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Autore: Hondaline    11/06/2021    1 recensioni
"Ora, Culpepper non è ancora stanco di quella stanchezza che ti fa dormire per tante ore di fila, ma quasi. Chissà se è stanco anche il vecchio.
‘E che?’
Culpepper è costretto a ripensare a quel pazzo di un ebreo col quale gli tocca dividere l’aria ghiaccia di quella stanza. Domani, almeno, prenderà il treno per Daeraevur e da lì raggiungerà Eymouth in battello. Lo aspetta un tale, al bazar delle Logge blu. Culpepper è sicuro di riuscire a tirare su una bella somma.
Le iridi blu dell’ebreo che gli sta di fronte gli frugano dentro rapaci. Culpepper vorrebbe ignorarle; HA DECISO di ignorarle, ma anche col kaiken a portata di mano si sente improvvisamente disarmato. Lui, Mina-vagante, pensa perfino che quel lungo sentirsi osservato lo abbia stancato più della domenica: c’è da presumere che lo sguardo del vecchio ebreo pesi più di un fottuto macigno".
Due uomini. La sala d'aspetto di una stazione: "mentre tutto intorno a loro gela, la notte tranquilla promette un tempo infinito".
Genere: Avventura, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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IV
Culpepper si riprende il kaiken: lo rimette in tasca rapidamente. Lo diresti il gesto di uno che non va fiero di aver tirato fuori un coltello.
Anche Metzger ha la mano infilata in tasca: ce l’ha da quando è entrato in quella sala d’aspetto, a dirla tutta. Metzger stringe forte un oggetto: quell’oggetto è un’armonica. Gliel’ha regalata tanti anni fa suo padre: Yoel Zekharia Metzger.
Yoel Zekharia Metzger aveva conosciuto la bellissima Dvora Bleich che erano entrambi due ragazzi. Si erano sposati giovanissimi, e poi trasferiti in una casa come tante, modesta ma carina, nel quartiere ebraico della città di Pon Okùr, a nord del grande Fiume. Metzger e suo padre (Metzger e Metzger) andavano al fiume ogni domenica. Se il nostro Metzger chiude gli occhi, lo ricorda ancora. Da ragazzo gli piaceva infilarsi nell’anfratto tra i due roccioni del piccolo bacino che si formava proprio in mezzo ad un boschetto, sfilarsi i sandali e immergere i polpacci nell’acqua limacciosa, per sentire il fondale basso solleticargli le piante dei piedi. Era in grado di rimanere per ore in quella posizione, limitandosi a muovere ogni tanto le caviglie, veloce come un nuotatore: significava che l’acqua era diventata troppo fredda. L’orlo argentato del grande Fiume s’increspava appena, sotto la spinta delle giovani tinche e delle anguille d’acqua dolce.
Metzger e il Fiume rimanevano insieme per un po’, sazi di quella compagnia reciproca e silenziosa, finché la superficie acquitrinosa diventava una pozza buia e opaca, e allora a Metzger non andava più di stare solo col Fiume. Il padre, che di mestiere faceva il naturalista, rimaneva guardare il figlio giocare col fiume, specchio immobile e puzzolente sotto il grande sole caldo.
Yoel aveva visto morire Dvora di parto e aveva amato quel suo unico bambino più di quanto amasse Dio. Piano piano era invecchiato e aveva incominciato a perdere la vista e l’udito. Nel frattempo aveva ristrutturato la casa, aveva piantato i gerani, si era preso un gatto, aveva allevato dei polli e studiato le piante. Se n’era andato una notte, rintanato nella sua camera da letto, senza accorgersene. Daniel D. Metzger aveva provato un’ammirazione profonda per il padre fino alla di lui morte, e perfino oltre.
Daniel D. Metzger afferra la sua boccetta di latta e beve il suo liquore di riso dolce. Si sente in imbarazzo a bere da solo, con un’altra persona presente.
‘Aspetterò un po’’ decide.
‘Devo comportarmi come se fossi solo’
‘Così il mio amico si sentirà più a suo agio…non mi sembra un simpaticone’.
‘Che buffo modo di sorridere, poi…’
Sfila l’armonica dalla tasca e si sistema sul seggiolino. La avvicina alle labbra.
Ha avuto un’idea: l’ultima volta che ha suonato quella canzone è stata molti anni fa, e l’ha dedicata alla sua Dunja: occhi di velluto-Dunja.
L’aveva vista per un anno, prima di dichiararsi, prima di recarsi, nel mezzo di una notte di fine estate, sotto la sua finestra e dirle: Dunja Dunja Dunja, sono io, il macchinista del teatro, affacciati, ti amo. Lei andava al teatro per vedere la sorella recitare, e Metzger rimaneva nascosto dietro il sipario ad osservarla: la guardava per tutta la durata dello spettacolo, nella platea a volte vuota a volte piena. La sua ragazza sedeva sempre nelle ultime file.
Metzger sapeva che Dunja sperava per la sorella un futuro importante: sperava che il direttore di qualche compagnia famosa la vedesse cantare, la notasse e la prendesse con sé, a recitare e cantare nei grandi teatri delle capitali, quelli coi lampadari di cristallo, in cui vanno i ministri e i presidenti, vestiti di tutto punto.
Metzger sapeva anche che questo non sarebbe mai successo perché la sorella di Dunja non era brava: recitava parti episodiche e non appariva che poche volte sulla scena. Però non glielo diceva.
La sera tardi, dopo gli spettacoli, Metzger portava Dunja a fare delle lunghe passeggiate per le strade molto notturne e molto invernali che si arrotolavano ad anello intorno al palazzo comunale. Per scaldarsi correvano dietro ai filobus, facendo a gara: correvano a più non posso fino a che le ginocchia non cedevano, ed erano costretti a fermarsi per riprendere fiato.
Di pomeriggio la portava a mangiare il gelato alla fragola alla baracca del vecchio Lionel. Quando pioveva, il loro posto preferito era il planetario: si baciavano a lungo, nella sala scura e vuota, sotto il cielo stellato. Metzger, che era un bravo ragazzo ebreo, non le diceva mai niente di brutto: le diceva solo che l’amava, anche se i ragazzi del paese scherzavano sempre sul fatto che non fosse in fondo molto bella.
Penserai che si possano amare solo le ragazze belle. Io ti rispondo che per Metzger tutto di lei era bello. Nessuno ti costringe: puoi pensare che Dunja fosse brutta e che si dovrebbe fare a meno di portare in giro una ragazza con gli occhi di velluto. Io non ti dirò niente: non è questo che importa.
Sto parlando di Metzger. A lei sola ha detto ti amo, e perfino adesso sta pensando che se gli capitasse di riaverla con sé anche solo per una giornata, la riporterebbe a correre dietro ai filobus, al planetario, o nel giardino davanti alla baracca di Lionel, ricoperto di viole in primavera. E allora, come tanti anni fa, glielo direbbe ancora, che l’ama.
Metzger avvicina l’armonica alle labbra.
Inizia a suonare: «Amore mio, amore mio, o mio grande amore…»
Culpepper, che ancora continua a guardarlo, sente freddo, muore di freddo (c’è un fottuto freddo là dentro), ma segue attentamente le espressioni del viso di Metzger. Furbo di un ebreo, finge che non gli importi di quell’improvviso interesse, quindi non ci bada, e continua a suonare la sua canzone.
Culpepper si alza piano piano, prende la sedia di legno (quella che all’inizio ha pensato di spaccare sulla schiena del vecchio ebreo) e ci allunga le gambe. Tira fuori una coperta dalla borsa e se la mette addosso, per scaldarsi un po’.
L’armonica suona note dolcissime. Fuori, nel buio, un po’ di nevischio ha iniziato a cadere, ma dentro quella stanza, in quella strana comunione di persone fuori di testa, sta succedendo qualcosa.
Le canzoni si susseguono: Metzger ha imparato a suonare da ragazzo. Si è quasi dimenticato dove si trova, tanto ama il suono dell’armonica, e che qualcuno lo sta guardando.
«Anche se andassi per le valli più buie, di nulla avrei paura perché tu sei al mio fianco» suona Metzger. È la canzone degli ebrei ashkenaziti che suo padre cantava di continuo, e lui la suona con grande sentimento.
“Babbo…”
Quel pensiero lo ha colto all’improvviso. Interrompe la musica, rimette l’armonica in tasca e fissa la sua boccetta, pensieroso. Anche quella gliel’ha regalata suo padre.
«È tua.» gli aveva detto.
«Condividila con chi avrà sete.»
“Caro, caro babbo…”
Metzger prende la fiaschetta - il liquore lì dentro è caldo e profumato - e, in silenzio, allunga un braccio verso Culpepper. L’idea è quella di offrirgliene un po’.
Culpepper è in imbarazzo: questo proprio non se l’aspettava. Per una manciata di secondi rimane a guardare la fiaschetta, incerto sul da farsi. Ha estratto un coltello e poi l’ha messo via: accettare qualcosa (qualsiasi cosa) sarebbe roba da donnette. E Culpepper non fa la donnetta. Ha perfino provato a sorridere!
‘Ma guarda questo…’
Con un gesto risoluto del capo fa capire a Metzger che il fatto che gli abbia sorriso e che gli piaccia la sua musica ebraica non significa niente. Non accetta offerte da ogni suonatore decente che incontra.
Metzger non ci fa caso. Sa che quel rifiuto non è un vero rifiuto, quindi rimane così, con il braccio teso in avanti, ad aspettare che quel suo burbero ospite si decida a fare la cosa giusta e accettare il suo liquore di riso caldo.
Culpepper non si aspettava neanche questo.
‘Fottuto suonatore!’ avrebbe pensato in qualsiasi altra situazione. In qualsiasi altra situazione un’imposizione come quella gli avrebbe fatto montare dentro una rabbia nera, e allora si sarebbe alzato, e un cazzotto glielo avrebbe tirato davvero: di quelli ben assestati, per giunta.
Certo che comunque freddo ha freddo, e la fiaschetta fuma: per qualche stregoneria si è sottratta al gelo di dicembre. Come ce l’abbia fatta il vecchio ebreo, lui proprio non lo sa.
Culpepper rimane guardingo per qualche secondo, ma alla fine si arrende. Si avvicina con il busto e con la mano afferra la fiaschetta. Metzger sente un certo sollievo. Ha capito quanto gli sia costato accettare, quindi mentre Culpepper beve, lui guarda da un’altra parte: crede che sia più rispettoso così.
A Culpepper piace il liquore: quando ha dato il primo sorso gli è sembrato di fare un bagno caldo, in una vasca profumata.
Ora il silenzio comincia a pesare in quella stanza.
‘Potrei parlare di qualcosa’ pensa Metzger.
‘Ma cosa potrei dirgli?’
Qualunque cosa dicesse, gli parrebbe una scortesia nei riguardi di Culpepper: non si può obbligare a parlare una persona che non ne ha alcuna voglia.
Adesso Metzger ha ricominciato a scrutare il suo ospite: “Almeno, ora non sembra più tanto arrabbiato…”
Il liquore di riso lo ha addolcito: Metzger ha capito bene. Ha buttato giù tre sorsi pieni, caldi: adesso si sente appena venuto al mondo, come se la sua pancia e il suo cervello avessero fatto pace, e la lingua gli si fosse ammorbidita.
«Era bella…» borbotta Culpepper.
Il commento gli è uscito dalle labbra senza che potesse fare in tempo a trattenerlo. Vorrebbe afferrare quelle parole che adesso vorticano come girandole in quell’immenso silenzio e ficcarsele in gola, dimenticarsi di averle pronunciate.
“Fottuta lingua!”
«La canzone? La prima?» gli risponde Metzger, illuminandosi in volto, come grazie al sole che spunta da dietro le montagne.
Culpepper annuisce, grugnisce un po’, allunga lo sguardo lontano, imbarazzato.
«Sei gentile.» gli risponde Metzger pieno di gioia. Culpepper sgrana gli occhi: è diverso tempo che nessuno più pensa quello, di lui.
«L’ho scritta per una ragazza molto tempo fa.»
 
 
 
 
 
 
V
Questa notte, caro lettore, che è una notte buia e molto fredda, è anche una notte importante. Loro due ancora non lo sanno: certe volte gli uomini sono, a seconda dei casi, troppo stupidi o troppo vecchi per accostarsi alle cose con entusiasmo o per ascoltare una fiaba come farebbe un bambino. Stanchi che le loro storie si siano perse pezzo a pezzo, Metzger e Culpepper incominciano a trasmutare i ricordi e le persone passate in parole presenti più vive di loro.
 
 
 
 
 
 
   
 
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