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Autore: Morganism    11/06/2021    1 recensioni
Aveva sempre pensato che i peccati fossero rossi, come la passione; o neri, come la corruzione. Scoprì che invece erano bianchi, come la neve d’inverno. Bianchi, come i capelli sparsi sul cuscino. Sakura sapeva che era il colore sbagliato. Rendeva l’errore ammissibile, e non lo era. Lo rendeva innocuo, e non era neanche quello. Se fosse uscito dal chiarore ingiusto e meraviglioso di quella stanza e avesse incontrato una bocca avvelenata e una lingua disonesta, avrebbe rovinato la vita di entrambi e di entrambi non sarebbe rimasta che una diceria sporca, da bisbigliare ridacchiando davanti a un bottiglia di sakè. Le cose, a quel punto, sarebbero andate a rotoli. E lo stavano già facendo, perché non si poteva tornare indietro. Non si poteva. [KakaSaku]
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Kakashi Hatake, Naruto Uzumaki, Sakura Haruno, Sasuke Uchiha | Coppie: Hinata/Naruto, Sai/Ino, Sasuke/Sakura, Shikamaru/Temari
Note: nessuna | Avvertimenti: Triangolo | Contesto: Dopo la serie
Capitoli:
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Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
3.
The Valley
 
“Una mossa sbagliata e sei morta”.
Non credeva sarebbe accaduto tanto velocemente.
E se anche per un momento la sua determinazione era venuta meno, non avrebbe mai immaginato di finire in una situazione in cui a un passo dalla morte il suo pensiero non andava a Sasuke.
Da ragazzina, quando le cose si mettevano male e la Squadra 7 rischiava di estinguersi nel corso di una missione di Rango incerto, il suo sguardo cercava sempre il profilo dell’ultimo Uchiha di Konoha, e mentre le lacrime le appannavano la vista, e Naruto la pregava di non piangere, Sakura sperava di soccombere con l’immagine del volto amato davanti agli occhi. Allora era sicura che la presenza di Sasuke avrebbe reso un po’ meno spaventoso anche qualcosa di definitivo come la morte e il fatto che il suo ombroso compagno di squadra non ricambiasse il suo sguardo, né pensasse la stessa cosa di lei, non sembrava sconvolgerla troppo. Le bambine, d’altronde, idealizzavano tutto, persino la tragedia, ma adesso la situazione era diversa; e benché per un momento la sua mente rievocò un intenso paio di occhi neri, a dispetto di ogni melodramma lo fece soltanto per incredulità, e proprio perché, mentre il fiato del nemico le solleticava collo, non sentiva il bisogno di pensare a Sasuke, né avvertiva la spasmodica necessità di dirgli addio.
Tra tutte le cose che avrebbe potuto ricordare – o rimpiangere – mentre la lama del kunai le feriva la gola, Sakura pensò invece allo sguardo serio del maestro Kakashi, che la includeva nella squadra di recupero soltanto perché a corto di altri Jonin. Mai, prima di allora, le aveva ordinato di restare fuori dall’azione, tirando addirittura in ballo le scartoffie ufficiali, da visionare e sottoscrivere prima della partenza, ma quella volta, guardando lei e Hinata con la stessa gravità di chi era sul punto di annunciare una guerra, aveva messo nero su bianco un concetto umiliante: non le voleva sul campo di battaglia. Il perché, che a Hinata era sembrato ragionevole, a Sakura era parso un insulto.
Non si meravigliava del fatto che il maestro Kakashi la sottovalutasse. Si trattava di un’abitudine che risaliva agli esordi della Squadra 7, e Sakura, all’epoca, era troppo ingenua per capire che, se non avesse agito alla svelta, non sarebbe più riuscita a sradicarla. Adesso faceva i conti con gli strascichi di una consuetudine irritante e sessista, incredula che le cose fossero rimaste le medesime anche dopo la guerra, periodo in cui era piuttosto certa di aver dato prova del proprio valore, esattamente come tutti gli altri. Se aveva accettato la missione, ingoiando un bel groppo di risentimento, l’aveva fatto, oltre che per i propri amici, anche per dimostrare di esserne all’altezza.
Per questo voleva che la spedizione si concludesse con un successo. Solo così il maestro Kakashi sarebbe stato costretto a guardarla in maniera diversa, ammettendo che avrebbe dovuto inserirla in squadra per merito e non per mancanza di alternative. Arrivata a quel punto della propria esistenza ciò che Sakura desiderava più di ogni altra cosa al mondo era un riconoscimento, e se Sasuke e Naruto non erano intenzionati a darglielo, allora, in un modo o nell’altro, avrebbe ottenuto quello del maestro Kakashi, e cioè della più alta carica politica di Konoha. Qualora fosse riuscita a strappargli anche solo un’occhiata colma di fierezza, a Sakura sarebbe bastato: sarebbe bastato a farle capire di essere utile. O meglio, di esserlo ancora.
“Adesso verrai con me senza fare storie”, le intimò il nemico, strattonandola.
Sakura avvertì l’impulso di scansarsi e d’iniziare a sbraitare, ma si guardò bene dal farlo: se avesse tentato di liberarsi, la reazione sarebbe stata immediata e di lei non sarebbe rimasta che una pozza di sangue annacquato dalla pioggia. Restò quindi immobile, limitandosi ad abbassare lo sguardo sulla mano che impugnava il kunai. A giudicare dalla dimensione del palmo doveva trattarsi di un uomo robusto e la rotondità premuta contro la schiena le fece pensare, più che a una borsa da viaggio, a una grossa pancia. Il solo modo che aveva di metterlo al tappeto era quello di ricorrere al proprio chakra. Anche in quel caso, comunque, le probabilità di riuscire a disarmarlo o di restare uccisa erano le medesime. Aveva bisogno di una strategia. O di un diversivo.
“Non so come tu abbia fatto a trovarci”, disse il nemico, “ma ti assicuro che non vivrai abbastanza a lungo per raccontarlo a qualcuno”.
Quella era una dichiarazione d’intenti piuttosto ingenua: rivelare a un prigioniero la propria sorte non l’invogliava certamente a obbedire agli ordini. E se per un attimo Sakura aveva preso in considerazione l’idea di farsi condurre dal resto dei fuggitivi per cercare di scoprire qualcosa, la minaccia dell’uomo la spinse a cambiare tattica.
Oppose una resistenza minima, sufficiente a farsi dare un altro strattone, e approfittò della situazione a seguire per inscenare un barcollamento. Dargli le spalle, in quel momento, le offriva un vantaggio: le permise di camuffare il movimento delle mani con un goffo tentativo di recuperare l’equilibrio. L’attimo successivo, la vista dei tronchi circostanti bastò a farle venire in mente una tecnica usata - e spesso abusata - dal maestro Kakashi.
Quando la lama del kunai le ferì la gola, Sakura scomparve con un sonoro “pop!”, sostituita da un ciocco di legno.
“Ma che diavolo…?”, il nemico sgranò gli occhi.
“Hai perso qualcosa?”, e Sakura sfruttò l’effetto sorpresa.
Ricomparve sopra la sua testa, in caduta libera da un ramo non troppo distante dal suolo.
L’uomo alzò di scatto il capo, non prima di essersi guardato stupidamente intorno, e quel gesto, per quanto istintivo e comprensibile, decretò la sua fine.
Sakura incanalò buona parte del proprio chakra in una gamba, alzandola agilmente a mezz’aria. Quando la forza di gravità la spinse nuovamente verso il terreno ridotto a fanghiglia, il suo tallone si abbatté, implacabile, sulla faccia rivolta al cielo. L’espressione incredula del malcapitato venne presto sostituita da una smorfia di dolore e Sakura gli atterrò accanto con uno sbuffo.
Il grugnito dell’uomo, furioso e sofferente, si tramutò in un gorgoglio non appena il sangue iniziò a imbrattargli il volto: gli aveva rotto il naso.
“Non mi piace essere minacciata”, spiegò Sakura, compiendo un piccolo balzo per colpire il polso del nemico con la pianta del piede e fargli sfuggire il kunai di mano.
“Maledetta!”, inveì l’uomo. “Sei una sciocca se pensi che ne uscirai viva!”.
“E tu devi essere sordo”, fu la risposta, “perché ti ho appena detto che non mi piace essere minacciata!”.
Raccolse il proprio chakra nel pugno chiuso e si scagliò contro di lui.
Colpirlo, in questo caso, non fu difficile: il dolore gli impediva di tenere gli occhi aperti e la pioggia scrosciante, probabilmente, non l’aiutava a schiarire la vista annebbiata dalla sofferenza.
Sakura non si sentì in colpa quando avvertì un ulteriore schiocco sotto le dita. Digrignò i denti, assecondando il pugno finché non fu certa di riuscire a mettere definitivamente al tappeto l’avversario. Le braccia dell’uomo mulinarono nel vuoto, come in cerca di un appiglio, ma alla fine, stordito, cadde pesantemente sulla schiena - il respiro sibilante e volto ridotto a una maschera di sangue. Continuò a muoversi per una manciata di secondi, nel maldestro tentativo di rimettersi in piedi; presto, però, le sue forze vennero meno e difatti si afflosciò su se stesso, sprofondando nell’incoscienza con un ultimo rantolo di contrarietà.
Inutile, pensò Sakura. Grasso e inutile.
Con ogni buona probabilità era soltanto svenuto. La kunoichi, comunque, non si avvicinò per accertarsene, né ebbe il tempo materiale per pensare di farlo. Qualcosa di appuntito le colpì il viso, aprendo un taglio profondo sulla sua guancia destra.
Merda!”, si ritrasse di scatto, colta alla sprovvista.
Il suo primo pensiero, nel momento in cui comprese che la calda sensazione di umido sulla faccia non aveva niente a che vedere con la pioggia, fu di cercare rifugio dietro il tronco più vicino. Quando sbirciò oltre la corteccia, puntando alla casetta della vecchia Shimizu, la trovò più vicina di quanto non fosse l’ultima volta che l’aveva guardata e scoprì che la porta d’ingresso era aperta.
Sul patio, una decina di ninja si accingevano a scagliarle addosso una luccicante pioggia di shuriken, e altri cinque, col volto coperto da maschere orribili, le stavano correndo incontro a una velocità impressionante. Sakura riuscì a malapena a risucchiare il fiato in gola, atterrita; poi, prima di poter prendere in considerazione la possibilità di fuggire, una mano guantata sbucò dal nulla e si chiuse intorno al suo collo, sollevandola da terra.
Oh, merda!
 
×
 
Naruto arrestò bruscamente la propria corsa, voltandosi verso un punto imprecisato della boscaglia.
La pioggia torrenziale gli impediva di distinguere nitidamente le forme circostanti, finanche i tronchi dagli spuntoni rocciosi del terreno, e proprio perché la vista, in quel momento, rischiava di giocargli un brutto scherzo, si affidò completamente al proprio istinto.
La modalità eremitica, in questo senso, gli concedeva qualche vantaggio: riusciva a percepire le cose con maggiore chiarezza, e questa chiarezza, talvolta simile alla precisione millimetrica di un chirurgo, rasentava l’infallibilità ogni qualvolta l’oggetto della sua ricerca era qualcosa, o qualcuno, di familiare. Il chakra che pungolò la sua attenzione, nello specifico, era molto familiare.
Se avesse dovuto descriverlo con un odore, Naruto avrebbe scelto l’odore di bruciato: non un aroma piacevole come quello del legno combusto nel focolare, ma una fragranza che sapeva di fuoco, tempesta e metallo. D’istinto, non senza un guizzo d’incredulità, gli venne in mente il volto del maestro Kakashi, e per un attimo, fissando con tanto d’occhi il paesaggio soffocato dalla pioggia, ebbe la sensazione di vederlo proprio lì, nel bel mezzo di quell’acquazzone infernale, vestito della sua tenuta da battaglia. Prima di potersi chiedere, piuttosto perplessamente, come mai gli fosse passato per la testa di pensare proprio a lui, proprio in quel momento e proprio con una tale nitidezza, Naruto si rese conto che il Sesto Hokage doveva trovarsi a meno di un chilometro da lì; in caso contrario la percezione del maestro non sarebbe stata così intensa, né avrebbe avuto la sensazione di vederlo, serio e combattivo, nel fitto della vegetazione.
Un’ombra di perplessità calò sul suo volto già di per sé accigliato. Se c’era una cosa che aveva imparato, negli anni trascorsi a stretto contatto con il Terzo e il Quinto Hokage, era che, purtroppo, dopo l’elezione, la libertà personale dei neo-eletti si riduceva drasticamente, traducendosi in un noioso confinamento in un ufficio pieno di scartoffie. Ora, che il maestro Kakashi fosse, tra tutti i suoi predecessori, il meno incline a farsi ingabbiare in una prigione di fascicoli e incartamenti, era risultato palese sin da subito, ma che fosse riuscito a lasciare il Villaggio della Foglia senza essere inseguito da una squadra di ANBU (o da una Shizune in preda al panico!), lo impensieriva parecchio, se non altro perché le informazioni raccolte in missione portavano tutte a un obiettivo allarmante, che riguardava da vicino, e in modo affatto piacevole, i Cinque Kage.
Fermo sotto la pioggia, con i sensi acuiti dalla modalità eremitica e l’espressione attenta, Naruto cercò d’individuare delle fonti di chakra che potessero garantirgli l’arrivo dei rinforzi. Ne trovò qualcuna, non troppo distante dal punto in cui probabilmente era diretto il maestro Kakashi, ma nessuna di esse gli ricordava i ninja di Konoha. La percezione che aveva, di quel tipo di energia, era tiepida e intermittente, e il primo paragone che gli venne alla mente fu quello di una lampadina sul punto di spegnersi per sempre. Il pensiero dell’usura avrebbe dovuto rassicurarlo, perché significava che quell’essenza sconosciuta, proprio perché discontinua, non poteva rappresentare una minaccia, ma qualcosa, nel suo modo di estinguersi e rigenerarsi ciclicamente, gli fece venire i brividi.
In un attimo, correggendo la propria traiettoria per raggiungere al più presto il Sesto Hokage, seppe che si trattava di un pericolo… e che il maestro Kakashi gli stava correndo incontro.
Proprio come aveva fatto Sakura.
 
×
 
La stretta intorno al suo collo era salda.
Sakura non avrebbe mai creduto possibile che una mano, da sola, sarebbe stata in grado d’immobilizzarla a quel modo, eppure le cose avevano preso una piega completamente diversa da quella sperata e adesso penzolava dalla morsa del nemico come se il corpo non avesse più alcun peso.
Aveva provato a divincolarsi, scalciando come un’ossessa mentre ringhiava gli insulti peggiori che conosceva, ma dopo una breve lotta fatta di morsi e spintoni, l’impatto di un grosso palmo contro il viso l’aveva dissuasa dal continuare. Opporre resistenza, a quel punto, significava solo chiedere di essere giustiziata e Sakura non aveva intenzione di lasciarci le penne prima di aver preso a pugni qualcuno – specialmente l’uomo che l’aveva colpita!
Affondò le unghie sul polso che la sollevava alla stregua di un fantoccio e i suoi occhi verdi, furibondi, ne incrociarono un paio dal taglio felino.
Considerò che avrebbe potuto raccogliere un grumo di saliva tra la lingua e il palato, per esprimere il proprio sdegno con l’indubbia eloquenza di uno sputo, e invece, nell’incontrare lo sguardo ambrato e lucente del ragazzo apparso dal nulla, si ritrovò a trattenere il fiato in gola, sgomenta.
Aveva già visto quegli occhi.
Li aveva già visti, ma non era possibile che si trovassero .
Le tornò alla mente il fascicolo della missione, memorizzato in fretta prima di partire. In mezzo alle informazioni principali, tra le quali erano riportati i nomi dei compagni dispersi e il luogo in cui erano stati avvistati per l’ultima volta, Shizune aveva inserito un plico di fotografie, avvertendo lei, Naruto e Hinata che, durante la spedizione di recupero, se le cose si fossero messe male, avrebbero potuto imbattersi in una formazione di ninja associati ai traditori dell’Alleanza. Le probabilità che accadesse erano piuttosto scarse, se non altro perché molti di loro erano stati intercettati altrove solo pochi giorni prima, ma l’opinione spassionata di Shizune li invitava a tenere gli occhi aperti. L’ordine dell’Hokage, nel caso in cui si fossero trovati faccia a faccia con quel tipo di avversario, contemplava invece la ritirata immediata. Sakura era perplessa.
“Tutto questo trambusto”, scandì lentamente il nemico, “per una mingherlina”.
La mingherlina in questione non gradì il commento, ma qualcosa, nel tono dell’osservazione, le impedì di replicare. Inghiottì la saliva che aveva pensato di sputare al colmo dello sprezzo e osservò il volto del ragazzo con la circospezione che avrebbe riservato a un Cercoterio.  
A dispetto della forza sovraumana, che Sakura avrebbe attribuito molto più facilmente all’uomo ormai sommerso dal fango, il suo nuovo avversario aveva una corporatura smilza, se non addirittura emaciata. Il colorito pallido, normalmente indice di salute cagionevole, gli conferiva invece un aspetto nobile e altero, accentuato dai lunghi capelli neri e dai lineamenti tanto delicati da sembrare finemente scolpiti nel marmo. Era indubbiamente giovane: giovane e di bell’aspetto. Tuttavia, il timbro gelido della sua voce e la fredda innaturalezza dei suoi occhi d’ambra la dissuasero dall’abbassare la guardia: se aveva imparato qualcosa, dalle esperienze passate, era che gli uomini della sua risma portavano guai. Guai di quelli grossi.
“Come hai fatto a trovarci?”, chiese il ragazzo dopo averla studiata a propria volta.
Sakura affondò più saldamente le unghie sui suoi polsi, senza ottenere alcuna reazione.
“Avete lasciato così tante tracce, dietro di voi, che mi meraviglio non siate stati intercettati prima”.
La presa intorno al collo si strinse e Sakura dedusse che il temperamento del ragazzo, a dispetto dell’inespressività del volto, suggeriva tutt’altra natura: se adeguatamente provocato c’erano buone probabilità che reagisse in maniera istintiva e per esperienza sapeva che l’istintività comportava sempre – sempre – degli errori di giudizio. Decise di far leva su quella.
“Se questo fosse vero”, replicò il ragazzo mentre il suo viso rimaneva immobile, “vorrebbe dire che i ninja di Konoha non riconoscono il pericolo neppure guardandolo dritto in faccia”.
La minaccia insita nelle sue parole costrinse Sakura al silenzio. Sapeva di trovarsi in una situazione spinosa, ma se davvero era destino che morisse, allora, in un modo o nell’altro, aveva il dovere di estorcergli quante più informazioni possibili e sopravvivere abbastanza a lungo da comunicarle a Konoha. Così, se anche ci avesse rimesso la vita, la missione avrebbe avuto un esito positivo e Sakura sarebbe stata ricordata, se non proprio con rimpianto, quantomeno con rispetto.
Lo guardò a lungo, abbastanza da riuscire ad attribuirgli non più di sedici o diciassette anni. In circostanze normali il pensiero di nuocergli sarebbe stato sostituito dal tentativo di tramutarlo in alleato, ma in quel particolare contesto sospettava che ogni manovra di condizionamento si sarebbe rivelata inutile: qualcuno l’aveva già indottrinato a dovere o non si sarebbe impegnato così tanto per nascondere le proprie emozioni dietro una maschera di ghiaccio.
“Non dovresti essere qui”, disse Sakura, rifacendosi alle informazioni raccolte sino a quel momento, che naturalmente lo collocavano da tutt’altra parte – o meglio, in tutt’altro Paese.
“Neanche tu”, ribatté il ragazzo. “Eppure eccoti a ficcare il naso in cose che non ti riguardano”.
“In cosa, per esempio?”, la bocca di Sakura, che iniziava ad assumere un’allarmante sfumatura bluastra, accennò un sorriso eloquente. “Una gravidanza problematica, forse?”.
Il dolore l’investì senza alcun preavviso. Il suo volto, da fermo che era, scattò indietro di colpo. La kunoichi impiegò diversi minuti a comprendere di avere appena ricevuto una testata, e quando il sangue cominciò a imbrattarle il volto, mischiandosi alla pioggia, dedusse di avere la fronte spaccata.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo rimase stordita, con la testa ciondolante e la sensazione di non vederci più; si rese conto di essere ancora sospesa a mezz’aria, con una mano chiusa intorno alla gola, soltanto quando la presa del nemico si fece serrata, costringendola a spalancare gli occhi e la bocca alla disperata ricerca di ossigeno. Il volto del ragazzo, adesso, era così vicino che Sakura riuscì a distinguere un baluginio dorato, incandescente, in fondo al suo sguardo.
Attenta”, l’avvertì con ostilità. “Potrei decidere di farti molto male prima di ucciderti”.
Le unghie di Sakura si conficcarono violentemente nel polso del nemico, che anche stavolta sembrò non curarsene.
“Lo prendo come un sì”, boccheggiò a fatica. “Si tratta davvero di una gravidanza problematica”.
Questa volta, la reazione non la colse impreparata. Nonostante la vista annebbiata, la pioggia torrenziale e i polmoni in fiamme, nel momento in cui il ragazzo tirò indietro il capo, senz’altro per caricare una seconda percossa, Sakura imitò il suo movimento, scattando nel verso opposto. Avvertì uno strappo doloroso all’altezza del collo, ancora intrappolato nella morsa ferrea del palmo avversario, ma decise di preoccuparsene più tardi, approfittando del barcollamento a seguire per sollevare rapidamente le gambe, raccogliere le ginocchia al petto e piantare gli stivali nello stomaco del ragazzo. Sakura non vide la sua espressione sorpresa, ma si accontentò di udire il verso di frustrazione che gli scappò di bocca quando, accorgendosi che la presa intorno al collo si era allentata, spinse con tutte le forze che aveva in corpo e riuscì a sfuggirgli: la pioggia e il sudore rendevano la sua pelle scivolosa e mai come in quel momento Sakura fu felice di essere zuppa d’acqua e coperta di sporco. Non abbassò la guardia.
Nell’esatto istante in cui sgusciò dalla stretta del ragazzo entrarono in gioco gli uomini mascherati.
Sakura li paragonò istintivamente agli ANBU del Villaggio della Foglia. Li aveva notati sul patio della vecchia Shimizu, insieme a una manciata di compagni armati di shuriken, ma li aveva persi di vista dopo essere stata immobilizzata dal nemico dagli occhi ambrati. Non impiegò molto tempo a comprendere che rispondevano ai suoi ordini: si erano fermati quando il loro capo era sceso in campo e adesso intervenivano in sua difesa. Erano chiaramente dei sottoposti.
Sakura usò il petto del ragazzo alla stregua di un trampolino, spingendosi verso l’alto per compiere una capriola a mezz’aria. Affondò una mano nel marsupio allacciato ai fianchi ed estrasse velocemente due kunai: il primo le servì a deviare la traiettoria di uno shuriken diretto al viso e il secondo stroncò la corsa di un avversario mascherato.
Quando atterrò sopra un ramo, flettendo le ginocchia per evitare di perdere l’equilibrio, i suoi occhi verdi guizzarono rapidamente da una parte all’altra della radura, memorizzando la conformazione della valle e lo schieramento dei nemici che l’accerchiavano dal basso. Erano in troppi.
Maledizione, pensò con rabbia, passando una mano sulla fronte ferita.
Respirò a pieni polmoni, cercando di riprendere fiato. Non aveva intenzione di farsi uccidere, ma la situazione stava degenerando e Sakura non aveva idea di come uscirne.
Il ragazzo dagli occhi ambrati non sembrava felice di essersela fatta scappare. Nel mettere a fuoco la sua espressione furibonda, che in qualche modo sembrava incendiargli lo sguardo, Sakura rimpianse la faccia bianca e immobile che le aveva riservato sino a quel momento.
“Non ti conviene provocarmi”, la voce del nemico sovrastò lo scroscio della pioggia, e i suoi occhi, dapprima impassibili, parvero d’un tratto molto più grandi e molto più luminosi.
La pioggia non garantiva una visuale chiarissima, tuttavia non c’era modo di fraintendere l’origine dei fasci di luce che di punto in bianco illuminarono la radura: dapprima sottili come fili di chakra, si allargarono nell’aria con la fluidità dell’olio, piatti e insolitamente pulsanti. Per un attimo, trattenendo il fiato, Sakura vi guardò attraverso ed ebbe la sensazione di osservare il volto del nemico da una parte all'altra di un vetro colorato. La dimensione di quei nastri sfolgoranti crebbe sino a ricordarle la luce guida, circolare, di un faro. In questo caso, però, le luci erano due. E provenivano entrambe dagli occhi del ragazzo.
Oh, no.
Sakura sapeva riconoscere un’Arte Oculare quando ne vedeva una. La sua esperienza in materia, per ovvie ragioni, era piuttosto vasta, e la vista di quella particolare dote, forse per la sua eccezionalità, cancellò ogni traccia di colore dal suo viso. Di nuovo, richiamò alla mente i fascicoli della missione: stavolta, però, non le furono d’aiuto. Le informazioni che le servivano, al momento, erano classificate come riservate, e lei, che era stata inserita in una missione di rango inferiore, parallela alla principale come d’altronde molte altre prima della sua, non vi aveva avuto accesso.
No, no.
Non aveva idea di cosa aspettarsi. E quando il ragazzo le piantò gli occhi addosso, tenendo le labbra in un sorriso tagliente, Sakura ebbe la conferma che, di qualunque abilità stesse per servirsi, certamente non le sarebbe piaciuta.
I fasci di luce proiettati dal suo sguardo avevano tracciato due cerchi perfetti nell’aria e il nemico vi affondò le braccia con un rumore simile a un “plop!”. Sakura non seppe spiegarsi cosa accadde dopo. Ebbe appena il tempo di notare che quei cerchi luminosi inghiottirono gli arti del ragazzo come se quest’ultimo li avesse infilati dentro una scatola o sotto una coperta.
Poi precipitò nel vuoto.
“SAKURA!”.
 
×
 
Pakkun era stanco di correre.
La sua evocazione stava eccedendo in durata e benché fosse determinato ad aiutare Kakashi e ripugnasse l’idea di abbandonarlo nel momento del bisogno, era sicuro che da un momento all’altro, esausto, sarebbe stato costretto a lasciarlo da solo. Non aveva idea di come fossero usciti indenni dalla caduta del fulmine, dall’attraversata del canale e dall’arrampicata che si era rivelata, perlopiù, una doccia gelida e violenta, ma da qualunque divinità fossero stati assistiti in quel frangente, era piuttosto certo che di fronte a un nuovo pericolo, dopo gli sforzi compiuti per mantenerli in vita, li avrebbe mandati al diavolo e lasciati morire nel peggiore dei modi.
D’altronde, stavano sfidando la sorte.
Kakashi non sembrava rendersene conto, o magari preferiva non pensarci, ma se gli fosse accaduto qualcosa, e se dunque avesse lasciato prematuramente la sua poltrona di Hokage, il Villaggio della Foglia si sarebbe trovato a corto di leader in un momento storicamente delicato, se non addirittura pessimo. Non v’erano dubbi che Naruto avrebbe preso il suo posto, fosse anche solo per la sua eroica partecipazione alla Quarta Guerra Mondiale Ninja, ma il ragazzo, per quanto indubbiamente motivato e votato alla difesa di Konoha, mancava di esperienza e diplomazia, entrambe doti che Kakashi, strano a dirsi, possedeva in abbondanza.
Non era il periodo migliore per concedersi dei colpi di testa di quella portata e la trovata del famoso Ninja Copiatore, non più tale, rischiava di costare caro a tutti.
Pakkun riteneva che gettare alle ortiche la prudenza, buttandosi nella mischia per la sopravvivenza di una sola kunoichi, fosse una scelta contestabile, ma ogni tentativo di discuterne con Kakashi si era concluso con un invito a tornare a casa o ad accelerare il passo, e alla fine, con un guaito polemico, aveva gettato la spugna. Fargli cambiare idea era chiaramente impossibile.
La Squadra 7 aveva sempre occupato un posto speciale nel cuore del Sesto Hokage e benché ormai la vecchia brigata si fosse sciolta, lavorando insieme soltanto sporadicamente, il ricordo dei tempi andati, a quanto pareva, era ancora vivo e recente nella sua memoria.
Pakkun non aveva speranze contro qualcosa del genere.
La filosofia di Kakashi in merito al divieto di abbandonare i compagni in battaglia era sempre stata ammirevole. Tuttavia, il cane ninja si chiedeva se, lasciando Konoha con l’unico scopo di salvare la vita della sua allieva, Kakashi non avesse abbandonato l’intero villaggio.
“Ci siamo!”, lo sentì esclamare una volta giunti in una radura battuta dal vento e dalla pioggia.
Pakkun ricordava di esserci già stato in passato e la vista di una casetta di legno, benché più dimessa di quanto rammentasse, gliene dette conferma.
Il temporale aveva stravolto il paesaggio al punto da distruggere il ruscello e allagare buona parte della valle, ma l’intenso odore di colture mediche gli fece venire in mente il volto di Mitsuko Shimizu ancor prima che quest’ultima facesse la sua comparsa sul patio. Pakkun non la vedeva da un paio d’anni (ed era certo che durante il loro ultimo incontro fosse già piuttosto avanti con l’età!) eppure la sua schiena era ancora dritta come un fuso e sebbene la magrezza tipica della vecchiaia le assottigliasse la pelle, tirandola sulla ossa sporgenti, la sua figura, per quanto piccola, ispirava sempre un qualche tipo di soggezione. Vederla lì, ferma sulla soglia di casa con la lunga treccia bianca raccolta tra le scapole e gli occhi fieramente puntati sulla radura, lo portò ad abbassare quasi inconsapevolmente la coda.
Non era da sola. Alle sue spalle, nell’atteggiamento fermo e ostile di chi stava imponendo la propria presenza con la forza, due uomini mascherati le impedivano di allontanarsi, seguendo ogni suo movimento. La baita, diversamente dal solito, sembrava affollata, e Pakkun contò almeno altri cinque uomini dal volto coperto nei pressi dell’ingresso. Sapeva che c’era ancora qualcun altro, perché riusciva ad annusarlo, ma non ebbe il tempo d’individuarlo, se non per un brusco spostamento dietro ai vetri di una finestra. L’urlo di Kakashi lo spinse, infatti, a guardare altrove. E comprese, allora, perché gli occhi di tutti erano rivolti alla radura.
“SAKURA!”.
Sakura stava precipitando da un ramo. Pakkun immaginò che si trovasse lì sopra per spiare i nemici, o che ci fosse finita nel tentativo di fuggire, e si accigliò. Non era la prima volta che la vedeva cadere da un’altezza discutibile e in nessuno di quei casi la reazione di Kakashi si era rivelata così rumorosa, ma forse l’espressione stordita della kunoichi gli aveva fatto supporre che non sarebbe stata in grado di evitare la lama del ninja appostato sotto di lei. Pakkun si accorse, non senza un guizzo di perplessità, che l’albero da cui stava cadendo era rischiarato da due cerchi luminosi, collocati proprio nel punto in cui, fino a un attimo prima, supponeva si trovasse Sakura.
Da quei dischi luminosi, perfettamente sospesi nell’aria, spuntavano due braccia.
Solo due braccia.
“Ma cosa…?”, Pakkun non ebbe il tempo d’interrogarsi a riguardo.
Scattò al comando di Kakashi, lanciandosi ad afferrare uno shuriken nemico con i denti e a deviarne un secondo con un colpo di coda. Quando atterrò nel fango, sputando l’arma con un grugnito, si accorse che il Sesto Hokage, approfittando del suo intervento, aveva estratto due kunai dal marsupio. Li fece roteare per tre volte intorno alle dita, così d’accelerarne il volo, e poi, con uno slancio di entrambe le braccia, senza mai smettere di correre, mirò al ninja pronto a trafiggere Sakura. Una lama si conficcò dritto nella nuca del nemico, mentre la seconda gli infilzò il polso, costringendolo a gettare la spada. Le urla dell’uomo si mescolarono a quelle dei suoi compagni, ma ogni intervento in suo aiuto sarebbe arrivato troppo tardi. Il calcio che gli spezzò la schiena, l’istante in cui Kakashi lo raggiunse, servì piuttosto a spingerlo via. Riuscì ad arrestare la caduta di Sakura appena in tempo, passandole un braccio dietro la schiena e un altro sotto le gambe. L’atterraggio, naturalmente, non fu dei più delicati, tant’è che lo stesso Kakashi, l’attimo successivo, cadde pesantemente sulle ginocchia, ma Pakkun dubitava che Sakura avrebbe avuto il coraggio di lamentarsi.
“Sakura”, Kakashi era a corto di fiato. “Stai bene?”.
“Stupida ragazza”, fu il commento di Pakkun non appena li raggiunse. “Cosa pensavi di fare?”.
“A questo penseremo più tardi”, tagliò corto l’Hokage, senza distogliere lo sguardo dalla formazione di nemici che si accingeva a circondarli. “Sakura?”.
Sakura non rispose. E non perché fosse gravemente ferita o priva di sensi, ma perché sembrava che le parole faticassero a trovare la strada giusta per la bocca. A giudicare dal volto pallido che s’intravedeva attraverso un abbondante strato di sangue, se c’era una persona che non si aspettava di vedere in quella radura, nel bel mezzo del combattimento e della tempesta, quella persona era indubbiamente il Sesto Hokage. Pakkun non aveva bisogno di un’abilità telepatica per leggere i suoi pensieri e se la situazione fosse stata meno critica, e avesse avuto il tempo materiale per farglielo presente, come minimo si sarebbe detto pienamente d’accordo con lei. A volerle concedere un briciolo di comprensione, i lividi e le ferite che la coprivano per intero davano a intendere se la fosse vista brutta. Non c’era da sorprendersi che fosse scossa, stordita e sbigottita dall’arrivo di quei rinforzi un po’ insoliti. Tuttavia, qualcosa nelle percezioni di Pakkun lo costrinse a guardarla con maggiore attenzione e a dedicare un pensiero allarmato alle sue labbra tremanti, al suo battito cardiaco irregolare e all’odore che gli colpì il naso con la violenza di una percossa. Paura. Non sollievo.
Paura.
“Non sareste dovuti venire”, mormorò Sakura.
Il motivo si presentò ai loro occhi con un sorriso freddo e un paio d’occhi ambrati. La piccola folla dei ninja mascherati si disperse per farlo passare, ricompattandosi alle sue spalle alla stregua di un mantello umano.
“Kakashi Hatake”, scandì piano il ragazzo, il cui sguardo era nuovamente spento e immobile. “Finalmente c’incontriamo”.
Pakkun alzò il muso verso di lui e seppe che Sakura aveva ragione: recarsi lì era stato un errore.
“Per la prima e ultima volta”, replicò consapevolmente Kakashi, “Akira Kimura del Clan Kimura della Nuvola”.
Quelli non erano i ninja alleati ai traditori dell’Alleanza.
Quelli erano i traditori dell’Alleanza.
 
Continua…
 
Note:
Un aggiornamento lampo e un ringraziamento veloce a selenagomezlover99 e Voglioungufo per avere aggiunto questa fic alle seguite e un grazie speciale a Voglioungufo per la bella recensione che ha lasciato al capitolo precedente: risponderò con piacere appena possibile. Ringrazio anche voi, lettori silenziosi, e spero di potervi leggere a mia volta nell’area recensioni ;). Alla prossima!
M o r g a n i s m
   
 
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