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Autore: AliaLexi    23/06/2021    0 recensioni
La scuola è finita, ma il mondo le sta aspettando là fuori con tutte le sue difficoltà e impegni. Raelle e June non saprebbero destreggiarsi in tutto quel casino di politica, lavoro e adulti. Vogliono sognare ancora un po' prima di svegliarsi. Ma presto questi sogni diventeranno degli incubi.
Genere: Avventura, Comico, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Nonsense | Avvertimenti: nessuno
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Se questa storia vi sembrerà troppo fantasiosa o inverossimile, sappiate che lo è stata anche per me. E non avete idea di quanto c'ho messo a capire che è accaduta sul serio. Erano gli ultimi dieci secondi prima della fine del liceo. Mi trovavo nella scuola che tanto avevo imparato ad amare e odiare allo stesso tempo. Dieci secondi dopo, la scuola era sparita del tutto. Ma andiamo con calma. Stavamo tutti quanti urlando il conto alla rovescia, battevamo i piedi per terra e potevamo sentire quel brivido di impazienza a fior di pelle. Studenti di tutti gli anni. Alti, bassi, magri, grassi, belli e brutti erano riuniti nei corridoi e nelle sale vicine all'uscita, pronti per correre fuori nonappena la campanella fosse suonata. La mia voce si univa alle altre in un coro selvaggio, battevo i piedi a mia volta a terra e il pavimento tremava spaventosamente. Non potevo far altro che ridere tra un numero urlato e l'altro. D'un tratto, la mia mente tornò a tutti i ricordi che stavo per lasciare tra quelle mura, stava ripercorrendo meticolosamente ogni evento di rilievo o meno nella mia carriera scolastica. Ed era tutto così veloce che gli schiamazzi attorno a me sembravano rallentare. Prima mi trovavo a consolare una mia amica nel bagno delle ragazze, poi stavo sudando freddo ad un'interrogazione di storia, subito dopo ero in palestra e stavo stracciando la squadra avversaria in uno sport che nemmeno ricordavo di aver fatto. Ricordavo le ore passate a leggere durante i laboratori d'arte, le infinite spiegazioni teoriche che non ascoltavo affatto, i rimproveri dei professori, mia mamma che tornava dagli incontri coi suddetti, la classe che faceva casino a merenda, la sola e misera mezz'ora che avevamo per pranzare, le varie amicizie strette nel tempo, le gite di classe, le interrogazioni, le verifiche, le note, i voti bassi... Tutto. Potevo ripercorrere per bene quasi ogni singolo secondo di quei cinque anni a memoria. E notai che ero cresciuta molto da allora. "Se solo si potesse tornare indietro, avere più tempo..." Era un pensiero durato un secondo soltanto, ma nella mia testa erano già passate ore di riflessione su quell'argomento. Sapevo che era impossibile una cosa del genere, tuttavia ci speravo lo stesso. Mi stavo immaginando come potevo trascorrere altro tempo in quei luoghi. Imparare di più, non soltanto di materie teoriche ma soprattutto di vita, comportamenti, punti di vista e molto altro. Anche psicologia, magari. Volevo capire meglio il mondo e me stessa. In quel momento non mi sentivo affatto pronta per quello che mi sarebbe aspettato là fuori, non avrei saputo nemmeno elencare le cose che non sapevo sul lavoro, la politica, le relazioni tra esseri umani, le personalità che si potevano trovare in giro. Avevo così poca esperienza di tutto quello che, teoricamente, avevo imparato in quegli anni infiniti. Eppure mi stavano gettando nel mondo del lavoro così, col suono di una campanella. Avrei potuto scegliere l'università, ma studiare non faceva per me, specie coi ritmi universitari e tutto quel materiale! Dovevo ancora prendere la patente, dovevo ancora capire molte cose su come parlare con le persone, dovevo ancora conoscermi a fondo per evitare di fare casini in futuro. Mi serviva esperienza. Il cuore mi si fermò per un millesimo di secondo. Mancavano cinque secondi. In cinque secondi potevo soltanto prepararmi psicologicamente a mettere fuori il piede dalla porta della scuola, vulnerabile a tutte le leggi del lavoro, dello studio e della responsabilità. Ma in cinque secondi non si riusciva nemmeno a prendere un respiro profondo. La mia mente aveva smesso di funzionare. Non riuscivo nemmeno più a concentrarmi sul rumore che mi circondava. Percepivo il mio corpo in mezzo alla folla di studenti come se non fosse il mio, come se avessi un'armatura addosso. Pesante e, in qualche modo, impossibile da governare esattamente come si voleva. Nonostante tutto, continuavo a gridare e a ridere, seppur con la mente altrove. Andavo per inerzia. Tre. Tre secondi. Cosa mai si poteva fare in tre secondi? Al massimo potevi decidere cosa mangiare per pranzo, se ti eri già preparato la risposta prima. Di certo non potevi acquisire conoscienze che, normalmente, possiede un quarantenne in piena carriera lavorativa. Non puoi nemmeno scaricare e imparare nozioni come in Matrix, in tre secondi. DUE. Mi arresi al fatto che sarei uscita da quella porta con la sola consolazione che, prima o poi, avrei imparato dai miei errori. UNO! Ecco, un ultimo secondo. Un ultimo grido, un ultimo piede battuto a terra, un ultimo sguardo a quelle mura tanto familiari. E pensare che era finito tutto per davvero. Addio al mondo che conoscevo. La campanella suonò segnando la fine dell'anno. Dell'ultimo anno. Arrivai alla soglia, trasportata dalla baraonda di persone che non vedevano l'ora di uscire di lì. Mi preparai a mettere fuori, per l'ultima volta, il piede dalla porta. Il tallone non aveva ancora toccato l'esterno che caddi direttamente all'interno di un posto strano, tutto bianco e luminoso. Mi rimisi in piedi con estrema difficoltà dopo il breve volo, mi doleva l'osso sacro in una maniera assurda. Tradotto: ero caduta di culo. Non feci nemmeno in tempo a realizzare di trovarmi lì che mi rovinò addosso un'altra persona, buttandomi nuovamente a terra. Entrambe doloranti, ci alzammo a fatica. «Voglio dire, ti pare normale cadermi sulla testa a quel modo?? Potevo restarci secca!» mugugnai massaggiandomi la scatola cranica ammaccata. «Cosa ti prende? Non è mica colpa mia se hanno bucato a casissimo il pavimento!!» rispose a tono l'altra «Tutto sommato mi hai garantito un atterraggio morbido, non credi?» ribattè dopo che si fu alzata completamente. «... June?» domandai confusa, e lei annuì «Beh, almeno non sei la prima che capita. E ringrazia il cielo che ti voglio bene, altrimenti t'avrei già pestato di brutto!» Ridemmo entrambe, pur non sapendo ancora dove diavolo ci trovavamo. Era comunque una situazione troppo comica per non ridere, e ci bastava davvero poco. ATTENZIONE! PRONUNCIARE NOME E COGNOME AD ALTA VOCE, PREGO. Un'assordante voce robotica ci trapanò i timpani. Non si riusciva ad individuarne la fonte, sembrava arrivasse da tutte le parti. Ci guardammo negli occhi, l'una più confusa dell'altra. Non sapevamo che fare di preciso perchè non ci fidavamo del tutto di quel posto strano. Distrattamente, guardai sul mio cellulare, che tenevo in tasca, se lì dentro riuscivo ad avere linea. Come immaginato, non c'era possibilità di chiamare nessuno. Eravamo in trappola. L'ordine si ripetè a volume più alto e con tono più urgente, temetti che le orecchie iniziassero a sanguinarci. Risposi io per prima. «RAELLE PRICE!» urlai con tutto il fiato che avevo in corpo, rispondendo con rabbia a quel dannato maltrattamento uditivo. La voce era già rauca a causa del conto alla rovescia di poco prima. «JUNE WEST!» sentii gridare subito dopo, con la stessa rabbia e fastidio che potevano scaturire da una voce molto più femminile della mia. I nostri genitori potrebbero preoccuparsi, non vedendoci tornare a casa. Come spiegarlo, poi, che eravamo rimaste chiuse dentro una strana stanza asettica comparsa dal nulla? AVVICINATEVI ALLA PARETE NORD, PREGO. Decidemmo di fidarci, se non avessimo ubbidito agli ordini ci sarebbe potuto capitare qualcosa di molto grave. E non volevamo morire proprio subito, ecco. Non sapendo quale fosse il nord, quindi, ci avvicinammo a tutte le pareti che potevamo vedere, lasciando gli zaini di scuola ammucchiati in un angolo. I libri di testo impedivano i movimenti in una maniera incredibile. Ovviamente, il muro a nord fu l'ultimo che raggiungemmo. Appena fummo dove indicato, comparì un foglio di luce enorme con delle strane scritte che non potevamo capire. Sembravano essere delle rune vichinghe o qualcosa di simile. Tutti quei segni iniziarono a scambiarsi di posto l'un l'altro creando combinazioni ai nostri occhi molto casuali e di nessun valore particolare. Solo quando vennero tradotti in una lingua a noi comprensibile, capimmo che quella specie di computer stava raccogliendo dati su di noi! Lo schermo era diviso in due, davanti a me c'erano i miei dati e davanti a June c'erano i suoi. Eppure ero abbastanza sicura che ci fossero più persone con nomi simili ai nostri. Quasi a rispondere alla mia muta domanda, la voce robotica spiegò: QUESTI SONO I DATI RICAVATI GRAZIE AI VOSTRI NOMI, AL VOSTRO TONO DI VOCE E ALLA VOSTRA MIMICA FACCIALE. VOGLIATE DARCI CONFERMA SE QUESTI DATI VI APPARTENGONO, PREGO. Proprio davanti alla nostra faccia si materializzò un pulsante dello stesso materiale dello schermo, sopra c'era scritto "CONFERMA" a caratteri cubitali. Ci scambiammo un'altra occhiata incerta per poi tornare a leggere incredule tutti i dati. "Raelle Price; Età: 18 anni; Altezza: 1.68 m; Peso:..." E via così. Poi elencava gli hobby, le caratteristiche comportamentali, la data di nascita, caratteristiche fisiche, posti visitati, tutti i voti presi negli anni di scuola dalle elementari all'ultima verifica fatta al liceo... Per poco non protestai per correggere un voto di filosofia. Mi fermò la consapevolezza di avere praticamente tutta la mia vita a pochi centimetri dagli occhi e che quel voto era ovviamente giusto se si trovava scritto lì. June aveva già confermato i suoi dati e stava aspettando che lo facessi anch'io. Era sempre stata così: prima fa le cose, meglio sta. Anche con le cose che detesta o che le fanno paura. Volevo sperare per il meglio, premendo quel pulsante, ma se tutto fosse andato a scatafascio ero pronta a difendermi. Confermai i miei dati, iniziando a guardarmi attorno circospetta. Lo schermo cambiò scritte, ricomparvero le rune strane di poco prima e ricominciarono a scambiarsi di posto come per calcolare qualcosa di molto complicato. «Secondo te che cosa succederà?» domandai a June nel tentativo di ragionare. «Se devo essere onesta, mi aspetto che ci uccidano e che creino dei nostri cloni sotto il loro controllo per poi spedirli fuori da qui...» «Hai visto troppi film horror.» commentai «Avessero voluto ucciderci l'avrebbero fatto dopo averci chiesto i nomi.» Mi rassicuravo col fatto che di persone come noi due non ce ne fossero molte, in giro. Anche a pagarle oro, non ci sarebbero state altre due persone con la nostra stessa faccia, la nostra stessa voce e dei nomi uguali ai nostri. Quindi per chiunque ci avesse rinchiuso lì, non sarebbe stato difficile farci fuori subito dopo aver verificato i nomi. Ma era evidente che qualcosa di quel posto mi spaventava lo stesso, avevo le mani che tremavano, pronte a tirare pugni al primo che avesse osato attaccare. Le rune continuavano a vorticare senza fine, scambiandosi di posto, sostituendosi, trasformandosi, spostandosi sullo schermo come insetti impazziti. Avevo come la sensazione che tutto quel casino sarebbe durato molto tempo prima di fermarsi e comunicarci dell'altro. A conferma di ciò, la voce robotica non mancò di ordinarci di metterci comode mentre aspettavamo. Tuttavia, il volume di quegli ordini era talmente alto che risultava difficile non ubbidire, figuriamoci ribattere. In qualche modo assomigliava molto alla voce che aveva la professoressa di lingua straniera, sclerotica e agitata com'era suo solito. «Visto? Non vogliono farci nulla.» «Chi te lo dice che non stanno calcolando il modo più congeniale per ucciderci?» sbottò lei aspramente. «Sii realista, non credo si prenderebbero tutto questo disturbo soltanto per far fuori due sceme come noi.» risi io, provando a frenare il tremore alle mani. Nonostante credessi a quello che avevo detto, avevo lo stesso paura che ci capitasse qualcosa. Man mano che il tempo passava, però, mi resi conto che eravamo davvero fuori pericolo. Nulla ci attaccava, l'aria era respirabile, era partita una stupidissima canzoncina d'attesa e dal pavimento erano spuntate due poltroncine bianche sulle quali sedersi. June si era messa a parlare con lo schermo, e ovviamente era una conversazione a senso unico perchè non le giungeva risposta. La sentivo alternare minacce e domande in un modo parecchio strano. «June West, siamo fuori pericolo!» annunciai a gran voce, distogliendola dai suoi discorsi pacifici con lo schermo «Lascia lavorare quel computer in pace, dai.» «Se ci uccideranno, dirò che è stata colpa tua.» si lamentò lei, andandosi comunque a sedere su una poltroncina in centro alla stanza, dandomi le spalle. Non parlammo più per molto tempo, forse un paio d'ore o giù di lì. Entrambe, intuii, stavamo pensando all'anno scolastico appena finito, al fatto che difficilmente ci saremmo potute rivedere - una volta fuori da quella strana stanza futuristica - e soprattutto a come fare per sopravvivere senza cibo lì dentro. L'ora di pranzo era passata da un bel po' e ancora non avevamo messo nulla sotto i denti. Il brontolio del mio stomaco risuonò per le quattro mura facendo ridacchiare June sotto i baffi. Risi anch'io nonostante la fame. «Dove vorresti essere in questo momento?» le chiesi per passare un po' il tempo. Lei ci pensò su un poco, poi disse «Sul sentiero in montagna, quello che abbiamo fatto insieme più di una volta.» «Già, era proprio un bel posto.» concordai. Lo schermo calcolava ancora e il mio stomaco brontolava sempre di più. A quell'ennesimo gorgoglio, comparve dal nulla un vassoio di cibo di fronte a me. Un panino farcito e qualche frutto soltanto riempivano il piccolo contenitore di plastica. «E con questo dovremmo mangiare in due?» protestai in direzione dello schermo. Non avevo nemmeno finito la frase che a June venne offerta una terrina di verdure. Dopotutto avevano i nostri dati, sapevano esattamente cosa ci piaceva mangiare e cosa no. Che ci potesse essere del veleno dentro al cibo non lo escludevo, ma avevo troppa fame per badare a queste sciocchezze. Mangiando, mi avvicinai all'altra poltroncina e mi ci sedetti. Il vassoio mi seguì fluttuando ad un metro circa da terra. «Hai ancora paura?» domandai a June, vedendola smuovere piano le foglie di insalata nel suo piatto. Era ovviamente sovrappensiero. «Beh, ci hanno dato il pranzo, delle sedie per sederci e molto probabilmente quei calcoli non sono per sapere quando e come ucciderci...» «Però?» la incalzai. «Però non sono ancora del tutto sicura. Non ci hanno spiegato perchè ci troviamo qui e credo non ce lo spiegheranno molto presto.» «Suvvia suvvia, cara June. Un po' di fiducia nella tecnologia aliena!» il mio solito tono ironico sembrava volermi abbandonare. In quel momento iniziai a temere di essere in una nave aliena da qualche parte nello spazio senza nessuna ragione apparente. «Questa volta sei tu ad aver visto troppi film di fantascienza.» mi fece giustamente notare lei, mettendo però un sorriso in volto. Finimmo di mangiare con calma, godendoci il pasto come mai, credo, avevamo mai fatto prima. Il tempo scorreva inesorabile e il computer stava ancora lavorando a quel misterioso e infinito calcolo. Gongolammo per ore nella stanza, facendo altri discorsi apparentemente inutili e stupidi sui soliti argomenti che affollavano le nostre menti: storie horror e thriller per lei, roba fantasy e poco normale per me. Mentre parlavamo, mi ero data alla camminata continua più noiosa mai esistita. Camminavo in cerchio, in senso orario e antiorario - cambiavo quando mi faceva male un piede o l'altro - e June mi seguiva con lo sguardo, girando su se stessa mentre stava seduta sulla poltroncina girevole. Mi stancai presto di girare in tondo, però. Era ormai sera, il mio orologio segnava le sette passate. Ora di cena, tecnicamente, ma nessuna delle due aveva ancora fame. «Piazziamo scommesse su quanto quel finto computer ultra tecnologico ci metterà a finire qualunque cosa stia facendo?» proposi, tirando fuori di tasca pochi centesimi - avanzati dal resto delle macchinette a scuola. Tutti i soldi che avevo lì. La vidi cercare nelle tasche della sua felpa - non era strano vederla con la felpa a giugno - se aveva qualche spicciolo, e quando le si illuminarono gli occhi seppi che aveva trovato qualcosa. «Per me ci metterà qualche giorno, forse una settimana.» e così dicendo mise sul pavimento - dove eravamo sedute - due monetine da qualche centesimo. «Io dico solo cinque giorni.» e posai tre o quattro monete per terra. «Se la metti così, quattro giorni!» e aggiunse al gruzzolo qualche moneta di maggior valore. «Io dico tre!» unii alla posta il mio vecchio orologio di plastica e gomma, più altri due spiccioli da poco. «Come vuoi, e io sono un cammello!» ribattè lei. «Perchè, non lo sei?» la punzecchiai per farle scommettere ancora, stavamo già iniziando a ridere. «Va bene, sai che ti dico? Per me ci mette mezza giornata.» e mise il suo cellulare sulla pila di monetine, a fianco al mio orologio mezzo rotto. «Ancora un paio d'ore!» rilanciai, posando sul mucchio il braccialetto che mi aveva regalato qualche anno prima a Natale. La vidi storcere il naso. «UN'ORA!» «NO, FINISCE ADESSO!» CARICAMENTO COMPLETATO. AVVICINARSI ALLO SCHERMO, PREGO. La voce robotica - che ci aveva abbandonate per tutto quel tempo - aveva fatto il suo ritorno. E non solo: avevo vinto tutto quanto! Raccolsi in fretta e furia il bottino da terra, mi rimisi l'orologio al polso insieme al bracciale e intascai il cellulare di June. «Tanto è scarico.» mi canzonò, raggiungendo lo schermo. «Hey, aspettami!» protestai, avviandomi il più velocemente possibile «Ma che... cos'è questo?» Lo schermo aveva finito il calcolo interminabile, e al posto delle rune indecifrabili c'era una lista incredibilmente lunga. Dieci colonne di testo, elencate c'erano delle parole che, da novella scrittrice, identificavo come dei capitoli. C'erano scritte cose come "Pirati 1" o "Ambientazione: bosco" e molto altro. La voce robotica, come al solito, mi battè sul tempo rispondendo alla domanda che stavo per fare. QUESTI SONO UNIVERSI PARALLELI, AMBIENTAZIONI E MOLTO ALTRO. VOGLIATE SCEGLIERNE UNO, PREGO. Non ero sicura di come questi esseri fossero in possesso di una tecnologia tanto avanzata da creare o anche solo raggiungere degli universi paralleli. Non mi fidavo per nulla di quella cosa lì, nemmeno della stanza in cui eravamo. Non sapevo cosa fare nè per me nè per la sicurezza di June. «Perchè siamo qui?» chiesi dopo qualche secondo di esitazione. VOGLIATE SCEGLIERE UN UNIVERSO PARALLELO TRA QUESTI E FORNIRCI UNA VOSTRA VALUTAZIONE, PREGO. La voce era insolitamente insistente - per quanto possa averla "conosciuta" in quelle poche ore - dunque c'era sicuramente qualcosa sotto tutta questa faccenda. «Quindi noi cosa dobbiamo valutare, esattamente?» chiese June, ancora spaventata dal fatto che potessero ferirla in qualche modo. CI SERVE UN INDICE DI GRADIMENTO. INOLTRE IL NOSTRO CALCOLO POTREBBE NON ESSERE ANDATO A BUON FINE. CI POTREBBERO ESSERE DEGLI UNIVERSI ALTERNATIVI CHE NON GRADITE. QUINDI, VOGLIATE SELEZIONARNE UNO, PREGO. Oltre che strana, era una situazione un po' stupida e imbarazzante. Come quando qualcuno ti offre un aiuto apparentemente inutile e tu non sai che dire. Ecco, in quel momento nessuna delle due sapeva spiegare come tutto quello sforzo fosse stato inutile e che non volevamo in alcun modo "tuffarci" in universi differenti. C'era qualcosa che, però, ci distoglieva dal rifiutare: quelle erano tutte cose di cui avevamo parlato nei lunghi anni a scuola, durante le ore d'arte, a pranzo e in molte altre occasioni. Per molti mesi avevamo progettato di voler scrivere una storia sui pirati, per molte domeniche in estate eravamo andate per boschi a camminare, e per molte altre volte ancora avevamo sognato come sarebbe stato vivere avventure impossibili, con o senza poteri, esperienze horror - per June che ne era una fanatica - e io a cavallo di enormi draghi dalle possenti ali. E su quella lista infinita c'erano titoli per tutte queste cose. Ambientazioni nei boschi, nelle campagne, sul picco di montagne innevate. Titoli come "Draghi pt.3" o "Horror" o ancora "Streghe pt.2"... Potevamo scegliere: avverare i nostri sogni oppure rinunciare a tutto per paura. Non solo ero combattuta tra le due, ero indecisa anche su quello che sarebbe stato meglio per June. Mi fossi tuffata, lei mi avrebbe seguita per paura di stare da sola. Se, invece, fossi rimasta in disparte, avrebbe cercato di convincermi ad andare - impaziente di saziare la sua curiosità. L'avrei resa infelice in entrambi i casi, obbligandola a fare qualcosa che non le andava. Ma nessuna delle due sapeva con certezza cosa ci sarebbe stato dall'altra parte, e io, per iperprotettività nei confronti della mia amica, non ero pronta a rischiare la sua vita o qualsiasi altra cosa ci fosse in gioco. «Come facciamo a sapere che non è una trappola o qualcosa di simile?» la voce mi tremava, la testa aveva iniziato a farmi male e il battito del cuore si era fatto incredibilmente veloce, come ogni volta che mi saliva l'ansia, dopotutto. La voce robotica non mi rispose. Al contrario di quello che mi aspettavo, sullo schermo la lista infinita scomparve del tutto e si aprì una nuova finestra. C'era un solo file nominato "REGOLE DEL GIOCO" tutto in maiuscolo. Diffidente, avvicinai una mano allo schermo per aprire il documento, ma venni risucchiata al suo interno di colpo, prima ancora che il dito toccasse la superficie di luce. Mi trovavo in un nuovo spazio completamente bianco, questa volta senza pareti a delimitarne l'area. Era quindi più facile essere attaccati da molteplici direzioni. Mi misi in guardia coi pugni stretti di fronte al viso, osservandomi furiosamente attorno.     «DOVE SONO, ADESSO? JUNE! TUTTO BENE??» gridai spaventata, il fiato che si faceva corto. Veloce come il vento, scivolò davanti a me una parete bianchissima alta due metri e più. Su di essa comparve la figura di June, ancora nella stanza di prima. Potevo vedere le poltroncine dietro di lei. «Raelle, io sto bene! Tu dove sei finita?» SI TROVA NEL NUCLEO CENTRALE DELLA PROGRAMMAZIONE E ASSISTENZA DEL SISTEMA. Rispose in velocità la voce robotica, arrivando stranamente confusa e ovattata dal video-collegamento. Frastornata da quella nuova informazione, mi guardai attorno con più attenzione. Mi trovavo in un vero e proprio vuoto del solo colore della luce. Non c'era altro a parte me e quello schermo enorme. Nè sopra nè sotto. Mi sembrava di star fluttuando in mezzo al nulla vero e proprio. «Se questo è il "cervello" di questo sistema, beh, devo dire che non è sufficientemente fornito.» non ero riuscita a trattenermi dal fare quella battuta, ma almeno avevo fatto sorridere June dall'altra parte. Mi misi a pensare su come potesse funzionare quel centro di programmazione e assistenza. Se poco prima avevo urlato il nome di June ed era comparsa una videochiamata con lei, intuii che bastava chiedere ad alta voce. «COME FUNZIONA QUESTO SISTEMA?» gridai nuovamente, rivolta al vuoto. Questo ci mise meno di un secondo a materializzare di fronte a me una piccola tavoletta di luce quadrata con su le funzionalità di tutto il sistema. Lessi, interessata dall'intuitività con la quale si poteva usare il tutto. Poi, consolata dal fatto che fosse facile da usare, mi lanciai alle spalle il mini schermo. «CHI SIETE?» urlai ancora una volta, sperando che comparisse un'altra spiegazione su un altro schermo, grande o piccolo che fosse. Ma non arrivò nulla. SONO FILE TOP SECRET. CAMBIARE DOMANDA, PREGO. Rispose la voce robotica dalla parte opposta. «Non importa, Raelle. Torna qui che ne discutiamo.» mi rassicurò l'unica persona di cui mi fidavo lì dentro. Prima ancora che potessi chiamarlo, era comparso un pulsante fluttuante con sopra scritto "ESC.". Lo premetti e in un lampo mi materializzai nella stanza di prima. La testa mi girava per via della forza dello spostamento e mi ci volle qualche secondo in più per ritrovare l'equilibrio. Una volta uscita dal mio momentaneo stato di confusione, ero diventata più sospettosa di quanto non lo fossi in situazioni peggiori. «Tu vorresti provare?» chiesi a June, guardandola dritto negli occhi. «Magari non fare tutto quello che ci propongono, ma almeno un paio di questi "universi paralleli" vorrei esplorarli.» ammise lei con fare colpevole. «Lasciami pensare un attimo, questa situazione è assurda...» Mi voltai verso lo schermo, usandolo come appoggio, e dando le spalle a June per un attimo. Sul computer era tornata la lista dei "capitoli" o universi paralleli che fossero. Li contai velocemente. Ogni colonna aveva circa una settantina di capitoli, e questo per dieci colonne. Questo faceva in media settecento universi paralleli. Mettendo che ognuno durasse anche solo una giornata, avremmo passato, bene o male, settecento giorni in quella prigione senza sbarre. Era mio compito, per il bene di entrambe, capire per filo e per segno le reali intenzioni di chi ci aveva portate lì e che ci teneva chiuse in quella stanza. Non solo, la situazione peggiorò ancora di più quando scoprii che c'era un'altra lista, uguale e identica alla prima se non per il fatto che gli universi paralleli non erano gli stessi. Altre storie, capitoli, posti dove andare... Mille e quattrocento giorni, minimo. «Che scopo avete di farci restare qui?» domandai col tono più fermo e deciso che mi fosse mai capitato di mettere nella mia voce. NON ABBIAMO NESSUNO SCOPO PRECISO. PROSS- «Possiamo andarcene quando vogliamo?» AFFERMATIVO. PRO- «Cos'altro ci è permesso fare in questa dimensione?» TUTTO QUELLO CHE VI È GRADITO. PROSSIMA DOMANDA, PREGO. Stavo iniziando a spaventarmi davvero. Non più perchè avrebbero potuto farci del male o imprigionarci, ma perchè non ci venivano posti limiti. Questo fattore, molto spesso, rendeva malvagie le persone e le conduceva alla pazzia. Non avrei sopportato la vista di una June impazzita e fuori di sè. Se, invece, ci fossi cascata prima io, non avrei saputo garantire la sicurezza di alcuno in quegli universi paralleli. Avrei persino potuto ferire chi mi rimaneva di più caro in quel buco di posto. «Come facciamo ad andarcene?» chiesi di nuovo con un filo di voce. PER QUESTA INFORMAZIONE, CONSULTARE IL CENTRO ASSISTENZA, PREGO. Stavo per tornare in quello spazio bianchissimo e vuoto, quando June intervenne. «Smettila di fare la paranoica. Sarei io la guastafeste del duo, non tu. Ora ti rimetti un attimo la testa sulle spalle e ne parliamo.» Era irritata in quel momento, e giustamente. Quando mi preoccupavo diventavo sul serio una guastafeste di prima categoria. «Dici che facciamo una prova?» quella domanda mi costò un'incredibile dose di coraggio. «Cosa intendi?» «Esploriamo un universo parallelo, vediamo com'è e poi decidiamo.» il tono poteva essere tranquillo, ma ero terrorizzata. Nel caso le fosse piaciuto, mi avrebbe pregato per farne un altro e poi un altro ancora. E non ero brava a dirle di no. Ci saremmo sicuramente perse, prima o poi. «D'accordo.» La risposta che temevo più di tutte.    
   
 
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