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Autore: orange    06/06/2021    6 recensioni
A pensarci, si disse, questa volta la colpa non era stata sua. Neanche lo sapeva che si trattasse di un appuntamento, come aveva potuto accusarla di essersi comportata come…come…un momento, cos’è che aveva detto?
Ah, sì…
Ragazza di facili costumi.
Roba da matti.
Genere: Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Questo piccolissimo missing moment si colloca idealmente alla fine dei capitoli 88-90 del manga (trasposti nell’episodio 42 dell’anime Il gioco delle parti), da cui sono riprese alcune delle frasi in corsivo.
Poche righe senza pretese, forse anche un po’ random, giusto per sgranchirmi le gambe dopo tanto tempo.
 
A maggior ragione, dunque, ringrazio di cuore chiunque voglia dedicare qualche minuto a questa lettura e a lasciarmi il proprio parere.  
 

orange



 
 
 
You will find me where it's quiet
 


 
Era ovvio, non avrebbe preso sonno presto.
Si rigirò nel letto un paio di volte, scostando le lenzuola con le gambe. Iniziava il caldo.
Ti devo dire una cosa.
L’aveva detto veramente?
A me non interessa avere il posto di tua fidanzata ufficiale.
Perché l’aveva detto? Perché, ogni volta che lui si faceva più vicino, sentiva il bisogno impellente di prendere le distanze?
Strattonò il lenzuolo per liberarsene definitivamente.
La stupida sono io.
Chiuse gli occhi, cercando inutilmente di placare i pensieri.
Lui se ne era andato, dopo quelle parole, non era rimasto ad ascoltare oltre.
D’altronde, cosa avrebbe potuto aggiungere ancora?
Sì, sono solo una stupida.
Ecco, forse avrebbe potuto aggiungere questo.
Si rigirò su un fianco, fissando la stanza avvolta nel silenzio. Dopo una giornata così, sarebbe dovuta crollare stravolta al solo contatto con il letto, eppure era bastato rimanere sola per sentire di nuovo quella sensazione oramai familiare nel petto, quell’inquietudine che non le permetteva di respirare.
Il senso di colpa era finito per diventare parte della quotidianità, si insinuava a porte chiuse proiettando per lei ogni parola che si erano scambiati, ogni gesto che gli aveva rivolto, mostrandole puntualmente quanto riuscisse, ogni volta, a ferirlo – quanto fosse sciocco il suo bisogno di tracciare quel confine.
D’altra parte, cosa avrebbe dovuto fare? Dirgli la verità? Dirgli che bastava avvertire la sua presenza nella stanza per…
Per?
Come poteva aspettarsi che lei sapesse dare un nome a quello che sentiva? Che sapesse dire quanto, in realtà…
Impossibile.
Era molto più facile continuare come sempre. Urlare, litigare, scacciarlo in malo modo.  
Poi, magari, scusarsi per essere stata così testarda.
Sospirò, insoddisfatta. Come poteva essere ancora così immatura?
Aveva ragione lui, non era affatto carina.
 
Il rumore delle lancette della sveglia sul comodino echeggiò nuovamente, innervosendola.
A pensarci, si disse, questa volta la colpa non era stata sua. Neanche lo sapeva che si trattasse di un appuntamento, come aveva potuto accusarla di essersi comportata come…come…un momento, cos’è che aveva detto?
Ah, sì…
Ragazza di facili costumi.
Roba da matti.
Proprio lui, che non aveva perso tempo per strappare a Ukyo una romantica uscita a due, aveva avuto il coraggio di insinuare che lei fosse pronta a gettarsi tra le braccia del primo bonaccione che le si rivolgeva in maniera gentile.
Forse qualche altra ragazza avrebbe potuto comportarsi in quel modo, ma lei non era così. Possibile che lui non lo capisse?
Quel fastidio ormai conosciuto si instradò in lei, un formicolio che nasceva sulla punta delle dita per arrivare a stringerle il petto.
Di sicuro, ora non avrebbe dormito.
Si alzò, avvicinandosi lentamente alla finestra per fare entrare la luce notturna.
È un vero peccato che abbia rovinato il vostro appuntamento, eh?
 
*

E va bene.
Fece scorrere lentamente il vetro della finestra, abbastanza da fare entrare la prima brezza estiva, che le scompigliò piacevolmente i capelli.
Se non era pronta a farlo lei, quell'irritante primo passo, come poteva pretendere che lo facesse lui?
“Ranma…”
Lo chiamò piano, sapendo che l’avrebbe sentita, come sicuramente aveva sentito lo scorrere della finestra.
Era sul punto di rinunciare, ma il rumore leggero di passi sul tetto le strinse il petto.
“Sei qui?”
In un attimo, lo vide calarsi senza sforzo, a reggerlo solo il braccio destro, come se la gravità non esistesse. Ancora riusciva a stupirsi di quanto facesse sembrare facile ogni movimento.
“Sì, sono qui”, le rispose, nascondendo il viso impercettibilmente imbronciato.
Aveva involontariamente imparato a conoscere ogni sua espressione.
“Non riesco a dormire”, ammise.
“E io cosa ci posso fare?” borbottò lui, senza guardarla.
“Posso farti compagnia?”
Notò il suo volto quasi distendersi, prima che il broncio venisse scacciato da una smorfia divertita.
Le tese la mano sinistra perché potesse aggrapparsi, la aiutò a scavalcare il davanzale e, in un istante, la attirò a sé, lasciando che gli stringesse le braccia al collo appoggiando il fianco al suo.
Akane si chiese se l’avesse notato, prima che, con un solo slancio, lui lasciasse la presa che li teneva ancorati e atterrasse sul tetto senza darle il tempo di abituarsi a quel contatto.
Ranma attese che lei scivolasse dalla sua stretta, poi le si sedette accanto e tornò a osservare il cielo.
 
Stringendosi le ginocchia al petto, Akane si voltò a guardarlo, seguendo il profilo dei capelli sulla fronte, quasi a celare gli occhi, delle labbra leggermente dischiuse, della linea del mento, fino al collo. Lo vide deglutire.
Sembrava così calmo. Come era possibile? Lei stentava persino a nascondere il tremore delle mani, ancora calde della presa su di lui.
Cercò, tra i pensieri alla rinfusa, qualcosa da dire.
“Non sapevo fosse un appuntamento, sai”, mormorò, affondando il viso tra le braccia, quasi sperando di non essere udita.
Lui continuò a guardare un punto indefinito nel cielo. “Sì, l’avevo capito”.
Fece quasi fatica a parlare. Non era la prima volta, in realtà, con lui.
“Mi dispiace” confessò, in un sospiro. “Se l’avessi saputo…”
Ranma le lanciò un’occhiata di sbieco, le labbra tese in un accenno di sorriso. “Se l’avessi saputo, non saresti uscita con Ryoga?”
Annaspò, stupita.
“È stata Ukyo, ha architettato tutto lei! Anche Ryoga si è ritrovato coinvolto suo malgrado”.
“Sei la solita ingenua…”
Akane sentì le guance avvampare. Non riusciva a tollerare di essere trattata come una bambina.
“Non sono ingenua, non mi faccio certo prendere in giro, io!”, ribatté, cercando di non alzare la voce.
Certo che nel darle sui nervi era un maestro.   
“Se pensi che Ryoga sia stato costretto a partecipare al teatrino di oggi pomeriggio e che sia stato vittima di un complotto, sì che sei ingenua”.
Le implicazioni di quella frase non ebbero il tempo di affondare nella mente.
“Comunque…dispiace anche a me”.
Lo fissò in silenzio, attendendo il seguito di quelle scuse inaspettate.
“Di esserti intromesso?” suggerì.
“Di averti detto quelle cose”.
 
*
  
“Akane?”
Non si era nemmeno accorta che Ranma si era alzato in piedi e attendeva che lei si avvicinasse per riaccompagnarla alla sua camera. Se ne stava lì, immobile, cercando in tutti i modi di evitare il suo sguardo.
Si alzò, ma prima che potesse dire altro, sentì la presa delle sue dita attorno al polso, mentre la tirava a sé e la invitava, con un cenno del capo, ad aggrapparsi nuovamente a lui.
Incapace di fare altro, le gambe prive di forze, strinse la stoffa della sua casacca tra le dita e si lasciò sollevare.
Respirò piano l’odore della sua pelle, sfiorando con la punta delle dita la base del collo, chiedendosi – ancora una volta – se l’avesse notato.
In risposta, lui si abbassò su di lei e Akane sentì il suo respiro accarezzarle i capelli.
“Di essermi intromesso non mi dispiace di certo”.
E saltò.
 
Di nuovo nella sua stanza, Akane trattenne un sorriso, mentre le dita di Ranma scivolavano sul suo braccio, ancora teso verso di lui.
“Ora va’ a dormire”, le disse.
Akane annuì. Quella sensazione di irrequietezza sembrava un ricordo.
“Buonanotte, Akane”.
Lo vide sparire in un battito di ciglia, quindi chiuse lentamente la finestra e si distese sul letto, un brivido sulla pelle a contatto con le lenzuola. Sulla punta delle dita, ancora quel calore.
Chiuse gli occhi, la testa ormai leggera.
Di essermi intromesso non mi dispiace di certo.
Avrebbe provato a essere più carina, l’indomani.
 
  
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