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Autore: Lalushka85    31/05/2021    1 recensioni
Ciao a tutti!
Mi chiamo Laura, sono da molti anni una scrittrice di fanfiction a tema "City Hunter", ma questa che vi propongo e' una storia originale.
L'ho scritta ormai tantissimi anni fa e mi sono detta...mah, perche' no...vediamo un po' che ne pensa il pubblico!
E' una storia di stampo romantico con risvolti drammatici che si presta bene ad un seguito che, volendo, ci sarebbe pure!
Beh...buona lettura!
Genere: Introspettivo, Mistero, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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- Allora, che fai: sali o no?!-

Sobbalzo impaurita con la portiera del lato del passeggero tra le mani.

Stavo fissando i binari: non c’è più traccia di quel mio fiore rosso spazzato 

completamente via dal vento.

Senza rispondere mi siedo in auto: più confortevole di quanto ricordassi.

-Per poco non ti ammazzavo. 

Si può sapere che diavolo ci facevi immobile in mezzo alla strada?!-

La sua voce sale di un paio di ottave, sembra quasi isterico.

Lo guardo allibita: era lui che prima ha inveito contro di me! 

Dovevo essere totalmente sconvolta se non ho riconosciuto il suo volto, né la voce!

- Non lo so.-

Mormoro, e sono sincera.

Mi sento strana in questi giorni e sapere che quell’uomo orribile segue i miei 

movimenti mi rende ancor meno presente a me stessa.

Comunque sia non ne faccio parola con Andres, né un gesto che possa

assomigliare ad una richiesta d’aiuto.

-Si può sapere dove stiamo andando?-

Adesso sono lassù, arroccata sulla mia torre un po’ sbilenca, ma spero 

inespugnabile.

- In un posto.-

Ermetico come al suo solito.

Forse con la sua fidanzata funziona, ma con me non attacca! 

Se crede di essere affascinante col suo comportamento pseudo - misterioso si sbaglia di grosso, io lo trovo solo fastidioso!

-Non sapevo di Kilian e Terry.-

Decido di cambiare radicalmente registro e contenuto delle mie parole per riempire il silenzio che si è creato tra noi.

Mi ha invitato ad uscire, non mi sembra carino starmene sulla difensiva a rimuginare sui miei problemi.

Mi sento in colpa per essermene andata via senza salutare nessuno, è anche vero che non li ho più visti e credo che si siano appartati anche loro, magari in un altro salottino segreto.

-Praticamente stanno insieme da quando sono nati.-

Mormora quello che per questa sera è il mio cavaliere con un sorriso distratto.

-Oh no, non vorrai dire che…-

Sussurro sconvolta. 

Matrimoni combinati, credevo che nella società civile fossero illegali!

- Non voglio dire proprio niente! Siamo ricchi mica idioti!-

Risponde irritato.

Prende una curva stretta a tutta velocità senza mettere la freccia, credo che si fosse scordato che doveva svoltare.

Comunque sia, benedico il mio stomaco vuoto. 

Una manovra del genere avrebbe rivoltato le budella più salde.

Inchioda davanti ad un edificio illuminato e per poco non mi esplode sul viso l’airbag.

Per la prima volta, forse, in tutta la mia vita non indosso la cintura e stavo per essere sfigurata!

Senza una parola, Andres, spegne il motore.

Esco in fretta per batterlo sul tempo, sbatto la portiera con foga e poi mi dirigo…verso dove?! 

Non conosco questa parte della città e non ho idea di dove voglia condurmi lui.

Se ne accorge, alza un sopracciglio con l’aria a metà tra l’irritato e il sarcastico e si dirige verso l’unica vetrina illuminata…scontato, avrei potuto arrivarci anche da sola!

Spero solo che non si tratti di un sexy shop o di qualcosa ugualmente ambiguo, anche se alla  Vigilia di Natale, alle dieci di sera, ci sono molte probabilità che quelli siano gli unici esercizi commerciali aperti.

Mi tiene aperta la porta di quella che ho scoperto essere una specie di caffetteria con un’aria talmente scocciata da togliere al gesto ogni traccia di galanteria.

-Forza, entra.-

Mi intima quasi minaccioso.

Nel locale non c’è un’anima.

Si toglie il cappotto ed io lo imito.

Mi sento andare a fuoco, è non credo proprio sia solo per il riscaldamento che deve essere al massimo.

Con agilità si siede su uno sgabello.

Io preferisco appoggiarmi al bancone, con l’abito lungo ed i tacchi non mi sento comoda né sicura su un trespolo che si regge su tre gambe soltanto.

Fa trillare il campanello dorato, non l’ho mai visto in un locale di questo genere e mi irrita quando qualcuno lo suona perché la sua eco sembra riverberarsi all’infinito.

A quanto pare non sono l’unica a pensarla così perché da una stanza sul retro fa capolino un ragazzone con la faccia scura.

Per la carnagione e la rabbia.

Un’espressione che cambia presto in un sorriso. 

Vorrei che non l’avesse fatto perché, nonostante la giovane età, gli mancano diversi denti.

-Si può sapere che fine avevi fatto?!-

Dà una pacca talmente forte alla spalla di Andres che mi sembra impossibile non vederlo rovinare a terra.

Lui sorride mentre si scoglie i capelli che teneva legati dietro la nuca. 

-Fischia…mica male...c-i-a-o-b-b-e-l-l-a non ti ho mai vista da queste parti o me ne sarei ricordato...altroché se me ne sarei ricordato.-

Quando sposta lo sguardo su di me strabuzza gli occhi, e nonostante le sue parole temo di avere qualcosa di orribile sul viso.

Il mio accompagnatore si è fatto mortalmente pallido. 

-Vengo dalla campagna.-

Rispondo con un sorriso in dialetto stretto.

Non sto neanche a nominare il luogo da cui provengo, d’altra parte chi lo conosce un paesino di trecento anime sperduto tra i boschi e le viti?

-Fischia…Armin, bellezza.-

Dopo un istante di imbarazzo - credeva che fossi straniera, come lo credono tutti d’altra parte - mi tende la mano.

È uno di quelle anime semplici che mi fa sentire bene e mi rende serena.

Ho sempre una certa soggezione degli altri, ho sempre paura di dire o fare qualcosa di sbagliato, ma con persone come lui no. 

Mi sento totalmente a mio agio.

Anche Andres è dello stesso avviso, a quanto pare: lo guardo con la coda dell’occhio e vedo che i tratti del suo volto sono distesi.

Senza quell' ombra che lo rende perennemente imbronciato è ancora più bello.

Farei qualsiasi cosa perché potesse sempre essere così sereno.

Qualsiasi cosa.

-Camelia.-

Sorrido e gli porgo la mano.

Cerco di non fare smorfie quando me la stringe in una morsa d’acciaio.

Fortuna che non indosso anelli o li avrebbe ridotti in briciole.

-Odio il Natale.-

Sento mormorare al mio fianco, Andres rigira tra le mani una piccola candela rossa a forma di alberello.

-Sottoscrivo.-

Sussurro con una punta di malinconia.

-Fischia, ragazzi…a chi lo dite… la cosa peggiore è essere sposati con chi invece il Natale lo adora, ha cominciato ad addobbare due mesi fa e ogni anno è sempre peggio: non riesco a trovare più nulla con tutta questa roba che sbuca dai cassetti…e poi indovinate un po’ a chi tocca fare Babbo Natale, gliel’ho detto io che sono troppo scuro, ma non ha voluto sentire ragioni e quella barba poi prude da matti!-

Nessuno lo interrompe, lo guardo con aria divertita, solidale ed un po’ invidiosa.

Quante volte è passato Babbo Natale quando eravamo piccole, Svenja era sempre così paurosa e per poco non si metteva a piangere. 

Ci sono giorni in cui vorrei tornare a quell’età, ma dovrei rivivere tutto ciò che è successo dopo e non credo che lo sopporterei di nuovo.

-Fischia…bellezza…che ti porto?-

Ad Andres non ha chiesto nulla, forse lui viene qui talmente spesso che non ha più bisogno neanche di dire “il solito”.

-Una cioccolata extra fondente, grazie.-

Punto il dito sulla lavagnetta attaccata al muro e calco l’accento sulla "x" di "extra"

-Fischia…due allora…accomodatevi dove volete…-

Controvoglia mi allontano dal bancone, temo che senza la presenza di Armin, Andres torni quello di sempre, cupo e distaccato.

Invece sembra che questo sia un posto magico, perché è stranamente loquace.

Chiacchiera anche quando mi fa strada verso il posticino più appartato ed accogliente del locale.

Alle mie spalle una finestra da cottage inglese, i divanetti color avorio sono immacolati e sopra vi sono posati deliziosi cuscini ricamati con cura. 

I bicchierini portacandela sono tutti accesi e con quelle calde luci le finestre brillano...come cristallo.

-Sentirai, una cioccolata come la sua non l’hai mai assaggiata.-

Andres mi sorride.

Annuisco e ricambio la sua smorfia amichevole mentre allungo le gambe indolenzite facendo attenzione a non toccare le sue per non spezzare questa atmosfera di incanto.

I tacchi decisamente non fanno per me.

- È turco, i suoi volevano che aprisse un Kebab con i cugini.-

Alla faccia degli stereotipi! 

Mi piace il Kebab, ma a piccole dosi, e la città ne è dir poco invasa.

-Sono lieta che non l’abbia fatto.-

Non so perché, ma mi esce una frase da libro dell’ottocento con un’intonazione da gran signora.

Lui scoppia a ridere, starei ore ad ascoltarlo rapita, a dondolare su quelle note cantilenanti.

Faccio una faccia strana prima di scoppiare a ridere anche io.

Adesso scuote la testa e poi si gratta la punta del naso con uno strano rossore sul viso: 

-Sei…-

Mormora guardandomi negli occhi. 

-Fischia…bellezza…panna?-

La voce di Armin mi giunge forte e chiara dalla cucina.

-No, grazie.-

Rispondo di rimando con la voce ancora allegra, lo sento mormorare un onnipresente “fischia” e la melodia di una canzone sussurrata. 

Deve essere turca perché non l’ho mai sentita.

Non creda, Andres, che mi sia persa la prima parola di una frase che spero voglia continuare, qualunque cosa volesse dire. 

Gli sorrido, ma lui si schiarisce la voce imbarazzato e di nuovo cambia argomento, con mio grande disappunto.

-Ha perso altri due denti dall’ultima volta che l’ho visto.-

Mormora scuotendo la testa. 

Credo non voglia farsi sentire dal diretto interessato.

Cerco di chiedergliene il motivo senza parlare. 

A quanto pare sono stata più eloquente di quanto mi aspettassi.

- Tiene dei corsi di pugilato. Sua moglie non ne è affatto contenta.-

Beh, avevo dovuto immaginare qualcosa di simile con quella stazza.

Certo che è stato ostacolato un bel po’ nei suoi desideri! 

Devo dire, però, che anche io non sarei troppo tranquilla a vedere l’uomo che amo tornare a casa col sorriso sempre più martoriato!

-Ne avrei bisogno anche io.-

Sì, vorrei imparare a difendermi senza farmi prendere dal panico. 

Vorrei saper dosare la mia impulsività e non diventare sempre tanto aggressiva quando mi sento minacciata.

-E chi vorresti picchiare, me?!-

Mi guarda scettico e sarcastico adesso Andres. .

-A volte te lo meriteresti proprio.-

Stavolta gli rispondo per le rime senza provare neanche una punta di rimorso.

-Non credere a tutto quello che ti dice di me sai, non sono poi così male.-

Provvidenziale come la manna dal Cielo arriva Armin con due tazze fumanti che tra le sue mani enormi sembrano quasi finte, giocattoli con cui le bambine giocano a servire il te’. 

Gli sorrido grata di aver dato motivo di distrazione a Andres che già mi guarda con un’espressione stranita.

-Ti prego, svelami un segreto.-

Affondo il cucchiaino nella cioccolata, soda come quella della pubblicità e certo infinitamente più buona. 

Non c’è niente di liofilizzato qui, si sente ogni singolo chicco di cacao!

Lui si blocca con il braccio a mezz'aria e mi guarda con aria interrogativa e in un certo modo supplichevole.

-Ti prego...dimmi quale è il vero nome di Terry, sono mesi che ci penso e non sono venuta a capo di nulla!-

Mi affretto a continuare, non voglio che pensi che io voglia conoscere qualcosa coperto dal Sigillo di Stato.

-No, hai veramente un brutto difetto.-

Sospira di sollievo mentre butta giù un sorso di cioccolata.

Lui la beve non la mangia, che spreco....

Quando rivedo il suo viso sta ridendo sotto i proverbiali baffi adesso sporchi di cacao.

E quale sarebbe il mio brutto difetto, quale tra i tanti?!

Chiamare le cose col loro nome?! 

Mio padre non ha mai voluto che usassero diminutivi o soprannomi per me, diceva sempre che il mio nome era così bello e cosi’ importante per lui!

-Tersicore, si chiama Tersicore, come nostra nonna-

Si affretta a rispondermi. 

Forse il mio viso seccato faceva trasparire molte più emozioni di quanto non fossi cosciente di provare.

-Ma è molto bello...non sembra affatto il nome di una medicina! 

Tersicore, poi, è la musa della danza...mi sembra che sia molto adatto a lei!-

Sorrido, e molto particolare questo si, ma non mi sembra così brutto e poi con la sua grazia innata credo che sia perfetto per lei.

- E poi io mi chiamo Camelia...non “Amelia” non “Camilla”...”Camelia” non è mica tanto normale!-

“Camelia” 

Non so neanche se mi piace il mio nome. 

A papa’ piaceva cosi tanto, e a me?

Non me lo sono mai chiesta.  

E ad Andres, piace il mio nome?

-Allora, come va con i preparativi?-

Gli chiedo sorniona senza neanche una punta di rammarico…credo siano le endorfine stimolate dalla cioccolata.

-Come al solito, non è la prima volta che vado in Afghanistan.-

Lui fa spallucce, poi abbassa gli occhi per cercare di capire quanta cioccolata sia rimasta nella tazza. 

-Stavo parlando del matrimonio.-

Ogni volta che esce la parola “lavoro”, “guerra” io mi sento morire.

Pensare che potrebbe non tornare mai più mi strazia il cuore, nonostante tutto..

Tossisce ed io sussulto.

-Ma che sei matta! Mi farai venire un colpo!-

Mi sa tanto che il colpo tra un po’ viene a me…

Non capisco, o forse sì.

Il mio cuore comincia a volare leggero su una nuvola rosa.

-Non me lo sono mica inventata. Me l’ha detto Kilian.-

Nonostante il sollievo rispondo piccata, detesto essere presa in giro, soprattutto quando non ce n’è motivo. 

Mi sforzo, comunque, di non reagire come vorrei: d’altra parte non posso mica alzare le braccia al cielo e gridare di gioia!

-Ha sempre voglia di scherzare quello lì…-

Sorride come un bambino, Andres, adesso.

Come se non avesse alcuna preoccupazione al mondo.

Vorrei che fosse sempre così sereno.

A me non sembrava affatto che Kilian stesse scherzando, comunque,pareva sincero e sinceramente inquietante.

-Comunque sia non credo di piacergli un granchè.-

Rispondo inacidita, la cioccolata non è più calda come prima e non  mi ristora più di tanto.

Fa spallucce.

Non gliele frega un’emerita cippa-lippa, che irritazione.

-Comunque siete una bella coppia tu e Rajaa.-

Non so come mi escano certe parole di bocca, ma devo capire.

Magari il matrimonio non è nei loro programmi a breve termine, ma si amano comunque e per me sarebbe lo stesso.

Non ruberei mai l’uomo ad un’altra.

Anche io, nonostante tutto, ho i miei principi.

-È una brava ragazza ed una buona collega. 

A volte finiamo a letto insieme, ma niente di più…-

Niente di più?!

Vuol farmi morire o cosa?!

-Che squallore..-

Mormoro tra me e me senza rendermi conto di aver pensato ad alta voce.

Me ne accorgo solo quando vedo che alza un sopracciglio, lo fa sempre quando è irritato.

-Non dipingermi peggiore di quanto non sia…-

Mormora tra i denti.

Mi sta bene.

Mi si chiude la gola, vorrei solo spiegargli che quello che ho detto era più che altro riferito a me che a lui, sto mandando a puttane questa serata e forse tutto il mio rapporto con lui - qualunque esso sia!

Si alza con poca grazia rischiando di portarsi via tutto il tavolo.

Raccolgo la sua tazza, la cioccolata ormai si è seccata, ma non sarebbe stato il caso farla rotolare a terra.

A grandi passi si allontana verso l’ingresso, senza salutare nessuno.

Senza neanche chiudersi il cappotto.

E io dietro.

Col mio cappotto tra le braccia.

Il gelo mi toglie il fiato e mi svuota il cervello.

Ansimo per lo scompenso, la preoccupazione e la fretta.

Succede tutto in una frazione di secondo, mi rendo conto a malapena della sua presenza che lui già mi ha messo le mani sul viso.

Tremo.

Mi passa le dita bollenti sulle guance e mi accarezza col tenar della mano destra.

Preme le sue labbra sulle mie.

Sgrano gli occhi. 

Non ci credo. 

Non può essere.

Non sono mica la protagonista sfigata di qualche romanzetto rosa da tre soldi!

Mi si chiude il cuore e mi sale nella gola un magone tale che faccio fatica a respirare.

L’unica cosa che voglio è allontanarlo da me.

Non solo non rispondo a questo suo ennesimo atto di prepotenza che chiamare bacio è troppo lusinghiero, ma lascio cadere il mio cappotto sull’asfalto e lo spingo via con forza da me.

Mi tremano le labbra e il mento - quel mescolino che mi veniva da piccola quando papa’, quello del lago, mi rimproverava perché non avevo fatto qualcosa.

Anzi, mi rimproverava perché avevo fatto qualcosa che non dovevo ed io cercavo con tutte le mie forze di non scoppiare in lacrime. 

Guardo Andres con una certa soddisfazione.

Non io.

Non così, almeno.

Tengo troppo a me stessa.

Tengo troppo a lui.

-Mollami.-

Gli intimo.

La mia voce è fredda e tagliente...Come Cristallo.

Non si aspettava una reazione del genere da parte mia, mi guarda con gli occhi sgranati senza dire nulla.

************      ********************     ***********************   ***************    ******

-C...Camelia…-

Riesco solo a balbettare il tuo nome. 

Non credevo, io non immaginavo che potessi reagire in questo modo. 

-Va’ in macchina.-

Apro con il telecomando e la mia auto si illumina con un bip.

Cerco disperatamente di prendere nuovamente possesso delle mie facoltà intellettive. 

Impossibile quando ci sei di mezzo tu e quei tuoi occhi tanto chiari...Come Cristallo. 

Ci metto un secondo per accorgermi che non ho il mio telefono con me. 

L’ho lasciato sul bancone di Armin.

Non lo mollo mai da nessuna parte. 

È che quando sei con me io non ho bisogno di alcuna distrazione e tutto diventa secondario. 

Il mio lavoro, la mia famiglia, Kilian e Terry.

Devo recuperarlo assolutamente o non potrò farlo almeno fino al ventisei e ne ho bisogno.

Rientro in fretta, quasi mi getto sul bancone facendo cadere gli sgabelli al mio passaggio. 

Niente soldi. 

Non pago mai da Armin, neanche ci provo.

Ci tengo troppo alla mia incolumità.

È sul retro che canta. 

Qualunque cosa dica, in qualsiasi lingua, le parole gli passano tra le fessure che ha in bocca e sembra che stia perennemente fischiettando.

Esco sbattendo la porta. 

Corro in mezzo alla strada senza preoccuparmi che sopraggiungano auto o mezzi pubblici. 

Chi vuoi che ci sia stasera in giro!

Solo io e te, Camelia!

Aggrotto le sopracciglia. 

La mia auto è illuminata, ma tu non sei là dentro.

 
   
 
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