate, invece rimase lì a vedere cosa sarebbe accaduto. Forse la sua paura, in qualche modo, lo attraeva davvero a tutte queste cose inquietanti? Oppure, in un certo senso, aveva paura si sarebbe sentito in colpa se fosse successo qualcosa a Katsuki e lui non fosse stato lì a dare una mano?
Già di per sé, la situazione era incredibilmente surreale: non credeva esistessero persone così ben disposte a non mettere in dubbio la veridicità del delirio di un fifone facilmente suggestionabile come lui.
Era innegabile, tuttavia, che quello strano personaggio – che adesso si era messo a fare stretching – e tutta quella situazione lo stessero incuriosendo non poco.
Automasochismo, forse?
“Bene… credo sia il momento.”
Satoshi sgranò gli occhi: avrebbe davvero provato a contattare uno spirito? Come nei programmi scadenti di caccia ai fantasmi per cui sua sorella e Tsumiki vanno matti?
Dal canto suo, la ragazza prese un bel respiro.
Chiuse gli occhi.
E poi…
“HEY, RAZZA DI PUTTANA! CHE COSA PENSI DI FARE, EH!?”
Il ragazzo spalancò la bocca e gli occhi.
Era un metodo di comunicazione che non aveva mai sentito prima.
“CHI TI CREDI DI ESSERE, UH? PENSI CHE LA SCUOLA SIA TUA?! NON ME NE FREGA UN CAZZO SE IL TIPO TI HA MOLLATA O ALTRO: NON PUOI PERMETTERTI DI FARTI FUORI PER POI VENIRE A ROMPERE I COGLIONI A NOI VIVENTI!”
“Amano-san… il linguaggio…” era l’unica cosa che gli venne in mente da dire.
Stava letteralmente seppellendo sotto una valanga d’insulti un’apparizione probabilmente inesistente.
“SE DAVVERO SEI COSI’ INCAZZATA… PERCHE’ NON AFFRONTIAMO LA COSA DA PERSONE MATURE, EH? DA DONNA A DONNA: SE VUOI MASSACRARE QUALCUNO, PERCHE’ NON TE LA PRENDI CON ME!?”
“Dannazione… il rimbombo mi sta dando alla testa…”
La voce gli morì in gola, quando cominciò a sentire quel rantolo agghiacciante ed inconfondibile. Con delle lunghissime righe di sudore che gli attraversavano la fronte, Satoshi si voltò verso destra: era lì, a pochi centimetri, la Presenza dell’Aula d’Arte. Muoveva le dita convulsamente e i suoi occhi mandavano bagliori furenti. Si trattenne dall’urlare, spiaccicandosi le mani sulla bocca. Cadde comunque sulle chiappe, facendosi un gran male.
Non poteva crederci… allora c’era veramente! Non si era immaginato tutto!
Per fortuna la creatura lo ignorò completamente.
Le sue attenzioni erano tutte rivolte verso la donna che aveva osato insultarla così pesantemente.
Mosse un passo verso di lei, schiudendo le fauci putrefatte.
“A-Amano… san…”
Quella smise di vomitare insulti, portandosi molto lentamente una mano in tasca “Ah… eccoti qua… cos’è, ti ho per caso fatta arrabbiare?”
La Presenza fece un altro passo, emettendo un verso orribile.
“Che c’è? T’incazzi se ti dicono la verità?” estrasse un oggetto nero, che Satoshi non vide benissimo “Ma che immatura…”
La Presenza fece un altro passo.
“Cosa, credi di farmi paura? Pasticcino, la paura…” cominciò quell’altra, indossando un guanto di pelle nero sopra al quale era ricamato uno strano carattere Kainji mai visto prima.
A quel punto, con un urlo disumano, la creatura scattò verso di lei a braccia tese.
“AMANO-SAN!” gridò Satoshi, alzando un braccio.
“… ora t’insegnerò io che cos’è davvero.” Disse, voltandosi di scatto.
E centrando in piena guancia la Presenza dell’Aula d’Arte con un manrovescio, che la mandò a schiantarsi contro al muro. Le vibrazioni dell’impatto furono tali da far cadere alcune tele.
Satoshi sbatté le palpebre, interdetto “…eh?”
“Oi, Oi… tutto qua?” mormorò Katsuki, avvicinandosi minacciosamente allo spettro che, con molta fatica e scossa da tremori gravissimi, tentava di rialzarsi “dov’è finita tutta l’incazzatura di prima? credevo volessi farmi a pezzi. Andiamo…” si scrocchiò le dita “… fammi sentire in pericolo.”
A Satoshi parve quasi che il fantasma venisse scosso da un brivido.
Ma non era possibile, vero?
Comunque, fu per poco tempo, dato che quella cosa spalancò la bocca con un lamento, rigurgitando una lunghissima lingua nera che saettò verso la faccia si Katsuki come una freccia. La ragazza attese l’ultimo secondo per schivare, inclinando appena la testa di lato. Quindi, afferrò saldamente la lingua, facendo sgranare gli occhi all’avversaria.
“… ti porto a fare un giro.” Disse, aggiungendo l’altra mano.
Quindi, sotto lo sguardo sconvolto del suo compagno di classe, Katsuki sollevò da terra lo spettro e cominciò a farlo sbattere praticamente da tutte le parti, senza alcuna pietà, distruggendo alcune e tele e facendo crepare alcuni pezzi di muro. Dopo averla fatta schiantare almeno una decina di volte, la scagliò contro ad uno degli armadi, che minacciò di cadere in avanti.
I due busti rimasti lo fecero comunque, sfasciandosi sulla nuca del povero spettro.
“Che noia…” la ragazza si massaggiò la nuca, avvicinandosi alla sua vittima “… ero convinta avresti posto un pochettino più di resistenza.”
La Presenza puntò gli occhi iniettati di sangue verso di lei, ringhiando.
“… oh, hai ancora un po’ di spirito combattivo, vedo.” Si mise in guardia, stringendo bene i pugni “Bene. Fatti sotto.”
La creatura sibilò, per poi gridare nuovamente e scattare verso di lei, prima correndo a quattro zampe, e poi con un balzo.
Balzo che durò pochissimo, visto che la sua faccia venne centrata da un potentissimo cazzotto che sembrò quasi deformargliela permanentemente. Katsuki caricò il peso dell’avversaria sul braccio, scaraventandola a terra con una violenza inaudita che per poco non distrusse il pavimento.
Satoshi, ormai, era talmente attaccato al muro da sembrare quasi un murale.
“… vedi di sparire e di non farti più vedere qui.”
Successe una cosa incredibile: il corpo della ragazza cominciò ad essere avvolto da una strana aura di energia azzurra, simile alla fiamma di un fornello a gas. E così fece anche il corpo tenuto fermo a terra dello spettro, che cominciò a svolazzare come un foglio di carta davanti ad un ventilatore. Poi, lentamente, la pelle grigia cominciò ad incresparsi, riempiendosi di crepe.
Finché non cominciò a sgretolarsi.
Finché del corpo della Presenza dell’Aula d’Arte non rimase più nulla.
Nello stanzone calò il silenzio, e Katsuki smise di brillare.
Satoshi era totalmente fuori di se, benché fosse troppo immobile per darlo a vedere: che cosa cavolo era successo? Cosa cavolo aveva appena visto? Che anime era quello che stava vivendo? Era tutto un delirio dovuto al sonno quasi inesistente nella sua vita oppure era davvero impazzito?
Katsuki veniva forse dal Pianeta Vegeta?
“Bene, e questo è sistemato…” guardò mentre Katsuki si ripuliva la giacca “… adesso, veniamo a te.”
Quando puntò quegli occhi da leonessa su di lui, si sentì mancare.
Ancora di più quando prese ad avvicinarsi allo stesso modo in cui si avvicinava prima allo spettro.
“A-aspetta… cosa stai…!”
Dunque capì: sicuramente ciò che aveva visto era successo veramente… ma che casino si sarebbe creato se le masse avessero saputo che una studentessa delle superiori picchiava i fantasmi? Soprattutto, cosa sarebbe successo se si fosse scoperto che i fantasmi erano veri! Un po’ come gli alieni, nessuno doveva sapere.
Non dovevano rimanere testimoni.
Quando tornò a guardare Katsuki negli occhi, capì che non avrebbe potuto fare nulla per difendersi.
“N-no! No! R-ragiona… chi mi crederebbe mai se raccontassi una storia del genere, eh!?” alzò le braccia, schiacciandosi ancora di più contro al muro “Non dirò nulla, lo giuro! Ho l’acqua in bocca! Ti prego, fermati!”
Non si fermò
“… NO, TI PREGO!” si portò le braccia davanti al volto, ormai ricoperto di lacrime “SONO TROPPO GIOVANE PER-”

Visto che Katsuki si era fermata e le percosse non arrivavano, Satoshi trovò il coraggio di guardare, trovandosi faccia a faccia con… il telefonino della compagna di classe, tenuto da lei.
Anzi, per essere più precisi… quello era un sito di recensioni?
“… ahem…” la guardò, chiedendo spiegazioni.
“Senti, sono ancora alle prime armi, ok?” spiegò la ragazza, quasi imbarazzata “Non sono ancora una professionista. Quindi, visto che hai voluto rimanere fino alla fine dell’Esorcismo, ci terrei se mi dicessi il tuo parere.” gli porse il telefono “e vedi di non scrivere cazzate.”
Satoshi, oramai assuefatto dalla serie di eventi totalmente scombussolati alla quale aveva preso parte, prese il cellulare in mano.
Ormai, era del tutto convinto che la sua vita non sarebbe più stata la stessa.


Visto che, come ho detto all'inizio, questa storia ha preso senza che io me ne accorgessi un posto troppo grande nel mio cuore, ho deciso di mettere alcune fan art dei miei personaggi. Per l'amor di Dio, fanart: non sono bravo a disegnare e tutto ciò che vedrete da qui in poi sono soltanto avatar che ho creato con un programma consigliatomi da mia sorella.
Che porca miseria, è un programma comunque coi fiocchi. Soprattutto per chi non sa disegnare, quindi è fatto apposta per me!
Vi lascio il link, buon divertimento!
 [https://picrew.me/]
Detto ciò, ecco a voi il piccolo sacco di Ansia conosciuto come Satoshi Atsumu. 

E poi il motivo per cui i fantasmi passano oltre più rapidamente del solito, Katsuki Amano.

Ok, forse è un po' cringe, lo ammetto... ma non ne stavo più nella pelle di mettere finalmente sotto una storia delle immagini dei personaggi che sono esattamente - o almeno, che si avvicinano parecchio - a ciò che avevo immaginato!
Alla prossima!


 
   
 
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