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Autore: Omar    30/05/2021    0 recensioni
Il valore delle cose
Genere: Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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c.c.

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Benedetta fumava una sigaretta ai piedi del monumento, dove gl’intagli definivano quella che era su per giù una panca, Fulvio camminava avanti e indietro confondendosi a tratti coi passanti: «Che c’è amore?» chiedeva lei.
  «Io, cos’ho! Niente ho, cosa devo avere.»
  Passava una donna col vestito corto, la sigaretta nella punta delle dita, camminava come da quelle gambe avessero appena tolto il gesso, quando ti tocca camminare storto peri primi giorni di convalescenza, vedendole gli occhi spiritati Lara la indicò: «Fulvio, preferivi fosse lei quella che vi dovevo presentare?»
  «Macché macché, non me ne frega niente tanto.»
  «Guarda che Ciccio è simpatico.»
  Benedetta si alzò buttando il mozzicone, andò da Lara e le due farfugliarono diaboliche in faccia a Fulvio che poco mancava non impazzisse, avrebbe preso il monumento e lo avrebbe buttato giù a bastonate coi sensi che in quel momento andavano a mille più vivo che mai com’era in quel momento. Fulvio non era mai stato una cima, sì articolava le parole come gli altri esseri umani ma, come i cani che si azzuffavano tra loro per due carezze – come fosse utile ad ingraziarsi il padrone – allo stesso modo lui adesso ce l’aveva a morte con quel ragazzo che stava per arrivare, come fosse servito ad evitare che in qualche modo quella sua paura – cioè che Benedetta vi s’infatuasse – non s’avverasse.
  Si presentò uno spilungone: «Ehi!»
  «Finalmente Ciccio!» esclamò Lara.
  Fulvio a quel punto abbassò lo sguardo, non giudicate Fulvio, ah magari Ciccio fosse arrivato imprecando magari dietro un rozzo doppio mento! A quel punto sì avrebbe potuto scatenargli addosso il male che aveva dentro in quanto unico vero colpevole; invece Ciccio era alto in forma e aveva modi incantevoli, allora quel male letteralmente divorò Fulvio. Ma in fondo siamo tutti cattivi, non riusciamo a fare le cose più facili incasinandoci così ogni santa volta, sappiamo quali sono le cose giuste da fare eppure non le facciamo, cioè è strano finché non ci rendiamo conto che in realtà quel complicarci la vita lo vogliamo perché pensare allo stupratore morto ammazzato in galera ci fa sentire più vivi di qualsiasi buona azione od infinito piacere.
  Benedetta allora disse: «Ciccio!»
  «Benedetta?» rispose lui. Un imbarazzo celato solo dai passanti scese come un’invisibile ragnatela tra i quattro, così Ciccio guardando in basso face quanto poté: «Allora … è un po’ che non ci si vede.»
  «Già, sì.» rispose lei in imbarazzo, un imbarazzo che aveva ormai devastato tutti ma che comunque ancora ancora si riusciva a contenere.
  Forse solo chi ha visto, in un modo o nell’altro, il confine ultimo dell’universo (come ad esempio Pirandello, Majorana o Nanni Moretti) saprebe dirci cosa succede nella testa delle persone in casi del genere, forse in quella di Fulvio si stava fondendo un reattore nucleare.
  Si sentì un gran basccano e i quattro andarono a vedere, ad un certo punto per il corso si creò il deserto ed al centro di questo un gran numero di persone con cartelloni e trombe, al centro di questo grumo un pelato ed un fricchettone se ne dicevano di tutti i colori uno in faccia all’altro. Benedetta chiese: «Secondo voi la donna di prima, quella passata camminando tutta storta, che problemi aveva?»
«Mah, non so se abbia senso chiederselo, a mia nonna dicevano che era indemoniata, a mia sorella dicono che ha un male misterioso, scuse come altre per farsi ciascuno gli affari propri, cambiano le epoche ma di certo non la società, ai tempi ammazzarono Socrate e oggi ammazzano la Seberg.» rispose Lara che intanto andava verso la ressa.
  «Cosa fai?» chiese Ciccio.
  «Combatto per i miei diritti.» rispose lei infilandosi tra quei cazzi dritti sotto ai pantaloni, tra quelle fighe bagnate nelle mutande unte di piscio e merda che quando scappa scappa tra i centinaia di colpi di reni sotto l’asta di un cartellone o dietro una transenna da abbattere. Fulvio cercava con tutte le sue forze di trascinare via Benedetta, questa però sgusciando come un’anguilla dalle sue braccia seguì gli altri due.
  Uno ragazzo dai capelli rossi si mise tra le due fazioni: «Aspettate!» tutti si ammutolirono «Io so qual è il problema, non dovete lasciarvi andare a questi impeti, il vostro è un disagio più profondo. Io vi capisco, ad esempio io finito di aver avuto un rapporto sessuale di solito mi sento una merda» partì una risata generale «No aspettate, voglio dire che ci ho messo degli anni io … .» ma il baccano ricominciò ed il poveretto venne travolto, calpestato, scomparve.
  Un fascio di poliziotti si era posto tra le due fazioni, queste arretrarono tra spalle stritolate e sintomatici spintoni di un generale esaurimento imminente, un signore con lunghi capelli bianchi tirati all’indietro ed una rumorosa sportina del supermercato in mano se ne stava a guardare nel vuoto, poco mancò che venisse travolto dal riverbero di corpi non fosse stato per Ciccio che lo trasse a sé: «datti una svegliata ché qua rischi vecchio.»
  Il signore, flemmatico: «Qualsiasi cosa faccia, al momento giusto colgo quello straniamento, niente più ha senso e finalmente Dio mi tocca, perché noi siamo il sogno e in quelle ore di oblio prima dell’alba cogliamo il reale mondo in cui viviamo, riuscire a farlo da svegli è un’occasione da non perdere.»
  Ciccio si voltò facendogli un gestaccio, Benedetta si grattava la testa con sguardo addolorato e proprio non ci riusciva a togliergli lo sguardo di dosso, lui allora: «Gli altri dove sono?»
  «Non lo so.»
  Qualcuno aveva messo su la musica e si faceva spazio Lara, ballava mentre tutti la guardavano estasiati «Guardala in faccia,» commentò Benedetta «è meglio che scopare per lei.» ma Ciccio guardava solo Benedetta: «Perché non ci abbiamo provato?»
  «Sì che ci abbiamo provato.» a Benedetta la voce tremava.
  «Non è vero.»
  Sbucò Fulvio: «Andiamocene, qua c’è un odor d’ascella! E valà che siamo all’aperto!»
  «Sarà che non tira troppa aria e che qua siamo in troppi, o sarà che tu senti sempre puzza ovunque.»
  Uno della fazione avversaria, tra le due masse che si disperdevano occupando pian piano tutta la piazza alla faccia delle forze dell’ordine disperate in quel momento, indicò Lara: «Guardate quella svergognata, ecco le loro donne come stanno messe.» facendo una grassa risata, avvelenatissima.
  Lara gli andò incontro: «Sai qual è il mio problema, che appena faccio una nuova conoscenza sono convinta di avere a che fare con un coglione, quando ci prendo confidenza poi arriva puntuale la conferma, pensi di poter fare la differenza?»
  Quello della fazione avversaria andò contro Lara caricando il pugno, Ciccio si mise in mezzo: «Fermo dài!»
  L’altro imbufalito: «Le vuoi anche tu?»
  «Stai perdendo tempo, lo sai anche tu, lascia stare.»
  «È meglio che la metti in riga.»
  «Sai cos’è la follia? È quando tieni per troppo tempo le idee nel cervello, marciscono e anzi a volte finisci per convincerti dell’opposto, in poche parole, sei un frustrato.» gl’inveì contro Lara allargando braccia e spalle.
  Ci fu una sommossa del gruppetto che si era fatto lì attorno, Ciccio li tenne come poté «Aspettate!» un pugno lo stese, quello della fazione avversaria si fece avanti su Lara, la prese per le vesti e lei rispose con una ginocchiata alla coscia, poi gli tirò quattro testate con la fronte dritta sul naso, Ciccio si rialzava – mentre l’altro s’accasciava col muso spappolato – e prendeva Lara per il braccio portandola via dalla rissa scatenatasi, un bel tutti contro tutti.
  Con a due passi un vero e proprio massacro, Ciccio, mentre la faccia di Lara gocciolava del sangue della sua vittima: «Senti bella, fa’ quello che vuoi, io ti dico solo una cosa: cerca di non diventare una fanatica.»
  «Non divento una fanatica.»
  «Io te lo dico, a volte non ce ne accorgiamo ma ragioniamo  ̶  fidati – da cani.»
  «Ma che cazzo dici!»
  «Oh io te lo dico, voglio aver la coscienza pulita quando ti ritroverai sola e rimbambita senza neanche accorgertene.»
  A Lara s’aguzzò lo sguardo: «Sta’ attento.» Ciccio ebbe un moto di stizza, Lara allora s’ammutolì, entrambi distolsero lo sguardo l’uno dall’altra. Ciccio sapeva che spesso era meglio star zitti ma proprio non ce la faceva, Lara sapeva che Ciccio andava ascoltato e forse solo ciò lo risparmiò dal prendersi un bel calcio nei coglioni.
  Ciccio allungava la banconota da dieci euro al ragazzino nel camioncino che si apriva sul lato per servire i clienti, il vecchio consegnava la piadina fumante grugnendo tra i denti minaccioso: «Occhio al resto.» il giovane annuiva terrorizzato ma per fortuna il vecchio non vide i dieci euro più gli altri cinque che il cliente si trovò tra le mani. Lara aspettando il suo turno disse al tremante cassiere: «T’apposto?»
  «Diciamo di sì, ringrazio Dio per avermi reso il prescelto, per avermi dato la possibilità di vedere cose che voi non potete vedere, ce le avete davanti agli occhi ma non le vedete, penso però di aver dovuto pagare un prezzo troppo alto, è un dono quello che ho avuto volentieri da risparmiarsi.»
  Fulvio era andato a cagare, ne avrebbe avuto per un bel po’, Lara intanto prendeva in giro il piadinaro nell’attesa che la servissero, allora Benedetta prese Ciccio in disparte: «Ma non te ne frega proprio niente?»
  «Di cosa, di cosa mi dovrebbe fregare?»
  «Di niente, va be’, non so se sei veramente così vuoto o se sei solo un sadico, ce l’ho una reazione da parte tua se mi metto a piangere? Se ti imploro? Dimmi qualcosa, la faccio, faccio quello che vuoi, come faccio a dimostrarti quanto vali per me!»
  «Se non ci fosse stata questa coincidenza mai saresti venuta a cercarmi.»
  «Neanche tu.»
  «Credici o meno, ti ho sognata, lo sai com’è io non ho avuto niente dalla vita e ogni tanto devo prendere fiato, neanche lo faccio apposta, è la mente che ti implora, dev’essere un’arma per evitare di rimbambirmi completamente; lo so che mi avresti dato tutto, hai sopportato le mie sfuriate, le mie fughe quando volevi semplicemente spiegarti. Ma non mi hai mai aspettato, non è un rimprovero, è che ho dei problemi, quando mio padre mi umiliava, quando voleva essere accompagnato di qua e di là per quel complesso di inferiorità verso quegli amici che in fondo non vedeva mai, io per lui ci sono stato, per colmare le lacune che ora mi sono rimaste però non ci sarà mai nessuno, perché anche tu sei scappata non quando sono stato crudele bensì quando sono stato fragile. Mi sono umiliato di nuovo per te, lo rifarei altre cento volte, possiamo anche scopare tanto non me ne frega nulla di quello là, anzi il conflitto dà gusto alle cose, ma tanto tu non mi ami comunque.»
  Ora che vi si erano allontanati, i tumulti degli scontri riecheggiavano terrificanti parendo doversi espandere per tutta la città, ma un grido sovrastò il dintorno, i quattro accorsero con le piadine fumenti e le bocche piene perché era certo che quello era Fulvio, entrarono senza pensarci due volte nella cabina del cesso: Fulvio aveva i pantaloni abbassati e le gambe larghe, l’espressione sconvolta manco lo stessero fulminando sulla sedia elettrica, la tavoletta era abbassata, proprio sotto le sue palle lì raggomitolate e rattrappite. 
  Benedetta in quel momento, chissà per quale movimento di neuroni, esclamò: «Se non mi guardi non esisto, Ciccio, prima di incontrarti non sono mai esistita e forse l’unico periodo in cui sono stata veramente viva è stato quando ci siamo amati!»
  «Cosa vuol dire!» Fulvio era una furia.
  Ciccio, così fragile, si allontanò di qualche passo travolto dalla situazione come durante una delle sfuriate di suo padre ai tempi di quando era troppo piccolo per difendersi o per concepire una soluzione a quelle torture quotidiane, sentiva i passi del cornuto che gli veniva incontro e la voce disperata di Benedetta nell’intento di dissuaderlo da qualsiasi cosa volesse fare, con la mano sinistra allora si prese l’indice della mano destra spazzandoselo con un colpo secco, ci fu subito un tumulto attorno a lui «Ma questo è pazzo.» «Occhio!» «Tienilo che sennò … .» il cervello si scollegò definitivamente, poi più niente.
   JBL è stato un genio, interpretava il texano razzista che giustamente se la prendeva coi messicani, e insomma quello era un periodo che proprio non te la potevi prendere con gente tipo Eddie Guerrero o Rey Mysterio, insomma con JBL  stadi interi esultavano nel nome dei messicani, negli Stati Uniti d’America, non dico altro; un genio assoluto. 
  La mia responsabilità è stata quella di non aver fatto una cosa che sapevo esser giusta, impossibile sì ma – come ogni cosa che va fatta – da dover fare punto. Pinco Pallo è cattivo ma ha potuto realizzarsi, Tizio Caio è un idiota e comunque ha trovato la sua dimensione, poi li incontri e li vedi ancora immersi nei loro vizi, non se ne sono fatti niente di quello che hanno avuto mentre io che non ho avuto niente mi sono preso comunque tutto, queste emicranie però sono il sintomo più chiaro della mia pigrizia perché lo sapevo, non ci voleva niente, e non l’ho fatto. Io valgo più di loro in tutto e per tutto, proprio per questo malgrado tutto, anche se sembra crudele, ho più responsabilità.
  Ci sono i fanatici che si dicono “fascista” a vicenda.
  Guadalberto si svegliò, era mattino, andò a lavarsi il viso con l’odore del sonno ancora addosso, non aveva una bella cera, lo specchio non mente mai, no, non sarebbe mai stato a capo di una sommossa cittadina, forse in realtà manco vi avrebbe mai partecipato ad uno scontro in piazza, era anche lui in fondo solamente una comparsa.
   
 
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