Anime & Manga > Naruto
Segui la storia  |       
Autore: Morganism    09/06/2021    1 recensioni
Aveva sempre pensato che i peccati fossero rossi, come la passione; o neri, come la corruzione. Scoprì che invece erano bianchi, come la neve d’inverno. Bianchi, come i capelli sparsi sul cuscino. Sakura sapeva che era il colore sbagliato. Rendeva l’errore ammissibile, e non lo era. Lo rendeva innocuo, e non era neanche quello. Se fosse uscito dal chiarore ingiusto e meraviglioso di quella stanza e avesse incontrato una bocca avvelenata e una lingua disonesta, avrebbe rovinato la vita di entrambi e di entrambi non sarebbe rimasta che una diceria sporca, da bisbigliare ridacchiando davanti a un bottiglia di sakè. Le cose, a quel punto, sarebbero andate a rotoli. E lo stavano già facendo, perché non si poteva tornare indietro. Non si poteva. [KakaSaku]
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Kakashi Hatake, Naruto Uzumaki, Sakura Haruno, Sasuke Uchiha | Coppie: Hinata/Naruto, Sai/Ino, Sasuke/Sakura, Shikamaru/Temari
Note: nessuna | Avvertimenti: Triangolo | Contesto: Dopo la serie
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
2.
She and Her Darkness
 
Sei mesi prima
 
Sakura Haruno era nei guai.
E il fatto che Naruto Uzumaki, di norma così loquace da stordire la più ciarliera delle comari, non trovasse parole per esprimere quanto fosse nei guai, significava solo che la situazione in cui si era cacciata era talmente spinosa da lasciarlo a corto di commenti.
Aveva intuito che qualcosa sarebbe andato storto sin dal momento in cui, quella mattina, si era trovato l'impronta di cinque dita stampata in faccia a causa di una semplice constatazione circa la loro ultima missione insieme. Sakura l'aveva guardato con espressione oltraggiata, dopodiché l'aveva malmenato sotto gli occhi inorriditi di Hinata e quelli perplessi, ma non particolarmente impressionati, dell'Hokage. Non riusciva a comprendere cosa, della frase "ti proteggerò anche a costo della vita", le avesse fatto saltare la mosca al naso, né riteneva di averle rivolto un'offesa meritevole di un cazzotto, ma non era la prima volta che le reazioni di Sakura lo lasciavano basito, pertanto, ingenuamente, aveva pensato che fosse un modo un po' troppo energico per tornare alle vecchie, anche se non propriamente sane, abitudini di squadra.
Si sbagliava. E l'errore era risultato piuttosto evidente quando, a poche ore dall'inizio della missione, la povera Hinata aveva incassato una strigliata che le era quasi costata un timpano.
Ora, che Sakura cogliesse al volo ogni occasione per maltrattare Naruto era cosa nota, oltre che buona e giusta per buona parte dei loro compagni, ma che inveisse contro Hinata, la cui unica colpa era stata quella d'intercettare dei kunai con l'aiuto del Byakugan, e dunque di salvarla da morte certa, gli sembrava insolito, per non dire estremo, anche per una persona impulsiva come Sakura. 
Qualcosa, chiaramente, la turbava. Solo adesso, tuttavia, Naruto si rendeva conto che di qualunque cosa si trattasse doveva essere piuttosto seria: in caso contrario, conscia di quanto fosse delicata la missione cui erano stati assegnati, e di quanti ninja prima di lei ci avessero già, o quasi, rimesso la vita, non sarebbe arrivata a tanto – perlomeno, non in quel particolare momento della sua esistenza.
Non era da Sakura disobbedire agli ordini dell'Hokage; capitava che li commentasse aspramente, che intavolasse dibattiti su quanto fossero irragionevoli, che brontolasse perché li reputava troppo o troppo poco azzardati, ma non si sarebbe mai sognata d’ignorarli, arrivando al punto di prendere iniziative potenzialmente dannose per se stessa e per l’intera Konoha.
Aveva notato che di recente lo sguardo di Sakura si era fatto più scuro e che sempre più spesso prediligeva la solitudine alla compagnia, ma credeva fosse un malessere passeggero, dovuto a un periodo in cui la mancanza di Sasuke era diventata, se non proprio insopportabile, quantomeno più dolorosa del consueto. Era un sentimento comprensibile, che in un certo senso condivideva. Questo, tuttavia, non spiegava il suo colpo di testa. Perciò, visto e considerato che la reputava molto più intelligente di quanto avrebbe mai ammesso in sua presenza e dunque dubitava che avrebbe preso decisioni tanto avventate senza l’attenuante di un buon motivo, Naruto giunse alla conclusione che il suo problema, incredibilmente, non riguardava Sasuke; e se non riguardava Sasuke, ossia la sua più nota e giustificata ragione di tormento, allora l’eventualità d’ignorare il turbamento dell’amica e di non riuscire a comprendere il perché delle sue azioni era l’unica alternativa plausibile, e tanto bastava a gettarlo nello sconforto. E nel panico.
Di norma, quando Naruto faticava a comprendere i suoi amici, la situazione degenerava, e la vicenda di Sasuke, in passato, gliene aveva dato una dimostrazione più che palese - abbastanza, almeno, da fargli temere che succedesse di nuovo.
Iniziava a credere di dover prendere seri provvedimenti in merito alla pessima abitudine dei suoi compagni di squadra di allontanarsi dal Villaggio della Foglia con intenti melodrammatici.
Stavolta, in ogni caso, non avrebbe permesso alla storia di ripetersi.
Cosa stai facendo, Sakura?
 
×
 
Sakura Haruno era in grossi guai. 
E Kakashi Hatake, che pure aveva dismesso i panni del maestro per vestire quelli di venerabile Hokage, aveva l'obbligo morale di riacciuffarla prima che si facesse male e che l'Alleanza andasse a farsi benedire per colpa di una pulce dai capelli rosa.
Hinata aveva abbandonato la missione per fare rapporto e quando se l'era trovata davanti, pallida come un cencio e ancora più nervosa di quanto non fosse abitualmente, Kakashi aveva sospirato con afflizione, sperando che quanto restava della Squadra 7 non avesse deciso, di nuovo, di dargli un grattacapo. Col senno di poi, comprese di essere stato un ingenuo.
Era abituato ai colpi di testa di Naruto e sapeva perfettamente che Hinata, pur di coprirgli le spalle, avrebbe assecondato qualsiasi follia gli fosse passata per la mente, finanche quella di gettarsi tra le fiamme per salvare la vita di un fragile germoglio. Quando però aveva udito nome di Sakura, associato a un ammutinamento che non le si addiceva per niente, Kakashi si era accigliato e il suo pensiero era corso a Sasuke: Sakura commetteva sempre delle sciocchezze quando c'era di mezzo Sasuke. Il fatto che quella testa calda non si facesse vedere da un po’, giustificando la propria assenza con un lapidario “vado in missione da solo”, non significava che Sakura non avesse deciso di attirare la sua attenzione facendosi invischiare in qualcosa di molto più grande di lei. Il pensiero che si mettesse nei pasticci – o che già fosse nei pasticci – era bastato a fargli gettare in un angolo la bianca tunica del suo nuovo titolo per tornare sul campo di battaglia. D’altronde era un membro della sua squadra e non intendeva lavarsene le mani solo perché, secondo l’opinione pubblica, aveva faccende più importanti di cui occuparsi. Quelle, per il momento, poteva gestirle Shikamaru.
Le tracce che Sakura si era lasciata alle spalle erano poche, perlopiù olfattive.
Pakkun riteneva si trovasse in uno stato di grande stress e questo, in un certo senso, confermava la tesi di Kakashi. Dal momento, però, che il Sesto Hokage non era solito fasciarsi la testa prima d’essersela rotta del tutto, sospirò per l’ennesima volta e atterrò sul ramo di vecchio albero. Aveva bisogno di riflettere. E in fretta.
Il cielo prometteva pioggia già da diverse ore. L’aria era umida, carica di elettricità, e Kakashi sapeva che se fosse venuto a piovere le probabilità di trovare Sakura si sarebbero ridotte drasticamente. I temporali estivi da quelle parti erano piuttosto violenti e le poche tracce che Sakura si era lasciata alle spalle, e che Pakkun era riuscito a intercettare, sarebbero state cancellate dallo scroscio dell’acqua. C’era sempre la possibilità che Naruto l’avesse già raggiunta, convincendola a tornare indietro, ma lo reputava poco plausibile, sia perché la pulce in questione era difficile da dissuadere, sia perché nessuno si era premurato di avvisarlo – e poiché le norme di sicurezza prevedevano che l’Hokage lasciasse il Villaggio solo se scortato da una squadra scelta di ANBU e Kakashi era andato via prima che qualcuno potesse ricordarglielo, o imporglielo, la notizia sarebbe corsa abbastanza in fretta da farlo rientrare il più velocemente possibile.
La situazione, per quanto ne sapeva, poteva solo essere peggiorata.
Pakkun si fermò alla base del tronco, alzando il muso verso il ninja. Non disse nulla, probabilmente per non interrompere il corso dei suoi pensieri, ma il Sesto Hokage non poté fare a meno di notare la frenesia della sua coda sottile e la mobilità inquieta dei suoi occhietti acquosi. Il modo in cui arricciò il naso, impaziente, gli dette conferma che il tempo a loro disposizione stava per scadere.
“Sta per piovere”, affermò Kakashi, dando voce alla preoccupazione del cane ninja, che annuì.
“Non sono sicuro che riuscirò a seguirli ancora per molto”, ammise Pakkun.
“Naruto dovrebbe raggiungerli prima di noi”, Kakashi balzò giù dal ramo, atterrando agilmente sul terreno umido. “Se attraversiamo il torrente a est, risalendo la parete rocciosa laggiù, potremmo guadagnare dai quindici ai venti minuti”.
“Ci allontaneremmo dalle altre squadre”, gli fece presente Pakkun, voltandosi a guardare il fitto della vegetazione. “E se il temporale dovesse sorprenderci durante l’arrampicata, ci troveremmo nei guai”.
Un tuono, in lontananza, squarciò la quiete del pomeriggio. Tacquero entrambi, immobili e in ascolto.
Quando quel rombo riecheggiò nuovamente per la boscaglia, facendo alzare in volo gli uccelli appollaiati sui rami e fuggire qualche scoiattolo incuriosito dalla chiacchierata, Kakashi levò lo sguardo al cielo livido. Sopra le loro teste, grosse nuvole scure si muovevano verso il Villaggio della Foglia, coprendo gli sprazzi di azzurro ancora visibili. Non si sorprese di avvertire la carezza di una brezza fredda sul viso, né di udire il guaito polemico e infreddolito di Pakkun; la goccia che filtrò dal tessuto della maschera, tuttavia, lo colpì con l’inevitabilità di un pugno bene assestato.
“Siamo già nei guai”.
 
×
 
Sakura Haruno era nella merda.
Non era mai accaduto prima di allora che le sue iniziative sfociassero in situazioni potenzialmente mortali (fatta eccezione per la volta in cui, in un eccesso di autostima, aveva creduto di riuscire a uccidere Sasuke con un kunai avvelenato); non era mai accaduto perché di rado andava in missione da sola e perché, in genere, i suoi compagni rischiavano l’osso del collo per salvarle la vita. Quest’abitudine di solito le andava poco a genio, ma poiché si reputava una persona riconoscente, e dunque poco propensa a rifiutare l’aiuto di un amico che aveva a cuore il suo benessere, inghiottiva la frustrazione e riprometteva a se stessa di cavarsela da sola la volta successiva. Il fatto che la tanto attesa volta successiva stentasse ad arrivare, e proprio perché i suoi compagni intervenivano prima che avesse modo di mettersi alla prova, aveva finito – naturalmente -  per farle saltare i nervi.
La missione cui era stata assegnata non aveva niente di diverso da molte altre: si trattava, in fondo, di un’operazione di recupero. La spedizione di Sai, non troppo distante dalla città di Tanzaku, non era andata a buon fine, e le due squadre incaricate di riportarlo indietro non avevano mai fatto ritorno. Il maestro Kakashi non si era espresso a riguardo, ma Shikamaru, che indubbiamente era il suo uomo più fidato, escludeva categoricamente le ipotesi meno rassicuranti. Sakura non sapeva se credere o meno alla sua obiettività, visto e considerato che erano coinvolti anche Ino e Choji, e che Shikamaru, per ovvie ragioni, non avrebbe accettato facilmente una loro eventuale dipartita, ma poiché, di fatto, si trattava anche dei suoi amici, sperava con tutto il cuore che non si sbagliasse.
L’opinione più diffusa era che fossero stati fatti prigionieri, ma non era da escludere che una volta giunti sul posto si fossero trovati invischiati in qualcosa di grosso. L’Alleanza, in quel particolare periodo storico, si trovava nell’occhio del ciclone, e ogni pista lasciata dai nemici, finanche la più debole, era da prendere in considerazione. Questo, a voler essere ottimisti, avrebbe spiegato anche la mancanza di missive: se davvero Sai e le due squadre di recupero avevano scoperto qualcosa d’importante, probabilmente volevano ridurre al minimo i contatti con Konoha ed evitare che i nemici risalissero al Villaggio o intercettassero i loro messaggi.
Naruto, Hinata e Sakura avevano semplicemente il compito di localizzare i ninja dispersi e assicurarsi che non fossero feriti, unica eventualità in cui erano autorizzati a intervenire. Naruto, per indole, sarebbe intervenuto in ogni circostanza, e questo in fondo lo sapevano sia il maestro Kakashi che il resto della squadra, ma Hinata e Sakura avevano il preciso ordine di restarne fuori. D’altronde, l’unico motivo per il quale erano state inserite in quella formazione consisteva nel fatto che i Jonin del Villaggio erano già stati impiegati in altre missioni, tutte di Rango A e S. La loro, paradossalmente, era tra le meno rischiose - e questo la diceva lunga su quanto la situazione di Konoha e della stessa Alleanza fosse preoccupante.
Sakura non voleva creare ulteriori problemi. Aveva lasciato il Villaggio della Foglia con l’intenzione di attenersi agli ordini del maestro Kakashi, che sulle prime non si era mostrato molto entusiasta all’idea di coinvolgere anche lei e Hinata. Non voleva deluderlo, né dargli un grattacapo. Al contrario, sperava di dimostrargli di essere meritevole di fiducia e piena di risorse, esattamente come i ninja che riempivano il suo ufficio e che più degli altri rientravano nella cerchia dei prediletti per intelletto, abilità innate e capacità strategiche.
Se le cose erano andate in quel modo, e se Sakura si era sentita in dovere di separarsi dal resto della squadra, la colpa era principalmente di Naruto – quella stupida testa quadra!
La sua modalità eremitica gli aveva permesso di localizzare Sai e le due squadre credute disperse e, una volta giunti a meno di dieci miglia da Tanzaku, il Byakugan di Hinata li aveva guidati all’ingresso di una caverna. L’entrata era ostruita, ma non abbastanza da soffocare le grida isteriche di Ino e le imprecazioni di Kiba, il cui udito probabilmente non ne poteva più dello strepitio dell’amica.
Stavano tutti bene, fatta eccezione per Sai e Choji, entrambi feriti e privi di conoscenza. A quanto pareva, i nemici avevano catturato Sai non appena si erano resi conto di essere stati intercettati e, dopo aver tentato inutilmente di estorcergli delle informazioni sulle strategie difensive di Konoha, intuendo l’arrivo dei soccorsi, li avevano attirati all’interno di una caverna che in realtà si era rivelata una miniera di cristalli: cristalli inibitori di chakra. Non c’era da sorprendersi che nessuno dei ninja imprigionati riuscisse a usare le proprie tecniche, lì dentro: non potevano farlo.
Kiba aveva raccontato a Naruto che per qualche motivo i nemici erano rimasti accampati fuori dalla miniera per almeno quattro giorni e Shino riteneva fossero partiti da meno di un’ora. Avevano ancora la possibilità di raggiungerli. Peccato che i piani di Naruto non coincidessero con quelli di Sakura, il cui spirito di osservazione, in circostanze in cui non si richiedeva l’utilizzo della mera forza bruta, era molto più sviluppato di quello dell’amico.
Non l’aveva ascoltata. Le aveva detto di restarne fuori e di pensare ai compagni imprigionati e Sakura era andata su tutte le furie. Aveva provato a insistere - supportata debolmente da Hinata e dalle urla colleriche di Ino, che bramava vendetta - ma Naruto non aveva voluto sentire ragioni. Si era lanciato all’inseguimento dei nemici senza capire perché si stessero dirigendo a ovest quando la via di fuga più sicura era quella a sud di Tanzaku, e Sakura, dopo avergli urlato dietro di essere un imbecille che rischiava solo di perdere del tempo prezioso, aveva iniziato a correre dalla parte opposta.
Stupida, stupida testa quadra!
Che senso aveva inseguire la fonte di chakra sospettosamente più intensa, rischiando di cadere a propria volta in trappola, quando Sakura sapeva esattamente dov’erano diretti?
 
×
 
Kakashi si fermò sulla sponda del torrente.
Il temporale, come previsto, era scoppiato con una violenza indicibile e il corso d’acqua si era ingrossato prima che lui e Pakkun riuscissero ad attraversarlo. Quello che si trovavano di fronte, a quel punto, era un canale incattivito dal vento, dalla piena e dai detriti.
Il ponticello che univa le due rive, e che già normalmente appariva malandato, cigolava adesso sotto la pressione delle onde, talmente alte da sommergerlo per metà. Non c’erano speranze di riuscire a percorrerlo senza essere trascinati via dalla corrente e se Pakkun fosse stato in grado d’impallidire, nel momento in cui si accorse che Kakashi stava misurando la sponda ad ampie falcate, vigile e inquieto come un leone in gabbia, sarebbe diventato bianco come un cencio.
Sapeva cosa aveva in mente: calcolava le distanze. Ciò significava che, a dispetto delle condizioni climatiche poco rassicuranti, e dunque del cielo che sembrava promettere un’Apocalisse, avrebbe attraversato il corso d’acqua e trovato il modo di risalire la parete rocciosa, ormai simile a una cascata, che si trovava dalla parte opposta.
“Kakashi!”, chiamò il cane ninja, alzando la voce per sovrastare l’ululato del vento. “È troppo rischioso!”.
Kakashi non sembrava della stessa opinione. Guardò la sponda fangosa che l’attendeva oltre il torrente e poi si voltò verso il fitto della boscaglia. Era difficile trovare ciò che gli serviva, visto e considerato che la pioggia cancellava i contorni di ogni cosa, dandogli la sensazione di guardare attraverso un vetro sporco, ma alla fine, spostando lo sguardo sui tronchi più vicini, ne trovò uno sufficientemente robusto da calamitare la sua attenzione.
Pakkun lo guardò contemplare un albero secolare con interesse, e quando il viso dell’Hokage si levò al cielo, e i suoi occhi frugarono le nuvole in cerca di qualcosa, il cane ninja seppe con assoluta certezza che l’azione a seguire avrebbe potuto rivelarsi letale.
“Kakashi!”, gridò, allarmato. “Non puoi usare i Mille Falchi senza l’aiuto dello Sharingan!”.
Lo scoppio di luce che rischiarò la vegetazione troncò la questione sul nascere. In circostanze come quella, benché fosse importante prendere le decisioni giuste, non si poteva tergiversare che per un breve lasso di tempo, e Kakashi era piuttosto certo di averne perso anche troppo. Se non poteva più fare affidamento sui sensi di Pakkun, che a breve si sarebbe dissolto in una nube di vapore, doveva necessariamente darsi una mossa. Per farlo, aveva bisogno di mettere da parte la prudenza.
Il fulmine che precipitò dal cielo, illuminando il bosco così come avrebbe fatto il sole di mezzogiorno, non era che una replica di quello generato dal palmo del Sesto Hokage. L’utilizzo dei Mille Falchi, e di ogni sua variante, non era certamente semplice come lo sarebbe stato prima di perdere lo Sharingan, ma questo non significava che Kakashi non avesse l’intenzione, o la capacità, di adoperarlo ugualmente: aveva ricorso a quella tecnica così tante volte, e gli aveva salvato la vita così di frequente, che il pensiero di metterla da parte per sempre era sufficiente a farlo sentire monco. Così, quando decise di adoperare i Mille Falchi per causare la caduta di un fulmine, non potendo più prevedere il punto e la violenza con cui gli sarebbe andato incontro, irrigidì i muscoli della schiena e serrò una mano sull’avambraccio opposto, pronto a riceverlo.
Il contraccolpo fu più forte del previsto.
Pakkun vide la sua spalla schizzare indietro di scatto e per un terribile attimo ebbe paura che il fulmine l’avesse trafitto. In realtà, sebbene gli occhi di Kakashi si serrarono in una smorfia di dolore, e tutto il suo corpo venne trascinato via di qualche metro, abbastanza da fargli affondare i piedi e i polpacci nel fango, ne uscì relativamente illeso. La sfera azzurrina al centro del suo palmo, carica di elettricità, imbrigliò l’estremità sibilante del fulmine, creando una catena elettrica che nasceva dalla mano di Kakashi e scompariva direttamente nel livore del cielo in tumulto.
Pakkun indietreggiò, sgranando gli occhi. Il suo olfatto percepiva distintamente odore di sangue e bruciato, ma Kakashi non aveva l’aria di una persona ferita. Aveva usato i Mille Falchi per generare una fonte di elettricità che ne attraesse dell’altra e adesso allacciava il proprio chakra al fulmine, dando vita a un letale fascio di luce sfolgorante. Non era semplice tenere a bada tutta quell’energia e Pakkun lo comprese quando Kakashi cercò di muoversi. La sua spalla, di nuovo, scattò indietro, come se una forza dall’alto fosse determinata a liberarsi e a schiacciarlo come un insetto. Il rumore era insopportabile e se già normalmente la tecnica dei Mille Falchi aveva un suono sgradevole all’udito sensibile di Pakkun, in quel momento non poté fare a meno di guaire e di coprirsi le orecchie con le zampe. Era uno spettacolo terrificante.
Kakashi impiegò dai due ai tre minuti a comprendere quanta forza gli servisse per gestire quella del fulmine. Quando ci riuscì, i suoi piedi si districarono dall’impedimento viscido del fango per cominciare ad avanzare, dapprima lenti e poi sempre più veloci, verso il grosso tronco a pochi metri dalla riva. Iniziò a correre.
E le sue intenzioni, a quel punto, risultarono chiare anche agli occhi increduli di Pakkun.
 
×
 
La casa di Mitsuko Shimizu si trovava oltre un bosco di salici.
Si trattava di una piccola baita dall’aspetto un po’ dimesso, con un caminetto sempre fumante e una manciata di chincaglierie appesa alla porta d’ingresso.
Sakura l’aveva scoperta per caso durante l’unica missione che aveva condiviso, da sola, con Sasuke. Allora le era sembrato un posto bellissimo, quieto e variopinto. Adesso che il temporale infuriava - probabilmente - su tutto il Paese del Fuoco, le fronde dei salici le frustavano il viso e le braccia e lo scenario pareva molto diverso da quello poetico e idilliaco che aveva ammirato insieme a Sasuke. Le radici scoperte rischiavano di falciarle le gambe a ogni passo e il piccolo ruscello si era ingrossato al punto da straripare, rendendo il terreno molle e fangoso.
L’odore del fogliame bagnato, unito a quello selvatico della boscaglia, era talmente intenso da darle voltastomaco e Sakura fu costretta a respirare con la bocca per evitare di rigettare la colazione. Si accovacciò accanto a un tronco e osservò l’unica abitazione della zona.
Dubitava di essere arrivata prima dei nemici, che a detta di Shino avevano un vantaggio di quasi un’ora, ma poiché la pioggia scrosciante, di certo, aveva lavato via ogni traccia del loro passaggio o della loro presenza, non le restava che rimanere dov’era, quatta e in ascolto, sperando in un passo falso.
All’interno della struttura, le luci erano accese.
Sakura assottigliò lo sguardo, cercando di scorgere oltre i vetri dei volti che le ricordassero le foto allegate ai fascicoli della missione. La pioggia era talmente fitta da renderle il compito piuttosto arduo, ma l’alternativa a quel punto sarebbe stata quella di avvicinarsi al davanzale e di sbirciare all’interno e Sakura non aveva intenzione di farsi scoprire prima del tempo.
Il maestro Kakashi, su questo, era sempre stato irremovibile: mai agire senza un piano. E poiché Sakura si era impulsivamente separata dalla squadra e si trovava senz’altro in inferiorità numerica, aveva bisogno di una strategia che fosse vincente su tutti i fronti.
C’era una motivo se aveva deciso di allontanarsi dal gruppo. L’osservazione dubbiosa di Kiba, che non capiva per quale motivo i nemici si fossero accampati per giorni fuori dalla caverna, l’aveva spinta a studiare i resti del focolare e dei giacigli ormai vuoti. Aveva notato molti rimasugli vegetali, dai quali si era azzardata a dedurre che i fuggitivi non mangiassero carne, e tra queste le foglie di una pianta anestetica, abitualmente non commestibile. Le condizioni di quelle foglie, accartocciate e in parte sminuzzate, le avevano dato da pensare, e quando Naruto, di punto in bianco, aveva annunciato la presenza di una fortissima fonte di chakra, in una zona strategicamente priva di alcuna attrattiva, tutti i tasselli del puzzle erano andati al posto giusto. E Sakura si era diretta lì, alla baita di Mitsuko.
La vecchia Mitsuko Shimizu era originaria di Konoha. La sua passione per le Arti Mediche, nonché il suo talento per quelle Erboristiche, l’avevano resa una delle insegnanti più richieste in Accademia e il medico più stimato dell’Ospedale, ma era stata costretta a lasciare la sua professione quando si era scoperto che aveva aiutato delle giovani kunoichi ad abortire illegalmente, pretendendo in cambio un lauto compenso e il feto indesiderato. A dispetto della fama e dei pettegolezzi che la ritraevano come una sadica megera, la vecchia Mitsuko non era una persona priva di etica, ma poiché quella che aveva si allontanava fortemente dagli ideali del Villaggio della Foglia, il Consiglio, infine, ne aveva chiesto l’esilio. Il Terzo Hokage, che in un primo momento aveva sperato di reintegrarla, o quantomeno di avanzare una pena diversa da quella proposta, si era trovato con le mani legate non appena aveva compreso che l’opinione pubblica, in ogni caso, le avrebbe reso la vita un inferno. Così, Mitsuko Shimizu si era stabilita altrove e aveva continuato a fare, tra le altre cose, anche ciò per cui era stata esiliata. Le malelingue popolari la definivano una strega. In realtà, si trattava semplicemente di un medico dalla mentalità un po’ troppo aperta, che per il bene proprio e dei suoi pazienti aveva sfidato il concetto più comune di morale.
Sakura aveva incrociato la sua strada solo una volta. Non avrebbe mai dimenticato la collocazione della sua casetta di legno, né le due donne che sedevano, a sguardo basso, sulla veranda intiepidita dal sole. Allora, la vista di quei volti pallidi e delle mani intrecciate consapevolmente sul ventre le avevano rubato un giudizio e uno sguardo severo. Adesso quella stessa veranda era vuota, ma sul tavolino del patio luccicava ancora lo stoppino bruciacchiato di una candela e Sakura si domandò se chiunque avesse atteso il proprio turno, lì fuori, fosse ancora dentro.
Studiò la struttura dal punto in cui si trovava. Se Naruto fosse stato lì, a dispetto della prudenza, sarebbe sgusciato sotto il davanzale e avrebbe provato a dare un’occhiata. Sasuke avrebbe fatto la stessa cosa, prediligendo però la finestra più piccola e lontana dall’ingresso, così d’avere, nella peggiore delle ipotesi, un buon margine di tempo per prepararsi all’attacco o ritirarsi.
Sakura decise che non avrebbe seguito né l’uno né l’altro esempio. Se anche fossero state le strategie migliori d’attuare, in quel momento, furibonda al pensiero di Naruto e insofferente a quello di Sasuke, giunse alla conclusione di essere stufa di prenderli, sempre e comunque, come dei modelli di riferimento. Il tempo le aveva insegnato che nessuno dei due era perfetto e poiché era piuttosto certa di poterli eguagliare, se non in potere, almeno in furbizia, decise che avrebbe pensato, invece, al maestro Kakashi e compensato le proprie debolezze con l’intelligenza.
Nel momento in cui decise di farlo, tuttavia, la lama di un kunai le punse la gola.
E tutti i suoi buoni propositi vennero gettati alle ortiche.
 
Continua…
   
 
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Anime & Manga > Naruto / Vai alla pagina dell'autore: Morganism