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Autore: Carlo Mascellani    25/05/2021    0 recensioni
In un contesto quanto mai improbabile, tre vite interrotte, ferite, spezzate, si scoprono a far i conti con il proprio passato e a trarre inconsapevolmente, l’una dall’altra, la forza necessaria alla propria rinascita.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Un candido soffitto è tutto ciò che riesco a scorgere aprendo gli occhi. In un primo momento stento a ricordare cosa sia accaduto, poi, man mano il tempo passa, le percezioni si fanno sempre più lucide e il dramma di una realtà assai sgradita si palesa chiaramente alla mia comprensione.

Non conosco le fattezze dell’Inferno o del Paradiso e, a esser sinceri, nemmeno sono certa esistano davvero, ma, in cuor mio, dubito possano vantare le fattezze di una stanza dal soffitto immacolato. L’aria è intrisa del pungente aroma di medicinale. Una luce tenue rischiara ogni cosa. In bocca ho un sapore amaro e il corpo è preda di spasmi improvvisi, quasi scontasse i postumi di una prolungata inerzia.

Dalle tenebre indistinte di una simile, onirica condizione comincia ad affiorare un dolore acuto, pulsante, sordo a ogni supplica. Sale dal profondo della mia anima, si espande ovunque, quasi fosse alla ricerca di un luogo in cui insediarsi e, dopo varie esitazioni, pare, infine, risolversi per la testa e i polsi. Con tenace perseveranza, desta lentamente buona parte dei miei ricordi. Alcuni vantano fattezze chiare ed evidenti, altri forme così incerte e confuse da indurre a dubitare gli eventi che li hanno generati siano realmente accaduti.

Sollevando leggermente il capo, osservo incuriosita l'ambiente circostante. La sua ormai consueta familiarità, m’induce a constatare il fallimento del mio ennesimo tentativo. Nessun mondo sovrasensibile si staglia immoto innanzi a me a prospettare eterna beatitudine o eterna espiazione di presunte colpe. Giaccio, invece, sdraiata in una comune stanza d’ospedale e le sbarre saldamente infisse alla finestra, le stesse che ora sembrano scomporre la tenue luce del sole in un regolare susseguirsi d’ombre, lasciano intendere io sia stata ricoverata in una struttura per la cura delle malattie mentali.

Il mio recente, cruento gesto, lungi dal privarmi delle mie inquietudini, a quanto pare mi ha invece garantito un biglietto – di sola andata, temo – per un luogo dal quale difficilmente uscirò, per un avvenire che non credo mi sarà dato cambiare. Qualcuno deve aver stabilito io sia ormai del tutto irrecuperabile, non adatta, quindi, a strutture contraddistinte da blanda sorveglianza. Qualcuno deve aver gettato la spugna e optato per il confino, per l'esilio che si riserva alle persone ritenute incurabili, indesiderate o entrambe le cose.

La stanza sembra in gran parte vuota. Nessuno spigolo, nessuna superficie dura, nessun bordo affilato che potrebbe destar istinti violenti in chi vi risiede. Tutto è stato predisposto con gran cura affinché io non possa farmi del male o ceder nuovamente alla tentazione. Tutto è stato predisposto con gran cura affinché il mio più grande desiderio si veda continuamente frustrato e non sappia cogliere opportunità alcuna per concretarsi.

Non vi sono specchi alle pareti e sono quasi certa i vetri della finestra siano di materiale infrangibile. Il vuoto assoluto che colgo ovunque attorno a me sembra riflettersi nell'abisso oscuro del mio cuore ferito. La mente pare essersi svuotata da ogni pensiero, quasi certamente a causa dei farmaci e del profondo sonno indotto. Un tempo le strutture ricorrevano a terapie elettroconvulsive per indurre stasi cerebrali funzionali al buon esito delle cure successive. Si tentava, insomma, di creare una tabula rasa mentale dalla quale ripartire. Negli ultimi decenni, invece, la dottrina medica pare essersi orientata a sopire l’attività cognitiva del cervello attraverso i farmaci, confidando un prolungato periodo di stasi potesse consentir a una mente oltremodo estenuata di recuperare la lucidità necessaria e seguire le terapie. Ed eccomi qua.

Impossibile stabilire per quanto tempo abbia dormito. Non vi sono calendari alle pareti, né quadri o crocifissi. Nemmeno un orologio. Priva di riferimenti, dopo alcuni tentativi volti a cercar di radunare i miei sparsi pensieri e ricostruire gli ultimi giorni – le settimane, forse? – vissuti in stato d'incoscienza, con un sospiro ho desistito.

Cerco di sollevarmi, ma sono ancora troppo debole. Le braccia non mi reggono, la testa è preda di un dolore acuto e i polsi bruciano come fuoco vivo. Ne avvicino uno al viso, quello da cui ho cominciato per aprirmi un varco plausibile e lasciare un mondo che nulla mi aveva concesso. Una striscia rossastra l'attraversa da un lato all'altro e una striscia più lunga interseca quest'ultima sino a metà avambraccio, formando una croce. Ho cercato di far le cose per bene, evitando che un taglio solo potesse risentire della coagulazione e vanificare il mio intento. Rammento di non aver avvertito alcun dolore mentre me lo praticavo. Forse la disperazione colta in quei momenti è valsa quanto un potente anestetico e la determinazione infusa nel mio proposito autodistruttivo a sopir la coscienza, trascendendo l'imperativo del dolore.

Ripercorro con un dito quelle linee sottili. Stimando l'avanzare del processo di cicatrizzazione e l’assenza dei punti, deduco d’esser rimasta incosciente a lungo. I medici hanno fatto un lavoro egregio con le suture e atteso il tempo necessario affinché, saldandosi, vanificassero ogni mio tentativo di violarle una volta sveglia. Debbono, tuttavia, ritenersi abbastanza certi della mia acquiescenza. Non sono legata al letto da cinghie o altri strumenti, né contenuta in alcun modo. Sbarre, serrature e una stanza apposita devono esser parse loro misure sufficienti a scongiurare il peggio. Le cicatrici fanno male. Non ho ancora stabilito se brucino più loro o la mia testa. Forse si contendono via via il primato della sofferenza e, con esso, la mia attenzione. Chissà.

Credevo di aver fatto tutto per bene, di aver celato i miei intenti con la maestria che deriva dall'esperienza, ma, a quanto pare, qualcuno accanto a me, divenuto anch'egli esperto dopo aver condiviso i miei funesti tentativi negli anni, deve aver subodorato qualcosa ed esser intervenuto prima che fosse troppo tardi. Non so cosa possa aver provato chi m'ha soccorso, trovandomi immersa nella vasca, in un mare di sangue. Negli anni, a stento sono riuscita a ricostruire gli stati d’animo che straziavano il mio spirito in quei frangenti, ma, non avendo certo avuto modo di condividere simili eventi dalla prospettiva d’un inerme spettatore, non ho mai potuto comprendere i sentimenti di chi, lungi dall'essere vittima, vestiva, suo malgrado, i panni del soccorritore. Forse, dopo un continuo susseguirsi di episodi analoghi, anche loro si scoprono, infine, avvezzi a simili tragedie e non avvertono più la disperazione d’un tempo, ma solo rassegnazione.

Sento freddo: non lo stesso freddo colto mentre il sangue fluiva dal mio corpo, trascinando via con sé la mia esistenza disperata, ma qualcosa di più concreto, reale, tangibile: qualcosa che trae la propria origine dalle esigenze di un essere ancora vivo e non certo in procinto d'andarsene.

Ogni qualvolta riemergo dalle tenebre, so perfettamente cosa mi attende. È accaduto altre volte, in passato. Si tratta solo di un copione che si ripete. Nel momento in cui apro gli occhi e constato d'esser ancora in questo mondo, ravvisando l’ennesimo fallimento sono sopraffatta da rabbia e delusione. Subito dopo, avverto un sentimento assai più fine e sottile, un tepore che dal cuore si espande ad avvolgere il mio corpo martoriato come una dolce coperta e che, nel suo crescere e definirsi, sembra infondere un fioco senso di sollievo, di scampato pericolo. In tali momenti, poco prima che l'ombra della tristezza torni a opprimermi, giungo a sconfessare il valore dei miei intenti suicidi, condanno aspramente il mio operato e il mondo mi appare intriso di colori e speranza. Ma so trattarsi solo di un attimo.

Un attimo appena.

   
 
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