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Autore: Tubo Belmont    26/05/2021    7 recensioni
"E se in realtà fosse tutto vero?"
"Se non fosse stata solo suggestione?"
"Se non fossi veramente da solo qua dentro?"
"Se ci fosse qualcuno nel buio?"
Inutile girarci troppo attorno: la vita di Satoshi Atsumu è un inferno.
Da normale studente delle superiori, la sua vita non può che essere bersagliata dalle storie di paura e dalle leggende metropolitane che tra i ragazzi della sua età spopolano. Il problema sta nel fatto che, per lui, queste storie hanno lo stesso effetto di un'iniezione di adrenalina capace a tenerlo sveglio persino per un anno interno.
Kami, potrebbe non riuscire a rimanere tranquillo nemmeno sul suo letto di morte!
Tuttavia, la sua vita già minacciata da probabili futuri malori dovuti alla sua gravissima mancanza di sonno e mezzi infarti che un po' lo accompagnano ogni giorno, è destinata a peggiorare (forse?) col trasferimento nella sua scuola di un personaggio piuttosto particolare: una ragazzona con la faccia di chi vuole menare le mani durante ogni singolo momento della propria vita.
E Satoshi, pur ancora non essendone del tutto sicuro, sa che molto presto una probabile tempesta si abbatterà su di lui e su chi conosce...
Genere: Comico, Horror, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shoujo-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Nella... nella realizzazione di questo capitolo mi sono voluto dare una ventata di ispirazione
Quindi GIU' di compilation delle quarante leggende metropolitane più terrificanti del Giappone seguita da una maratona senza interruzione di tutta la saga di Tsugu no Hi!
.... non so quanto sia stata una buona idea. Soprattutto perché mi sono guardato tutto di notte.
Comunque, vi lascio in balia del motivo per cui in Giappone, molto probabilmente, non si dorme mai! 
Grazie a tutti lettori e recensori, vi voglio un bene dell'anima!

Red Room
 
Kurumi, seduto alla sua scrivania mentre guardava il computer, ripensò a quella mattina.
Possibile che quell’erbivoro del suo amico fosse andato in casa base così presto?
E con la nuova arrivata, per di più.
Satoshi poteva essere un sacco di cose, ‘audace’ non era una di quelle.
O magari non lo conosceva abbastanza bene?
Al momento però, c’era un problema più grande che lo attanagliava: che cos’era quella sensazione di fastidio che aveva aleggiato intorno alla sua testa per tutta la sera come uno spiritello maligno? Era perché i suoi non erano in casa ed aveva dovuto perdere tempo a scaldarsi la cena da solo? Perché aveva alcuni compiti fare? Era perché su quel dannatissimo E***N R**G ancora non c’erano notizie? Aveva per caso mal di pancia?
Mentre girava sul computer, più di preciso su Youtube per trovare qualche video con cui passare la serata – aveva già completato tutta la sua libreria di Steam al cento per cento e non gli andava di reinstallare dei giochi e perdere altro tempo – cominciò a rimuginarci sopra.
E quando ripensò all’intesa che sembrava esserci tra Satoshi e quell’altra ragazza, schioccò la lingua infastidito.
Smise di muovere il mouse e sgranò gli occhi.
Per poi sospirare rassegnato e portarsi una mano sulla fronte.
“Davvero, Kurumi? Davvero?” si chiese a bassa voce “Sono diventato per caso una studentessa di un qualche Shoujo-manga?”
La verità però era lì: si sentiva un pochettino geloso.
Forse era da immaturi, sentirsi gelosi del proprio amico, ma lo sentiva.
Tra l’altro dopo solo il primo giorno che quei due avevano interagito!
Cazzo.
Non era che per caso… il progetto millenario di Tsumiki lo aveva influenzato troppo?!
Rimase a rimuginare per un buon quarto d’ora, serissimo e con una mano sotto al mento.
Sbuffò “Naaah. Assolutamente no.” scosse la testa “Non è nemmeno il mio tipo. Se poi da sposati volessi vedermi qualche film horror che fa? Divorziamo?”
Sghignazzò pensando a quella scena.
Chissà, magari il suo fastidio poteva anche arrivare dalla consapevolezza che quell’altro avesse consumato prima di lui. Il maledetto.
“Oi, magari oggi non volevo sentirlo… ma domani uscirò fuori dai miei limiti per chiedere anche i dettagli più piccanti.” Tornando a girare sul sito di video, un ghigno lievemente maligno – indice del suo ‘lato oscuro’ che stava cominciando ad uscir fuori – affiorò sulle sue labbra.
Ehi, se Tsumiki poteva fantasticare, perché non avrebbe potuto farlo anche lui?
“…Ah?” Kurumi tornò serio, guardando lo schermo del monitor.
Con un sonoro e piuttosto impertinente *Blip*, era apparso uno strano popup.
Il ragazzo aguzzò lo sguardo, cercando di capire cosa stesse succedendo: era una pagina ridotta a icona, che si apriva su uno sfondo completamente rosso. E, su quello sfondo, era presente la frase scritta in inglese ‘Do you Like?
Kurumi inarcò un sopracciglio, confuso.
Ma, senza penarci troppo, mosse il cursore sulla ‘X’ e chiuse la pagina.
Pochi secondi dopo, tuttavia, quello strano popup riapparve sullo schermo, impertinente come prima.
“Ma che diavolo…?”
Si affrettò a richiudere la pagina, solo per poi vedersela riapparire davanti in un intervallo di tempo ancora più ridotto rispetto a prima.
Rischiuse la pagina, ma non cambiò nulla.
E ripeté l’azione per almeno altre cinque volte.
“Che palle… ma stiamo scherzando?” mormorò, adesso piuttosto infastidito.
Controllò il suo antivirus e fece una scansione del computer. E, anche quando quest’ultimo lo lasciò a bocca asciutta – sembrava non aver rivelato alcun virus – si stirò sulla sedia girevole e si massaggiò il naso con l’indice. Non aveva mai sentito parlare di un virus simile.
Doveva inoltre essere molto complesso, per rifuggire persino al suo antivirus.
Eppure, non era entrato in alcun sito che poteva infettare il computer.
N-non recentemente, almeno.
Sbuffò spazientito e pensò bene di riavviare il PC, senza pensarci troppo oltre.
Non sapeva se era il fatto di essere a casa da solo o se era perché, quando si chiudeva in camera sua, aveva l’abitudine di rimanere con la luce spenta, ma quella storia aveva cominciato ad inquietarlo un pochino.
Dopo aver riacceso il computer, controllò che tutto fosse a posto.
Il popup non si ripresentò più.
Sospirò, un pochettino più sereno rispetto a prima.
*Blip*
“… merda.”
Eccolo lì. Non aveva nemmeno aperto Google che quel popup era riapparso.
Questa volta, però… sullo sfondo rosso erano apparse altre parole.
O meglio, la frase si era allungata.
Il ragazzo aguzzò la vista e lesse “… ‘Do you Like the Red Room?’”
Poco prima che potesse gridare la sua frustrazione, accadde una cosa che lo fece trasalire: con un rumore simile a quello di un trombone impazzito, la lampadina di camera sua si accese all’improvviso. La luce che emetteva, però, non era quella normale.
Ma una luce rossa, agghiacciante, simile a quella di una casa degli orrori.
“Ma cosa cazzo sta succedendo!?” Senza pensarci troppo andò subito a spegnere l’interruttore, adesso molto più spaventato che infastidito.
Digrignò i denti poi quando, per controllare che tutto fosse tornato alla normalità, si accorse che la luce non si riusciva più ad accendere.
“Ok, è per caso un qualche scherzo di pessimo gusto?” non sapeva cosa pensare.
E mentre se lo domandava, non vide le dieci lunghe ed affusolate dita che uscivano lentamente dallo schermo del computer, come se questo fosse stato una piccola pozzanghera d’acqua.
 
[…]
 
Il signor Fujiguro stava tornando a casa da lavoro. E la sua faccia era quella di un uomo che, se mentre girava in macchina fosse uscito fuori strada morendo in un incidente mortale e pieno di gore, non gliene sarebbe importato più di tanto.
Ma chi poteva biasimarlo, in realtà? Aveva anche quel giorno lavorato fino a tardi, chino alla scrivania del suo ufficio piegato come uno dei lampioni che stavano illuminando la strada notturna, ed era stato come sempre l’ultimo a lasciare l’ufficio. Il fatto che il giorno dopo – ne era piuttosto sicuro – sarebbe stata la solita ed identica solfa, un po’ gli faceva venire voglia di lasciare le pantofole davanti alla porta di camera sua. Sospirò rassegnato: davvero la sua vita era destinata a bruciare così lentamente, per poi spegnersi senza il minimo romanticismo come ogni singola triste vita in quel piccolo Pianeta abitato conosciuto come Terra?
Cazzo, i suoi studi di filosofia stavano cominciando a farsi sentire, eh?
E mentre vaneggiava, finalmente arrivò davanti a casa sua. Parcheggiò la macchina nel cortile e, dopo essere sceso, sentì quantomeno un lieve sorriso affiorare sulle sue labbra ed un po’ di sollievo che gli allontanava i pensieri che erano lì ad offuscargli la mente.
Se non altro, si sarebbe potuto godere un po’ di meritato relax dopo una giornata tanto dura.
Era sempre un bene cercare di trovare un minimo lato positivo anche nelle piccole cose, no?
Eppure, quella voglia di qualcosa in più… qualcosa che spezzasse la sua noiosissima monotonia… qualcosa di molto simile al misterioso cofanetto che riposava sul pianerottolo davanti casa sua?
“Uhm?” l’uomo inarcò un sopracciglio e si massaggiò i corti capelli neri “che cos’è?”
Si avvicinò e, davanti all’uscio di casa, studiò il cofanetto: sembrava un portagioie, realizzato dalle mani di un artigiano dannatamente bravo, nero come la pece e ricoperto di arabeschi e motivi floreali dorati. Sopra al coperchio riposava la bellissima miniatura d’argento di una bambina dal lungo vestitino pieno di ghirlande e merletti, accovacciata su se stessa e che sembrava appisolata con un’espressione serena.
Non aveva mai visto un oggetto più bello in vita sua.
“Deve averlo perso qualcuno, per caso?” appoggiò la ventiquattrore vicino ai gradini che conducevano alla porta di casa, per poi prendere l’oggetto in mano “… o forse ho una qualche ammiratrice segreta che vuole farmi un regalo?”
Gongolò un po’ a quel pensiero, ma poi si diede dello sciocco, pensando che sicuramente nessuna persona che conoscesse fosse attratta da lui. C’era anche da dire che era un po’ difficile che qualcuno l’avesse semplicemente persa davanti a casa sua, sembrava tutto troppo poco casuale per i suoi gusti. Magari qualcuno l’aveva trovata lì accanto e, non sapendo a chi quest’ultima appartenesse, l’aveva raccolta e lasciata davanti alla porta della casa più vicina.
Inutile dirlo, quella situazione era un pochettino particolare.
L’uomo comunque analizzò l’artefatto con attenzione, inebriandosi mentre guardava tutti i suoi minimi particolari. Era quasi… ipnotizzato dalla bellezza di quell’oggetto. Nemmeno sapeva che al mondo esistessero esseri umani capaci di una simile bravura. Senza pensarci troppo, se la portò all’orecchio e la scosse vigorosamente, ma non riuscì a capire se la scatoletta contenesse effettivamente qualcosa.
Mentre faceva per aprirla, tuttavia, un dubbio si fece largo nella sua mente: e se fosse stato un oggetto importante per qualcuno? Magari non avrebbe dovuto ficcare il naso in affari che non lo riguardavano, giusto? Nei panni del proprietario, come si sarebbe sentito scoprendo che qualcuno aveva spiato nelle sue cianfrusaglie?
Pensò a lungo. E tuttavia, la curiosità prese comunque il sopravvento, e con un sorriso quasi spiritato l’uomo fece danzare le dita, avvicinandole al coperchio del cofanetto “Beh, non è che il proprietario lo deve per forza venire a sapere, no? Infondo, sono pur sempre stato così gentile da tenere la sua roba fino a quando non è venuto a riprendersela, giusto?”
E quindi, senza troppi complimenti, l’uomo aprì il portagioie.
Per poi gridare con tutto il fiato che aveva in corpo e scagliarlo contro la porta di casa sua, terrorizzato. Dentro a quel cofanetto, adagiato sopra ad un cuscinetto rosso come il sangue, c’erano due occhi.
Due occhi azzurri, con le pupille vuote e le cornee ricoperte da venature rosse.
Due occhi umani, di cui non si era premurato di constatare l’autenticità.
Sembravano piuttosto reali per i suoi gusti.
“M-ma che razza di scherzo orribile è mai questo?!” l’uomo si portò una mano tremante alla bocca.
“… li avevi tu?” una vocina molto pacata, alle sue spalle.
Con i nervi a fior di pelle, l’uomo voltò lentamente la testa, trovandosi davanti l’ultima cosa che avrebbe voluto vedere in quella notte piena di pessime sorprese: una ragazzina dalla pelle bluastra, con le vene violacee che le attraversavano le braccia e le gambe, che indossava uno sfarzosissimo vestito da Gothic Lolita nero come la pece, con la gonna larghissima e decorata da merletti bianchi come la neve.
Un paio di ballerine rosse le coprivano i piedi.
I capelli erano lunghissimi e viola, e scendevano lungo i lati del suo corpo in due lunghe code di cavallo che quasi arrivavano a sfiorare terra. Un piccolo cerchietto nero dalla quale spuntava un minuscolo cappello a cilindro le decorava la testa.
Era troppo buio per vederne i lineamenti del volto, ma l’uomo era quasi sicuro al cento per cento che quella bambina lo stesse guardando. Anzi, era quasi sicuro che il suo sguardo andasse oltre al corpo, fino ad arrivare dentro all’anima.
“… per tutto questo tempo…” la ragazzina mosse un passo in avanti, e Fujiguro uno indietro “… per tutto questo tempo… li avevi tu?” si avvicinò ulteriormente, fino ad essere illuminata dalla lampadina che brillava sul pianerottolo.
E a quel punto l’uomo cadde all’indietro con un secondo urlo di terrore, non appena il suo sguardo si posò sul volto della ragazzina “… i miei occhi? Li hai sempre avuti tu?”
Quella... cosa, gli occhi non ce li aveva.
Al posto di questi, due buchi oscuri, simili ai bulbi vuoti di un teschio, bui come un abisso, da cui uscivano rivoletti di sangue nero simili ad inchiostro.
“… ladro… sei un ladro…” la creatura sollevò le braccia e fletté le dita unghiate di viola, muovendosi verso la sua vittima inesorabilmente. Quell’altra strisciò fin contro ai gradini, in preda alla paura più pura.
“N-no! Non so di cosa parli! Erano qui prima che io tornassi a casa, te lo giuro!” si scoprì con gli occhi lacrimanti “T-ti prego! Non sono stato io a rubarteli!”
“Se sei un ladro… allora… possiamo fare uno scambio…” la boccuccia dalle labbra nerissime della bambina si tramutò nel sorriso più agghiacciante e largo che Fujiguro avesse mai visto. Era talmente grande che i lati della bocca raggiungevano entrambi gli orecchi “… se vuoi i miei occhi… allora io mi prenderò i tuoi.”
Alla faccia della monotonia!
Perché diavolo non se ne era stato zitto prima!?
“NO! TI PREGO!” l’uomo si coprì la faccia con un braccio, terrorizzato.
E poi, mentre il mostro davanti a lui era sempre più vicino, un’altra cosa fece la sua comparsa: una mano, guantata di nero, che afferrò la nuca della creatura.
 
Senza troppi complimenti, Katsuki sollevò da terra la Manifestazione e la scagliò lontano. Quest’ultima rimbalzò un po’ di volte sulla strada, fino ad andarsi a schiantare contro un lampione, che si piegò come una persona altissima alla quale avevano appena tirato un calcio nei coglioni.
“Ehi, matusa.” La ragazza si voltò con sguardo severo verso l’uomo.
“E-eh?” uggiolò quello, ancora in preda ai tremori.
“Ma non ti hanno mai detto di non aprire mai i cofanetti misteriosi che appaiono davanti a casa tua? Pensavo fosse una cosa di dominio pubblico, ormai!”
“E-eh?” rispose di nuovo quell’altro, troppo impaurito per ragionare.
Katsuki sbuffò spazientita, conscia che ormai quel vecchiaccio aveva il cervello troppo in pappa per tenere un dialogo con lei. Quindi puntò lo sguardo da leonessa in avanti, sul problema attuale.
La ragazzina dalla pelle blu, intanto, si stava rialzando.   
Scossa da tremori e spezzata in più punti – alcune ossa uscivano dal corpo come spuntoni e alcuni arti penzolavano come quelli di un manichino rotto – la creatura voltò la testa – dovette farlo muovendo tutto il corpo, dato che aveva il collo piegato tutto verso destra in una maniera non propriamente sana – e cominciò a boccheggiare senza emettere alcun suono.
“Oi, ancora in piedi?” Katsuki si ficcò le mani in tasca “Credevo di averti scagliato con un po’ più forza… oh beh, poco male.” Si fermò in mezzo alla strada, davanti al mostro “Vorrà dire ti finirò a modo mio.”
In una maniera che sembrava molto dolorosa – e disgustosa – e con dei suoni da incubo, il corpo della Manifestazione prese a ricomporsi lentamente, con le ossa che rientravano sotto la pelle e gli arti che tornavano al loro posto. Quindi, la stessa sollevò le mani e, dopo essersi afferrata la testa, se la risistemò come meglio poteva.
L’Esorcista rimase lì a guardare, senza muovere un muscolo.
“Dì un po’: ma non provi un minimo di vergogna?” domandò la ragazza, inarcando un sopracciglio e piegando lievemente la testa verso sinistra “Non vale mettere un oggetto maledetto davanti alla casa di un povero stronzo sperando che quello lo tocchi e si maledica. E davvero una mossa da infami, sai?”
“… ce li hai tu i miei occhi?” domandò la creatura, dopo essersi piegata in avanti inarcando la schiena come un gatto infuriato.
“Guarda, no. Se li avessi avuti te li avrei ficcati a forza nei bulbi.” Katsuki si tirò un pugno nella mano aperta “Per poi farteli neri subito dopo.”
“Se vuoi… possiamo fare uno scambio…” le labbra della creatura si allargarono nel sorriso agghiacciante di prima, ed il suo corpo prese ad essere scosso da tremori orripilanti “… se vuoi i miei occhi… io mi prenderò i tuoi…”
Katsuki, rendendosi conto di come quell’altra avesse appena ignorato la sua ultima frase, sospirò rassegnata. Poi guardò l’interlocutrice con sguardo affilato “Va bene. Vieniteli a prendere.”
Il sorriso della creatura si allargò di più e i denti bianchissimi all’interno della sua bocca s’allungarono esponenzialmente, diventando affilati come quelli di uno squalo. Poi, durante un urlo agghiacciante che pareva il coro di più voci messe assieme, la schiena della Manifestazione esplose in pezzi di stoffa e sangue nero, facendo uscire quattro paia di gigantesche zampe di tarantola marroni e nere, lunghissime e pelose.
Quelle stesse la sollevarono di qualche centimetro da terra, quando si appoggiarono al suolo.
Poi il mostro mosse le gigantesche zampe verso la ragazza, con le braccia tese e gridando come un’ossessa.
“Ah… tutta quella fatica per rimettersi a posto andata a farsi benedire…” Katsuki a volte non sapeva proprio che cosa ci trovassero di utile le Manifestazioni, quando distruggevano il loro corpo più o meno umano per trasformarsi in opere d’arte moderna.
La Manifestazione, intanto, si trovava a pochissimi centimetri di distanza dalla giovane, che lasciò quella cosa avvicinarsi ancora un po’.
Poi, un pugno raggiunse il fianco della ragazzina dalla pelle blu, che emise un lamento strozzato.
Il primo pugno fu subito accompagnato da un secondo, che la colpì in pancia, e poi da un terzo, che le deformò la faccia orribilmente.
Poi ne arrivò un altro ancora.
E un altro.
E un alt- insomma: Katsuki tempestò la mostruosità lì davanti con una raffica di pugni talmente rapidi e violenti da far quasi sembrare che avesse infinitamente più braccia invece che solo due. Dopo un po’ si fermò, lasciando che il corpo del nemico si afflosciasse appena – le zampe da ragno, tremolanti, minacciavano di cedere da un momento all’altro – gonfio come un palloncino e ricoperto di lividi. Quindi strinse il pugno destro e cominciò a caricare un montante.
Le fiamme azzurre avvolsero il suo corpo.
“Buon viaggio.” Sibilò l’Esorcista.
Quindi colpì la Manifestazione sotto al mento con un colpo così violento da scagliarla verso l’alto. La creatura urlò di dolore e di sconfitta e poi, quando fu perfettamente bloccata a mezz’aria, alcuni raggi di luce cominciarono a fuoriuscire dal suo corpo, come lance che venivano scagliate contro di lei da ogni direzione. Infine, esplose in un miasma di luce e fiamme azzurre, che illuminò per qualche secondo a giorno quel piccolo quartiere di periferia.
Katsuki restò a guardare verso l’alto per un po’, mentre alcuni frammenti del vestito e pezzi delle zampe della tarantola si sgretolavano mentre precipitavano al suolo, senza nemmeno raggiungerlo.
Quando del mostro non fu rimasto più nulla, sospirò soddisfatta “Bene, e ci siamo levati dalle palle anche questa seccatura.”
Rapida, si rovistò in tasca “Ad ogni modo: ehi, vecchiaccio! Sarebbe così gentile da-” ma fu solo abbastanza veloce da riuscire a tirare fuori il cellulare, indicarlo e voltarsi verso la casa dell’uomo che la Manifestazione aveva tentato di freddare.
Appena in tempo per vedere quello che chiudeva la porta in fretta e furia, bloccandola dall’interno.
Katsuki sbuffò, ficcandosi di nuovo il telefono in tasca “Ingrato del cazzo.”
Non lo biasimò comunque più di tanto.
In fin dei conti, chi avrebbe più voluto uscire di casa dopo un’esperienza simile?
Sentendo poi un piccolo lamento – simile a quello di una persona che sta facendo di tutto per trattenere il fiato – si voltò verso l’origine del suono, spazientita “Te invece vedi d’evitare di far schifo e tieniti ciò che hai mangiato a cena nello stomaco, intesi?”
 
Appoggiato contro ad una macchina parcheggiata vicino al marciapiede, con un braccio attorno allo stomaco e la carnagione più pallida di quella di un morto, Satoshi aveva le guance gonfie ed una luce implorante negli occhi verdi. Per quell’occasione, aveva optato per un abbigliamento comodo come un paio di pantaloni della tuta ed una felpa con cappuccio nera, così se doveva darsela a gambe poteva farlo al massimo delle sue potenzialità.
Purtroppo, contrariamente alle sue aspettative, quando il primo fanta- Manifestazione, così Katsuki voleva che chiamasse i mostri – era apparso, a differenza di quello che era successo con la Presenza dell’Aula d’Arte, si era congelato sul posto con gli occhi sgranati, quasi poco prima ancora non fosse convinto che quelle cose esistessero e, quell'ennesima prova, l’avesse del tutto destabilizzato.
Fortunatamente Katsuki, al suo fianco, gli aveva esortato a starsene buono indietro mentre lei andava ad occuparsi del ‘parassita’ – anche chiamarli così andava bene alla ragazza – e così non aveva dovuto costringersi a sorbirsi da vicino un’altra visione raccapricciante.
Quando però quella cosa a forma di ragazzina gothic lolita aveva fatto spuntare quelle zampacce da ragno da dietro la schiena, non ce l’aveva più fatta e il suo stomaco aveva cominciato a fare Breakdance dentro di lui. Ci erano volute preghiere verso i Kami, Dio e Allah probabilmente per evitare che la cena finisse sull’asfalto. Non era un aracnofobico, ma preferiva quando le zampe di una tarantola stavano attaccate, appunto, ad una tarantola, e non quando fuoriuscivano dalla schiena di una ragazzina.
La minaccia della compagna di classe lo esortò comunque a buttar giù tutto quanto. Non voleva un altro pugno in testa “N-no, scusami. S-sto bene. Uff… sto bene, davvero.”
La ragazza lo guardò, poco convinta.
Poi sospirò rassegnata “Forse avrei dovuto dirti di non mangiare troppo. Avrei dovuto prevederlo…”
“Questa sera la mamma ha fatto il curry.” Rispose Satoshi, serissimo, come Katsuki non lo aveva mai visto prima “Non ti avrei ascoltata nemmeno sotto minaccia.”
Quella incrociò le braccia, osservandolo con sguardo di rimprovero.
“Beh, non hai piatti preferiti tu?”
“Adoro saziarmi delle lacrime dei mostri che distruggo.”
“Già. Scemo io che ho pure chiesto…” Satoshi si sbatté una mano sulla fronte.
Dopo qualche secondo, tuttavia, si fece pensieroso guardando un punto imprecisato verso il nulla.
“Ehi, Ryoshi, che ti prende?” Katsuki inarcò un sopracciglio “Hai avuto quell’espressione preoccupata per tutto il tempo. Cazzo andiamo, siamo solo al primo! La notte è ancora lunga, cosa credi.”
“S-scusami hai ragioancora lunga?” Satoshi la guardò interdetto “Ma per quanto hai intenzione di portarmi in giro a caccia di fanta- Manifestazioni?”
“Uhm…” la ragazza si era portata una mano sotto al mento “Beh, considerato che domani è sabato e non si va a scuola, possiamo anche starcene in giro fino alle due di notte.” Lo guardò con un sorrisetto beffardo “Oh andiamo: il grande signor ‘voglio affrontare le mie paure’ è già disposto a gettare la spugna così presto? Non posso dire d’essere delusa, però…”
“Ma io dico: non si potrebbe proseguire con un po’ più di calma?”
“Le mezze misure sono solo per le mezze seghe, da dove arrivo io.” Rispose duramente quell’altra.
Satoshi rimase in silenzio per un po’, a guardarla negli occhi.
Poi aggrottò le sopracciglia “Più secondi passo assieme a te e più mi pento della decisione che ho preso.”
“Scemo tu che ancora non avevi capito in cosa andavi incontro.” Ribatté l’altra, calma.
Satoshi la guardò ancora per un po’ risentito, poi sospirò rassegnato.
Tanto, dopo quella cosa di prima non avrebbe comunque dormito quella notte.
Poteva guardare sempre il lato positivo: non era ancora scoppiato in lacrime! Forse era troppo lontano per vedere troppi particolari che lo avrebbero spezzato, ma dettagli.
“Comunque, non era per me che ero in pensiero(ormai…).” Spiegò il ragazzo “Ma per Kurumi. Ci conosciamo dal kindergarten e mi dispiace averlo tenuto all’oscuro di tutto (benché sia stato lui a non voler sentire spiegazioni). Inoltre, sono un po’ preoccupato per Tsumiki e Saeko: sei assolutamente sicura che non corrano alcun rischio?”
Sotto lo sguardo speranzoso da cagnolino del ragazzo, l’altra sospirò e si portò una mano sulla fronte, rispondendo con un tono più conciliante “Ah… non preoccuparti. L’altro moccioso sarà andato a casa a fare cose che i ragazzi della tua età a casa da soli, a quest’ora, di solito fanno.”
“… giocare ai videogiochi?”
“Anche.” Decise di non voler rovinare l’innocenza di quel ragazzo, per il momento “per quanto riguarda quella cazzata della catena, non devi assolutamente preoccuparti: credi davvero che io non sia stata preparata a riconoscere una vera minaccia quando ne vedo una? Le catene maledette sono solo dei placebo, non sarebbero nemmeno in grado di raccogliere abbastanza ‘Eco’ per formare l’atomo di una Manifestazione.”
Satoshi si mise a rimuginare.
Mentre partivano dal luogo di ritrovo – dopo uno scappellotto non proprio lieve per aver raggiunto Katsuki con tre minuti di ritardo – la ragazza, che a quanto pare aveva voglia di parlare quella sera, aveva spiegato meglio come i mostri funzionavano: erano creature che si formavano letteralmente basandosi su quanto una persona credeva fermamente in una determinata leggenda metropolitana. E più persone ci credevano, più la Manifestazione era potente e pericolosa. La cosa terribile era che bastavano poco più di una decina di persone che credevano tutte in una stessa Manifestazione perché quella apparisse.
Da lì, l’esistenza dell’Eco, ovvero l’energia invisibile che permette ai mostri di, appunto, manifestarsi.
Tuttavia, le catene sembravano non funzionare affatto: c’era stato un unico caso, risalente addirittura al Periodo Edo, dove uno stregone aveva scatenato un mostro contro ad un daimyo inviando una pergamena con terribili parole di minaccia ad ogni samurai sotto il comando di quest’ultimo, ma da lì in poi più nessuna catena simile sembrava aver avuto effetto.
Magari perché nessuno ci aveva mai creduto fermamente, a quel tipo di maledizioni.
Satoshi sorrise, un pochettino più sereno “S-scusami per come si è comportata Tsumiki oggi. È un po’ strana, ma ti assicuro che è una brava persona!”
Puah! Credi davvero che ne sia rimasta così impressionata?” la ragazza incrociò le braccia e gonfiò il petto tutta tronfia “Sono in stage all’interno di un’agenzia che si occupa dello sterminio di mostri fantasmagorici. Credi davvero che una fujoshi mancata possa sorprendermi? Non hai idea di che cosa voglia dire ‘gente strana’ se prima non passi una giornata in mezzo ad alcuni elementi di mia conoscenza” Puntò lo sguardo verso destra con un’espressione che era un misto tra il disgusto e il fastidio “tra cui anche i miei genitori.”
Satoshi ridacchiò “Non mi sorprende più di tanto! Il carattere di Amano-san non è così comune, in fin dei conti!”
“Di un po’” Katsuki afferrò la testa del ragazzo, cominciando a scuoterla leggermente, sempre però con il sorriso sulle labbra “dovrei veramente elencare tutti i motivi per i quali dovresti essere internato al più presto, Kintoshi?”
“Sempre Satoshi, comunque.”
Rimase sorridente: Katsuki era veramente una continua vagonata di sorprese, anche dopo quella dell’essere un’Esorcista. Inizialmente, era convinto si trattasse solo della tipica ragazzaccia criminale che pensava solo a pestare le persone che la guardavano storto. O a pestare le persone e basta.
E sicuramente buona parte del suo carattere si basava su quello. Inoltre, per il poco tempo che la conosceva, si era dimostrata rozza, maleducata, manesca e con la capacità di dire più parolacce di tutti gli operai sottopagati di una fabbrica messi assieme. Eppure, per il poco tempo che avevano interagito, si era dimostrata più di una volta di buona compagnia, anche disposta a scherzare o a consolarlo (a modo suo). Satoshi, in un certo senso, sentiva che il muro che si era venuto a creare il primo giorno che si erano visti, stava già cominciando a sgretolarsi. Ed in così poco tempo, per giunta! Non poteva dire di non esserne felice.
L’unica cosa su cui quell’altra doveva lavorare era azzeccare il suo nome.
Ma temeva che per quello ci sarebbe voluto molto più tempo del previsto.  
Mentre rimuginava – e cercava di far fronte alla nausea portata dalla testa che continuava ad essere scossa – il ragazzo sentì il cellulare nella tasca dei pantaloni vibrare. Katsuki fermò la mano, senza allontanarla dai capelli del ragazzo e lo guardò mentre abbassava lo sguardo sul piccolo schermo facendosi illuminare il volto. Inarcò le sopracciglia “Oh! E’ Kurumi! Che tempismo.”
“Caspita… siete proprio ossessionati l’uno dall’altro, porca miseria.”
“Potresti evitare, per favore?” Satoshi sbuffò spazientito, premendo il tasto per rispondere alla chiamata.
L’altra ridacchiò, lasciando la testa dell’interlocutore e rificcandosi le mani in tasca.
Satoshi avvicinò l’orecchio al telefono “Rumi-kun? Cosa ti porta a chiamarmi a quest’ora? Se si tratta dei compiti, te li posso passare domani? Non ho l’agenda sotto gli occhi, al momento…”
T-Toshi… è in casa mia…” disse l’amico dall’altro capo del telefono, con un filo di voce.
Come l’espressione di Satoshi si fece improvvisamente più tesa, Katsuki smise immediatamente di sorridere.
“Rumi-kun, che succede? Va tutto bene?”
 
“No che non va tutto bene, porca puttana!” sibilò il ragazzo al telefono, con diversi rivoli di sudore che gli correvano lungo la fronte e i denti talmente stretti tra loro da far quasi male.
Si trovava accovacciato contro al muro che separava la cucina dal salotto, vicino alla porta che dava sul divano piazzato davanti alla televisione. In casa era tutto buio, soprattutto perché pareva quasi che l’elettricità lì dentro non fosse mai esistita. Le luci non funzionavano e nemmeno il telefono. L’unico modo che Kurumi aveva di comunicare con il mondo esterno era tramite quel telefonino, ma anche in quel caso temeva di star correndo dei rischi troppo grandi.
Se… se quello lo avesse sentito, non aveva idea di che cosa gli sarebbe capitato.
M-mi stai spaventando. Ti prego, dimmi che cosa sta succedendo.” La voce di Satoshi, dall’altro capo.
“N-non posso. N-non” Deglutì rumorosamente “nemmeno io ho idea di cosa stia succedendo. Ma ti posso garantire che non è nulla di buono.”
Cazzo Rumi-kun! Devo chiamare la polizia?!
Il ragazzo s’abbandonò ad una risatina nervosa “Credimi… temo che la polizia potrebbe fare molto poco, in una situazione come questa.”
Si bloccò: un ronzio, simile a quello di una lampada al neon, si stava facendo sempre più forte.
Merda! Quella cosa si stava avvicinando!
Smise di parlare e pregò di essere riuscito a coprire abbastanza il microfono, per evitare che la voce di Satoshi, che adesso stava chiamando il suo nome in preda alla preoccupazione più sfrenata, potesse attirare attenzioni indesiderate.
Dalla fessura della porta della cucina semichiusa, Kurumi vide come il soggiorno, molto lentamente, cominciava ad illuminarsi di rosso, come se qualcuno stesse tenendo in mano una grossa lanterna con una lampadina sanguigna. Tuttavia, il fulcro di quella luce non era una lanterna.
Lo intravide, in mezzo a tutta quella luce rossa: un corpo mastodontico, dalle braccia e gambe lunghissime, così alto che doveva rimanere con la schiena piegata ovunque andasse.
La creatura era intenta a guardarsi attorno, probabilmente nell’atto di cercarlo.
Ad ogni cambio di direzione, emetteva un suono agghiacciante, simile alla risatina di una bambola elettronica con il microfono usurato.
Kurumi rimase in silenzio, con la mano tappata sulla bocca e un dito che copriva il microfono, trovandosi a pregare qualsiasi cosa di esistente che quel colosso non andasse a cercarlo in cucina. Fortunatamente, il rumore del neon cominciò ad affievolirsi, assieme alla luce rossa, e poté sentire la risata del mostro più lontana.
Dopo un sospiro di sollievo, Kurumi tornò a parlare al telefono “Ascoltami bene, non so se sopravvivrò a questa notte. Ti ho chiamato solo per farti promettere una cosa. ..”
 
… quando sarò morto, ti prego, vai a casa mia...” Breve pausa d’effetto “… e cancella tutta la cronologia del mio computer.
“Rumi-kun, no! La cancellerai tu la cronologia, mi hai sentito!?” Satoshi adesso era terribilmente in apprensione “Rumi-kun! RUMI-KUN!”
Ma era troppo tardi, ormai: il telefono suonava già libero.
Satoshi alzò lo sguardo quasi piangente verso Katsuki.
“Tiroshi, dove abita il tuo amico?” gli chiese l’altra, senza perdere nemmeno un secondo.
 
[…]
 
“Merda. Cazzo. Merda…”
Kurumi non avrebbe voluto chiudere la chiamata così in fretta. Avrebbe preferito avere qualcuno con cui parlare, almeno per smorzare la tensione. Era un pensiero un po’ banale in faccia a quello che stava accadendo, ma in quel momento non avrebbe assolutamente voluto rimanere da solo.
Aveva il sospetto, tuttavia, che se fosse rimasto per troppo tempo attaccato al telefono, prima o poi quella cosa che s’aggirava per i corridoi di casa sua l’avrebbe sicuramente trovato. Era già stato fortunato prima, quando si era voltato appena in tempo per vedere quel mostro uscire dallo schermo del monitor e, dopo un breve momento di smarrimento, era riuscito a fuggire fuori da camera sua per poi rifugiarsi da qualche parte a chiamare Satoshi.
Dannazione, ma che cosa diavolo era successo?
Stava per caso vivendo un delirio?
Si era addormentato guardando qualche gameplay di un qualche gioco di paura?
Le sue certezze erano state leggermente annientate dopo quella visione da incubo che adesso gli stava dando la caccia, ma una ancora rimaneva: non poteva farsi prendere. Deglutì a vuoto, spiando bene dalla fessura della porta. Per qualche motivo non sentiva assolutamente nulla, come se qualunque cosa fosse entrata in casa sua adesso se ne fosse andata, ma non si fidava lo stesso. Era sicuro però che, almeno per il momento, quella cosa non si trovasse nel salotto.
La luce rossa, fortunatamente, avrebbe preannunciato il suo arrivo.
Fece capolino con la testa dalla cucina, guardandosi intorno. I suoi occhi finirono sulla porta di casa.
“Cazzo… l’avranno lasciata aperta o chiusa prima di uscire? Porca miseria, non me lo ricordo…” fottuto lui e la sua mente distratta. Non che non sapesse dove fossero le chiavi di casa, ma sicuramente avrebbe perso meno tempo con la porta già aperta.
Valeva davvero la pena tentare? Aveva provato a chiamare Satoshi e, per quanto sapesse non sarebbe servito a nulla, sperava veramente sarebbero arrivati i poliziotti. Cinicamente, pensò che sarebbero stati un’ottima distrazione che gli avrebbe permesso di darsela a gambe.
Beh? Meglio loro che lui, porca miseria.
Non giudicate.
Decise comunque, onde evitare di farsi troppe false speranze, di provare a scappare per conto proprio. Dalla porta della cucina a quella dell’uscio non c’era troppa distanza e se correva ce la poteva fare. Avrebbe anche inavvertitamente attirato l’attenzione della cosa, ma se non altro non sarebbe più rimasto chiuso dentro quel posto assieme a lei.
Per precauzione, comunque, tornò indietro e, dopo aver aperto un mobile con molta calma per non far rumore, afferrò un grosso coltellaccio. Non sapeva dire quanto sarebbe servito contro il mostro, ma tanto valeva avere qualcosa con cui difendersi, no?
E poi, pian piano, aprì la porta della cucina, guardandosi attorno circospetto.
Aprì un po’di più.
La porta emise un leggero cigolio.
E dal piano di sopra provenne una risatina ed un rumore di passi pesantissimi e molto concitati.
Kurumi sentì il cuore in gola “CAZZO!”
Mise le ali ai piedi e corse verso l’uscio.
Le risate si fecero vicinissime.
Ormai era a metà strada.
La luce rossa illuminò l’ambiente che lo circondava, come il fanale di una macchina che passava lì vicino.
Non si voltò per vedere la creatura sempre più vicina.
Mancava poco, mancava poco!
Sorrise vittorioso, quando riuscì a tendere la mano ed a sfiorare il pomello.
E quello fu tutto ciò che riuscì a fare, prima che una presa ferrea e dolorosa stritolasse la sua gamba destra.
La speranza scivolò via dalla sua mano, così come la sua pancia scivolò sul pavimento di legno lucido dopo essere stato tirato indietro con una forza immane, quando il mostro lo fece inciampare e sbattere con il muso in terra. Ripresosi, Kurumi scosse la testa masticando un’imprecazione, poi alzò lentamente lo sguardo in avanti. Non era particolarmente emotivo e preferiva tenersi tutto dentro quando era spaventato.
Ma vedendo meglio quell’aberrazione che in natura non dovrebbe nemmeno esistere, si rese conto che la sua faccia doveva essere diventata la maschera del terrore più puro: un energumeno alto, troppo alto per essere un uomo, e che tuttavia aveva tratti vagaemente umanoidi. Lunghe braccia e gambe esili, quasi scheletriche, ricoperte da una pelle rosata e rugosa come il resto del corpo nudo, che sembrava così fuori posto addosso a quel mostro da ricordare un serial killer vestito con la quella scorticata dal corpo della vittima. Artigli scuri come l’ossidiana e affilati come que1lli di un rapace si trovavano alla fine delle lunghe dita delle mani, le quali flettevano come serpenti. Lunghissimi capelli neri, che quasi sfioravano il suolo, scendevano dalla testa come una cascata di oscurità. Intorno al suo corpo, una luce rossa e sanguigna, talmente intensa da illuminare tutto l’ambiente come un semaforo gigantesco.
Kurumi cominciò a tremare sul serio, quando la faccia del mostro andò a puntare lentamente verso di lui.
O almeno, avrebbe voluto dire ‘faccia’, se questa non fosse stata coperta da una terrificante maschera circolare bianca ed insanguinata, con due buchini posti dove avrebbero dovuto esserci gli occhi ed un sottile foro un po’ più lungo che formava un grottesco sorriso al posto della bocca.
La bocca, quella vera, il ragazzo la poteva comunque vedere benissimo, viste le dimensioni tanto grandi che nemmeno la maschera che copriva tutto il volto poteva coprirla, piegata a sua volta verso l’alto in un sorriso malato e irta di piccoli dentini bianchi, come quelli di un piranha.
Come non fosse impazzito lì sul posto dopo che la sua mente fu posta di fronte ad una cosa simile, Kurumi non lo avrebbe mai e poi mai scoperto.
Non servì a molto fuggire, visto che al mostro bastò un rapido scatto in avanti senza nemmeno muovere le gambe per afferrarlo da una gamba e tirarlo su da terra come una carogna di lepre. Kurumi rimase a penzolare a testa in giù e per poco non perse presa sul coltello che, fortunatamente, afferrò al volo prima che fosse troppo lontano.
Il mostro, molto lentamente, avvicinò il suo volto a quello del ragazzo, ridacchiando come faceva prima.
Quello rimase ad occhi sbarrati, terrorizzato.
Poi, con la stessa voce che sembrava provenire da un microfono usurato, il mostro domandò “Ti piace la camera rossa…?
“V-vai…” Kurumi strinse i denti e, con rinnovato fervore, sollevò la lama che reggeva nella mano destra “VAI A FARTI FOTTERE!” se doveva morire, non l’avrebbe fatto senza prima combattere!
Quando però la lama entrò nella carne del braccio del mostro – che si rivelò morbida come il burro – dalla ferita non uscì nemmeno del sangue. Il ragazzo comprese di non aver più speranze quando la creatura, come un bambino incuriosito, voltò appena lo sguardo verso il coltello che sporgeva dal suo corpo. Sollevò l’altro braccio ed afferrò il manico dell’oggetto, sfilandolo come nulla fosse dalla ferita – che si richiuse talmente veloce che parve quasi non si fosse mai aperta – e gettandolo a terra. Poi, tornando a guardare la vittima, riprese a ridacchiare, tendendo bene le dita della mano con cui aveva preso il coltello.   
Con sommo terrore, Kurumi vide come quelle stesse dita mutassero orribilmente, trasformandosi una dopo l’altra in una perfetta coppia del coltello da cucina di prima.
Per la prima volta da quando lo aveva fatto l’ultima, ovvero dopo il finale di ‘Your Lie in April’ – non lo avrebbe raccontato mai a NESSUNO, nemmeno a Satoshi – pianse come un moccioso.
Quando il mostro, sempre ridendo sadicamente, sollevò la mano irta di artigli-coltello, pronta per colpire, il ragazzo accettò il suo destino e si lasciò letteralmente andare con le braccia molli.
Per poi ritrovarsi nuovamente a terra, accartocciato su se stesso e con le parti intime pericolosamente vicine al viso (non credeva di essere così flessibile!) e tutto anchilosato.
Il mostro aveva mollato la presa.
Perché?
Con un lamento dolorante, il ragazzo aprì piano gli occhi, trovandosi davanti una scena piuttosto bizzarra.
Ed al contrario, oltretutto.
Quindi, dopo essersi rimesso comodo, poté studiare meglio lo spettacolo che aveva di fronte: la nuova studentessa, quella con la faccia da bullo, si trovava a fianco del mostro dopo averlo colpito con un pugno guantato di nero allo stomaco.
Quello aveva smesso di ridere e si era piegato appena in avanti dolorante.
In effetti, a giudicare dalla forma che la pancia nuda della creatura aveva preso dopo l’attacco, sembrava parecchio doloroso.
Quindi Kurumi tornò al discorso di prima: era per caso un bizzarro sogno, quello?
Uno di quelli che si hanno dopo aver mangiato veramente pesante?
Cosa cazzo stava succedendo?
 
Katsuki sollevò appena lo sguardo verso il mostro, aggrottando le sopracciglia.
“Che maschera di merda, porca puttana…” mormorò poi, con il tono di chi non ha alcuna voglia di scherzare.
Il mostro emise un lamento furioso e allungò una mano tentando di afferrare la giovane.
Quella fu più rapida e, senza troppi complimenti, fece scattare il braccio e afferrò la maschera del nemico, infilando le dita nei fori oculari e nella bocca. Quindi tirò fortissimo all’indietro.
Kurumi vide poco dopo quel gigantesco mostro volare contro al divano del salotto, poco dopo aver sentito il rumore di un elastico che si rompeva violentemente. Lo schianto fece ribaltare il mostro e il sofà assieme e la creatura scomparve per un po’ dalla vista dei presenti, con solo la mano dalle dita a forma di coltello ancora visibile. Non si mosse più.
La ragazza restò ferma ad osservare la maschera sorridente che le era rimasta in mano, girandosela tra le dita. Dopo uno sbuffo infastidito, se la buttò alle spalle.
Quindi, si voltò verso Kurumi a braccia conserte, il quale ricambiò lo sguardo “Sei per caso ferito cocco?”
Ancora un po’ scosso, il ragazzo scosse la testa.
“Allora tirati su e datti una pulita alla faccia. Devo già occuparmi di un ragazzo piangente qua.” si lamentò la giovane, distogliendo lo sguardo infastidita.
Lievemente imbarazzato, Kurumi si asciugò le lacrime e si alzò in piedi.
“T-tu sei… Katsuki Amano.”
“Sì, ultimamente mi chiamo così.” Fece la ragazza, alzando gli occhi al cielo.
Capendo di star venendo preso per il culo, il ragazzo s’imbronciò non poco “Oi, che è sto tono da stronza? Sono ancora un po’ scosso, se permetti” indicò il mostro, ancora privo di sensi dietro al divano ribaltato “non capita tutti i giorni di essere quasi ammazzato da un serial killer sotto steroidi, non credi?”
“Uh, questo qua morde, eh?” Katsuki ghignò divertita ed un po’ ammirata “la mamma non ti ha mai insegnato a comportarti educatamente con chi ti ha appena salvato la vita?”
Kurumi affilò lo sguardo, ma decise di lasciar perdere con un sospiro.
Non valeva la pena litigare, ed inoltre quella lì aveva ragione: non fosse stato per lei, avrebbe fatto la stessa fine di un suino in una macelleria.
Tuttavia, dopo un po’, domandò curioso “Ma tu come hai fatto a trovarmi?”
“Ero assieme al tuo amico fifone, quando lo hai chiamato” la ragazza era tornata seria “sei stato molto fortunato. Se non fossimo stati in zona – e se la porte fosse stata chiusa – temo che sarebbe stato troppo tardi per te.”
Non gli andava di fare polemiche sull’efficienza del salvataggio. Dato che si era dato per morto già prima – ancora la sua mente non aveva accettato l’essere riuscito a spuntarla – andava bene così.
Tuttavia si guardò attorno, confuso “Ma… Toshi dov’è?”
Al che la giovane sbuffò infastidita, puntando col pollice guantato la porta di casa spalancata “E’ qua dietro. Quando ha visto il mostro non è riuscito a trattenersi ed ha dovuto fermarsi per sbrattare.” Sospirò rassegnata “Spero che ai tuoi non dia troppo fastidio il regalino del tuo compare.”
Adesso che ci faceva caso, poteva sentire qualcuno che rigurgitava violentemente lì fuori. D’improvviso pensò all’angoscia universale di Satoshi provata per le cose paurose e gli dispiacque non poco, comprendendo perfettamente la reazione dell’amico.
“Che schifo.” affermò comunque, con un’espressione disgustata.
“S-sto bene! Sto bene, ci sono.” La voce dell’altro ragazzo si fece finalmente sentire, e lo stesso entrò in casa, bianco come un lenzuolo e pulendosi la bocca con la manica della felpa.
“Hai finito?” domandò Katsuki, guardandolo con sdegno.
“Oh andiamo! Mi sono pure messo da parte!” si lamentò il ragazzino, imbronciato.
Per poi portarsi una mano allo stomaco dolorante con un lamento.
“Toshi-kun” Kurumi aveva già sorvolato sul fatto che l’amico gli avesse appena riverniciato casa “che cosa diavolo sta succedendo?” aggrottò poi lo sguardo “ e soprattutto, che cosa sta ci fai assieme ad una ragazza a quest’ora?”
“D-dunque…”
E Satoshi si sarebbe anche spiegato, se non fosse intervenut quell’altra senza il minimo consenso “Lo sto semplicemente facendo diventare un uomo.”
Kurumi, che si era voltato verso la ragazza, sbatté un paio di volte le palpebre e si voltò lentamente verso l’amico. Quello, rosso in viso come non lo era mai stato, la puntò col dito “NON PUOI DIRMI CHE ADESSO NON LO STAI FACENDO APPOSTA!”
Katsuki ghignò come una perfetta stronza.
“Sinceramente non vedo cosa possa esserci di male, davvero!” Kurumi guardò l’amico a braccia incrociate, rilassato “E’ solo un po’ strano. Non avrei mai pensato che il tuo tipo fosse rozzo, maleducato ed estremamente manesco.”
Katsuki si portò i pugni ai fianchi e commentò, piccata “Di grazia?”
“Rumi-kun, sul serio. Vorrei fosse così semplice, ma…”
“Non neghi che ti piacerebbe, dunque!” Kurumi sorrise sornione.
“CONCENTRATI! Non è il momento di fare il malizioso (perché è l’unica emozione che esprimi facilmente oltre al fastidio, maledizione!?)” Satoshi aveva afferrato per le spalle l’altro ragazzo, rossissimo in viso. Per scopo informativo, comunque, non negò nemmeno quella volta “Ascolta, ti spiegherò tutto, ma adesso dobbiamo andarcene prima che-”
“…camera rossa?” iL sibilo fece voltare le tre paia di occhi dei ragazzi verso il divano.
“…appunto.” Satoshi era già sbiancato.
La creatura con la voce da bambola rotta si era rialzata in piedi, in tutta la sua altezza. Il suo corpo, che dopo il volo e la perdita di sensi aveva smesso di emettere luce, rilluminò tutta la stanza con il colore del sangue. Inoltre, se prima con la maschera faceva paura, entrambi i ragazzi avrebbero preferito rifilargliela nuovamente, piuttosto che vedere quei due grossi buchi profondi e neri sopra alla bocca irta di denti aguzzi. Sembrava una creatura aliena venuta fuori da un qualche film horror scadente.
Peccato che si trovasse esattamente davanti a loro e non si trattasse di un povero stronzo in costume.
Satoshi e Kurumi si strinsero a vicenda con un urlo di terrore, quando la mostruosità scattò verso di loro a fauci spalancate e con la mano dei coltelli ben tesi, pronta per scuoiarli.
Fortunatamente non erano soli.
Katsuki si frappose tra la creatura e i compagni di classe, alzando le braccia e spalancando le mani, fermando la mano della Manifestazione.
“AMANO-SAN!” gridarono entrambi visto che la ragazza, per salvarli, non aveva tenuto conto di un particolare: l’afferrare dei coltelli di quelle dimensioni, spinti ad una tale velocità e forza, non era  una buona idea. Infatti, i guanti si erano già strappati e le mani avevano già cominciato a gocciolare sangue sul pavimento.
“T-tutto bene?” domandò innocentemente Satoshi.
“Una favola, guarda!” si voltò appena verso di lui con stizza “questo solo perché voi due imbecilli vi siete distratti a parlare di cose completamente inutili! Se non fossi stata qui, adesso sareste già CAZZO!” esclamò, dolorante, e fu costretta ad appoggiare un ginocchio a terra.
Il mostro, con una risata terribile, aveva fatto più pressione su di lei, aumentando il dolore delle ferite sulle mani. Il suo sorriso pareva essersi fatto ancora più agghiacciante e sadico.
A quel punto, Satoshi decise di intervenire.
“… no non ce la posso fare.” O l’avrebbe fatto, se non fosse stato per il mal di stomaco che si ripresentò prepotentemente dopo aver riguardato bene il mostro, costringendolo a portarsi una mano alla bocca ed una sulla pancia.
Pochi secondi dopo, era già di nuovo fuori dalla casa a rimettere.
“MA FAI SUL SERIO!? Guarda che poi pulisci tu, eh!” si lamentò il padrone di casa.
Ma dopo esser tornato a guardare la situazione di Katsuki, si rese conto che benché avesse ripreso l’amico, non era che anche lui potesse fare veramente qualcosa per dare una mano alla ragazza.
Strinse i denti, preoccupato: era davvero finita cos-
“Brutto bastardo…” all’improvviso, il corpo della giovane fu avvolto da un’aura di fiamme azzurre, talmente intensa da inghiottire la luce rossa emessa dal corpo dell’avversario.
Avversario che smise di sorridere, non appena l’altra puntò due occhi accesi da una rabbia incandescente sulla sua faccia “… questa me la paghi.”
Dopo quel sibilo, Katsuki tolse le mani dai coltelli ed afferrò il braccio del mostro, spingendolo verso il basso e incastrando per bene le lame – tutte e cinque – nel pavimento.
L’essere emise un lamento furioso, per poi cominciare a strattonare il braccio furentemente cercando di liberare la mano da terra, ovviamente senza successo. Le lame erano entrate quasi per metà.
Poco dopo, la creatura sollevò lo sguardo solo appena in tempo per vedere la nemica che, con un balzo, stava per atterrare sulla sua faccia con un cazzotto caricato fin dietro la schiena ed avvolto da quella stessa aura azzurra “HAI IDEA DI QUANTO CAZZO COSTANO QUESTI GUANTI, BRUTTO STRONZOOOO!?”
Il pugno fu così forte che quasi la testa del mostro volò via. Inoltre, come se non bastasse, Katsuki si spinse così in avanti da far piegare a quest’ultimo la schiena fin dietro come un contorsionista. Le fiamme azzurre avvolsero la creatura e s’innalzarono in una colonna azzurra che andò fin verso il soffitto dove, con la gratitudine di Kurumi (chi lo avrebbe spiegato ai suoi altrimenti?) non lasciarono alcuna traccia di bruciatura.
Quando le fiamme si furono estinte, rimase solamente la ragazza, con le mani strette a pungo ancora sanguinanti, le braccia lungo i fianchi ed alcuni filamenti di fumo che, sinuosamente, s’innalzavano dal suo corpo. Quello della creatura invece, ora irrimediabilmente immobile, prese a sgretolarsi.
“T-Toshi-kun?” domandò Kurumi, voltandosi verso l’amico che finalmente era rientrato in casa – pulendosi la bocca, ovviamente – appena in tempo per vedere la fine dello scontro “Era questo che intendevi con ‘difficile da spiegare’?”
Il ragazzino, dopo aver preso un bel sospiro, si voltò verso l’amico con un sorrisetto nervoso “Beh, sì. Questa è solo un’infarinatura, però.”
Davanti a loro, Katsuki sospirò pesantemente e chiuse gli occhi.
“Ora… se uno di voi… molto gentilmente…”
Sembrava calma, ma gli altri due presenti sentirono un brivido lungo la schiena.
“Potesse andare a preNDERE DELLE CAZZO DI BENDE PER QUESTE FERITE-”
Non aveva ancora finito la frase che quei due si erano già volatilizzati.
Ancora più velocemente rispetto a come il mostro appena sconfitto stava scomparendo.

 
PICCOLA LEZIONE DI STORIA (più o meno... in realtà no): la leggenda della camera rossa esiste veramente, ed è molto inquietante: fondamentalmente, parla di una ragazza che stando al computer (esattamente come Rumi) continua ad essere infastidita da una strana paginetta che continua ad apparire sullo schermi: una schermata di dialogo su sfondo rosso che recita 'ti piace?'. La pagina continua a riapparire, sempre più frequentemente, finché non riappare un'ultima volta, recitando 'Ti piace la camera rossa?'
E da lì tutto come prima, e si scopre che era solo un virus e baci e abbracci.
... SE! Magari! Il giorno dopo la giovane viene trovata brutalmente squartata in camera sua, con le pareti della camera ricoperte da enormi chiazze del suo sangue.
In altre parole, anche se la camera rossa, in effetti, non ti piace: te la becchi comunque. 
la cosa più raccapricciante di sta leggenda è che va completamente a caso: non c'è un luogo da evitare, o una persona da non considerare. Sto popup appare, e fine. Molto probabilmente sei già condannato appena succede. L'entità non ha una forma vera e propria, ma io ho deciso di dargliela, in modo che Katsuki potesse massacrarla di botte ^^
Ah, quella degli occhi l'ho completamente inventata a caso, ma siamo seri: i fantasmi giapponesi perdono sempre qualche arto o organo importante, e probabile che io abbia inavvertitamente replicato un'altra leggenda preesistente XD 
Grazie mille ancora per essere passati!
   
 
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