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Autore: Carlo Mascellani    25/05/2021    0 recensioni
In un contesto quanto mai improbabile, tre vite interrotte, ferite, spezzate, si scoprono a far i conti con il proprio passato e a trarre inconsapevolmente, l’una dall’altra, la forza necessaria alla propria rinascita.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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A volte, per allontanare la tristezza del mio inquieto presente, rievoco una storia che mia madre narrava quand’ero piccolo.

Un pazzo, un giorno, appena sveglio, s'affaccia alla finestra della sua stanza, contempla la città sottostante, la frenesia che la caratterizza e, tra sé e sé, si sorprende nel constatare quanto sia grande il manicomio. Ridevo, ascoltando questo breve, paradossale racconto e lo consideravo un aneddoto senz'importanza, creato al solo scopo di stupire l’ascoltatore. Allora non avrei certo potuto immaginare che un domani, anni dopo quell'infanzia tutto sommato abbastanza serena, confinato in un istituto per la cura delle malattie mentali, ogni singolo istante, osservando la vita altrui scorrermi accanto indifferente, sarei giunto a condividere la verità celata in quelle parole.

Sebbene io ora possa cogliere il mondo solo da una prospettiva assai ridotta e, di conseguenza, debba, per forza di cose, stimare il mio giudizio falsato dalle circostanze, credo, nondimeno, che ogni individuo ritenuto sano di mente, con un piccolo sforzo, astraendosi dai vani schemi mentali che lo vincolano alle consuetudini, esaminando con più attenzione il cuore della storia, non potrebbe che trarre le mie stesse conclusioni. Non certo scoprendosi l’unico sano in un mondo di folli, ma constatando come, al vaglio della ragione, ogni persona, in realtà, possa esser considerata folle a modo suo e come solo l'esito d'una consolidata tradizione, affinatasi nel corso dei secoli, abbia infine tracciato il sottile confine che separa raziocinio, pazzia, genio.

Forse la presunta follia – alcune sue manifestazioni, almeno – dovrebbe essere semplicemente assimilata a un diverso modo d'intendere, scoprire, interpretare la vita e, in una società quanto mai massificata, in contesti in cui una consuetudine vecchia di millenni sembra aver livellato ogni espressione del pensiero perché non si discosti dai canoni stabiliti, l'indole ribelle che la contraddistingue riconosciuta come una delle rare attitudini in grado di minare filosofie sterili, di destare, in un’umanità spiritualmente esausta, brandelli d’originalità sempre più disattesa, di condurre individui ormai schiavi a scoprire universi che non erano avvezzi a contemplare.

La vita, come l’anima stessa dell’uomo che ne condivide l'incerto spiegarsi, è un miracolo dalla natura ignota. Impossibile giungere a comprendere con esattezza, in uno schema quanto mai preciso, le infinite occorrenze che potrebbe esprimere. Tentar di farlo, cercar di precisare quanto, in realtà, non può vedersi definito, quanto, se accostato con animo libero, saprebbe, al contrario, riservare splendide sorprese e offrire orizzonti insperati, rappresenta, in ultima analisi, un insulto a ciò che, più d'ogni altra cosa, rasenta, a buon diritto, l’assoluto.

Svariate culture del passato, ravvisando nella pazzia l’innata propensione a entrare in comunione con il divino, riservavano grandi onori a chi ne era affetto, considerandolo interprete di una volontà che, preclusa ai più, era indispensabile comprendere anzitempo per conformarvisi e scongiurare l’ira celeste. Giusta o sbagliata che fosse – eventuali dibattiti in merito non avrebbero mai fine -, una simile attitudine esprimeva comunque un atteggiamento squisitamente inclusivo, che non negava a priori il valore di un’esistenza solo perché diversa, ma si sforzava di conoscerla, di assecondarne lo sviluppo, di trarne lezioni importanti. Non si poneva certo, nei confronti dei folli, in posizione di preminenza, né s’arrogava il diritto di giudicare, di condannare, di mutarne la natura per renderla docile alle consuetudini.

Nella società odierna, al contrario, la follia spaventa. Tutti noi, qui rinchiusi, in misura più o meno evidente, spaventiamo. Io stesso spavento. Tanto è il senso di terrore suscitato nel prossimo che, una volta ravvisata, una volta anche solo presunta una sia pur lieve inclinazione alla pazzia, subito, senz’alcun indugio, veniamo isolati, guardati con sospetto, esclusi da ogni attività o contatto.

Gli sguardi che prima concedevano ammirazione all’improvviso mutano in una patetica condiscendenza, oltre la quale non è infrequente scorgere, evidente, l’ombra del dubbio. I nostri pensieri, le nostre opinioni perdono ogni valore. Nessuno le appoggia, le esamina, le prende minimamente in considerazione. Quando sembra farlo, in realtà mente per timore della nostra reazione. Inutile spiegarsi. Inutile tentar di chiarire il nostro punto di vista a chi non vuol ascoltare. Nonostante gli sforzi, l'espressione concreta di quanto concepiamo viene condannata come ininfluente a prescindere, giacché assimilata al vano delirio d'una mente malata.

Nessuno ci riserva la minima attenzione. Dall'altro della propria tronfia, presunta sanità mentale, chi, per un qualsiasi motivo, entra in relazione o si rapporta con noi finisce, quasi sempre, per ricondurre la nostra esistenza a uno spinoso problema da risolvere. Assimilati a un morbo incurabile suscettibile d’avvelenare ciò con cui entra in contatto, il nostro mondo diviene presto un luogo solitario, dove solo le rare interazioni con chi affronta analoghe difficoltà sembrano concedere il dolce senso d’inclusione la cui mancanza tanto svilisce.

Scherniti, umiliati, esclusi, a prescindere dalla nostra volontà veniamo privati di ogni diritto e confinati in luoghi chiusi e inaccessibili per timore si possa nuocere al prossimo. Diveniamo numeri su di una cartella clinica, indossiamo vesti tutte uguali che, lungi dal favorire la legittima espressione di un’indole originale, contribuiscono solo ad accentuarne l’alienazione. La piccola fascetta cucita che ci identifica incarna tutto ciò che resta di un’individualità perduta.

Sebbene vengano definite mediante altisonanti eufemismi, le strutture che ci ospitano, in realtà, altro non sono se non prigioni dalle quali difficilmente usciremo. Ogni attività suggerita è abilmente pensata e predisposta al solo scopo d’insinuare in noi il desiderio, prima, il bisogno, poi, l’ossessione, infine, di annientare il nostro specifico modo d’essere e conformarci all’ideologia imperante. Per un tragico paradosso, nemmeno chi riesce a condiscender a un tale suicidio mentale e a incarnare il perfetto stereotipo del cittadino ideale può sottrarsi al disincanto nel vedersi comunque precludere la libertà. Il primitivo sospetto è duro a morire e nessuno vuole assumersi la responsabilità di rimettere in società, assieme agli altri, una presunta belva in grado, prima o poi, di destarsi e causare danni.

A volte, forse per placare la nostra inquietudine, forse per indurci a mantenere una condotta tranquilla, se lo desideriamo possiamo svolgere innocue attività artistiche. In virtù di simili concessioni le pareti della mia stanza sono ricoperte da piccoli acquerelli colorati. La pittura e i materiali necessari a realizzarla – lievemente modificati -, non sono considerati pericolosi né per me né per gli altri e posso quindi disporne a piacimento per ingannare la noia. Firmo ogni quadretto con il mio nome: credo per il semplice bisogno di riaffermare la mia individualità e non scoprire, un giorno, la prigionia sia giunta a dissolverla.

A eccezione del dottor Mayer, che mi ha in cura, ma che, a mio modesto parere, altro non fa se non prodursi in vani soliloqui e somministrare pillole colorate dai dubbi effetti, molti dei medici o i loro stessi assistenti, entrano nella mia stanza nei momenti più impensati, violano un’intimità che non ci è mai pienamente accordata, si soffermano innanzi ai dipinti senza degnarmi di uno sguardo, restano immobili per alcuni minuti, scribacchiano freneticamente qualcosa sul blocco che sembra incarnare una propaggine del loro stesso corpo e, infine, escono.

Credo non riuscirò mai a scoprire cosa rappresentino per loro, se destino sensazioni piacevoli, se riescano a trasmettere un pensiero, un messaggio qualsiasi o se, in realtà, siano assunti solo a mera chiave di lettura per approcciare il mio inconscio. Nel mio piccolo mondo, invece, incarnano l’unica forma di libertà ancora concessa.

   
 
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