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Autore: Mirko Gavelli    03/07/2021    0 recensioni
Il mio nome è Elizabeth e sono nata a Los Angeles California. La città degli angeli dove il sole è una costante.
Eppure la mia storia riguarda una verità che non potrà mai venire a galla.
Vivevo nell’East side di L.A. con mia mamma Dana da quando ho perso mio padre all’età di tre anni. Si chiamava Daniel.
Sentire la sua mancanza è normale vero? Almeno credo… io non ho mai sofferto la sua assenza.
Avevo diciassette anni quando è incominciata questa mia avventura, non ero certo una donna.
Frequentavo il liceo come qualsiasi ragazza americana e non avevo nessun problema a scuola tranne che per biologia.
Odiavo vivisezionare quelle maledette rane!
I miei amici mi davano sempre della fifona e avevano ragione.
Genere: Fantasy | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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MIRKO GAVELLI
I GUERRIERI DELLA LUCE:
IL SEGRETO DELLA CONGREGA
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Editore: Mirko Gavelli
Autore: Mirko Gavelli
Anno: 2014
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Questa è un’opera di fantasia,
i nomi e i fatti sono inventati
e se c’è qualche coincidenza
è puramente casuale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
PREFAZIONE
Il mio nome è Elizabeth e sono nata a Los Angeles California. La città degli angeli dove il sole è una costante.
Eppure la mia storia riguarda una verità che non potrà mai venire a galla.
Vivevo nell’East side di L.A. con mia mamma Dana da quando ho perso mio padre all’età di tre anni. Si chiamava Daniel.
Sentire la sua mancanza è normale vero? Almeno credo… io non ho mai sofferto la sua assenza.
Avevo diciassette anni quando è incominciata questa mia avventura, non ero certo una donna.
Frequentavo il liceo come qualsiasi ragazza americana e non avevo nessun problema a scuola tranne che per biologia.
Odiavo vivisezionare quelle maledette rane!
I miei amici mi davano sempre della fifona e avevano ragione.
Era il 9 Giugno del 2014 quando la mia vita iniziò a cambiare. Non mi sarei mai aspettata di diventare quello che sono ora, eppure sono qui!

 

CAPITOLO I

Mi sento strana…
 
La sveglia suonò alle 7:12 come ogni mattina, facevo sempre finta di non sentire il primo beep. Dopo il terzo e il quarto arrivava la voce potente di mia madre a svegliarmi del tutto.
«Liz! Forza alzati!»
Aveva già spalancato la finestra ed io mi alzai lentamente.
Mia mamma era vestita con una tuta, aveva i capelli rossi come i miei ma lisci e non mossi. Le sue forme si nascondevano in quella tuta e la mostravano fintamente sciatta ai miei occhi assonati.
Barcollai qualche secondo prima di andare a farmi una doccia veloce per essere pronta per la giornata.
Potevo sentire la voce alla radio che dava le notizie del giorno.
«Benvenuti al KSLA News, ancora una volta una notte di sangue nei pressi di Downtown, una giovane coppia è stata ritrovata mutilata e priva degli occhi. La polizia pensa a un omicidio tribale. Fate attenzione se girate la notte da soli…»
Chiusi gli occhi cercando di rilassarmi e dopo essermi asciugata, iniziai a vestirmi.
Mi misi il reggiseno e le mutandine in fretta e mentre indossavo i jeans blu, mi guardavo allo specchio.
Sono alta poco più di 160 cm e quella mattina avevo i capelli rossi tutti arruffati dalla notte, mi agitavo spesso nel sonno.
I soliti incubi.
Nascosi le mie forme in una camicetta leggera.
La radio era ancora accesa e potevo sentire il meteo.
Avrebbe piovuto quel pomeriggio.
Feci colazione in fretta, la solita omelette di mia madre, presi le chiavi della macchina, una mini Cooper nera usata ed entrai dentro salutando mamma che stava spazzando sul pianerottolo di casa.
Mi sistemai i capelli guardando dietro dallo specchietto retrovisore e scesi sulla via per andare a scuola.
Mentre guidavo, dispersa nel solito traffico losangelino, sentivo un piccolo dolore alle spalle.
Pensai che fosse per la posizione che ho quando dormo, sbuffai annoiata e non ci pensai.
Accesi la radio per ingannare la noia e ascoltai una canzone orecchiabile, passò qualche minuto e poi passai qualche stazione, la solita Country, poi quella Rock e poi quella Cristiana con i soliti sermoni che mi facevano addormentare.
Non ero molto credente e non avevo tanta fiducia in quell’entità superiore che tutti chiamano Dio.
Inarcai le sopracciglia e passai stazione, finalmente una bella canzone.
Troppo tardi, ero ormai arrivata a scuola.
La giornata noiosa proseguiva mentre uscivo dalla macchina.
Salutai qualche compagna con la mano ed entrai finalmente dopo aver parcheggiato nel solito posto.
La scuola era situata tra gli alberi, il clima era mite, del resto siamo in California no?
Tuttavia non sono nata nella città degli angeli, mia madre mi ha fatto nascere a Las Vegas, abbiamo passato tre anni nella famosa “città del peccato”.
Dopo la morte di papà, mamma si trasferì a Los Angeles, lei faceva l’infermiera.
Salendo le scale, notai la mia amica Annie, una ragazza bellissima, era vestita con un completo di fiori blu. Aveva i capelli castani legati in una coda che illuminava i suoi occhi celesti e profondi.
Ci conosciamo da sempre, abbiamo fatto il kindergarten insieme e abbiamo sognato da sempre di essere presi alla UCLA per diventare insegnanti un giorno.
Non mi reputo una grande studiosa ma come diceva mia madre “Devi sbatterti se vuoi vincere nella vita!” è stato il mio mantra da quando ci siamo trasferiti qui.
Annie mi venne incontro e mi salutò sorridendo. 
«Hey! Ciao piccola!»
Mi strinse forte.
Imbarazzata sospirai e le dissi di non stritolarmi di prima mattina.
«Sediamoci dai… Keeper sta arrivando»
Lars Keeper era il professore di biologia.
Uno svedese naturalizzato americano.
Per la sua somiglianza con Borg lo chiamavamo “Orso Keeper”.
L’orso era di uno strano buonumore e quel sorriso beffardo non premetteva nulla di buono.
Da dietro una delle mie amiche, Alicia, mi toccò la spalla e mi girai verso di lei.
«Dici che oggi c’è un complito a sorpresa?»
mi chiese preoccupata.
«Non credo…è passata una settimana dall’ultimo!»
«Appunto…»
Poi Keeper ci interruppe.
«Allora… vi siete preparati per l’osservazione delle vostre amate rane?»
si sistemò gli occhialini con un sorriso che mi sembrava terrificante.
«Perché professore?»
chiese Kyle, il ripetente della nostra classe.
«Forza venite con me… ho una sorpresa per voi!»
Keeper ci metteva entusiasmo nel suo lavoro ma per me era così tutto inutile.
Non andavo male nella sua materia, era solo che trovavo disgustoso squartare quelle rane così schiumose e repellenti.
Keeper si alzò e ci invitò a fare altrettanto.
Lo seguimmo fuori dalla classe e Annie mi stava vicina.
«Sei pronta?»
«Per cosa Annie?»
«Per squartare Mr. Ranocchio…»
Feci una smorfia e lei si mise a ridere.
Entrammo nel laboratorio e ognuno si mise alla sua postazione.
A me rimase l’ultima vicino a Kyle.
Kyle era un ragazzo con i capelli neri abbastanza corti, non era molto alto e aveva un naso a patata in linea con il suo fisico largo.
Kyle era spesso preso in giro dai ragazzi dell’ultimo anno che sono stati suoi compagni l’anno scorso.
Lui è stato bocciato dopo la morte di suo padre e non ne voleva sapere dello studio.
In quello siamo molto comuni, abbiamo perso entrambi qualcuno di caro e avevo una certa simpatia per lui.
Kyle mi guardò con imbarazzo ed io risposi con un piccolo sorriso e girandomi verso il tavolo, guardai la solita rana da vivisezionare.
Presi il piccolo bisturi a destra vicino alla rana.
«Bene ragazzi! Chi vivisezionerà la rana perfettamente potrà ricevere un ottimo credito! Via!»
Guardai l’anfibio mentre cercavo di iniziare la prima incisione.
Mi sentivo strana, avevo la nausea ma non era dovuto alla rana che stava a pancia insù.
Chiusi gli occhi un secondo e dalla finestra mi parve di vedere un raggio di fuoco… non so come spiegarlo.
C’era un uomo che mi stava fissando ma non poteva essere lì.
Eravamo a due piani dalla strada del parcheggio. L’uomo era avvolto dalle fiamme e mi fissava, non riuscivo a vedere le sue forme, solo gli occhi avvolti dal fuoco.
Scossi la testa e l’immagine scomparve.
Mi cadde il bisturi sul pavimento e Keeper inarcò le sopracciglia guardandomi stranito.
«Elizabeth… C’è qualcosa che non va?»
chiese il professore toccandosi gli occhialini.
«No professore. Posso andare un attimo in bagno?»
Keeper annuì ed io uscì dalla porta.
Entrai nel bagno e bagnai le mie guance. Sentivo un formicolio alle mani, era una sensazione strana.
«Devo smetterla di guardare quei film esoterici!»
Sono un’esperta di esoterismo, m’interessano tutti i segreti, l’ufologia e altre cose.
La notte facevo spesso brutti sogni dopo aver visto uno dei miei soliti documentari.
E’ un piccolo segreto, nessuno sapeva di questo mio hobby.
Mi asciugai con della carta e la sensazione strana scomparve. Un po’ di soggezione dovuta dalla prova in classe… almeno credo.
 
Parcheggiai la macchina nel garage ed entrai in casa dopo una giornata di scuola molto noiosa.
Mamma stava già cucinando qualcosa per me, aveva un profumo invitante. Roastbeef e piselli, uno dei miei piatti preferiti.
Dopo aver salutato mamma con un bacio sulla guancia, andai in cameretta ad appoggiare lo zaino sul letto. Il cellulare suonò, era un messaggio di Annie che voleva sapere se stasera ero libera per uscire.
Purtroppo non potevo e digitai le due lettere per rispondere semplicemente alla mia migliore amica che sicuramente avrebbe sbuffato e tirato gli occhi insù.
«Liz! Vieni! E’ pronto!»
gridò mamma da sotto, scesi le scale e la tavola era già imbandita per due. Eravamo sole, non era poi così difficile apparecchiare.
Mi sedetti e mangiai con foga quella carne morbida e saporita. Mamma sorrise guardandomi.
«Sei proprio affamata! Com’è andata oggi?»
Deglutì e chiusi gli occhi.
«Tutto bene, solo un compito in laboratorio di biologia, due palle…»
Mamma mi lanciò un’occhiataccia.
«Elizabeth?»
«Scusa mamma, mi sono annoiata!»
Lei prese la mia mano e la strinse dolcemente.
«Un giorno rimpiangerai questi giorni.»
Accennai un sorriso e bevvi un sorso di Cola light.
Mi alzai dopo un quarto d’ora e andai a lavare il mio piatto, salutai mamma e tornai in camera mia.
Volevo farmi un pisolino e poi avrei studiato per il compito di matematica di domani. E quello sì che era una disgrazia per me.
 
Una settimana dopo
 
Stavo dormendo ed era notte fonda, saranno state le due del mattino. Sognavo, almeno penso di aver sognato. L’ennesimo sogno strano!
Correvo in una foresta e alcuni esseri mi stavano rincorrendo.
Respiravo affannosamente mentre mi giravo verso di loro, erano brutti con la testa pelata e piena di simboli strani pitturati di bianco sul volto.
Erano simboli che non conoscevo, a un certo punto inciampai per scivolare in una discesa e cadere e ritrovarmi improvvisamente sul pavimento di casa mia. Rimasi stranita di ritrovarmi qui. Sentivo un respiro sibilare nell’aria come un serpente.
“Elizabeth…” continuava a chiamarmi.
“Elizabeth…” la sua voce era sinistra, mi alzai in fretta per uscire dalla cucina in cui mi trovavo e aprii la porta per arrivare in soggiorno.
Mia madre penzolava su una corda impiccata e iniziai a gridare dal disgusto e dal terrore.
Urlai e mamma mi stava strattonando per svegliarmi. Guardai mamma e la abbracciai.
Era così vivido e reale, come uno di quei sogni premonitori che ti ghiacciano la pelle.
Quella notte mi accucciai tra le braccia di mamma e il terrore scomparve con le prime luci dell’alba.
 
Due giorni dopo
 
Sono passati due giorni da quell’incubo, io e Annie stavamo facendo un po’ di shopping per le vie di West Hollywood.
Più che far shopping provavamo vestiti senza comprarli, il che faceva irritare parecchio i commessi.
Ridevamo e facevamo pose da finte modelle che ammiravamo alla TV.
Una volta uscite andammo allo Starbucks vicino al negozio per bere un caffè.
Si parlava di tutto tra me e Annie, ero una tranquilla ragazza americana della East Coast dopotutto.
L’argomento preferito di Annie erano i ragazzi, lei era fidanzata con Billy, un figlio di papà sfrontato e che la faceva soffrire tradendola con chiunque.
Lei non voleva vedere il suo comportamento vigliacco. Era visibilmente accecata dal suo amore, a volte finivo per litigare con lei per questo.
Annie bevve un sorso di caffè e mi guardò accennando un sorriso.
«Hey! E tu con Tom hai combinato qualcosa?»
Arrossii per qualche secondo e feci di cenno con la testa.
«Liz! Quante volte te lo devo dire… devi fartelo!»
Scoppiò in una risata goliardica ed io feci una smorfia di disappunto. Non ero pronta per una storia con un ragazzo, l’ultimo è stato Derek Wilcoln e non finì bene per niente. Mi tradì con una della nostra classe, quando l’ho scoperto presi quella zoccola per il collo e la picchiai proprio davanti a lui.
Fui sospesa per due giorni per questo ma ne valse la pena.
Da quel giorno non parlai più con quel bastardo per nessuna ragione, è incredibile! Ancora mi irrita pensare a lui, nonostante tutto!
Annie mi vide pensierosa e smise di ridere e mi prese la mano.
«Piccola! Lo so che è passato un anno ma devi sorridere anche tu con un bel ragazzo!»
«Hai ragione Annie… è solo che non ho proprio tempo…»
«Con la media della velocità degli uomini in quello… non te ne serve più di tanto!»
Ridemmo con due sceme per un paio di minuti, una risata vigorosa, tutti ci guardavano con sorpresa
. Era così che facevamo io e la mia Annie. Scherzavamo tutti i giorni sui problemi stupidi che ci passavano per la nostra testa da adolescenti.
«Andiamo…torniamo a casa!»
mi alzai e Annie andò a pagare il conto.
Uscendo dallo Starbucks mi iniziò a girare la testa, chiusi gli occhi istintivamente e iniziai a sudare freddo. Non so cosa mi stava succedendo ma avevo paura. Vedevo i passanti sdoppiarsi di fronte a me, a un certo punto uno di loro mi guardò, aveva un cappuccio e potevo vedere solo una parte del suo volto. Annie mi prese da dietro ed io ritornai in me.
«Liz! Che è successo?»
Mi guardò preoccupata ed io mi girai verso l’uomo incappucciato ma era scomparso.
«Sto bene, dev’essere solo un calo di pressione…»
Non capivo cosa mi stesse succedendo e Annie mi prese per mano.
«Dai andiamo al parcheggio, guido io…»
mi diede un piccolo bacio sulla guancia.
Annie era molto premurosa con me, era la sorella che non avevo mai avuto.
Entrammo nella macchina e Annie mi portò a casa e feci finta di dimenticare l’ennesimo evento strano che mi stava capitando ultimamente in quei giorni di Giugno.
 
Era notte fonda quando mi svegliai di colpo ansimando fortemente. Mi sentivo strana e non sapevo cosa potesse essere. Un formicolio alle mani mi faceva male alle braccia, iniziai a tremare e sentivo tanto freddo. Non riuscivo a respirare, non potevo neanche urlare.
A un certo punto il braccio destro mi faceva malissimo, era un dolore lancinante.
Non era un sogno, stava succedendo davvero.
Mi strinsi il braccio con quello sinistro cercando di resistere al dolore. Un bagliore comparve alla base dell’avambraccio. Sembrava che mi stessero facendo un’incisione ma non c’era fabbro in camera mia alle tre di notte di un Giugno qualsiasi.
Il bagliore infuocava il marchio che si stava creando e in poco tempo il dolore scomparve.
C’era un simbolo strano che non avevo mai visto.
Era un cerchio blu e verde con due strisce rosse vicine a una croce oro e nera.
Tutte intorno erano disegnate tante chiazze di un marrone rossastro.

Il formicolio era sparito ma il marchio era rimasto indelebile sul braccio.
Ritornai a respirare e poco dopo mi alzai in piedi e osservando il tatuaggio.
Era spaventoso e non sapevo cosa fare, non potevo andare da mamma, non avrebbe capito cosa fosse.
Ero sola e disperata e corsi in bagno. Cercai di lavare il tatuaggio ma non serviva a niente. Provai a strofinare il polso ma niente da fare.
Ero stata marchiata e non sapevo chi potesse avermi fatto una cosa del genere.
Ebbi un sussulto correndo alla mia scrivania, volevo sapere se questo marchio esisteva nei miei dossier privati sulle tribù del mondo.
Mi sedetti, accesi il PC e aspettai che il sistema si avviasse.
Mi mordicchiavo le labbra quando ero nervosa e quella era assolutamente una situazione da far rizzare i nervi a chiunque.
Andai su internet e cercai nel motore di ricerca sulla voce “serpenti e croci-simboli”.
Scorri centinaia di foto ma nessun simbolo era uguale a quello che avevo sul polso.
Provai ancora su un sito di amici europei. Erano in linea sulla chat di Facebook.
Scrissi nella chat privata di Hans Kelp un tedesco esperto di esoterismo come me.
Naturalmente nascosi la mia disavventura e digitai sul computer:

La rete si era disconnessa proprio quando Hans stava per dirmi qualcosa di più. So che centrano le congreghe ma non avevo la minima idea da dove incominciare. Mi misi una mano tra i capelli rossi e cercai di rimanere calma. Avrei dovuto nasconderlo. Ritornai nel letto cercando di riposare ancora un po’.
La notte passò ma io non chiusi occhio.
 

CAPITOLO II

Sola
 
Mi alzai dal letto come un automa e andai in bagno e cercai uno dei polsini di mia madre.
Non era molto alla moda ma avrebbe coperto il tatuaggio che mi era apparso la notte scorsa.
Il polso mi prudeva ma potevo sopportarlo e mi asciugai dopo la solita doccia mattutina. Mamma aveva già preparato la colazione ma come al solito bevvi solo il succo di frutta.
«Devi mangiare qualcosa… stai dimagrendo!»
mi rimproverò mamma.
Mi sedetti e feci finta di non essere preoccupata e lei noto le mie occhiaie.
«Ore piccole?»
«Si… studiato tantissimo!»
Feci una smorfia di disappunto per vendere di più la mia immagine di secchiona a mia madre.
Non potevo certo dirle che per qualche ragione mistica il mio braccio è stato marchiato con un tatuaggio di qualche setta.
Solo il pensiero mi faceva innervosire e chiusi gli occhi mentre mangiavo un pezzo di omelette.
Era ancora calda e fece felice mamma vedermi mangiare. Mi alzai dalla sedia e le diedi un bacio.
«Ora devo andare… a dopo mamma!»
«Ok piccola…stai attenta!»
Corsi fuori di casa e andai in macchina, accesi il motore e mi indirizzai nel traffico losangelino.
Accesi la radio e iniziai a sentire un pezzo dei
Coldplay, la canzone si chiama “Atlas”.
«Ecco…ci mancavano loro!»
I Coldplay mi facevano sempre intristire quando gli ascoltavo e la situazione d’impotenza mi fece iniziare a urlare.
Le urla erano nascoste dal volume alto della canzone, nessuno si accorgeva di me.
Il traffico era intenso e tutti stavano suonando il clacson presi dai fatti loro.
Ero sola come un lupo in cerca di cibo e mi sentivo sempre più arrabbiata.
La canzone arrivò a un verso che mi fece pensare alla mia situazione, era un’amara coincidenza che mi accapponava il cuore.
 
♫ Some far away
♫ Some search for gold
♫ Some dragon to slay
♫ Heaven we hope is just up the road
♫ Show me the way Lord,
♫ Because I am about to explode
 
Il pianto arrivò con l’accettazione del mio problema, qualunque esso sia.
Mi asciugai le lacrime con un fazzoletto e mi guardai il polso. Non sapevo cosa fare e l’unica cosa che mi venne in mente era di arrivare a scuola.
Il Pacific High non sapeva nulla della mia situazione.
Mi fermai e guardai le mie amiche di nascosto mentre scherzavano e parlavano tra di loro. Non avevo il coraggio di parlare con loro e mi venne in mente un’idea stupida e malsana.
Scappai e saltai la giornata di scuola per andare allo Starbucks, quello dove avevo sognato di vedere quel tizio con il cappuccio.
Non pensavo che fosse stato frutto della mia immaginazione e dopo ieri notte non sapevo a cosa credere ma avevo bisogno di risposte.
Percorsi la strada familiare che mi portò allo Starbucks in poco tempo.
Per uno strano caso vidi un ragazzo che conoscevo, si chiamava Tom Collins.
Era il ragazzo con cui ero uscita poco tempo prima di avere queste sensazioni strane.
Tom era un bel ragazzo, era alto con gli occhi verdi e i capelli corti neri.
Fisicamente robusto con le spalle molto sviluppate. Mi vide subito e mi sorrise senza esitazione. Il suo sorriso era così innocente.
«Hey Elizabeth!»
«Hey Tom…»
abbassai la testa imbarazzata.
«Che ci fai qui? Non dovresti essere a scuola?»
«E tu no?»
«Problemi a casa, ho dovuto aiutare mio padre con il restauro, vuoi entrare a bere qualcosa?»
«No…»
«Dove vuoi andare?»
Mi guardò con il suo sorriso e lo invitai a camminare con me, oltre lo Starbucks c’era un vicolo con poca illuminazione ma ci avrebbe portato al parco con più velocemente.
Potevo sentire i passi di Tom dietro di me, il suono dei suoi scarponi era abbastanza forte.
«E’ la prima volta che salti la scuola… Che succede Lizzie?»
Feci una smorfia di disappunto, dovevo trovare una scusa plausibile.
«Ehm…è che…»
A un certo punto non sentì più i passi dietro di Tom che stava dietro di me.
Mi girai di scatto e vidi il ragazzo a terra svenuto.
«Tom!»
Gridai dallo spavento e mi accovacciai per vedere se fosse morto. Toccandolo mi accorsi che stava respirando.
Un’ombra mi oscurava da dietro e iniziai a tremare. Doveva essere qualche balordo.
«Tom starà bene, Elizabeth Connell…»
Il tizio dietro di me aveva una voce calda e misteriosa, sapeva il mio nome.
Ero terrorizzata ma mi girai e mi accorsi che era l’uomo che avevo visto incappucciato l’altro giorno.
Estrasse una siringa e la infilò sulla schiena di Tom e rimasi pietrificata.
«Con questa non si ricorderà di nulla, soltanto di essere uscito un’ora fa.»
«Tu sei…»
Era alto, aveva i capelli biondi e gli occhi grigi. Aveva la barba incolta ed era vestito con un giaccone nero molto grande.
I suoi occhi erano molto penetranti e rimasi imbambolata quando mi disse:
«Dobbiamo sbrigarci…»
«Per cosa?»
«Devi venire con me… Subito!»
Il ragazzo era molto innervosito, andava di fretta ed io, spaventata dalla situazione cercai di correre via da lui.
«Non ho tempo per questo…»
Sbuffò lui da dietro.
Corsi a più non posso verso l’altra parte del vicolo che illuminava poco la strada se non qualche raggio di sole sparso tra le fessure della strada.
Il ragazzo corse velocissimo, una velocità soprannaturale e mi raggiunse sbarrandomi la strada. Mi afferrò per un braccio ed io lo guardai con paura.
«Lasciami stare!»
«Non posso… Mi dispiace Elizabeth!»
Prese una siringa da una delle tasche del giaccone, io cercai di dimenarmi ma lui non voleva sentire ragione e dopo avermi perforato il braccio con l’ago svenni cadendo a terra.
Quest’altra siringa conteneva un potente sonnifero. Ero ancora nel dormiveglia e riuscivo a vedere il ragazzo che mi adagiava nel furgone, era nero con i finestrini oscurati.
Cercai di gridare ma le forze mi abbandonarono mentre perdevo i sensi.
Prima di aprire gli occhi potevo sentire il rombo di un aereo, credevo di essere in volo.
Aprendo gli occhi vidi che avevo ragione, ero sdraiata su un sedile con i miei vestiti addosso. La plancia non era particolarmente grande ma sembrava comoda, la plancia di un jet privato. Guardai meglio e notai che c’erano cinque persone di fronte a me, uno di loro era il ragazzo che mi aveva rapito, aveva un giubbotto di pelle nero e mi stava fissando con i suoi occhi grigi. Feci mente locale e scattai dal sedile per fuggire ma uno di loro si alzo per fermarmi, era un uomo sulla quarantina, doveva essere sicuramente il capo.
Accennò un sorriso e mi fermai alzandomi in piedi.
«Cosa mi avete fatto?»
Gridai con una vocina senza fiato.
«Non ti devi preoccupare Elizabeth…»
«Come sai il mio nome? Chi siete?»
«Mi dispiace averti prelevato in queste circostanze ma non potevamo perdere altro tempo. Hai bisogno di capire molte cose che ti cambieranno la vita.»
Con il braccio m’invitò a sedere su uno dei comodi sedili e così feci.
Respirai profondamente ascoltando le parole dell’uomo.
«Il mio nome è Lucas Chilien, provengo da un’antica famiglia di sacerdoti del Nord del mondo e da diversi secoli facciamo parte di una congrega che protegge il segreto della luce.»
«Il segreto della luce?»
«Esiste un piano bidimensionale oltre a questo, Elizabeth. La luce rappresenta una delle due zone di quest’altra dimensione. È erroneamente chiamato Paradiso ma non è così. Noi proteggiamo il segreto e i membri della famiglia reale della luce contro l’altra zona del piano, quella nera. In quelle profondità ci sono solo tristezza, amarezza e cattiveria. Le caratteristiche che si sono impregnate nel mondo rimanendo indelebili.»
Guardavo Lucas con attenzione, era vestito con un paio di jeans e camicia scura. Aveva i capelli castani chiari e gli occhi verdi. Annie si sarebbe facilmente innamorata di lui, andava matta per gli uomini maturi.
Lucas continuò la sua spiegazione:
«Ognuno di noi è capace di fare cose straordinarie, siamo dotati di un dono magico che proviene dalla predestinazione. I nostri antenati hanno creato questa stirpe di validi combattenti in grado di proteggere ciò che c’è di buono e puro aldilà del tempo e dello spazio»
«Mia madre è una di voi? Sono legata a voi in qualche modo? Non capisco…»
«No… E’ ora che tu sappia la verità Elizabeth. Tua madre è morta diciassette anni fa»
Spalancai gli occhi e rimasi incredula mentre facevo cenno di no con la testa.
«Cosa dici? Mia madre è viva e vegeta e starà morendo di preoccupazione!»
Lucas annuì con la testa e si avvicinò a me.
«Elizabeth…ascoltami bene, quella signora non è tua madre. Si chiama Dana Lilliard ed è una surrogata che ha giurato di proteggerti dopo la morte dei tuoi genitori. Lei ti prese all’ospedale e ti crebbe con suo marito che poi morì di cause naturali. Mi dispiace…»
«No! Non è vero… cosa state… E’ falso! Non è così!»
Stavo iniziando a delirare e non riuscivo a rendermi conto delle parole spiazzanti di Lucas che tirò fuori da una valigetta vicino alla moquette, un documento che sembrava essere un certificato di nascita.
Dentro c’era anche una foto di colei che Lucas pensasse che fosse mia madre.
Era una donna molto bella con i capelli castani e gli occhi chiari. Il documento spiegava la mia nascita, ero allibita e sconvolta.
Il documento era autentico e mi metteva di fronte a una verità assurda che mi lasciava nessuna certezza della mia vita.
Iniziai a piangere in sofferenza, le mie certezze erano solo una menzogna.
Lucas si sedette vicino a me cercando di consolarmi, mi sfiorò la spalla destra e mi asciugò le lacrime.
Mi prese il braccio e indicò il mio tatuaggio aldilà del polsino che lo nascondeva.
«Quello è il nostro simbolo…proteggiamo la luce contro la nullità del buio oscuro. »
Feci un altro respiro profondo e continuai ad ascoltare le parole di Lucas.
«Quella che vedi è la mia congrega, ci sono ben cinquanta congreghe in tutto il mondo e ognuno di noi ha doni diversi. Peter è un esperto di coltelli e armi da taglio.»
Peter mi salutò facendo un mezzo sorriso.
Non era molto alto ma era fisicamente molto robusto. Aveva i capelli neri corti, gli occhi castani. Vicino a lui c’era una ragazza con un sorriso molto profondo, era molto bella e Lucas me la presentò.
«Lei è Sarah Crousy. Un tempo è stata un'ottima lottatrice di judo sai? Lei è perfetta nella lotta corpo a corpo…»
«Diciamo che a dodici anni non sapevo di barare!» disse lei con un sorriso che illuminava il suo bel volto e le sue guance piene.
Aveva i capelli biondi molto lunghi e gli occhi celesti, aveva le spalle molto massicce.
Era fisicamente perfetta.
Notai fin da subito la sua cordialità e l’imbarazzo di Peter che era molto legato a lei.
Poi Lucas mi presentò l’altra ragazza del gruppo.
«Lei è Jackie ed è capace di trasformarsi in molti animali. E’ in grado di diventare un serpente, un lupo, perfino un rinoceronte!»
Strinsi la mano lievemente della ragazza che mi guardò con assenza. Non so, forse non le piacevo.
Poi Lucas mi presentò lui, il ragazzo bellissimo che mi ha rapito.
«Lui lo conosci già… Alec Stone. Velocissimo e agile come un lampo. Come hai potuto vedere con i tuoi occhi…»
Ero imbarazzata di fronte a lui e ai suoi occhi così penetranti e abbassai la testa.
«Piacere Elizabeth…»
Alzai lo sguardo e lui mi baciò la mano accennando un sorriso lieve. Mi fece arrossire.
«Mi devo far perdonare dei miei modi bruschi!»
Feci una risata nervosa e mi guardai intorno.
Sentivo lo sguardo di quel ragazzo addosso e Lucas capì il mio disagio e invitò i quattro a prendere un drink al minibar privato nell’altra stanza.
«So che queste notizie ti hanno sconvolta. Siamo qui per aiutarti, non dimenticartelo.»
«Le mie amiche, la mia vita…»
«Abbiamo pensato a tutto. Tom non ricorda nulla di quello che è successo. Le tue amiche sanno che devi fare un viaggio con Dana in Africa e che tornerai tra un mese circa»
«Avete pensato a tutto vero?»
«Quando il tatuaggio appare sul corpo, dobbiamo intervenire prima che lo facciano le congreghe oscure e ti obblighino a fare del male a te stessa e gli altri.»
«Quindi le altre congreghe sono formate da persone come voi?»
«Sì ma il loro scopo e distruggere noi e la famiglia reale della luce. Te ne parlerò meglio in questo mese d’addestramento.»
«Addestramento? E poi quale sarebbe il mio dono?»
«L’addestramento serve proprio a questo, per scoprire le tue capacità e il tuo dono speciale che sarà diverso dai nostri. Alec sarà il tuo supervisore e ti spiegherà tranquillamente tutto quello che dovrai fare in questo mese»
«Dove mi state portando?»
«Brasile, nei pressi della foresta dell’Amazzonia. Possiedo una villa molto grande, dove potremo addestrarti tranquillamente!»
Rimasi sorpresa della destinazione e Lucas si alzò e prima di andarsene mi disse:
«Devi dormire, ci aspettano molte ore di volo ancora. Riposati ancora un po’, poi ti chiamerò per la cena. A dopo Elizabeth Connell!»
Mi strinse la mano e per la prima volta dopo tante ore mi sentivo a mio agio.
Lucas mi aveva accolto in questo gruppo con la massima cordialità e semplicità ma non potevo dimenticare la mia vita a Los Angeles, anche se sapevo di dover cercare le risposte che Lucas aveva solo iniziato a darmi.
 

 CAPITOLO III

Arrivo in Brasile
 
Mi risvegliai dopo un paio d’ore e vidi che Sarah mi stava osservando da lontano. Accennai un sorriso e lei si accorse che mi ero svegliata.
«Bentornata tra noi! Come ti senti Elizabeth?»
Mi alzai dal sedile lentamente e sospirai un secondo prima di rispondere.
«Direi bene, tranne che per il fatto di essere stata rapita e qualcuno mi ha spiattellato che la mia vita è tutta una bugia, a parte questo sto benissimo…»
Feci un piccolo sorriso e lei mi rispose:
«Ti capisco benissimo, mi hanno dovuto sparare con un narcotizzante per fermarmi. Avevo già sviluppato le mie capacità e fu molto difficile per loro controllarmi ma ora tutto ha un senso»
«Dici che lo troverò anch’io?»
«Ma certo! E’ solo un po’ di frastornamento, tutto si sistemerà. Non temere Elizabeth!»
«Chiamami Liz…»
«D’accordo. Liz!»
Sarah era molto cordiale con me e capì subito che sarebbe diventata una mia amica.
Era molto socievole e sapeva il fatto suo.
Alec entrò nella plancia ed io abbassai gli occhi, lui notò subito il mio atteggiamento.
«Hai ancora paura di me?»
Mi alzai e lo guardai negli occhi, i suoi bellissimi occhi grigi si scontrarono con i miei freddi occhi verdi.
Inarcai le sopracciglia e risposi:
«Non ho paura di te! Scusa se sono ancora scioccata dopo che mi hai siringato come un cavallo da domare!»
Lui mi guardava e sembrava divertito dalla mia risposta.
Si mise una mano tra i capelli biondi cenere scompigliati e sospirò.
«Scusa se ti ho fatto del male Elizabeth Connell. Era necessario…»
«Alec ancora non hai capito come si trattano le signore…»
commentò Sarah tenendomi la mano.
Lui fece una smorfia e se ne andò indispettito.
Rimasi male di quell’atteggiamento, mi girai verso di Sarah che mi disse:
«Non ti preoccupare. Alec è buono e non ti farà mai del male»
Non dissi a Sarah che quella sua parte misteriosa mi affascinava e mi spaventava allo stesso modo. Era bellissimo ma anche pericoloso. Alla fine avevo paura di lui ma non per le ragioni che Alec pensasse.
Sarah si alzò invitandomi a seguirla.
«Vieni. Andiamo a mangiare qualcosa!»
«Avete anche fatto la spesa?»
«Peter è un ottimo cuoco…vedrai che piatti fantastici mangerai con noi!»
Cercai di avere un tono confidenziale con lei.
«Scusami Sarah, posso farti una domanda personale? Puoi non rispondere se non vuoi…»
«Spara pure. Non c’è nessun problema»
«Tu e Peter…»
«Io e Peter cosa?»
«Siete una coppia?»
Lei sorrise forse era rimasta imbarazzata dalla mia domanda.
«Ah no! Si è visto vero? Sto aspettando che faccia la prima mossa ma quel testone non si muove!»
«Quindi ti piace…»
«Certo che sì. Anch’io gli piaccio è che ha paura che con questa nostra vita possa perdermi un giorno. Meglio essere amici e scordarsi dell’amore capisci?»
«Sì. Sareste una bella coppia però…»
Lei mi sorrise e non rispose.
Questa volta avevo passato il limite.
Mi guardò e aprì la porta ed entrò nella cucina, dove c’erano tutti.
Peter stava ai fornelli e stava cuocendo l’acqua per la pasta. Sarah aveva ragione, Peter era un cuoco fantastico.
Lucas mi venne incontro e sorrise.
«La nostra ospite! Finalmente…»
Commentò Jackie in disparte. Questo commento non mi piacque.
Lucas mi guardò alzandosi dalla sedia.
«Eccoti. Dormito bene?»
«Direi di sì…»
guardai oltre il tavolo e Alec stava con gli occhi bassi che sorrideva in silenzio.
Sarah mi prese sottobraccio e mi accompagnò al tavolo, ci sedemmo aspettando che Peter avesse finito con la pasta e le vongole sgusciate.
«Ti piace la pasta?»
mi chiese Peter girato verso il forno.
«Sì Peter…»
«Benissimo!»
rispose lui muovendosi dolcemente, era esperto di coltelli ma anche un ottimo cuoco. Ballava al ritmo della musica che stava ascoltando nel suo IPOD il che me lo fece piacere subito.
Era molto simpatico e socievole.
Il contrario di Jackie che era lunatica e taciturna, almeno con me.
Gli altri si sedettero insieme a me e Sarah. Peter portò il pentolone con la pasta e le vongole. Il profumo era molto invitante, Peter ci sapeva fare con i fornelli. Alec era molto scherzoso con lui e Jackie, mi stupiva vedere un ragazzo così taciturno cambiare atteggiamento e allora feci la prima mossa.
«Mi passi il formaggio Alec?»
Lui si girò verso di me e accennò un sorriso.
«Certo…tieni!»
Mi sfiorò le dita, afferrai il sacchetto di formaggio grattugiato e lo ringraziai.
Mangiai la pasta, era buonissima. La migliore che avessi mai mangiato.
Peter stava mangiando la sua porzione mentre Sarah lo guardava. Era molto presa da lui.
A un certo punto Lucas si alzò in piedi e prese il bicchiere di vino che Sarah ci aveva versato in precedenza. Alzò il bicchiere in alto.
«Bene! Brindiamo per questa cena fantastica! Bravo Peter!»
Tutti applaudimmo ridendo e pian piano iniziavo a sentirmi parte di questo gruppo caloroso e simpatico. Poi Lucas continuò il suo discorso:
«D’accordo…a Elizabeth! Con questo brindisi tu fai parte della nostra famiglia da oggi! Che il destino possa aiutarti lungo il cammino! A Elizabeth!»
Tutti gridarono il mio nome, io feci un cenno con la testa per ringraziare Lucas e gli altri.
«Adesso finiamo di mangiare!»
Commentò Sarah.
La cena passò tra battute con Peter e Alec, Lucas che raccontava aneddoti sulla sua passione per le barche. Jackie stava in disparte tutto il tempo e allora presi il coraggio per attaccare bottone con lei.
Mi avvicinai a lei sedendomi a una delle sedie vuote lasciate dai ragazzi che stavano lavando i piatti. Jackie stava per le sue ma volevo parlarle lo stesso.
«Hey…»
«Ciao Jackie…»
«Vuoi dirmi qualcosa?»
Lei non mi guardava, teneva gli occhi bassi come se indispettita del parlare con me.
«Jackie ti posso chiedere una cosa?»
«Basta che la chiedi!»
Sbuffò lei.
«Ti ho fatto qualcosa? Ce l’hai con me per qualcosa? Non ti ho fatto niente…»
tagliai la testa al toro. Lei mi guardò e mi rispose:
«Tu pensi che se sono incazzata è per colpa tua? Ma se neanche ti conosco! Ho altro a cui pensare che prendermela con te…Comunque no. Non ce l’ho con te…»
«Ok. Grazie per la tua sincerità…»
«Come ti pare…»
Si alzò e se ne andò nella plancia con il cellulare in mano.
Sarah si avvicinò a me sedendosi al posto di Jackie.
«Lasciala stare… è arrabbiata con il suo ragazzo. Non può dirgli niente del nostro segreto e voleva stare con lui ma ha dovuto nascondergli tutto»
«Quindi è colpa mia…»
«No!»
Mi prese per le braccia e mi guardò negli occhi, la sua presa era molto avvolgente.
Non per niente era una campionessa di Judo.
«Non è assolutamente colpa tua. Quello che ti succederà in questo mese è il tuo destino. Non possiamo tirarci indietro, la causa è troppo importante. Lucas saprà spiegarti bene cosa c’è in gioco. Ora vieni, torniamo dai ragazzi…»
Mi sorrise e mi prese per mano mentre andavamo dai tre che stavano asciugando i piatti. La sera passò in fretta tra chiacchere, risate e sguardi tra me e Alec.
Non ci parlammo molto ma comunicavamo lo stesso attraverso gli occhi.
Verso le due di notte andammo a dormire e mentre mi sistemavo tra le coperte del sedile preparate da Lucas, Alec mi venne incontro.
Ero sdraiata sul letto e stavo quasi per dormire, io scattai velocemente e lui accennò un sorriso d’imbarazzo.
«Tranquilla…sono io… il tuo supervisore!»
«Scusa…»
«Sono io che ti devo delle scuse…buonanotte Elizabeth…»
«Buonanotte Alec…»
Alec se ne andò dopo avermi salutato ed io sorrisi guardandolo da dietro, era proprio bellissimo.
Il rombo dell’aereo mi rilassava e così mi addormentai.
Sentivo un grande trambusto e uno continuo rumoreggiare intorno a me e mentre aprivo gli occhi, avevo capito che eravamo arrivati in Brasile.
Mi alzai velocemente strofinandomi gli occhi e Peter mi venne incontro. Sorridente come sempre.
«Ecco prendi la tua borsa, ci sono alcuni dei tuoi vestiti»
mi passò una borsa grigia con dentro alcuni vestiti e biancheria intima.
Alec era appena fuori dalla plancia che mi stava fissando ed io feci altrettanto.
«Che c’è Alec?»
«Muoviamoci…dobbiamo essere alla villa per
mezzogiorno»
egli batté le mani per incitarmi a fare in fretta e così feci.
Mi sistemai i pantaloni e uscii dalla porta della plancia per scendere la scaletta dell’aereo.
Il sole mi colpì con forza e dovetti ripararmi con un braccio. Avevo visto troppo buio durante il volo.
Lucas e Sarah mi vengono incontro mentre Jackie era già al volante di una BMW nera.
«Lucas…»
«Dimmi tutto!»
«Dove li hai tutti i soldi per questa vita?»
«Diciamo che abbiamo contatti con le persone più influenti. Vedi, non ci sono solo le congreghe a sapere del segreto ma diversi collaboratori ci aiutano nel decifrare i piani delle congreghe oscure! Cerca di capire Elizabeth, il loro scopo è di distruggere il piano bidimensionale e farlo diventare luogo di distruzione, la vita sarebbe un incubo sia su questa dimensione che nell’altra. Non possiamo permetterlo!»
«Ho capito…»
Alec mi aprì la portiera della macchina e mi invitò a salire. Mi sedetti vicino al finestrino e potevo ammirare il panorama mentre Jackie guidava la macchina affiancata da Lucas. Peter e Sarah erano in un’altra macchina. Mi venne in mente la mia mini Cooper.
«Alec…»
Lui si avvicinò al mio orecchio.
«La mia macchina…che fine ha fatto?»
«L’ho portata a casa tua… hai una bella camera da letto sai?»
«Sei stato nella mia camera?»
«Certo… a proposito come sta Hans?»
«Eri tu…tu hai bloccato la mia chat!»
«Esatto. Tecnicamente era Peter ma io monitoravo che non raccontassi segreti a un ragazzino.»
«Hans non è un ragazzino!»
«Hans Koller…16 anni. Studia a Berlino e vorrebbe diventare un cantante. Se sentissi la sua voce, ti spaventeresti… dà i brividi!»
«Quanto mi hai spiato?»
«Spiato? Protetto vorrai dire…»
Gli lanciai un’occhiataccia e lui abbassò la testa.
«D’accordo… il viaggio sarà lungo…»
chiuse il discorso Alec facendo il finto offeso.
Accennai un sorriso e mi girai verso il finestrino. Il cielo non aveva neanche una nuvola, tipico di quella zona del Brasile. Jackie uscì dall’autostrada e arrivò all’entrata dell’Amazzonia. La villa sarebbe stata tre chilometri dentro la grande foresta.
«Ti piacerà la villa…»
Commentò Lucas.
«Speriamo…»
 
Due ore dopo Alec mi svegliò soffiandomi sulla guancia che avevo appoggiato sulla sua spalla. Diventai rossa come un peperone ma cercai di nasconderlo.
Sarah aprì la portiera e mi invitò a scendere dalla macchina. Eravamo in una strada fatta di terriccio marrone, un sentiero morbido.
Di fronte a me c’era un cancello molto grande con un immenso giardino e in lontananza una villa enorme bellissima. Non avevo mai visto una casa così bella. Rimasi a bocca aperta mentre Sarah mi diede un pizzicotto.
«Vogliamo andare?»
Due fattorini uscirono dalla villa e presero le nostre borse.
«Benvenuta a Château Chalaìn, una delle venti megaville per i protettori della luce…»
Disse Lucas appoggiandomi una mano sulla spalla.

«E’ bellissima…da mozzare il fiato…»
Alec mi sussurrò:
«E aspetta di vedere le camere e la zona relax…»
Poi raggiunse Peter e iniziarono a scherzare tra di loro ed io non potevo non ammirare quel corpo così perfetto.
Jackie parcheggiò la macchina mentre noi c’incamminavamo verso la villa.
Il sentiero era fatto da piccoli sassolini di mare e al centro c’era una grandissima fontana, lo stile francese era molto riconoscibile. Percorremmo due grandi scale di pietra per entrare nell’atrio e rimasi sbalordita.
Il pavimento era in parquet di un colore marroncino chiaro, c’erano orologi e arazzi di ogni genere. Tantissimi quadri che erano rivisitazioni dei famosi lavori di Leonardo, Raffaello, Michelangelo, David, Monet, Van Gogh, Picasso e altri. Sarah mi prese per mano sorridendo e mi trascinò via.
«Noi andiamo nelle camere… ci vediamo tra un’ora!»
disse urlando come una pazza.
Corremmo veloci per le scale di legno pregiato e arrivammo alle stanze.
«Queste sono le camere delle donne, ognuna ne ha una e questa è la tua!»
Un letto a baldacchino era fissato al centro della stanza, c’erano un armadio grande bellissimo, due specchi con sedie con zona trucchi, tre finestre e una porta che portava a un balcone molto ampio.
Mi buttai sul letto ed era morbidissimo, soffice e confortevole, non mi ero mai sdraiata in qualcosa di così comodo. Sarah saltò sul letto e ridemmo insieme senza sosta.
«Wow! E’ tutto bellissimo…»
Quando i nostri animi si erano placati, Sarah diventò seria e mi guardò intensamente.
«Non sarà tutta una vacanza…è importante che tu dia il 100% d’accordo?»
«Si…»
Le parole di Sarah mi lasciarono un po’ di preoccupazione, l’addestramento sarebbe iniziato domani ed io non sapevo neanche da dove iniziare.

 

 CAPITOLO IV

Il primo giorno
 
Mi svegliai presto, erano le sette di mattina ma gli altri erano già in piedi.
Oggi mi sarei addestrata con Alec e non sapevo cosa mi aspettasse.
Egli entrò nella mia stanza ed io arrossì un attimo, era vestito con pantaloni di una tuta grigia e una t-shirt nera che non nascondeva le sue forme.
«Ciao Elizabeth…»
«Ciao Alec»
«Sei pronta?»
Annuì con il capo e lui sorrise.
Mi alzai dal letto e lui abbassò la testa girandosi, voleva che mi cambiassi di fronte a lui.
Mi alzai velocemente, e corsi dietro un grande specchio per vestirmi.
Indossai una maglietta e degli shorts molto carini che mi aveva regalato Annie qualche mese fa. La mia presunta madre deve aver scelto bene i miei vestiti, del resto mi aveva ingannato per tutto il tempo.
Alec continuava a stare girato mentre mi mettevo un reggiseno pulito e mi sistemavo dentro una tuta molto comoda. Era una tuta scura con due righe arancioni lungo le braccia per la maglia e lungo le gambe per i pantaloni. Una classica tuta sportiva.
Alec si girò e mi guardò, io arrossì un attimo e lo guardai. Era proprio bello quella mattina.
«Allora che si deve fare oggi?»
Chiesi per attaccare bottone.
«Oggi ti introdurremo alle varie discipline. Io ti insegnerò a trovare l’energia dentro di te. Ti supervisionerò con gli altri e quando avrai trovato il tuo dono, potrai usarlo in una prova su misura per te»
Annuì capendo che non sarebbe stato facile ma se volevo capire chi fossi e cosa volessi davvero, dovevo imparare tutto da loro.
Uscimmo insieme e scendemmo le scale, nell’atrio c’erano Sarah, Peter e Jackie.
Come al solito stavano parlando di cose normali, erano ragazzi come me.
Forse un po’ più grandi ma pur sempre normali. Sarah si accorse di me e e mi sorrise venendomi incontro.
«Dormito bene tesoro?»
«Sì, grazie…»
«Bene. Stiamo aspettando Lucas che ti spiegherà bene cosa dovrai fare. Sei pronta?»
«Devo esserlo…»
Sospirai un po’.
«Questo è l’atteggiamento giusto!»
Commentò Peter dandomi una pacca sulla spalla. Abbassai gli occhi e sorrisi ma non ero poi tanto sicura di quello che stavo facendo.
Lucas scese le scale e ci sorrise come al solito. Aveva un sorriso coinvolgente, il suo carisma era un’ottima cosa per noi.
Mi strinse in un piccolo abbraccio e m’invitò a seguirlo in quello che sembra fosse il suo ufficio.
«Vieni con me… ti spiegherò un paio di cose e poi ti affiderò al tuo supervisore…»
Mi aprì la porta e mi fece sedere sulla sedia di fronte alla sua scrivania, oltre a essere molto affascinante era anche un signore.
«Allora Liz…da oggi per un mese dovrai impegnarti allo spasimo. So che per te non è stato facile venire a conoscenza di questo mondo nascosto ma ancora di più vedrai quanto è profonda la caverna del bianco coniglio…»
«L’hai presa da Matrix questa…»
«Fa effetto vero?»
Ridemmo alla sua battuta.
«Scherzi a parte, ci sono quattro cose che dovrai imparare. Alec ti supervisionerà in ognuna di esse. Con Jackie imparerai a riconoscere i tuoi istinti animaleschi, con Peter l’uso di armi di ogni genere. Da taglio e non. Mentre con Sarah dovrai stare sul tappeto e imparare il Judo, Jujitsu, Karate, Boxe e Muay Thai. Arti marziali miste! Con Alec imparerai a preservare e trovare l’energia dentro di te. Farete molte cose insieme. Con me, infine, capirai la storia di quest’ordine che vive da più di cinquemila anni.»
«Cinquemila anni? Oddio!»
«Visto? E’ questo è niente…»
«Ma è così che inizia sempre… molto piccolo. Anch’io ho visto Grosso Guaio a Chinatown…»
Lui sorrise con me si alzò dalla sua sedia e mi riaccompagnò dagli altri.
«Bene. Alec e Jackie andate nella foresta con la nostra Elizabeth!»
I due annuirono e mi presero in consegna.
Sarah mi abbracciò e mi sussurrò:
«Non farti intimidire! Concentrati sul suono del vento e sfrutta i tuoi sensi!»
Io annuì e salutai lei e Peter che seguirono Lucas nel soggiorno della villa.
Jackie, io e Alec andammo nel parcheggio e potei vedere l’innumerevole lista di auto e Jeep di ogni genere. Jackie salì su una delle Jeep nere e noi facemmo altrettanto.
«Dove andiamo?»
«Nelle profondità della foresta.» rispose Alec.
Durante il viaggio ascoltammo un po’ di musica alla radio, una radio brasiliana locale di artisti indipendenti.
Jackie guardava la strada e stava in silenzio mentre Alec cercava di spiegarmi cosa dovevo fare una volta arrivati.
Dopo una buona mezz’ora arrivammo a destinazione, Jackie fermò la Jeep e uscimmo fuori all’aperto.
C’erano molti alberi altissimi che ci circondavano, la vegetazione era molto alta.
«Allora… vieni qui davanti a me» disse Jackie.
Camminai e andai verso di lei, a un certo punto una trappola mi bloccò la gamba, era una corda posizionata perfettamente sulle mie cosce.
«Visto? E’ questo che devi imparare. Devi riconoscere dove cammini e capire che cosa ti circonda!»
Alec mi slacciò la trappola e raggiunsi Jackie guardando sempre per terra.
«Ora una piccola prova. Chiudi gli occhi.»
Chiusi gli occhi e aspettai.
«Cosa senti?»
«In che senso?»
«Dimmi la tua prima sensazione!»
«Un leggero vento sulle spalle»
«Senti i passi di un animale?»
«No…»
«Strano… Concentrati!»
«Non sento niente…»
Iniziai a innervosirmi.
«Ti ho detto di concentrarti. Non parlare e stai in silenzio!»
Mi concentrai meglio ed effettivamente potevo sentire un lieve rumore di un qualcosa muoversi alla mia destra.
«A destra… passi lenti. Un animale grande?»
«Non ci siamo… a destra non c’è niente a parte la nostra Jeep! Hai perso il senso dell’orientamento Elizabeth?»
Stavo iniziando a irritarmi, non mi piaceva il suo tono eppure lei continuava a incalzarmi.
«Datti una mossa… quanto ci vuole?»
Ascoltai il numero dei passi di quell’animale capì che non poteva essere a destra ma sopra gli alberi, un ramo si spezzò e cade in lontananza.
Aprì gli occhi e guardai verso sinistra. Jackie si arrabbiò e mi afferrò per un braccio.
«Ti avevo detto di aprire gli occhi? L’animale è scappato. Era una scimmia! Altro che animale grosso a passi lenti! Non sai riconoscere una scimmia, figurati quando dovrai affrontare un commando armato di killer mercenari!»
«Hey! Io sto cercando di impegnarmi…»
Jackie fece una risata ironica e mi guardò con sdegno.
Non capivo da dove venisse tutto questo livore.
«Lo chiami impegno questo? Quando dovrai stare a testa in giù da un elicottero per sentire il suono delle onde dall’alto ne riparliamo! Svegliati principessina…»
«Principessina? Ma chi cazzo sei?»
Alec capì che si stava andando oltre e intervenne.
«Ragazze dateci un taglio. Elizabeth lei è il tuo insegnante d’istinti, lei ti spiegherà meglio come capire i tuoi sensi. Ma tu Jackie vedi di rigare dritto, il tuo ragazzo sta bene dove sta! Rassegnati!»
Questo ferì Jackie e mi dispiacque vederla intristita, allora mi sistemai.
«Un’altra volta…proviamoci ancora!»
Alec annuì e si tolse tra noi due. Jackie mi prese le mani e m’invitò a chiudere gli occhi.
«Ascolta il vento, lo scrosciare dei fiumiciattoli, c’è un piccolo lago vicino a noi. Riesci a sentire le rane saltellare? Abbandonati all’evolversi delle stagioni, senti il vento? Lo senti spingere da dietro per poi cambiare il senso della tua pelle?»
La voce di Jackie era così calma adesso, sentivo una natura animalesca dentro di lei, ho capito il suo dono dopo quel discorso.
Iniziai a concentrarmi e potevo sentire un piccolo soffio di vento provenire da Nord.
Soffiava sui miei capelli per poi scendere giù fino alle gambe, con mia grande sorpresa riuscì a sentire anche quel lago che Jackie aveva menzionato. Con gli occhi chiusi indicai con il dito verso Nordovest e mi girai verso quella direzione.
«Elizabeth?» chiese preoccupato Alec.
«Lasciala andare Alec…»
«Cosa vedi Elizabeth?»
Con gli occhi chiusi sentivo lo scorrere dell’acqua in lontananza, era una sensazione meravigliosa. Stavo allargando il mio senso in una maniera mai pensata prima.
«C’è uno stagno, prima del lago, ci sono due rane che stanno saltando in pochi centimetri di spazio.»
«Quali pensi che siano le loro sensazioni?»
«Anche loro mi stanno ascoltando… non sono spaventate perché sanno che non le farò del male. Siamo un tutt’uno adesso e…»
«Ok. Apri gli occhi…»
Aprendo gli occhi mi guardai intorno, ero arrivata in prossimità di quello stagno. C’erano quelle due rane che saltavano come avevo descritto. Mi girai verso Jackie e per la prima volta vidi lei sorridere. Questo mi fece tremare il cuore e con tutta la forza l’abbracciai. Lei rimase bloccata e imbarazzata ma potevo sentire un piccolo sorriso che rimaneva sulle sue labbra.
«Ok. La lezione è finita direi…» commentò Alec e insieme a lui tornammo alla villa.
Quel giorno capì Jackie veramente, lei era una ragazza che vive per la natura ed essendo in grado di diventare un animale sarebbe stato grande ma non era questo il mio dono, anche se i miei sensi potevano essere indirizzati bene da lei, non sarei mia riuscita a trasformarmi. Aveva ragione Lucas, ognuno aveva poteri diversi in quest’ordine.
Tornammo per pranzo e Peter aveva già preparato un piatto prelibato per me che ero affamata come non mai.
Dopo pranzo andai con Sarah a passeggiare nel giardino della villa, mi parlò di sua madre.
Anche lei era una campionessa di Judo ed è stata proprio sua madre a insegnarli quest’arte molto conosciuta anche qui da noi.
Mentre camminavamo Sarah mi porse un foglio, era una scheda con tutti gli esercizi che dovevo fare per essere in forma.
«Dovrai farli prima di venire sul quadrato con me. Mi raccomando, se non sei pronta fisicamente non potrai mai sollevarmi!»
Io feci una smorfia e presi il foglio e lo misi nella tasca della mia tuta.
«Stasera che si fa?»
Chiesi guardando l’erba perfettamente tagliata dagli inservienti.
«Stasera riposiamo, domani sera ti porterò a fare un giro a São Paulo…»
«São Paulo?»
«La prima città vicina dove c’è un po’ di vita…Sarà come tornare a casa no?»
«Non ti ho chiesto di dove sei?»
«Green Bay… l’unico posto in cui una Judoka veniva presa in giro. Poi però buttai per terra un Linebacker e allora… da quel giorno mi chiamano Sarah Rowdy Crousy…»
«Ah si? Che forte!»
Continuammo a chiacchierare del più e del meno per una buona mezz’ora ma non volevo entrare nei particolari sulla sua vita.
Sarah sembrava avere una sorta di corazza che aldilà delle spalle larghe e muscolose nascondeva una ragazza bisognosa d’affetto.
Era molto simile a me, la sorella che non avevo mai avuto.
Verso le cinque ci trovammo insieme vestiti con tute leggeri e aderenti nella palestra della villa. C’erano pesi, panche all’ultimo grido, altri ragazzi si stavano allenando con Peter e gli altri.
«Chi sono?»
«Ragazzi brasiliani che devono allenarsi e non avevano un posto nelle favelas, il tuo è un allenamento diverso dal loro. Vieni iniziamo a correre un po’.»
Iniziai a correre con lei, le sue gambe erano toniche e la tuta aderente esprimeva perfettamente le sue forme perfette.
Correndo notammo che alcuni ragazzi ci stavano osservando, mi sono distratta un secondo e Sarah mi disse:
«Non farci caso, appena vedono un paio di tette che rimbalzano vanno in  estasi…»
Ridemmo insieme e dopo altri dodici giri di corsa ci fermammo ed io bevvi un po’ d’acqua che Sarah mi aveva donato.
«Sei pronta adesso?»
«Cosa dobbiamo fare?»
Lei si avvicinò e con le mani m’invitò a imitarla.
Mi prese il braccio destro con la sua mano destra e mi strinse forte in prossimità del bicipite e del gomito. Fece altrettanto con la sinistra.
Io imitai quello che mi stava facendo.
«Hai una buona presa, ora viene la parte difficile!»
Con un movimento velocissimo ruotò il suo braccio destro portandolo sul mio petto e afferrandomi, mi scaraventò a terra con il solo uso dei fianchi e delle spalle. Mi stava tenendo le mani quando mi sorrise.
«Sai anche cadere bene… ora questo si chiama Seoi Nage. Una presa semplice ed efficace. Vieni…»
Mi tirò su e iniziò a spiegarmi tutto su questa tecnica di cui non conoscevo nulla.
Caddi molte volte e ogni volta che cadevo Sarah mi rispiegava tutto, era molto paziente con me.
Dopo un’ora iniziai a capire il trucco della difesa di Sarah, dovevo stare indietro con le gambe e tenermi a distanza.
Mi prese il braccio destro per l’ennesima volta ma questa volta alzai quello sinistro verso la presa e ruotai le gambe per farle uno sgambetto. Lei saltò ed evitò il colpo ma così facendo dovette lasciare la presa al braccio destro.
Sarah sorrise e mi abbracciò.
«Brava! Ce l’hai fatta! Sei uscita dalla presa. Ok… ora passiamo al Kickboxing…»
Avevo fatto un paio di sedute qualche anno fa e mi ricordavo alcuni colpi.
Sarah indossò delle protezioni che usano gli sparring partner. Due guanti di cuoio e una sorta di maglia pesante per i colpi al corpo.
Lei m’invitò a indossare le protezioni per le gambe e i guantoni prima di iniziare la sessione.
Lei mi porse il guanto destro in avanti ed io lo colpì con un Jab, poi lei mi porse quello sinistro davanti ed io colpì con il Cross. Continuai così per una decina di minuti e poi a ogni rotazione del guanto finivo la sessione veloce con un Hook. 
Ero veloce e precisa, sapevo cosa dovessi fare e questo mi aiutava.
Poi iniziammo con i calci laterali, i calci frontali, i calci volanti e infine i calci all’indietro.
Dopo una mezz’ora mi disse:
«Tempo! Brava… ci sai fare con i pugni e i calci»
«Me la cavo…»
Si tolse le protezioni ed io feci altrettanto e lei guardando per terra mi disse:
«Ora vediamo un’ultima cosa prima di andare in doccia…»
Velocemente mi venne incontro, sembrava un serpente da quanto fosse veloce.
Indietreggiai e con un calcio deviai il suo colpo ma inavvertitamente mi prese la gamba e la tenne stretta, era pronta ad atterrarmi quando con un colpo di reni colpì Sarah al petto con l’altra gamba facendola cadere a terra.
Velocemente mi misi sopra di lei e lei mi strinse a sé. Con un colpo riuscì a capovolgermi e mi trovai sotto di lei.
All’improvviso mi accorsi che Alec era lì con noi. Non mi ero neanche accorto di lui dopo due ore di allenamento intenso e fisico.
«La lezione è finita Liz!»
Commentò il mio supervisore compiaciuto.
«Vieni andiamo a darci una bella lavata…»
mi sussurrò Sarah in un orecchio prendendomi per mano.
Mentre mi rilassavo sotto la doccia non potevo non osservare il corpo bellissimo di Sarah.
Oltre all’avvenenza di una bellissima ragazza, notai anche una brutta cicatrice sulla coscia sinistra.
«Che cos’è?» dissi avvicinandomi a lei.
Lei si corrucciò e capì di aver toccato un tasto dolente. Lei prese un accappatoio e iniziò ad asciugarsi. Era distante adesso, la ragazza sempre sorridente e così amichevole era andata via.
«Scusami Sarah…»
«Non ti preoccupare amore…E’ solo che mi porta brutti ricordi, mio padre era un ubriacone e a volte si divertiva a prendermi a frustate con la cinghia dei pantaloni…»
«E’ terribile! Mi dispiace tanto Sarah…»
Non so perché ma corsi verso di lei e la abbracciai forte e lei sospirò.
«Lo sapevo che avevi un grande cuore Elizabeth Connell, sei una ragazza speciale!»
Uscimmo dalla doccia tutte vestite con un ricambio comodo e Alec mi stava aspettando fuori dalla palestra.
Sarah mi sorrise e mi salutò andando verso la zona est della villa ed io andai incontro al mio supervisore. Non potei notare il suo abbigliamento, jeans neri e una camicia a mezze maniche blu.
«Com’è andato il primo giorno?»
«Sei tu il supervisore, come sono andata?»
«Hai superato le mie aspettative… domani sarai con me e Lucas… dovrai imparare un po’ di cose dai migliori…»
«I migliori?»
Fece un sorriso beffardo, quelle labbra erano così calorose e invitanti. Avrei voluto baciarlo senza esitazioni ma frenai questo istinto.
«Vuoi farti una corsetta?» scherzò Alec.
«Magari un’altra volta. Ora vado a riposarmi prima di scendere per cena… sono stanca morta!»
«D’accordo!»
Si avvicinò e mi prese un braccio guardandomi il tatuaggio.
«E’ proprio bello sai…»
«Il tuo dov’è?»
Si slacciò la camicia ed io arrossì un attimo. Aprendola potevo vedere il tatuaggio al centro del petto. Osservandolo notai che il tatuaggio era diverso dal mio, o meglio, i colori erano diversi. Il serpente era blu mentre la croce era nera e così via. Con la mano misi la mano sul petto di Alec.
Iniziai a toccare la pelle del tatuaggio.
«Ti ha fatto male l’incisione?»
«No Elizabeth…è stato veloce e indolore»
«Perché il tuo è diverso dal mio?»
«Il tuo DNA è diverso dal mio e il colore cambia in base alla persona»
Continuai a toccarlo e potei notare che aveva un corpo ben definito. Lui mi prese la mano con le sue e lo guardai negli occhi.
Un secondo che sembrava durare una vita, mi fece venire i brividi, quegli occhi grigi mi facevano venire i brividi. Era bellissimo.
Lucas gridò da lontano il nome di Alec e ci staccammo istintivamente.
Lucas mi salutò con la mano e Alec mi lasciò la mano. Feci un piccolo sorriso e lui andò via.
Non so perché continuai a guardarlo mentre raggiungeva Lucas.
Continuai a guardarlo fino a che non scomparve dalla mia vista.

 

 CAPITOLO V

Rivelazioni
 
Il giorno dopo stavo camminando verso lo studio di Lucas per sapere qualcosa di più sulla storia della congrega.
Sembrava di essere in una di quelle scuole private inglesi molto altolocate. Solo che in questa scuola si studiavano cose che mai avrei pensato di imparare.
Entrai nello studio e Lucas era girato di spalle vicino alla finestra. Era vestito con il suo solito gilet nero e pantaloni scuri eleganti.
«Lucas? Sono qui.»
Si accorse della mia presenza e si girò verso di me sorridente.
«Prego siediti… iniziamo subito con una prima rivelazione»
Annuì con il capo e mi sistemai nella comoda sedia di fronte a lui.
«Il pianeta Terra fa parte di un sistema solare che gira intorno a una stella denominata appunto Sole… Il segreto è che tra le stelle c’è un portale dimensionale invisibile che trasporta chiunque su Chavrian, un sistema bidimensionale nascosto dai tempi dell’antichità.»
«Lo sapevo… me lo sentivo che c’era qualcosa di strano nelle stelle…»
«Non per niente sei una prescelta delle congreghe. A proposito le congreghe sono cinquanta come ben sai, tutte ordinate da persone normali come te e me ma dotate anche di un potere speciale. Pensa che in Australia un altro membro è capace di emettere fuoco dalle mani. Lo chiamano l’uomo di fuoco…»
Inarcai le sopracciglia e continuai ad ascoltare Lucas che raccontava le sue rivelazioni.
«Il sistema bidimensionale si chiama appunto Chavrian ed è diviso in due zone ben importanti, la luce e la zona oscura. Noi facciamo parte della luce che viene dalle stelle. Le costellazioni sono come dei cartelli stradali, indicano la strada al nostro corpo per arrivare nel sistema.»
«E come ci arriva?»
«Quando moriamo, Elizabeth, il nostro corpo lascia un’energia particolare che si rigenera in altra vita oppure se è già da troppo tempo sulla Terra, ritorna alla sua fonte d’origine, Chavrian.»
«Stai dicendo che noi proveniamo da un altro pianeta?»
«Attenzione! Chavrian non è un pianeta è un altro sistema, nascosto e invisibile. Vieni ti mostro una cosa»
Mi alzai dalla sedia e Lucas prese un vecchio libro e nella prima pagina c’era raffigurata una mappa del sistema solare.
Era differente dalla solita mappa scolastica.

Il sistema era quasi tutto cosparso di una sostanza bluastra che evidentemente era un sottosistema che viveva in simbiosi con quello solare.
«Quella che vedi è l’energia dei morti. Una volta che essa abbandona il corpo, la nostra essenza vaga nel sistema in cerca di tornare nella dimensione. Chavrian è un immenso sistema dove il benessere e la beatitudine sono all’ordine del giorno. Bianche sponde e amore circondano quelle terre. Vedi quelle chiazze nella zona meridionale? Esse sono la zona del buio, la coesistenza con l’energia negativa ci rende in contrasto da sempre con i membri oscuri delle congreghe che sulla Terra e su altri pianeti ormai si sono stabiliti in cerca di conquistare tutto il Chavrian e dominare la luce con l’oscurità.»
«E noi cosa centriamo in tutto questo?»
«Ecco… la prima congrega nasce nel 10000 a.C. in Egitto dai primi reincarnati, Osiride e Iside… La famiglia reale nasce da loro Elizabeth!»
«Stai dicendo che Osiride e Iside sono i primi membri di una famiglia reale che fa parte di un sistema generato dall’energia delle stelle?»
«Esattamente… vedo che i tuoi studi sull’esoterismo ti hanno aiutato nel tempo!»
Accennai un sorriso di circostanza, anche se per una come me che credeva in queste cose, era molto difficile arrivare fino a queste rivelazioni.
«Hai detto altri pianeti…»
«Si sotto forma d’energia non sempre vita come la nostra. Il fuoco di Saturno e il vento di Giove è generato dall’energia di Chavrian. Anche il Sole è stato generato dall’energia nascosta di Chavrian solo che ai quei tempi il sistema bidimensionale non era ancora stato formato del tutto. Il Big Bang è stato generato da una scintilla ricordi? Chavrian e altri sottosistemi generarono tutto, siamo fonti d’energia Elizabeth con mille differenze ma con unico scopo: generare energia!»
«Ma se siamo tutti uguali perché c’è una famiglia reale da proteggere?»
«Perché loro sono i generatori di tutto, solo che prima avevano una forma diversa da quella umanoide, erano fonti d’energia nello spazio.»
«Nella storia chi sono stati membri di questa famiglia?»
«Lo sono tuttora solo che reincarnandosi o meglio rigenerandosi, non ti accorgi di loro. Osiride, Iside, Gesù, Maria Maddalena…»
«Come? Gesù e Maria Maddalena?»
«Si…sono esistiti e sono tornati nello Chavrian dopo la morte di lei. Ogni tanto tornano sulla Terra e noi dobbiamo proteggerli dalle congreghe oscure che vorrebbero ucciderli.»
«Non ci posso credere… Avevo ragione! Erano sposati vero?»
Lucas accennò un sorriso e annuì.
Sorrisi soddisfatta di questa mia rivelazione. In passato mi ero documentata su Maria Maddalena e la diffamazione subita nel corso della storia.
«Quindi il nostro compito è fare le guardie del corpo?»
«Non proprio… dobbiamo proteggere il segreto e il destino dell’energia. Sai come si fonda l’energia oscura? Con l’odio e il terrore. Esiste un signore oscuro che è uno dei nostri nemici si chiama Angus Seikilien e viene dall’Ungheria. I suoi genitori erano fondatori di una lega di cavalieri oscuri corrotti ai tempi del Medioevo. E’ molto pericoloso… è capace di corrompere chiunque con il suo carisma. E’ quello il suo potere.»
«Quindi questo Seikilien è il rovescio della medaglia giusto? Se si percorre la brutta strada potresti diventare come lui?»
«Perfetto…»
Lucas guardo l’orologio che aveva al polso e mi sorrise.
«D’accordo Liz… direi che per oggi basta… la prossima volta ti spiegherò meglio come sono divise le congreghe e il nostro rapporto con loro.»
«La nostra sede è qui?»
«No… Ci sono due sedi negli USA. North Dakota e Los Angeles. Poi ti spiegherò…»
Mi aprì la porta e lo salutai con la mano tornando indietro da Sarah e gli altri.
Lucas mi aveva rivelato tante di quelle cose che dovetti fermarmi un secondo a respirare per l’affanno che l’ansia mi portava sempre.
Andai in uno dei tantissimi bagni della villa e mi lavai il viso un attimo per rinfrescarmi dopo una lezione così intensa e rivelatrice.
Passarono due ore dopo la lezione con Lucas, era pomeriggio inoltrato ormai.
Stavo passeggiando con Sarah quando vidi Alec venirci incontro.
Ci sorrise e mi prese in consegna, toccava a lui insegnarmi qualcosa.
Sarah ci salutò e raggiunse Peter nella zona nord e ci lasciò soli.
Alec si sistemò i capelli sbarazzini e mi guardò intensamente, iniziava subito con il farmi arrossire.
«Cosa provi adesso?»
«Come scusa?»
Rimasi imbarazzata da quella domanda.
«Questo è il mio insegnamento, per rivelare il tuo dono dobbiamo capire quali siano le tue volontà e capacità. Lucas mi ha detto che sei esperta di esoterismo, ho visto che te la cavi con gli istinti e anche con la lotta. Sei speciale? Pensi di esserlo?»
«A dire il vero non lo so…»
«Ti ricordi quando ti è venuto il tatuaggio?»
«E chi se lo scorda? Faceva un male cane!»
Mi toccai il polso istintivamente e mi morsi le labbra. Lui sorrise.
«Il problema con te è che noi abbiamo scoperto il nostro dono molto facilmente, tu hai bisogno di capire la tua essenza, del resto sei stata marchiata tardi…»
«Tu no?»
«Avevo sei anni quando mi successe… I miei genitori pensarono a una malattia congenita… mi lasciarono in un orfanotrofio e non seppi niente più di loro. Fu Lucas a prendermi dopo otto anni in giro per gli USA di famiglia in famiglia.»
Il volto di Alec era triste ma sembrava che quell’ombra del passato fosse alle sue spalle ormai.
«Mi dispiace tanto Alec…»
«Fa niente…allora! Cosa ti piace fare nella vita?»
«Correre, uscire con le mie amiche, ballare, giocare a scacchi, sono una ragazza comune…»
«Non è vero Elizabeth… sei speciale e questo dono non potrai mai mostrarlo a nessuno se non noi. E’ questo il rovescio della medaglia.»
«Capisco…e a te invece? Cosa piace?»
«Correre… leggere, gioco anch’io a scacchi… ah certo! Con Peter e Sarah guardiamo spesso gli incontri di MMA e il baseball, sai siamo ragazzi violenti…»
Fece un sorriso ed io aprì la bocca d’istinto, era così bello quando rideva.
«Quando mi si formò il marchio sentivo una forte bruciatura alle braccia…»
«Quanto è durato?»
«Un paio di minuti non di più…»
«E’ strano…»
«Perché?»
«A me e gli altri durò per molte ore… E’ anche vero che eravamo più piccoli»
Mi prese la mano e si mise di fronte a me.
«Adesso concentrati e chiudi gli occhi…»
Chiusi gli occhi e sospirai fortemente.
All’improvviso sentì di nuovo il calore di quella sera e iniziai a tremare.
Con tutta velocità lasciai la mano di Alec e mi ritrovai a qualche metro da lui.
«Come hai fatto?»
«A fare cosa?»
Alec mi venne incontro incerto.
«Sei scattata velocemente come me! Non può essere… hai lo stesso potere mio!»
«Dici? Eppure non mi sento di correre veloce»
«Forse è una variante, avrai riflessi perfetti…parlane con Lucas d’accordo?»
«Va bene. E’ una buona cosa?»
«Avere lo stesso potere? Sì…»
«Sì?»
«Niente di importante…per oggi va bene così…preparati per stasera dai… andiamo fuori»
«Si lo so… Sarah è tutto il giorno che mi sta facendo una testa così!»
Ridemmo insieme mentre uscivamo dalla stanza, Alec era pensieroso ma cercava di nasconderlo.
Salutai Alec che era già corso via e salì le scale per arrivare nella mia stanza.
La c’era già Sarah con due o tre vestiti da farmi provare.
«Non ti azzardare a dire di no! Stasera saremo bellissime!»
Mi prese per mano e mi aiutò a togliermi i vestiti.
Gli abiti erano molto belli ma alcuni erano proprio corti e a me non piaceva mostrare troppo il mio corpo. A differenza di Sarah non ero molto esuberante, ero anche timida e di conseguenza la mia scelta andò su una camicetta bianca a mezze maniche e pantaloni di velluto verdi scuro.
Sarah aveva indossato un completino blu molto corto, i gancetti coprivano le sue forme senza problemi. Osservandola notai che il suo sedere era proprio perfetto. Fisicamente Sarah era bellissima. Capivo perché Peter sbavava dietro a lei.
«Con questo profumo faremo impazzire i maschietti…»
«I maschietti? E Peter?»
Chiesi sorniona.
«Peter deve darsi una mossa… e poi non sono fatta di pietra sai? Ho voglia di divertirmi anch’io!»
Ridemmo per un paio di secondi e Jackie ci raggiunse. Era molto triste.
Era vestita con i jeans e una maglietta bianca.
«Non ti sei ancora vestita?» chiese Sarah.
«Non mi sento molto bene. Sto a casa con Lucas stasera… divertitevi per me…»
Annuimmo alle sue parole e uscimmo dalla stanza, Sarah tornò indietro per dare un bacio sulla guancia di Jackie che accennò un sorriso.
«Quella che dovrebbe divertirsi più di tutti è lei!»
commentò Sarah sistemandosi un soprabito nero per nascondere le spalle.
I ragazzi erano vicino all’atrio vestiti sportivi e devo dire che Peter faceva un figurone con i jeans e quella canotta coperta da una giacca sicuramente di Armani.
Quando vidi Alec ebbi un piccolo sussulto.
Era vestito con pantaloni eleganti e una camicia lunga nera aperta sul petto. Mi fece sudare quando mi guardò aprendo la bocca.
«Sei bellissima Elizabeth…»
Commentò lui.
«L’ho truccata e preparata io! Ovvio no?»
commentò Sarah uscendo con Peter.
«Vogliamo andare?»
«Certo…»
Andammo al parcheggio e l’autista ci stava aspettando mentre vidi Alec osservarci da lontano. Vicino c’era un hangar con un jet privato solo per noi.
Stasera non saremmo stati protettori della luce ma ragazzi normali in una discoteca a un’ora da Château Chalaìn.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 CAPITOLO VI

Una serata speciale
 
Il locale era pieno di luci al neon molto appariscenti e la musica rimbombava già da lontano. Alcuni pezzi dance del momento si potevano sentire appena usciti dall’auto.
Peter e Alec corsero verso la discoteca mentre Sarah ed io li seguivamo camminando piano.
Entrando nella discoteca potei vedere che il locale era diviso in tre parti: la zona bar, la sala da ballo e la zona privè.
Andammo alla zona dell’accettazione e un tipo molto alto e muscoloso che faceva parte della sicurezza ci controllò i documenti.
La guardia era brasiliana e parlava solo portoghese e Peter era un ottimo traduttore per tutti noi. Dopo essere entrati nel locale, andammo a un tavolo vicino alla finestra e ci sedemmo.
Una ragazza molto avvenente arrivò al nostro tavolo, era vestita con una camicia arrotolata che mostrava l’ombelico e dei jeans shorts.
«Ciao ragazzi! Benvenuti all’Orthensia. Che vi porto da bere?» la ragazza parlava un inglese scolastico e Alec rispose per tutti.
«Allora una birra media per Peter, una piccola per Sarah, una Vodka al limone per me… tu cosa vuoi Elizabeth?»
«Una coca va benissimo»
Sarah mi guardò e mi sorrise.
«Una birra piccola anche per lei!»
Accennai un sorriso e annuì con la testa.
«Ok. Ci vediamo dopo tesoro…»
Guardò Alec in un modo che mi diede fastidio e se ne andò ancheggiando con malizia.
Peter diede una pacca sulla spalla di Alec che sorrise di circostanza.
«Come ti senti piccola?»
Mi chiese Sarah.
«Tutto bene. E’ solo che non vorrei ubriacarmi…»
«Tranquilla. Non succederà!»
«Adesso beviamo insieme poi andiamo a ballare…»
«Ok, Sarah…»
Non ero abituata a ballare tanto ma mi piaceva farlo con le mie amiche che mi spalleggiavano. A volte ci mettevamo a fare anche le provocanti per ironizzare, mi mancava la mia amica Annie. In quel momento mi chiesi dove fosse e se con Billy avesse rotto definitivamente. Sarebbe stata una salvezza per lei. Ma il cuore non si addestra e non puoi trattarlo con sufficienza.
Sarah mi sussurrò:
«Che c’è che non va? Non ti stai divertendo?»
«No no… è solo che stavo pensando a una mia amica, la conosco da sempre»
La ragazza tornò portando le nostre bevande e ci mise anche un foglietto con un numero di telefono e un bacio fatto con il suo rossetto.
«Hai capito la signorina?» commentò Sarah.
«E bravo Alec…» disse Peter.
Lui bevve un sorso di Vodka e sorrise.
Questa cosa mi diede fastidio, anche se non avevo ragione ad averne, Alec non era il mio fidanzato però sentivo qualcosa ribollirmi dentro. E quando prese quel foglietto con il numero di telefono iniziai a bere la birra tutta di un fiato e dopo essermi pulita le labbra dalla schiuma fresca mi alzai dalla sedia e mi girai verso Sarah.
«Vogliamo andare?»
Lei bevve un sorso della sua birra e si alzò seguendomi. Me ne andai ancheggiando come quella zoccola così sfrontata e lasciai i ragazzi di sasso.
Iniziammo a muoverci a ritmo della musica, iniziai a muovere i fianchi a ritmo con la batteria sempre più veloce, agitavo la testa contemporaneamente con il sedere e Sarah faceva altrettanto.
«Adesso si che ti stai divertendo!»
Commentò lei.
I ragazzi erano rimasti seduti e ci guardavano da lontano, Alec continuava a fissarmi mentre ballavo con Sarah. Alcuni ragazzi si avvicinarono e noi sorridemmo a loro invitandoli a ballare con noi.
Alec era infastidito da qualcosa, la sua espressione era cambiata e a me questa situazione piaceva.
Vedere il suo volto ingelosito mi soddisfaceva ed io continuavo questo gioco di sguardi con lui. Non volevo staccarmi dal provocare quei ragazzi e volevo vedere se si sarebbe alzato per fare qualcosa.
Sarah intanto si era avvicinato a due ragazzi e ballava avvinghiata a uno di loro. Era girata di spalle verso questo ragazzo alto, moro e molto bello con un fisico giovane e forte.
Mentre lei si faceva toccare sui fianchi, un ragazzo si avvicinò a me e in poco tempo me lo trovai troppo vicino. Il gioco non mi piaceva più e cercai di andarmene ma il ragazzo innervosito mi prese per un braccio, parlava portoghese ed io non capivo.
«Non capisco… che stai dicendo?»
So solo che in un attimo cerco di baciarmi ma con un colpo lo respinsi e lo feci cadere a terra con una presa.
Sarah si mise a ridere guardando la scena.
«Questo era un no, amico!»
Commentò lei. Andai via dalla pista mentre Peter stava ballando con due ragazze, anche lui stava facendo il mio gioco con Sarah. Alec era seduto al tavolo e non mi guardava in viso. Avevo perso io questo gioco di provocazione.
«Tu non balli Alec?»
«Sei stata stupida lo sai?»
«Stupida?»
Chiesi sorpresa dal suo tono aggressivo.
«Si…stupida! Poteva farti del male… la prossima volta se vuoi provocare qualcuno almeno guardati intorno!»
Era proprio arrabbiato.
«Hey! Io non stavo provocando nessuno…» mentì cercando di mantenere il punto.
«Ascolta… non possiamo rischiare di farci vedere per quello che siamo troppo… lo capisci che c’è molto di più in gioco di uno stupido ballo?»
«Non dovevamo svagarci?»
Alec si alzò lanciando la sedia per terra e uscì dal locale e mi lasciò sola al tavolo.
Avevo esagerato? A volta non riuscivo a decifrare i pensieri di quel ragazzo così misterioso.
Peter e Sarah stavano ballando insieme e rimasi a guardarli un attimo. Erano così complici, volevo questo per me e Alec. Una serata per scherzare in compagnia, per divertirci dallo stress che comunque un addestramento del genere porta.
Mi sentivo in colpa, non volevo rovinare la serata ad Alec e andai a cercarlo fuori dalla discoteca.
Stava camminando vicino alla nostra macchina e allora corsi verso lui.
«Alec!»
Gridai da qualche metro di distanza, lui si girò e mi guardò. Era bellissimo adesso, il neon lo illuminava di una luce diversa, un colore blu e verde. Mi avvicinai a lui e lo guardai meglio.
«Mi dispiace se ti sei arrabbiato Alec. Cercavo solo di smorzare un po’ lo stress…»
«E lo fai con quegli idioti?»
«E’ questo allora… ti ha dato fastidio?»
Lui abbassò la testa borbottando qualcosa che non capivo.
«E’ il mio dovere proteggerti… lo sai Elizabeth!»
«Sì ma come hai visto posso difendermi da sola!»
«E se erano quattro? Da queste parti gli uomini sono solo maiali! Non ci avrebbero messo tanto a violentarti e rovinarti la vita! Devi stare attenta cazzo! Non posso p…»
«Non puoi cosa?»
«Perderti… non ora…»
«Non puoi perdermi?»
Ero sorpresa e divertita da quella sorta di dichiarazione di Alec.
«Lucas non me lo perdonerebbe!»
Sbofonchiò lui.
Per un attimo mi ero illusa che voleva dire che mi amava ma mi sbagliavo e allora storsi il naso.
«Non mi perderai… basta che anche tu stia attento!»
«A cosa Elizabeth?»
«A quelle ninfomani che ti distraggono dal proteggermi visto che sono così importante per Lucas!»
Lui sorrise e mi guardò negli occhi.
«Chi? Quella barista? Ma se non conta niente!»
«Intanto il numero l’hai preso!»
adesso stavo andando fuori pista, ero io a essere arrabbiata con lui. Ero gelosa e questo avvalorava la mia tesi che mi stavo innamorando di lui.
Lui prese il biglietto dalla tasca e lo strappò davanti a me. Sorrise contento e mi disse:
«Scomparsa dai miei pensieri contenta?»
«Guarda che è per il tuo bene. Non ti avrebbe aiutato a crescere una così…»
«Ah no?»
Chiese incuriosito dalla mia affermazione.
«Una che ci prova in quella maniera è buona solo per andarci a letto una volta. Una ragazza deve avere rispetto di se stessa. Non ci si avvinghia al primo momento.»
«E tu allora? Che stavi sculettando come un’iguana?»
«Ma io stavo giocando. Il mio è uno scherzo, un ironizzare tutto quel provocare.»
«A volta però provochi sensazioni forti! Stai attenta!»
«Va bene supervisore…»
chiosai dandogli un pugnetto sul petto.
«Vogliamo tornare dentro?» mi chiese lui.
Mi sentivo così bene con lui in quel momento e non volevo tornare in quel casino.
Feci cenno di no con la testa e lui annuì accompagnandomi alla macchina dove c’era l’autista.
«Vieni andiamo farci un giro nel centro di São Paulo!»
«Sarah e Peter?»
«Roberto! Stai qui… riferisci ai ragazzi che siamo andati a farci un giro se dovessero uscire…»
«Sissignore!»
Disse l’autista. Mi aprì la porta e mi fece sedere davanti, lui si mise sul posto di guida e partimmo verso il centro.
Ero emozionata a stare da sola con lui in questa circostanza.
Il centro di São Paulo era molto popolato quella sera, mi strofinai il maglioncino nervosamente e poco dopo ci fermammo a un parcheggio vicino ai negozi che erano ancora aperti.
Alec uscì dalla macchina e mi aprì la porta, io rimasi come al solito spiazzata dalle sue buone maniere. Non potevo dimenticare che neanche qualche giorno fa, quest’uomo mi aveva rapito in un vicolo di Los Angeles.
«Vogliamo mangiarci un gelato?»
«D’accordo!» Risposi annuendo.
Alec sorrise e lo seguì vicino a una gelateria nei paraggi. C’erano tutti i gusti e Alec mi chiese:
«Cosa prendi?»
«Panna e fragola…»
«Anch’io…»
Andò dal gelatiere e ordinò i due gelati che ci furono donati con un sorriso.
«Ti senti meglio adesso?» mi chiese lui.
«Come scusa?»
«Non sei arrabbiata con me?»
«Perché dovrei?»
«No. Niente… sono contento che siamo di nuovo amici…»
Amici. Lo disse con un distacco forzato che mi spaventò. Io morivo dalla voglia di baciarlo ma capì che non era quello il momento, Alec non era pronto.
«Parlami un po’ del tuo rapporto tra te e Lucas»
«Io e Lucas? E’ come un padre per me. Del resto non ho mai avuto una famiglia, è stato facile per me aggrapparmi. Oh mi dispiace…per te dev’essere stato uno shock…»
Leccai il gelato che stava colando e alzai le spalle.
«Ancora adesso non me ne capacito. Però ho imparato nella vita ad affrontare i problemi di petto. Non svio l’ostacolo, lo affrontò con coraggio!»
Lui mi guardò e mi mise una mano sulla spalla. Accennai un sorriso imbarazzata e continuammo a passeggiare lungo la via del parco del centro.
São Paulo era molto bella quella sera, le stelle erano illuminate nel cielo. La Luna era mezza piena e quella sera mi sentivo benissimo insieme ad Alec.
«A cosa pensi?»
mi chiese lui staccandosi da me.
«Alle stelle. Pensò alla spiegazione di Lucas di oggi, è proprio immenso il cielo vero?»
«Già. Immenso e pieno di sorprese.»
«Sorprese che mi faranno ridere?»
«Anche piangere…»
Ci guardammo e feci una smorfia.
Ridemmo come due ragazzini che scherzavano da sempre. Quando ridevo con lui, lo sentivo vicino. Era una complicità istintiva che si ha appunto con i bambini piccoli o tra innamorati.
Non avevo il coraggio di esplorare la seconda opzione allora propesi per la prima.
Alec si voltò guardandomi e si accorse che non stavo ascoltando le sue parole.
«Ti stai annoiando?»
«Tutt’altro…per la prima volta mi sento bene al 100% questa sera. Dovremmo passeggiare più spesso sai?»
«Si lo penso anch’io!»
Disse con un sorriso da furbetto. Gli avrei dato un buffetto sul petto ma dopo l’avrei baciato con foga e allora mi fermai. Non volevo fare la prima mossa. Non era da me.
Passeggiamo per un’altra mezz’ora ascoltando il rumore della gente e ridendo tra noi.
A un certo punto mi prese la mano e me la strinse, diventai rossa come un peperone.
Non mi ero accorta che mi aveva stretto a sé.
«Stai attenta, dietro di noi c’è una spia oscura… Torniamo alla macchina!» sussurrò piano.
Mi tenne la mano fino al parcheggio ma la spia se ne era andata.
Una volta entrati guardai Alec con preoccupazione.
«Dici che ci ha visti?»
«Certo che lo ha fatto. E’ solo una spia di ricognizione e non farà niente se non comunicare ai suoi capi le mie mosse. Non ci avrebbe attaccato, non in pubblico. Dai torniamo da Peter e Sarah. Sono le due ormai. Dobbiamo essere all’hangar privato tra meno di un’ora»
Annuì cercando il suo sguardo ma lui ormai si era già trasformato in Alec il protettore e supervisore. Sprofondai sul sedile, anche se ogni tanto lo guardavo mentre guidava.
Arrivammo alla discoteca dopo un po’ e Peter e Sarah erano al parcheggio che ci stavano aspettando.
«Vi siete divertiti zuccherini?» chiese Sarah entrando in macchina.
Alec fece posto all’autista e andò dietro al mio posto.
«Abbiamo mangiato un gelato…»
Commentai a testa bassa.
Alec si sedette dietro di me e continuò la mia frase.
«E una spia, ci ha rovinato la serata!»
Alec sapeva essere conciso e letale a volte, però quella spia non mi aveva rovinato la serata, questo no.
Mi sentivo bene e al sicuro con lui. Non ci sarebbe successo nulla.
Arrivammo all’hangar e il nostro jet privato ci porto alla villa in poco tempo. Le luci di São Paulo erano lontane adesso e l’addestramento sarebbe continuato.
Arrivammo un paio d’ore dopo e la notte stava per esalare le ultime note del suo canto.
Mi appoggiai nel letto e mi addormentai subito dopo esausta. Pensai a tante cose, e molte di esse riguardavano quel ragazzo bellissimo che mi faceva stare sopra le nuvole.
 
 
 

 CAPITOLO VII

Il bracciale di Alec
 
Sette giorni dopo
 
Erano passati nove giorni dal mio arrivo a Château Chalaìn.
Con Sarah e Jackie stavo imparando sempre più cose di me. Grazie alla mia nuova amica sapevo difendermi bene negli scontri corpo a corpo.
In quella settimana Sarah m’insegnò delle tecniche avanzate di Judo e Jujitsu.
Imparai a fare tantissime mosse di sottomissioni con Alec sempre presente a supervisionarmi lungo il percorso.
Peter era un ottimo sparring partner e con lui mi trovavo a mio agio sul ring.
Le giornate erano calde alla villa e il sole era una costante che mi faceva pensare a casa.
Sentivo nostalgia delle mie amiche, anche se grazie a Lucas capì meglio il senso della mia chiamata.
Ero predestinata dalla nascita, l’energia che contengo è un concentrato di purezza e primordiale potenza.
Molti si perdono lungo il cammino e diventano forze oscure. Alcuni sono in grado di diventare mostri assurdi come vampiri, licantropi o umanoidi forti e spaventosi.
Io e Alec passeggiavamo sempre nei confini della villa e parlavamo della nostra famiglia. Famiglia… famiglia acquisita ormai visti gli ultimi eventi.
Quella sera dovevo andare a lezione da Jackie per imparare a sentire il suono di animali notturni come pipistrelli o gufi.
La ragazza si sarebbe trasformata in ognuno di essi per farmi capire al meglio questo talento.
Prima di arrivare all’uscita della villa Alec mi fermò un attimo per dirmi qualcosa.
«Elizabeth aspetta!»
Lo guardai girandomi verso di lui.
«Alec? Che c’è? Devo andare da Jackie.»
«Lo so… dopo puoi venire nella mia stanza? Devo mostrarti una cosa che riguarda Peter…»
«Peter? Che cos’è?»
Un ululato interruppe la nostra chiacchierata, era sicuramente Jackie.
«Devo andare. Ci vediamo dopo allora!»
Lui annuì ed io corsi da Jackie che era trasformata in lupo.
Lei si trasformò in essere umano ed era completamente nuda, io abbassai la testa.
«Che c’è ti vergogni?»
«No…»
Aveva un corpo bellissimo con molte ferite alla schiena e sul ventre.
Alzai lo sguardo e la guardai negli occhi.
«Hai tante ferite. Come te le sei fatte?»
«Non ci sono solo nemici della congrega, esistono anche cacciatori idioti.»
«Capisco.»
Si mise una vestaglietta per coprirsi e m’indicò un albero al quale dovevamo avvicinarci.
«Ora mettiti qui e conta fino a venti. Io mi sarò trasformata in un altro animale. Starà a te riconoscermi. Cerca di farlo prima della fine del tramonto o sarà più difficile per te!»
Mi girai verso l’albero e nascosi il volto sul mio braccio e iniziai a contare come si fa a nascondino. Sentivo rumori e suoni dietro di me e una volta arrivata a venti, mi girai e Jackie era svanita.
Mi concentrai sui rumori della vegetazione, c’era un insolito silenzio. Jackie doveva essersi trasformata in qualche animale predatore che aveva spaventato un po’ tutti nelle vicinanze.
Iniziai a camminare lentamente e mi tolsi le scarpe e vidi delle tracce fresche lungo il piccolo sentiero che portava alla macchina.
Erano tracce di ghepardo, non si sarebbe dovuto trovare un ghepardo in questa zona.
Era sicuramente Jackie che mi voleva mettere alla prova. Mi abbassai lentamente e con passo felpato mi nascosi dietro un albero per poi salirci come se fossi una scimmia.
Mi guardai intorno e vidi il ghepardo muoversi lentamente lungo la foresta che iniziava a scurirsi.
Il sole era quasi tramontato ormai e mi rimaneva poco tempo per attaccarlo.
Iniziai a muovermi lentamente tra gli alberi senza far rumore ma il ghepardo ha sensi acuti e dovevo stare molto più attenta del solito.
Staccai un ramo da un albero e mi preparai all’attacco quando il ghepardo fosse arrivato nella mia zona.
Il felino era ormai sotto di me e con furbizia lanciai il ramo dall’altra parte.
L’animale si confuse quando saltai contemporaneamente dietro di lui e con un movimento veloce, lo presi da dietro bloccandolo.
Jackie tornò in forma umana e mi staccai da lei imbarazzata e lei sorrise.
«Uno a zero per me Jackie!»
«Brava. Adesso mi trasformerò in un animale molto più pericoloso. Cerca di difenderti dai miei colpi ok?»
«Certo.»
«Devi stare attenta! Non sarà facile questa volta!»
Si alzò e in un attimo si trasformò in un pitone molto grande in grado di strozzare chiunque con la sua grande potenza.
Il serpente si muoveva sinuoso intorno a me ed io lo saltai evitando la morsa fatale.
Il pitone era veloce e dovevo escogitare qualcosa per sconfiggerlo.
La luce non mi aiutava, infatti, il sole era scomparso ed era ormai buio.
Mi sistemai su un albero come prima e ascoltai i suoi della notte che iniziavano a farsi sentire.
Tirai fuori dalla tasca un coltello da combattimento che Peter mi aveva regalato ieri mattina durante la nostra lezione di combattimento a distanza.
Non mi accorsi che il serpente era riuscito a scomparire dal mio raggio ed era salito sull’albero lentamente senza farsi sentire.
Mi spinse con violenza e caddi a terra facendo cadere il coltello a un paio di metri da me.
Il pitone scese velocemente ed io mi nascosi dietro un grande cespuglio, mi passò di fronte senza captare la mia presenza. Presi il coltello e mi affidai ai miei sensi acuti.
Chiusi gli occhi e con estrema attenzione potevo sentire le foglie spezzarsi a terra, il serpente si muoveva velocemente sulla mia destra.
Mi concentrai e a un certo punto non sentivo più strisciare, sentivo passi pesanti dietro di me.
Jackie aveva cambiato forma, sicuramente era un animale grosso e pericoloso.
Dal suono dei passi sembrava fosse un orso.
Corsi via nel buio quando l’animale spuntò sulla sinistra e inizio a rincorrermi con foga e la bava alla bocca, pronto a tracannarmi con un solo morso.
Saltai su un albero e mi districai su di esso, per salire di albero in albero.
L’orso aveva perso il senso dell’orientamento nel buio per i miei continui spostamenti e non sapeva dove fossi.
Saltai su di lui e con un colpo lo pugnalai alla spalla destra ed emise un urlo di dolore.
Jackie cadde a terra in forma umana con il coltello ancora conficcato sulla spalla.
Corsi verso di lei e la presi in braccio.
«Mi dispiace Jackie! Scusami!»
«Hai fatto bene! Lezione finita Elizabeth, portami da Lucas. Lui saprà curarmi la ferita…»
Tolsi il coltello e tamponai la ferita aiutando Jackie a rivestirsi prima di salire in macchina.
Mi misi al volante e partì subito verso la villa.
Arrivammo dopo cinque minuti. Portai Jackie da Lucas che mi fece vedere la sua tecnica di guarigione per la prima volta.
«Avete fatto le ore piccole!» commentò lui.
«L’importante è il risultato no?»
Disse Jackie tossendo mentre Lucas rimuoveva la ferita.
Mentre Lucas curava Jackie, percepivo un’appartenenza al dono di Lucas molto potente. Sentivo che potevo curarla anch’io ma forse non ero ancora pronta a farlo.
Era strano però, ogni membro della congrega ha un potere diverso.
Come potevo avere lo stesso potere di Lucas?
Mi ricordai di Alec subito dopo e salutai i due con una scusa e corsi via verso la stanza del mio supervisore.
Salì le scale e arrivai nella stanza di Alec, un letto molto grande era situato al centro. Ai lati c’erano diversi poster di campioni delle arti marziali miste.
C’erano Lyoto Machida, Shogun Rua, Anderson Silva, Jon Jones, Rener Gracie e tanti altri. Alec aveva anche un piccolo stereo di sottomarca. Il ragazzo entrò dal balcone, dove stava e mi salutò con la mano accennando un sorriso.
«Ciao Alec…»
Lui mi tese la mano ed io con un po’ d’imbarazzo mi feci prendere e mi portò fuori dalla sua stanza in balcone.
La notte ormai aveva preso il sopravvento sul giorno e la luna era visibile di fronte a noi.
I lampioni della villa illuminavano i nostri volti di un colore bluastro chiaro.
«Che cosa dovevi dirmi di Peter?»
Ruppi il ghiaccio. Lui accennò un sorriso di circostanza e scosse la testa guardando in basso.
Alec era visibilmente imbarazzato, mi guardò e sospirando mi rispose:
«Devi perdonarmi Elizabeth. Ti ho invitato qui con una scusa, Peter non centra niente. Volevo donarti una cosa a cui tengo molto…»
Lui tirò fuori dalla tasca un braccialetto di pelle, aveva una scritta francese, era molto bello.
Me lo passò ed io rimasi senza parole.
Mi aveva invitato quella sera in camera sua per farmi un regalo, Alec era tesissimo e non sapeva cosa dire.
Presi il braccialetto e me lo legai intorno al braccio destro. Lui sospirò forte e fece una risata nervosa.
«E’ il bracciale che ho portato il primo mese di addestramento, lo trovai durante la mia prova finale. Ci lavorai su per qualche giorno e lo misi via.»
«L’hai messo via? Come mai?» dissi guardando il bracciale con curiosità.
«Perché aspettavo la persona giusta per regalarlo… è giusto che lo tenga tu…»
Diventai rossa e imbarazzata mi girai verso il balcone e Alec mi prese la mano.
«E’ giusto che tu lo tenga, ti servirà quando ti sentirai sola. Ne avrai bisogno…»
Mi girai verso di lui e sorrisi. Sapeva nascondere i suoi sentimenti in una maniera così audace che mi faceva sospirare ogni volta che mi guardava negli occhi.
Mi girai verso i lampioni e potevo vedere Peter e Sarah camminare lungo l’entrata.
«Cosa stanno facendo?»
Chiesi al mio supervisore.
«Stanno controllando il perimetro… sai dopo la nostra visita a São Paulo è meglio essere più sicuri.»
«Hai ragione. Senti torniamo dentro?»
Lui sorrise e mi aprì la porta facendomi ritornare nella sua stanza. Alec chiuse la porta e mi raggiunse subito dopo. Ora era meno imbarazzato e teso, la fronte era molto più distesa di prima.
Si era tolto un grande sollievo facendomi quel regalo, chissà da quanto voleva farmelo, pensai. Mi entrò nel cuore da quella sera e sapevo che la mia vita sarebbe stata legata alla sua in qualche modo.
Avrei voluto baciarlo in quell’istante ma non credo che mi sarei fermata, la stanza non mi aiutava e non volevo deludere le aspettative di quel ragazzo così bello e premuroso nei miei confronti.
Si girò verso di me e mi guardò perplesso.
«Qualcosa non va Elizabeth?»
«No no… tutto bene. E’ solo che sono stanca. Con Jackie ho fatto veramente una lezione dura»
Lui si avvicinò al letto e mi disse:
«Dovresti dormire…»
Voleva dormire con me? Inarcai le sopracciglia e lui capì subito il mio dubbio e alzò le mani.
«Io dormirò sopra le coperte tranquilla…»
Accennò un sorriso, inoltre non avevo voglia di camminare per altri cento metri fino alla mia camera, ero troppo stanca, era una scusa accettabile per me.
Ero vestita ancora con la tuta viola, Alec per rispetto si voltò ed io iniziai a spogliarmi.
Rimasi con le mutandine e una maglietta bianca che copriva il mio reggiseno. Entrai nel letto e mi misi sotto le coperte.
«Puoi girarti Alec…» dissi con un filo di voce.
Il mio imbarazzo aveva conosciuto nuovi livelli. Lui si girò e si tolse le scarpe, ero così persa in quegli occhi grigi che non mi ero accorta che indossava una tutina sportiva nera. La sera stavamo molto leggeri. Il caldo del Brasile era simile a quello losangelino.
Si sedette sul letto e prese un libro sul comodino che stava leggendo.
Rimasi sorpresa di questa sua attitudine e lo guardai mentre leggeva.
«Che cosa leggi?»
«James Rollins… Il risveglio della sfinge…»
Mi rispose senza guardarmi.
Io feci una piccola smorfia e mi accucciai sul cuscino morbido. Mi sistemai lentamente e dopo una decina di minuti mi addormentai.
Lo sognai quella notte, sognai che in quel letto mi avrebbe baciato più volte.
Sognai anche del nostro matrimonio, dei nostri figli. Anche nei sogni fantasticavo come una matta. A un certo punto del sogno mi ritrovai a Los Angeles, c’era un tizio incappucciato che ci guardava.
I suoi occhi erano di un rosso spaventoso. Tremai e mi agitavo nel letto e mi disse:
«Morirai! Elizabeth! Tu sei già morta!»
Si tolse il cappuccio ed era Lucas. Mi alzai di colpo e mi svegliai nel pieno della notte.
Alec era affianco a me.
Mi ero agitata nella notte e lui mi stava osservando.
«Ti ho dato un paio di strattoni, scusa. un incubo, vero?»
Annuì sospirando ancora dalla paura.
Non so perché ma mi appoggiai sulla spalla di Alec e lui non fece niente per respingermi.
Potevo sentire una mano sui miei capelli, Alec mi stava accarezzando dolcemente.
Mi rilassai e lo spavento fu sostituito da calore e dolcezza. Lucas era diventato una figura paterna per me e la sua perdita sarebbe stata devastante per me.
Alec mi fece dimenticare quel brutto pensiero e tra le sue braccia mi sentivo finalmente al sicuro.
Anche in quella circostanza l’avrei baciato ma non potevo, la mia paura di essere rifiutata era maggiore. Non volevo rovinare questo bel momento, valeva più di un bacio.
Mi sentivo sicura con lui, respiravo lentamente mentre mi addormentavo appoggiata al suo petto.
Non ebbi più incubi quella notte e al mio risveglio Alec non c’era più.
Mi aveva lasciato un biglietto molto piccolo che diceva di prepararmi per la colazione.
Aveva riordinato la mia tuta su una sedia vicino allo specchio e mentre mi alzavo ero tutta sorridente. Era stato un perfetto gentiluomo, un uomo d’altri tempi.
Ero già innamorata persa di lui.
Mentre mi vestivo sentivo risate venire da sotto e una volta fuori dal balcone vidi Sarah, Jackie e Peter rincorrersi ridendo come dei bambini. Era bello vedere la solarità dei ragazzi, mi sentivo serena con loro.
Era la stessa serenità che provavo con Annie. Pensai a lei mentre scendevo le scale.
Avevo bisogno di sentirla ma come potevo farlo? Mi era vietato ogni collegamento con l’esterno per almeno questo mese d’addestramento.
Mi ricordai della mia lezione con Lucas e corsi subito sotto le scale. Alec era lì che mi aspettava.
«Dormito bene?»
«Sei un ottimo cuscino!»
Scherzai dandogli un buffetto sulla spalla.
«Lo prenderò per un complimento. Ti accompagno da Lucas?»
«D’accordo…»
Camminammo per una decina di metri fino all’ufficio di Lucas e Alec mi lasciò andando via velocemente.
Bussai alla porta e Lucas mi invitò a entrare.
Lui era già seduto al suo posto e aveva già preparato per me una serie di schede da compilare.
«Vieni Elizabeth… oggi lavoreremo al computer… Tra poco Peter ci aiuterà a svolgere dei lavori da hacker. Così faremo due cose in una. Potrei vedere chi fa parte delle altre congreghe e una cosa più difficile…»
«Che cosa?»
Chiesi curiosa. Peter entrò nella stanza e rispose per Lucas.
«Entrare nel dipartimento della difesa degli USA.»

 
 

 CAPITOLO VIII

Segreti e pericoli
 
Peter si sedette al suo posto e in poco tempo entrò nel sistema del Dipartimento della Difesa. Era molto bravo a decifrare codici informatici e sapeva essere completo e organizzato.
Lucas si alzò dalla sedia e si avvicinò a noi.
«Peter ora ti mostrerà un codice di decrittazione della zona, dove dobbiamo andare a controllare»
Annuì guardando il monitor e potevo vedere una scheda con diversi nomi.
A ogni nome corrispondeva un luogo di appartenenza: Londra, Milano, Berlino, Boston ecc.
«Quelli sono tutti membri delle congreghe oscure. I nomi sono naturalmente falsi»
Mi informò Peter.
«Digita tu adesso: Alt+5215, Alt+5266, Alt+5039 e infine Alt+5792 e premi Invio…»
Feci quello che mi chiese Peter e uscì questo simbolo:
 
ᑟᒒᎯ
Premetti Invio e sullo schermo comparve una mappa concettuale che elencava dati e tabelle sulle congreghe negli USA e nel mondo.
«Questi siamo noi Elizabeth. Come ben sai ci sono cinquanta congreghe nel mondo. Venti negli USA,  Cinque in Sudamerica, quindici in Europa e dieci in Asia!»
Ascoltavo le parole di Lucas mentre Peter continuava a mostrarmi i volti degli altri membri delle congreghe.
Sono tutti esperti combattenti da diversi anni e compiono missioni speciali per conto della famiglia reale da tantissimo tempo.
Guardai Lucas, ero molto dubbiosa.
«Cosa c’è che non va Elizabeth?» Mi chiese lui.
«Mi chiedevo in questo mese chi fa le missioni speciali al posto vostro?»
«La congrega di New York. Sono un gruppo di nove persone e sono quasi tutti esperti soldati in diverse aree militari. La CIA li usa spesso per missioni extra, lo sai per arrotondare uniamo un mezzo per un fine superiore. Poi dovranno aiutarci in futuro»
«Capisco…»
In quel momento entrò Sarah che mi stava cercando. Mi vide seduta vicino a Peter e fece una smorfia, ormai la conoscevo e sapevo quando una cosa le dava fastidio, anche se non lo voleva mostrare.
Mi spostai con una scusa e Lucas chiese a Sarah cosa fosse il motivo dell’interruzione.
«Ho bisogno di Liz per un’ora. Ormai manca poco alla prova e voglio prepararla al meglio!»
Lucas annuì ed io mi alzai salutando i due e uscì con lei. Sarah era stranamente silenziosa mentre camminavamo lungo il corridoio.
Ruppi il ghiaccio per prima e le diedi una pacca sulla schiena.
«Che hai? Pensierosa?»
«Si vede così tanto?»
«Direi di sì! Perché non glielo dici? Sono sicuro che anche tu gli piaccia. Devi riuscirci Sarah.»
Lei continuava a camminare a testa in giù e allora iniziai a farle i pizzicotti per farla sorridere.
Il suo sorriso era così coinvolgente e quando arrivammo in palestra, non c’era nessuno.
Entrammo sul tatami e Sarah mi abbracciò da dietro.
«Grazie piccolina…»
«Non c’è di che amore…»
Mi girai e lei era già andata a prepararsi con le solite protezioni. Andai dall’altra parte a fare altrettanto ed ero già sistemata per l’ennesima lezione di corpo a corpo con una campionessa amica.
Il duro lavoro sarebbe stato ricompensato con un’ottima cena che avevo trovato in questo strano percorso che la vita mi aveva mostrato.
 
Nove giorni dopo
 
Mi alzai alla buon’ora, anche se non dovevo fare niente di speciale.
Pensai a casa e mi venne una malinconia infinita, soffrivo per Annie.
Anche se lei era ignara della mia attuale posizione nel mondo, io non potevo non pensare ad altro che a quella faccia buffa che la mia amica aveva quando parlavamo di ragazzi e altre cose da adolescenti con una vita normale.
Sgattaiolai fuori dalla stanza dopo essermi vestita velocemente. Volevo telefonarle e sapere qualcosa su di lei. So che non potevo farlo ma non riuscivo più ad aspettare.
Scesi le scale senza far rumore, le scarpe che indossavo erano molto comode e silenziose.
Arrivai nelle cucine e c’era già il servizio pronto per la colazione.
Per poco non mi facevo scoprire da uno dei cuochi della villa.
Mi accovacciai dietro i banconi di metallo e camminai a carponi lentamente verso l’atrio, dove c’era il telefono.
Alzai la cornetta e digitai il numero di Annie, non lo avevo dimenticato.
Ero ansiosa di ascoltare la mia amica e sospiravo fortemente al telefono quando lei rispose.
«Pronto?»
«Annie! Sono io!»
«Lizzie! Amore mio! Come stai? Dove sei? Sempre in Africa?»
Africa. L’ennesima bugia che dovevamo perpetrare per proteggere la mia migliore amica da questo segreto importante e immortale.
«Si. Ma dimmi, come vanno le cose?»
«Tutto bene tesoro mio. A parte che mi manchi tantissimo! Quando torni?»
«Dovrei tornare tra qualche settimana.»
«Perché non mi hai telefonata prima?»
«La linea è qualcosa di ridicolo da queste parti…»
abbozzai qualche bugia, ero diventata un’esperta ormai.
Dopo le lezioni con Lucas sapevo mentire con estrema facilità.
«Liz…hai conosciuto qualcuno?»
«Diciamo di sì…»
«E allora? E’ carino?»
«Più di quanto tu possa immaginare…»
Mi mancavano i pettegolezzi e le risate con la mia amica che rideva e me la immaginavo con la sua faccetta contenta.
«Benissimo amore! Sono contenta ma mi raccomando, stai attenta ok?»
Annuì con la testa sospirando.
«Ora ti devo lasciare Annie… Quando il tempo me lo consentirà, ti richiamerò… Ciao amore mio!»
«D’accordo, salutami tua madre ok?»
Mi morsi le labbra e colsi l’ironia del momento.
«D’accordo, la stringerò forte anche per te.»
Abbassai la cornetta e uscì dall’atrio e mi trovai di fronte Lucas che mi guardò malissimo.
«Con chi eri al telefono?»
«Con la mia amica Annie…»
Risposi a testa bassa.
«Maledizione!» imprecò Lucas.
«Non devi assolutamente avere contatti con l’esterno per questo mese! E’ la prima cosa che ti avevo detto!»
«Ma perché? Chi può comprometterci?»
«Non so…una congrega oscura pronta a ucciderci? Sei stata egoista…»
Abbassai la testa, Lucas aveva ragione, potevo essere la causa di un massacro.
«Mi dispiace Lucas… mi sento sola qui…»
«Lo capisco benissimo…manca poco ormai, questa è l’ultima settimana e dopo la prova sarai pronta a tornare a casa.»
Mi accompagnò fuori dall’atrio e andammo nella sala da pranzo. La sua arrabbiatura era già passata ma mi aveva spaventata.
Una paura che forse non avevo mai provato, quella di aver deluso un padre.
Non avendolo mai avuto non sapevo come comportarmi, fu lui a guidarmi.
«Oggi ci sarà l’ultima nostra lezione e poi toccherà ad Alec filtrare tutto e capire insieme a te il tuo dono. Credo che tu sia la prima che ancora dopo venti giorni, non ha capito quale sia il suo potere. Andrà tutto bene, tieni.»
Mi passò una tazza di caffè e un paio di biscotti, anche se non avevo una grande fame, feci una buona colazione. Poi mi preparai per andare nello studio di Lucas per l’ultima lezione con lui.
Quello sgarro alle regole mi avvicinò a Lucas ancora di più di prima. Entrando lo abbracciai forte e lo strinsi a me.
Iniziai a piangere, non so perché, era come se sentissi di aver trovato un padre.
«E’ tutto apposto dai… sediamoci.»
Ci staccammo e lui si sedette al suo solito posto tirando fuori un’altra mappa.

Raffigurava tutto il mondo.
«Questa è la mappa delle congreghe oscure.»
«Quindi…»
«La tua ultima lezione è su di loro. Dove sono, chi sono e quali sono i loro obiettivi.»
«Sono i cattivi secondo il nostro punto di vista no?»
«Certamente Elizabeth. Hanno contatti con altri cattivi come terroristi, mercenari e sono in grado di fare guerre per distruggere la nostra essenza.»
«Scommetto che noi abbiamo contatti con la CIA, NSA eccetera?»
Chiesi guardando la mappa.
«Naturalmente, abbiamo collaboratori sparsi in tutto il mondo nelle varie agenzie investigative, mediche e sociali.»
«Sociali?»
«Facebook, Twitter sono solo alcune delle nostre coperture ma come ben sai non siamo soli là fuori. Gli oscuri hanno contatti segreti nelle agenzie federali e spie dappertutto. Dobbiamo stare attenti, la tua prima missione è quasi pronta…»
«La mia prima missione?»
Chiesi con una nota tra l’eccitazione e il timore.
«Sì. Dopo che sarai in grado di capire il tuo dono, andrai a Los Angeles, la nostra sede è situata sottoterra e lì capirai ancora meglio quello che ti dicevo a riguardo dei segreti di Los Angeles.»
«Che intendi dire?»
«Los Angeles è attraversata sottoterra da una distesa immensa che arriva quasi fino alla sua fine. Un’ enorme rete di strade e sentieri di vita dove non ci sono solo polvere e luci. Bestie strane vivono nell’oscurità, la tua prima missione sarà… lo vedrai presto…»
«Queste congreghe oscure hanno un leader?»
«Sì… Seikilien te ne avevo parlato ricordi?»
«Certo. Capace di ammaliare e confondere giusto?»
«Lui fa parte dei cavalieri oscuri, lo stesso Lucifero è a capo della compagnia nera.»
«Lucifero?»
Lucas annuì e nello stesso momento entrò Alec.
Era vestito come sempre con la solita maglietta nera e jeans neri.
Mi sorrise un secondo e si rivolse a Lucas.
«Devi venire di sopra, Elizabeth vieni anche tu, Peter ha decifrato il codice degli oscuri di Rio!»
Molte cose mi erano tenute segrete, per la mia incolumità dovevo apprendere pian piano tutto quello che c’era da sapere su questa guerra fredda tra due fazioni che da sempre si combattono per le loro ragioni.
Uscimmo dalla stanza e girandomi verso Lucas mi vide pensierosa.
«Che c’è Elizabeth?»
«Pensavo ma questo Seikilien… dove vive?»
«Groenlandia… nessuno lo trova, è lui a trovarti… stai attenta, non sarà facile sconfiggerlo, del resto sono più di mille anni che ci stiamo provando!»
Seikilien… era lui la minaccia di questo mondo e dell’altro.
Entrammo in una stanza che non avevo mai visto della villa, tutti erano presenti.
C’erano diverse scrivanie, sembrava la sala computer della mia scuola.
Peter era seduto naturalmente al fianco di Sarah che mi prese la mano salutandomi.
Peter indicò con il dito una mappa di Rio, in quel punto era situato uno dei covi della congrega oscura brasiliana.
«Sei sicuro Peter?» Chiese Lucas.
«Certamente. Il nostro informatore ci ha fornito dettagli e le coordinate esatte del luogo.»
«Cosa dobbiamo fare Lucas?»
Chiese Alec guardandomi per una frazione di secondo.
«Mandiamo una squadra speciale a perlustrare la zona, noi non possiamo muoverci più di tanto. Mancano ancora otto giorni alla fine dell’addestramento di Elizabeth. Poi lo sai che dovremo fare!»
I due si guardarono con sospetto e Alec annuì.
Era questa la missione alla quale avrei dovuto partecipare dopo la fine del mio addestramento?
Sarah si alzò e guardandomi disse:
«Direi che è meglio mandare la squadra di Roberto Cardoso che ne dite?»
«Cardoso?»
Chiesi guardando un po’ tutti, sembrava che non ci fossi. Sarah mi guardò con un sorriso.
«Cardoso è un ottimo soldato sotto il nostro libro paga Liz. Stai tranquilla, domani continuiamo il tuo addestramento come sempre.»
Io annuì con la testa e ci alzammo per uscire dalla sala computer.
Solo quel giorno mi accorsi dell’enorme varietà di persone che fanno parte di questo nuovo mondo a me sconosciuto fino a un mese fa.

 

 CAPITOLO IX

La prova
 
Tre giorni dopo
 
Avevo appena finito la mia ultima lezione con Jackie e sapevo che l’indomani mattina avrei affrontato la famosa ultima prova, solo che non sapevo di cosa si trattasse.
Ero seduta da sola nella sala da pranzo e Alec mi venne incontro accennando un sorriso.
Come era bello in quel pomeriggio d’estate, aveva i jeans neri e una maglietta dei Metallica nera. Mi alzai e lo salutai con la mano.
«Hey Liz…»
Mi misi a ridere come una bambina divertita.
«Che c’è?»
«Vieni. Credo di aver capito il tuo potere…»
«Dici?»
Lo seguii fuori dalla sala e arrivammo nell’atrio. Uscimmo dalla porta principale e dovetti correre per raggiungere Alec aldilà del giardino.
Entrammo nel parcheggio e lui mi aiutò a salire la scalinata che porta alla palestra.
Lo fermai una volta entrati e lui si girò di scatto.
«Siamo soli… perfetto!» commentò lui.
Ci guardammo intorno e lui si girò verso di me.
«Ora voglio che ti concentri. Pensa a me e nessun’altro, incanala tutti i suoi umori su di me… voglio che ti concentri!»
Chiusi gli occhi e in pochi secondi sentii una pulsazione di calore al braccio, sentivo il fuoco vicino al tatuaggio che stava brillando di una luce dorata.
«Apri gli occhi adesso…»
Mi girai verso di lui e la mia vista era un po’ sfocata.
«Ora voglio che tu corra con me. Devi raggiungermi Elizabeth!»
«In che senso? Come faccio a raggiungerti?»
«Puoi farlo… ne sono sicuro!»
Il tatuaggio era circondato da una luce blu adesso, era una sensazione strana.
Iniziammo a correre intorno alla palestra, Alec aumentò la velocità dopo poco tempo e mi accorsi di essere ancora vicina a lui.
«Visto? E’ il mio potere…» Disse correndo.
«Non è possibile…Non si può Alec!»
risposi fermandomi vicino alla porta d’uscita.
«Credo che il tuo potere sia l’assorbimento dei doni altrui. Per questo hai atterrato subito Sarah, per questo sentivi gli animali così distanti, per questo sei veloce come me… puoi usufruire dei poteri di ognuno di noi!»
«No. Ho provato a farlo con quello di Lucas ma non era successo niente»
«Penso che sia temporaneo, come una sorta d’incantesimo a tempo. Hai il potere di quella persona per un po’ e poi potrai riprenderne un altro. Lo sai cosa vuol dire?»
«Cosa?»
«Che potremmo sconfiggere Seikilien! Tu assorbirai il suo potere e potremo batterlo!»
«Non so Alec… Domani ci sarà la prova…»
«Un ottimo modo per provare la mia teoria. Non dirò a nessuno di questo nostro incontro. Devi essere perfetta domani! Vieni. Andiamo dagli altri, il tuo addestramento è finito!»
Uscimmo dalla palestra e mi sentivo stranita, che avesse ragione? L’indomani l’avrei scoperto.
 
Il giorno dopo
 
Sembrava un pomeriggio tranquillo allo Château Chalaìn, un pomeriggio come gli altri.
Peccato che fossi davanti alla prova che avrebbe condizionato completamente la mia vita.
Ognuno di noi era sistemato con delle tute blu, avevamo delle pistole ad acqua che lanciavano della vernice mischiata con un liquido che attaccava le tute. Una volta colpiti avremmo perso. Anche le nostre mani erano coperte dai guanti.
Potevamo usare il corpo a corpo, usare armi trovate sul percorso o altro. Dovevamo aguzzare l’ingegno ed essere pronti a tutto.
A un certo punto un megafono si poté sentire nell’aria, era la voce di Lucas che ci avvertiva.
«D’accordo ragazzi… le regole sono semplici, avete tutti una pistola a piombini rosa, se colpirete Elizabeth solo una volta, la prova sarà conclusa. Elizabeth, devi colpire almeno cinque volte con i guanti nel corpo a corpo o due volte con la pistola o le armi che potrai trovare lungo il percorso, c’è uno splendido arco vicino alla zona del fiume! Se non riuscirai ad abbattere tutti, dovrai trovare la via d’uscita e allora avrai vinto lo stesso. Stai attenta… e che la fortuna possa esserti favorevole!»
La voce di Lucas scomparve con un rumore stridulo e poi ascoltai la potenza di un gong che dava inizio alla caccia. Tutti erano sulle mie tracce.
Guardai il sentiero e iniziai a ragionare, quale potere potevo assorbire? Quello di Alec, la sua velocità mi avrebbe dato una mano, non potevo sprecarlo però, la sua velocità non mi avrebbe dato il senso animale di Jackie. La conoscenza dell’ambiente, una foresta fitta e piena d’insidie, mi portò a propendere per il potere di Jackie.
Poi c’erano Peter e Sarah, esperti con i coltelli e il corpo a corpo. Assorbendo un potere non potevo usare l’altro. Quale potere potevo assumere?
Ebbi poco per pensare che già Jackie mi era vicina, era già trasformata, uno splendido leone si avvicinò a me. Doveva solo toccarmi e tutto sarebbe finito. Le sue zampe erano impregnate di una vernice rosa, le sue fauci erano spaventose.
Pensai a cosa potessi fare in quella situazione e mi venne in mente che il potere del leggere il pensiero, sarebbe stato il potere perfetto per questa prova. Avrei letto le mosse dei ragazzi in anticipo!
Allora potevo assorbire qualsiasi potere? Di chiunque e sempre? Per almeno una mezz’ora, mi sentivo così forte in quel momento. Mi concentrai dopo essere salita su un albero e guardai il leone pronto a saltare sul tronco per spezzarlo senza pietà.
Iniziai a sentire la voce interiore di Jackie, il suo primo pensiero era ovviamente il suo ragazzo. Il secondo era più profondo, sapeva dove colpire. Il punto preciso del tronco per spezzarlo velocemente, ho predetto la sua mossa saltando dalla parte opposta del tronco e con un colpo di reni corsi via. Sentivo il leone correre dietro di me.
A un certo punto mi abbassai di colpo e Jackie saltò a vuoto andando a sbattere contro gli alberi.
Tirai fuori la pistola e sparai il primo colpo che andò a segno. Ne mancava uno.
Sparai ancora ma il leone si era rialzato pronto a saltarmi addosso. Potei prevedere la traiettoria del grosso animale. Era come se potessi vedere in anticipo ogni sua mossa. Era perfetto.
Il leone saltò e lo presi per il collo e in poco tempo potei saltargli alle spalle e sparare il secondo fatale colpo. Jackie si fermò, consapevole di essere stata sconfitta ed io proseguì il mio cammino verso il traguardo.
Sentì il suono di un coltello passarmi vicino e conficcarsi in uno dei tantissimi alberi della foresta.
Era naturalmente Peter.
«Che accidenti fai?»
«Pensi che i nostri nemici saranno giusti Liz? Forza!»
«Lancialo ancora!» gridai con forza.
Lui alzò le spalle e con tutta risposta lanciò il coltello verso di me. Sapevo dove l’avrebbe lanciato e come avrei risposto alla sua mossa.
Il coltello era velocissimo, appuntato e mortale. Colpì l’arma con un calcio e Peter rimase a bocca aperta, non si aspettava un gesto del genere. Era il momento giusto per colpirlo.
Sparai con la pistola e lo presi alla gamba, una grande chiazza rosa di vernice esplose sulla sua coscia destra.
«Cazzo! Come hai fatto?»
«Sorpresa!»
Sogghignai sapendo anche il suo pensiero. Pensava ovviamente a Sarah, a volte è meglio non sentirli certi pensieri.
Peter estrasse la sua pistola fece fuoco ma io riuscii a evitare la mia sconfitta schivando il proiettile a piombini abbassandomi velocemente.
Di tutta risposta, presi di nuovo la pistola e lo sparai al petto. Peter cadde all’indietro e si fermò.
«Accidenti! Mi ha fregato!»
Sorrise tra sé e se, stava pensando a quanto le sarebbe piaciuto essere abbattuto così da Sarah.
Andai verso Nord, all’appello mancavano proprio lei e Alec. Come sarebbe finita?
Non feci in tempo a girarmi che un calcio mi colpì appena, i pensieri di Sarah erano veloci e dovetti concentrarmi meglio con lei.
«Vediamo se hai imparato!»
m’incito ad affrontarla, se mi avrebbe toccato sarebbe tutto finito, avevo solo due colpi nella pistola, non potevo sprecarli.
Avrei dovuto affrontare Sarah nella sua specialità, il Judo.
E non dovevo neanche farmi toccare, il che era quasi impossibile. 
Mi concentrai al massimo pensando a prevedere ogni mossa prima che mi potesse afferrare e grazie alla mia agilità presi le braccia di Sarah e la lanciai a terra. Altri tre colpi e avrei vinto.
«Brava. Mi hai preceduto. Ottimo tempismo!»
«Grazie amore…» dissi con dolcezza ma Sarah fu più veloce e cerco di colpirmi a una gamba con il suo piede. Evitai il colpo prevedendo la sua mossa ancora una volta e sparai con la pistola il colpo fatale sulla spalla della mia amica.
Sarah cadde ed io andai incontro a lei.
«Stai bene piccola?» mi accertai.
«Certo… come hai fatto?»
«Ho scoperto il mio potere…»
«E cioè?»
«Posso assorbire qualsiasi potere in giro per il mondo, posso leggere il pensiero adesso!»
Sarah arrossì di colpo, sapevo perché lo faceva, il suo pensiero era su quel ragazzo bravo con i coltelli che la faceva impazzire.
Non poteva dirlo a nessuno, si vergognava e aveva paura d’amare.
«Scusa ma non ci sarebbe bisogno di leggere il pensiero per capire che ti piace Peter…»
Ridemmo come due vecchie amiche che parlavano di ragazzi, per qualche istante mi dimenticai di essere circondata da storie di fantascienza apparente e misticismo mortale.
Mi alzai e mi guardai intorno, mancava solo lui.
«Tocca te adesso… Fatti valere Liz!»
M’incitò Sarah rialzandosi e andando via verso Sud. Avevo un solo colpo e non avrei potuto sbagliare, la velocità di Alec era sovrumana. Cosa avrei fatto?
A un certo punto ascoltai un pensiero potente che mi entrò nel cuore.
Alec stava pensando a me:
“E’ bellissima… sarebbe così bello…”
E il pensiero svanì, il potere era esaurito.
Non avrei potuto leggere nel pensiero. Dovetti decidere in fretta cosa fare e Alec arrivò subito.
«Allora che potere hai preso adesso?»
Lo guardai, era bellissimo. La tuta metteva in evidenza il suo corpo perfetto ed io sorrisi come una stupida.
«Sei pronta?»
Io sorrisi e mi venne in mente un piano.
«Prova a prendermi Alec!»
Corsi via velocemente, ero super veloce come lui, avevo assorbito il suo potere.
Potevo vedere tutto a velocità ultrasonica, neanche i cacciabombardieri erano così rapidi. Due colpi di pistola mi passarono di fianco. Per poco Alec mi aveva sconfitta.
Ero vicina al fiume e mi ricordai delle parole di Lucas, l’arco speciale.
Era in bella mostra di fronte alla riva e così lo presi tra le mie mani. L’arco era in legno pregiato e le frecce non avevano punte ma palline di vernice rosa che avrebbero sancito la mia vittoria finale.
Alec arrivò subito e scoccai la prima freccia che finì sulla spalla sinistra del ragazzo.
La seconda freccia non fece colpo e lui era velocissimo, stava quasi per prendermi e allora corsi via lanciando l’arco a terra.
«Fanculo!»
Gridai mentre Alec era dietro di me.
«Ti prendo! Ti prendo!» gridava lui ridendo.
«Scordatelo!» risposi io beffarda.
Trovai l’uscita lungo il sentiero a Nord-Ovest. La strada era ripida e saltai sugli alberi, da lì avrei visto meglio le mosse di Alec che continuava a percorrere il percorso.
Dopo seicento metri di corsa forsennata arrivai al punto di fine.
Il traguardo era a pochi metri. Lucas era lì che aspettava.
Saltai dagli alberi e Alec mi aveva quasi presa, era troppo tardi. Ero arrivata a destinazione.
Lui però non potette fermarsi in tempo e mi saltò addosso.
La tensione e l’imbarazzo erano tanti e lui sussurrò dolcemente.
«Ce l’hai fatta! Brava Elizabeth!»
Potevo sentire il suo corpo su di me e il mio rossore era troppo evidente adesso.
Quanto avrei voluto avvinghiarmi su di lui e cedere alle mie passioni ma Lucas ci aiutò a rialzarci.
«E quindi il tuo potere è assorbire quello degli altri!»
Mi girai verso di lui sorpresa.
«Come lo sai?»
«Ovvio. Ci sono telecamere ovunque nella foresta, e qui vicino al furgone ho un computer che osserva tutto. Pensavi di essere veramente sola?»
«Sì!»
«Ti ho già promesso che non ti abbandonerò. Non sarai mai sola piccola Elizabeth! Benvenuta nella congrega!»
Lucas mi abbracciò forte e dietro di me potei sentire gli applausi dei ragazzi che erano tutti riuniti. Mi sentivo parte di qualcosa di importante e questo era solo il principio.
«E adesso Lucas?»
«Adesso ci divertiamo… preparati a tornare a casa…»
«A casa? Per cosa?»
«La tua prima missione sul campo!»

 

 CAPITOLO X

Ritorno a Los Angeles
 
Tutti dormivano ma io non riuscivo a farlo.
Le emozioni, le tensioni e le paure di fallire la prova si erano appena concluse.
Neanche il tempo di festeggiare che sarei stata sbattuta di fronte a una nuova realtà: l’incontro con colei che mi ha fatto da madre da sempre.
Non avevo la più pallida idea delle parole che avrei usato, molti insulti mi balenavano nella mente.
Ancora non riuscivo ad accettare l’inganno e il sotterfugio, Alec e Lucas mi avrebbero detto che è stato fatto per proteggermi ma non potevo ancora crederci.
Era una questione di fiducia spezzata.
Non mi fidavo più di Dana Lilliard.
Sospirai mentre guardavo il finestrino dell’aereo che sorvolava sopra la costa losangelina, sentivo già la sensazione di essere tornata a casa.
Naturalmente Sarah fu la prima a svegliarsi e con uno sbadiglio mi accorsi della sua presenza.
«Contenta di essere tornata?»
Mi chiese a occhi chiusi.
«Onestamente? Stavo molto meglio allo Château.»
«E lo so… la protezione di mamma Lucas non può durare per sempre, devi prendere il volo piccola colomba…»
La guardai con quella giacchetta corta blu e ricambiai il suo sorriso dolce e amichevole.
In questo viaggio ho incontrato un gruppo di belle persone che non solo mi hanno accolta, ma hanno anche capito le mie difficoltà.
In quell’istante feci un paragone con le mie vecchie amiche di Los Angeles.
Sarah è stata più vicina a me di chiunque altro in tutta la mia vita.
Era anche normale, vista la situazione alquanto superlativa.
«Cosa c’è che non va?»
«Le mie amiche… cosa dirò ad Annie?»
«Non dovrai dirle nulla. Stai attenta? E’ pericoloso per lei e per chi le sta intorno. Anche quel suo fidanzato…Billy. Stai attenta Liz!»
Diventai triste un attimo e poi annuì con la testa.
Una piccola turbolenza interruppe la nostra chiacchierata e in quell’istante vidi la mia città.
La mattina non rendeva giustizia a quando si può osservarla di notte.
Los Angeles è la più bella città del mondo.
In quel momento Alec, Lucas e gli altri si svegliarono.
«Bentornata a casa»
Mi disse Lucas con un mezzo sorriso.
«Cosa dobbiamo fare?»
Chiesi impaziente senza pensare al mio incontro con la mia falsa madre.
«Dobbiamo andare a questo Hotel in Downtown, una volta arrivati lì, vi parlerò della missione. Dobbiamo elaborare un piano preciso.»
Annuì e guardai Alec che era più taciturno del solito.
Fissai quegli occhi all’apparenza tristi ma poi Lucas mi fece tornare sul pianeta Terra.
«Sediamoci, stiamo per atterrare!»
Mi affrettai a sedermi vicino a Sarah che a sua volta era sistemata vicino a Peter che mi sorrise.
Guardai la mia amica un attimo prima che l’aereo iniziasse la sua manovra d’atterraggio.
«Tu sai qualcosa della missione?»
«Nessuno lo sa. Solo Lucas conosce i dettagli delle missioni che ci affida. E’ un modo per tenerci all’erta e non essere condizionati emotivamente»
Guardai Alec e mi chiesi se anche lui non sapesse nulla della missione, non mi ha parlato per tutto il viaggio, mi ha solo aiutata a sistemare la borsa.
L’aereo atterrò lentamente sulla pista d’atterraggio, mi accorsi di non essere al LAX ma in un hangar privato.
Ancora mi sbalordivo di queste cose.
«Usciamo. Andiamo all’Hotel.»
Disse Lucas con un tono di comando, ora non era più l’insegnante. Era il nostro capo.
Scendendo incrociai lo sguardo con Alec e abbassai la testa come al solito.
M’imbarazzava e non sapevo perché.
«Volato bene?»
Iniziò lui. Ironicamente lo guardai e mi morsi le labbra facendo una smorfia.
«Sì. Allora ce l’hai il dono della parola!»
Lo provocai un attimo. Lui fece un sorriso, la sua bellezza era oltre quella mattina.
«Lo so. Dettagli della missione.»
«Sarah mi ha detto che Lucas non parla con nessuno delle missioni.»
«Io non sono nessuno…»
Fece un piccolo gesto mentre mi prese la borsa e me la passò e uscì dalla scaletta dell’aereo.
Rimasi un attimo ferma a pensare, adesso cosa succederà? Cosa dobbiamo fare? Chi è il nostro nemico e poi cosa dirò a lei?
Avevo più domande che risposte ma tutto si sarebbe chiarito in poco tempo, era l’unica certezza che avevo.
Arrivammo all’Hilton Garden Inn dopo un paio d’ore, imbottigliati nel traffico di Los Angeles, ecco un’altra cosa che non mi mancava di questa città.
Ormai era pomeriggio inoltrato e anche se siamo stati tanto tempo insieme, io, Alec e Lucas non avevamo parlato molto.
Uscimmo dalla Volvo e Lucas mi guardò e mi aiutò a uscire.
Peter e Alec avevano già un paio di borse ciascuno e insieme a loro e le ragazze entrammo nell’Hotel.
«Facciamo in fretta ragazzi. Dobbiamo prepararci»
Lucas aveva assunto un tono di comando ormai. Lo richiedeva la missione.
Il mio gruppo si mosse all’unisono e controllarono le porte, le telecamere, chi entrasse e chi uscisse.
Se non avessi preso parte in questa storia, avrei pensato che fossero un gruppo di squinternati, invece il loro comportamento aveva un senso.
Non siamo soli, ci sono organizzazioni criminali affibbiate con le congreghe oscure che ci fanno la guerra.
Peter ci diede le chiavi e salimmo le scale insieme a lui e gli altri.
L’edificio era d’alto livello, non avevo mai visitato uno di questi Hotel degli Hilton.
Entrammo e Lucas controllò la finestra e poi chiuse le tende.
«D’accordo. Possiamo iniziare Alec?»
Lucas alzò il braccio e indicò ad Alec di iniziare a parlare.
«Allora. Come ben sapete a Los Angeles ci sono stati casi di omicidio negli ultimi mesi.»
Annuimmo e mi ricordai del notiziario del KSLA Morning News. Omicidi a sfondo tribale.
«Dev’essere un mostro che si aggira nella zona est di Los Angeles»
Commentò Sarah accavallando le gambe.
«Un mostro?»
Chiesi senza esitazione. Alec mi guardò e Lucas rispose per lui.
«Sì. Come ben sai i membri delle congreghe oscure diventano demoni, una volta accettato il patto oscuro, hanno forme umane ma la loro vera natura è orrenda.»
Alec, poi continuò:
«Io e Lucas crediamo sia un mutaforma. In grado di trasformarsi in qualsiasi essere, bestiale o umano. Il nostro compito e catturarlo e dopo avergli fatto vuotare il sacco, ucciderlo. Tutto chiaro?»
«Quando andremo sottoterra?»
Chiese Jackie guardando il pavimento.
«Non prima che avremo diviso la squadra»
Rispose Lucas con un tono pacato.
«Perché dividerci?»
Chiesi al mio mentore che appoggiò una mano sulla mia spalla e fece uno dei suoi sorrisi candidi.
«Perché Los Angeles non è piccola e poi dobbiamo preparare una missione secondaria.»
«Missione secondaria?»
Chiese Sarah guardandomi dubbiosa.
«Sì. Avremo bisogno di te, di Alec ed Elizabeth. Ma prima dividiamoci.»
«Tu e Peter, poi chi altri?»
Disse Jackie togliendo dall’imbarazzo il ragazzo biondo che si girò verso la finestra per nascondere un sorriso sornione.
Lucas rispose per tutti.
«Semplice. Alec ed Elizabeth andranno a casa di Elizabeth. Vi stabilirete lì per un paio di notti. Tu ed io, Jackie, andremo alla sede, perlustrerai la zona con i tuoi sensi acuti da lupo e una volta arrivati potrai chiamare il tuo ragazzo.»
«Che gentile!»
Esclamò ironica Jackie, guardai Alec e non sembrava sorpreso. Sapeva anche questo.
«Peter e Sarah venite in macchina nostra e poi vi lasceremo sulla zona di Hollywood. Lì dovrete perlustrare le scene del crimine e poi ci ritroveremo alla sede.»
«Io ed Elizabeth prendiamo l’altra macchina e andiamo a casa sua?»
«Sì Alec. Mi raccomando. Elizabeth è di vitale importanza per la missione!»
Il tono di Lucas cambiò da autoritario a preoccupato, cosa mi aspettava aldilà del tunnel? Sono di vitale importanza? La missione? Quella di trovare quest’assassino o c’è dell’altro?
Sentì la mano di Alec toccarmi la schiena ed ebbi un piccolo sussulto. Alec mi sorrise.
«Vogliamo andare?»
Salutammo i ragazzi e uscimmo dalla stanza dell'Hotel, Alec era pensieroso e allora ruppi io il ghiaccio in Alaska.
«Che succede?»
«In che senso?»
«Devi dirmi che ti sta succedendo? Dal Brasile sei sempre scuro in volto e silenzioso. Che cos'hai?»
Lui sospirò e mi guardò.
«Credo che questo demone sia uno di noi che è passato dall'altra parte. Era un mio amico, si chiamava Ben Scotts. Era in grado di trasformarsi in qualsiasi cosa.»
Uscimmo dall'Hotel ed entrammo in macchina e poi chiesi al mio supervisore la domanda più importante:
«Che cosa è successo con il tuo amico?»
«Sua moglie era una commessa in un negozio, è stata uccisa da un ladro, Ben è andato in depressione e quei bastardi se ne sono approfittati. Lo hanno circuito. Noi non favoriamo al vendetta, loro invece non si fanno scrupoli. Il ladro e la sua famiglia sono stati mutilati da Ben che aveva accettato il patto oscuro con Seikilien stesso. Lo aveva soggiogato per bene e il demone che alberga in lui si chiama Aldhork.»
«Mi dispiace. Sei pronto per affrontarlo?»
«Ben Scotts è morto la sera che ha visto la moglie morta»
Era la risposta migliore che mi potesse dare, però mi dispiaceva per l'amico di Alec.
Una vita strappata dall'oscurità è sempre una sconfitta per noi e non possiamo mandarlo giù senza strozzarci.
Arrivammo a casa mia in poco tempo, il traffico ci aveva dato una tregua e il ricordo di Dana Lilliard ritornò nella mia mente.
Alec frenò lentamente e si rivolse verso di me.
«So a cosa stai pensando...»
«Come ha potuto?»
«Dana ha voluto proteggerti.»
«Stronzate! Non è neanche mia madre! Accidenti!»
la rabbia era incontrollabile e Alec mi appoggiò una mano sulla coscia ed io arrossì fortemente.
«Hai ragione, è stata meschina ma se guardi il fine, lei ha servito il suo scopo: proteggere Elizabeth Connell. Lei non fa parte della congrega, è una di quegli appoggi di cui ti abbiamo detto. La tua famiglia non esiste? Non credo proprio. Siamo noi la tua famiglia Liz!»
Annuì e sospirando uscì dalla macchina insieme a lui che suonò il campanello.
«Chi è?»
La voce inconfondibile della signora mi fece albergare diversi ricordi. Tutti ricordi fasulli.
«Sono Alec. Dobbiamo entrare!»
«Certo. Entra pure. La porta è aperta.»
Alec aprì la porta ed entrò per primo, quella casa che mi aveva ospitata per una vita mi sembrava così estranea.
Anche colei che aveva finto di essere mia madre per diciassette anni mi sembrava un’estranea quando la vidi. Rimase a bocca aperta e Alec fu il primo a parlare.
«Allora Dana dovremmo stare qui per due giorni.»
«Sì certo. Ho disposto tutto nella stanza di Liz»
Accennò un sorriso ma io non riuscì neanche a guardarla. Il rancore mi offuscava il cervello.
«Ormai si sono fatte le sette. Direi che è tutto. Grazie Dana. Sei sempre diligente.»
Lei annuì con un sorriso mentre stringeva la mano di Alec. Io salì subito le scale velocemente e così tagliai corto. Non avevo proprio voglia di parlarci.
Entrai in camera mia e notai che il mio letto era accompagnato da un materasso a terra.
Alec mi raggiunse in poco tempo.
«Sarà comodo?»
Chiesi ad Alec che annuì.
«Sono stato in posti peggiori Liz. Dai sistemiamoci!»
Alec si tolse la giacca e inventai una scusa per uscire.
«Vado in bagno.»
Uscii da quella che una volta era camera mia e andai giù per le scale.
Dovevo affrontarla, non era da me tirarmi indietro dopo tutto quello che era successo.
Scesi le scale e Dana stava preparando la cena per me e Alec. Piselli e carne di vitello.
Sarà stata una madre surrogata ma sapeva cucinare piatti buonissimi.
«Stai facendo la carne?»
Dana si accorse della mia presenza.
«Sì Liz. Come piace a te.»
«Non chiamarmi Liz.»
Ordinai con un tono aggressivo. Lei si girò e vidi il suo volto triste. Ma non ebbi pietà.
«Ascoltami…»
«No! Ascoltami tu. Come hai potuto? Mentirmi così! Ho accettato tutto in questa storia ma non questo. Non che quella che mi ha cresciuto mi abbia mentito da sempre. Ora cosa pretendi che vada tutto bene? Che torniamo a mangiare gelati e dolci insieme? Che parliamo di compiti di biologia?»
«Mi dispiace tanto Elizabeth. Devi capire che per me è stato un onore salvarti dalle grinfie di Seikilien, è una promessa che ho fatto a tua madre.»
«Conoscevi i miei genitori?»
«Certo. Lucas non te ne ha parlato?»
«Mi ha detto che sono stati uccisi da un mostro quando avevo un anno.»
«Sì Elizabeth. Quel mostro era Seikilien! Lucas era appena un ragazzo quando ti affidò in mia consegna. Io non potevo avere figli e tuo padre… mio marito Daniel era all’oscuro di tutto.»
«Daniel non sapeva nulla? Quel bastardo ha ucciso i miei genitori? E non potevi dirmi nulla?»
«Mi avresti creduta? Cosa avresti fatto? Affrontato Seikilien da sola? Non saresti durata due minuti, adesso invece sei pronta e consapevole. E’ una cosa più grande di noi.»
Alec ci raggiunse proprio in quel momento.
«Che sta succedendo?»
«Tu lo sapevi?»
«Sapevo cosa?»
«Seikilien ha ucciso la mia famiglia!»
«Non te lo ha detto Lucas? Pensavo di sì.»
«Lo sapevi! Perché mi nascondete le cose!»
Corsi via nella mia stanza, volevo stare da sola. La tensione si era spezzata, le lacrime uscirono per molto e lentamente mi addormentai.

 

 CAPITOLO XI

Los Angeles sottoterra
 
Non mi ricordo cosa sognai quella sera ma lo sguardo di Alec sopra di me mentre cercava di svegliarmi era indimenticabile.
I suoi occhi grigi erano così penetranti e mi sentivo in trappola. Non potevo scappare dalla realtà: provavo una forte attrazione nei suoi confronti.
Alec si rialzò vedendo che mi ero svegliata e prese dalla borsa un berretto nero.
«A cosa serve quello?»
Bofonchiai ancora nel dormiveglia.
«Buonasera Liz. Niente di che, è solo per nasconderti da occhi indiscreti quando andremo alla sede»
«Capito. Senti Alec...»
Volevo scusarmi con lui per essere stata infantile e per avermela presa con lui.
«Scusa per prima, davvero non sapevo che fossi all’oscuro di tutto...»
M’interruppe lui e sospirai rialzandomi dal letto.
«Non è certo colpa tua. E’ stato un malinteso, del resto ora capisco il perché. Lucas e Dana mi hanno dovuto proteggere all’improvviso. Quando Seikilien punta qualcuno lo fa fino allo spasimo.»
«Forse è proprio per il tuo potere di assorbire quelli degli altri! Comunque dobbiamo andare, Lucas ha chiamato e mi ha detto che ha un qualcosa per noi. Credo abbia trovato una traccia con Jackie. Dobbiamo aiutarlo a seguirla.»
«Dove andremo?»
«A Beverly Hills… la sede è proprio lì.»
«Non ci sono discese sotterranee però…»
«Ti sbagli. La sede è una discesa sotterranea, naturalmente solo per noi!»
Aggiunse un sorriso a quell’affermazione e m’invitò a uscire. Non solo era bellissimo ma aveva delle ottime maniere a differenza del nostro primo incontro.
Mai avrei pensato che in quel ragazzo si nascondesse un uomo così gentile e premuroso.
Scesi le scale con lui e sgattaiolai fuori dalla porta, non ero ancora pronta per parlare seriamente con Dana.
Alec lo capì e non mi fece domande mentre salivamo in macchina.
«Ti consiglio di mandare un messaggio alla tua amica Annie, dille che sei tornata dal tuo viaggio. Le foto gliele abbiamo fornite noi nel tempo. Abboccherà facilmente…»
«Abboccherà? Non è un pesce da catturare. E’ la mia migliore amica…»
Risposi fintamente stizzita e lui non disse nulla guardando la strada.
«Quanto ci vorrà?»
«Due ore come minimo…»
«Odio il traffico! Aspetta mi è venuta un’idea…»
«Cosa?»
«Dammi l’indirizzo preciso della villa.»
«899 N Alpine Beverly Hills 90210…»
Chiusi gli occhi e pensai a un potere adatto alla situazione, perché non trasferire la macchina e tutto quello che contiene di fronte a quell’indirizzo?
«Ho capito cos’hai in mente…»
Disse Alec un po’ preoccupato.
«Preparati…»
Sentì l’energia uscire da me mentre mi smaterializzava da quel luogo e mi portava con Alec da un’altra parte.
Aprì gli occhi e vidi Alec sbalordito e visibilmente scosso.
«Oh! Non ci credo!»
Esclamò a voce alta mentre rideva insieme a me.
«Ho pensato: perché aspettare visto quello che posso fare.»
«E adesso però dobbiamo aspettare a scendere… E siccome non ci aspettano… vorrei parlarti di Dana…»
Divenne serio tutto in un attimo.
«Non ho certamente il diritto di dirti come ti devi comportare, ma mi è dispiaciuto molto vederti arrabbiata con tua madre…»
«Non è mia madre…»
Risposi istintivamente.
«Chi ti ha cresciuto? Lei. Chi sa le tue paure? Lei. Lei ti ha accudito e ti vuole bene. Purtroppo i tuoi genitori sono stati massacrati ma lei ha preso la responsabilità matura di crescerti da sola. Non te la prendere con lei…»
«Mi dispiace se hai visto un lato così brutto di me.»
«Seikilien adora questo modo di fare, vive sulle debolezze altrui. Mi raccomando stai attenta. Non voglio perderti…»
«Non vuoi perdermi? In che senso?»
Lui non voleva perdermi, ci teneva e mentre lo guardavo, avevo voglia di baciarlo con tutta la passione che non ho mai avuto.
Il cellulare bloccò la nostra intesa e mi girai imbarazzata verso il finestrino.
«Che state facendo fuori da mezz’ora?»
Era Peter che aveva monitorato il perimetro della villa dal computer e sicuramente ci avrà visti.
«Diciamo che abbiamo chiarito alcuni punti… e il potere di Elizabeth è una bomba! Apri il cancello che entriamo…»
Peter non rispose ma il cancello nero con varie intarsiature degne di qualche dinastia moderna, si aprì.
Alec avanzò con la macchina verso il posto auto e notai che l’auto di Lucas e quella di Sarah erano già parcheggiate.
La villa era molto spaziosa, aveva due piani e le stanze da letto di solito erano al piano di sopra.
Il buio nascondeva in parte il colore rosso argilla della muratura. Il piano di sopra era bianco mentre il tetto era grigio, ma la poca luce lo faceva sembrare nero.
Alec si sistemò i capelli e uscì insieme a me e poi entrammo nella villa.
All’entrata c’era una sorta di reception, c’era una donna bellissima che si alzò e ci venne incontro.
Era mora con gli occhi verdi, molto formosa e bella da vedere. Sicuramente ha avuto un passato da modella. Lo capì dalla sua camminata con i tacchi altissimi. Io sarei caduta come una pera cotta.
«Alec, Elizabeth. Lucas vi sta aspettando! Prego venite con me…»
La sua voce era molto gentile e invitante quando aprì la porta, salutammo la segretaria e Lucas e gli altri erano seduti a una tavola rotonda.
C’erano due posti liberi, erano per noi.
Ci sedemmo e Lucas ci salutò con la mano.
«Mi è stato detto che ti sei smaterializzata fino a qui… ottimo! Jackie? Mostra a Elizabeth e Alec cosa abbiamo trovato»
«Pensavo di trovarvi sul campo…»
Commentò Alec ma Jackie fece cenno di no.
Poi la ragazza si alzò e prese un telecomando. C’era un grande schermo di fronte a noi. Era collegato al computer, lo stesso che stava usando Peter.
«Nei pressi sotterranei di Sunset Blvd, abbiamo trovato tracce di squame, il mutaforma ha appena cambiato pelle e sicuramente si aggira nella zona della tua scuola.»
«Dite che è qualche professore?»
Chiesi titubante a tutti.
Jackie rispose per gli altri e guardandomi mi disse:
«Crediamo sia più un bidello o un uomo delle pulizie. Si aggira tra le fogne, conosce l’impianto e il segreto del sottosuolo di Los Angeles.»
«Aldhork non è stupido. E’ per questo che ho bisogno di voi tre.»
Lucas indicò me, Sarah e Alec.
«Alec conosce Aldhork. Non credete sia una perdita di tempo?»
Chiese giustamente Sarah.
«No, se mi camufferò con gli espedienti di Peter!»
Esclamò il mio supervisore.
Lucas si alzò e indicò sul televisore le squame.
«Questo non è un gioco. Elizabeth se non sei ancora pronta…»
«Cosa? Sono pronta eccome. Sono pronta a qualsiasi rivelazione. Non mi devi nascondere nulla…»
La frecciata non potevo non lanciarla dopo quello che Dana mi aveva detto.
Lucas fece finta di non capire ma il nostro discorso era solo rimandato.
Ci alzammo tutti e andammo verso l’atrio.
«Come scendiamo di sotto?»
Chiesi a Sarah che mi mise una mano sulla spalla.
«Ora lo vedrai…»
Jackie e Lucas attivarono una leva e in poco tempo il terreno dell’atrio si aprì.
La segretaria era lì che ci sorrideva.
«Buon viaggio congrega!»
Ci disse mentre il terreno mostrava una scala che portava giù.
«Grazie Lisa!»
Esclamò Lucas scendendo prendendo la mia mano per accompagnarmi.
Una volta scesa vidi una cosa che ancora oggi mi sbalordisce: decine di operatori e soldati pronti all’erta come in uno di quei telefilm d’azione.
«Benvenuta nella sede della congrega di L.A.»
Disse Alec dietro di me.
C’erano reparti d’esperti di computer, reparti militari, zone di persone incaricate a sigillare e sistemare armi ecc.
Ognuno non aveva un potere ma era capace di gestire la situazione e fornirci il migliore aiuto possibile.
«Quindi la villa è solo una facciata?»
Chiesi a Lucas che senza guardarmi e camminando insieme a me e rispose:
«No. E’ il nostro quartiere di riposo. Ognuno di noi ha una casa personale ma ci troviamo più comodi a stare qui.»
Io annuì e Lucas salutò uno dei militari, era un po’ più anziano degli altri.
«Capitano Matthews. Pronti per partire. Avete le armi per la nostra Elizabeth?»
«Certamente.»
Donald Matthews aveva i capelli grigi ricci e corti, la barba tagliata perfetta come ogni militare che si rispetti.
Insieme a lui e Alec andammo nell’armeria.
Mi diedero vari equipaggiamenti: giubbetto antiproiettile, marsupio e visore notturno.
«Le pistole non uccidono i membri oscuri…»
Chiesi sottovoce ad Alec.
«Non ci sono solo loro qua sotto…»
Rispose il capitano con un tono affermativo e serio.
Anche noi non potevamo essere uccisi dalle pistole se impugnate dai membri oscuri.
Per questo Seikilien e i suoi si affidavano agli umani che a differenza nostra sono fatali con le armi da fuoco.
L’addestramento con le armi è stato utile, ho imparato a usare la Glock 17 in meno di due giorni.
Iniziai a maneggiare la pistola e il capitano Matthews rimase sorpreso della mia capacità di tenuta dell’arma.
«Non devo neanche spiegarti cosa fare. Tanto meglio! Ecco le munizioni e fatti onore!»
Il capitano mi fornì un paio di caricatori che misi nel marsupio che mi era stato donato dai militari.
Uscimmo salutando il capitano che ci fece un cenno mentre si girava a dirigere le operazioni e ritornammo da Lucas e gli altri.
«Cosa dobbiamo fare Lucas?»
chiese Alec.
«Non credo che Aldhork si faccia vedere ma dobbiamo recuperare le squame per esaminarle nei nostri laboratori. Credo che sia necessaria un’operazione furtiva e silenziosa.»
Lucas iniziò a camminare di fronte a noi e aprì la porta secondaria che portava nel sentiero sotterraneo appena affianco all’impianto fognario. Ci mettemmo i visori notturni per vedere al buio.
Potevo sentire l’acqua scorrere nella fogna sopra, sotto e alla mia destra.
«Quant’è grande la struttura sotterranea?»
chiesi ad Alec e lui rispose con un mezzo sorriso.
«Grande? Non c’è struttura più grande al mondo. Lucas te lo avrà insegnato no?»
Feci cenno di no con la testa, un altro segreto del mio mentore che si rivelava.
«La struttura sotterranea è grande per tre quarti di Stati Uniti, metà del Canada e comprende anche tutta l’Alaska. Vedi, la superficie sta scendendo, arriveremo a cinquanta metri sottoterra. In Alaska si arriva anche a seicento metri sotto il suolo ghiacciato.»
Io annuì mentre cercavo di non fare troppo rumore.
«In altre parte del mondo c’è questa struttura?»
«Certamente. Per mezza Europa dell’Est e tutto il Sud Est asiatico. Infine in Antartide c’è una grandissima distesa sotterranea, dove si dice siano state avvistate due persone avventurarsi per non tornare più. La discesa arriva fino ai 4000 metri!»
«Come hai detto? E chi sono questi due?»
«Due che hanno sfidato il tempo e il destino.» C’interruppe Lucas facendoci preoccupare per la missione.
Lucas sapeva qualcosa di più come al solito ma lasciai perdere. Mi concentrai sul da farsi.
Tutto si vedeva grazie ai nostri visori notturni che illuminavamo quello che i pannelli solari delineavano di giorno.
Era tutto verde chiaro di fronte a me.
Osservavo le mie mani e sembravo uno di quegli alieni di Star Trek o qualcosa del genere.
Lucas alzò il braccio e noi ci fermammo, C’era un masso molto grande e velocemente ci nascondemmo dietro di esso.
Sarah e Peter erano dietro di me e si stavano tenendo per mano. Sapevano essere dolci anche in questi momenti, peccato che fosse buio e non lo facevano vedere alla luce del sole.
Lucas era davanti a me e Alec mentre Jackie era dietro di tutti.
«Jackie…adesso!»
Ordinò Lucas e la ragazza si trasformò in un lupo e corse di fronte a noi.
Alec mi mise una mano sulla spalla, era il segnale per avanzare.
C’era qualcuno di fronte a noi, dovevamo coglierlo alla sprovvista.
Alec corse insieme a me a destra, Peter e Sarah fecero lo stesso a sinistra e Lucas era dietro di noi.
C’erano tre uomini armati di fucile che facevano la guardia a qualcosa.
Cosa poteva essere? Non feci il tempo a domandarlo che Jackie era già saltata addosso a uno di loro. Era il segno per noi di sparare.
Premetti il grilletto verso quello di destra che cadde al suolo.
Peter e Sarah avevano già abbattuto quello di sinistra mentre l’altro era nelle grinfie di Jackie.
Mi sentì strana, avevo appena ucciso per la prima volta. Non stavo bene per niente.
«Basta Jackie!»
Urlò Lucas e il lupo si fermò.
Lucas sparò un unico colpo in pieno petto al tizio a terra.
Mi sorprese la spietatezza del mio mentore e mentre sospiravo sommessa, Peter mi diede una pacca sulla spalla.
«Bel colpo Liz! Hai stanato la guardia alla grande.»
«Ho appena ucciso un uomo. Non essere così contento… non è bello per niente»
Accusai il colpo, lo dissi a voce alta.
Ero a disagio in quel momento e tutti si girarono verso di me.
«Alec?»
Esclamò Lucas mentre lo guardavo in malo modo. Come poteva essere così noncurante, Lucas che era così buono con tutti.
Alec tirò fuori dalla tasca una delle sue siringhe e punse tutti e tre.
«Questo dovrebbe bastare…»
Commentò Lucas mentre si avvicinava a me.
«Le pallottole sono ad aria compressa, dentro di esse c’è un potente sonnifero. Nella siringa c’è un potente siero che farà dimenticare ai tre di noi e di quello che è successo in questa settimana!»
Non avevamo ucciso nessuno, ancora una volta rimasi sorpresa da questo mondo oscuro e lucente allo stesso modo.
Lucas stava curando le ferite della guardia sbranata da Jackie e lentamente una lacrima mi bagnò gli occhi, lentamente un’altra e pian piano iniziai a piangere. La tensione del momento mi aveva spiazzato. Sarah mi abbracciò da dietro e mi sussurrò:
«Piccola! E’ tutto apposto.»
«Lo so. E’ la tensione…»
Lei sorrise dolcemente e mi baciò il collo.
«E’ successo anche a me. Lucas non me lo disse e vomitai subito dopo. E’ stato terribile e gioioso allo stesso tempo.»
«Siamo tutti nella stessa barca Elizabeth!»
esclamò Peter all’improvviso e tutti annuirono mentre Lucas si accorse di un pacco.
«E’ quello che penso io?»
Chiese Alec avvicinandosi al pacco.
«Sì, fai attenzione. I nostri tre amici possono aver nascosto qualche esplosivo dentro…»
Alec aprì il pacco lentamente con un coltello e Lucas aveva ragione. Un ordigno rudimentale era situato sopra le squame. Sopra di esso c’erano una serie di fili collegati a un piccolo schermo il quale indicava che mancavano due ore e trentacinque minuti alla detonazione.
«Oh no! C’è una bomba! Perché metterla per un po’ di squame?»
Chiese preoccupato Peter.
«Aldhork sa che lo stiamo cercando… è furbo!» Commentò Lucas mentre il gruppo era dubbioso sul da farsi.
«Ci penso io…»
Esclamai guardando Lucas e lui rimase dubbioso.
«Non sai disinnescare gli esplosivi. E’ pericoloso!»
Disse Alec tenendomi per mano, era ancora accovacciato. Con la visione notturna i suoi occhi erano ancora più luminosi.
«Devi tagliare il quarto filo a sinistra, il terzo a destra e legarli insieme, farà un contatto che aprirà la tastierina numerica. Il codice è 022783…»
«Come fai a saperlo?»
chiese Sarah.
«Lo so e basta.»
M’inginocchiai e presi il coltello dalle mani di Alec, ero guidata da una conoscenza improvvisa.
Sapevo tutto di esplosivi, come disinnescarli e montarli.
Tagliai il primo e il terzo filo e potevo sentire la tensione nell’aria e quando feci contatto si aprì una piccola fessura nello schermo e tirai fuori la tastierina numerica.
Era poco più grande di quella di un cellulare. Digitai i numeri e lo schermo si spense. La bomba era stata disinnescata.
Peter e gli altri esultarono mentre Lucas e Alec rimasero esterrefatti.
«Come hai fatto?»
chiesero quasi all’unisono.
«E’ il mio dono ricordate? Peter è un esperto con i coltelli? Ci sarà qualcuno di noi o di loro esperto con gli esplosivi…»
«Grande! Sei grande Elizabeth Connell!»
Esclamò Peter mentre mi abbracciava con forza, ridemmo per qualche minuto e Lucas prelevò la squame dalla scatola e la mise nella sua borsa.
Subito dopo il mio mentore si girò verso di noi, ci guardò velocemente e consegnò la borsa a Sarah.
«Pensaci tu. Jackie ci raggiungerà dall’uscita qui dietro. Allora ragazzi. Per oggi è tutto. Adesso andate a riposare. Domani inizierà l’operazione d’infiltrazione nella scuola di Elizabeth. Mi raccomando state attenti!»
Tutti eravamo d’accordo a rivederci alla sede l’indomani sera.
«Alec. Tu ed Elizabeth andate a casa di Dana. Mi raccomando riposate. Domani vi dividerete. Tu andrai a scuola, ai tuoi amici inventerai che sei andata in Africa per un mese. Nel tuo cellulare ci sono degli ottimi fotomontaggi a riguardo. Alec tu sarai il sostituto del bidello Ross che è in ferie pagato da noi. Peter e Sarah, stanotte dovrete fare la ronda tra la scuola e casa di Elizabeth. Io e Jackie ci ritroveremo alla sede. Torniamo indietro!»
E così facemmo. La tensione era svanita.
Nessuno ci avrebbe attaccato quella notte, ero così sicura, anche se ero al buio.
Mi sentivo libera e finalmente potevo dire di essere parte della squadra.
La mia prima missione stava andando bene.
Mentre camminavo attaccata ad Alec, potevo sentire il suo respiro dietro di me.
Ringraziai il buio per non far vedere a tutti il mio imbarazzo evidente.
Salimmo la scalinata e notammo la solita confusione dei militari.
Il capitano Matthews era stato sostituito da una donna, un tenente.
Si chiamava Alicia Rodríguez, aveva i capelli rasati neri e la pelle olivastra. Gli occhi scuri la rendevano molto temuta e rispettata in quell’ambiente così maschile.
Ci salutò velocemente mentre uscivamo dalla sede, ma sapevo che avrei avuto a che fare con lei. Non vedevo l’ora.
Tornammo alle nostre macchine e Alec mi guardò e disse:
«Senti Liz. Facciamo come prima?»
Si riferiva alla scorciatoia dovuta al mio potere.
«Certo. Sono stanchissima. Se avessi saputo del mio potere, avrei evitato tutte quelle mattinate alla fermata dell’autobus!».
Scherzai con lui che rise dolcemente e fece una smorfia mentre entrava in macchina.
Lo imitai entrando anch’io e anche se sentivo il cuore battere fortissimo, feci finta di nulla.
Gli presi la mano e lo guardai mentre la materia ci faceva scomparire. In quella frazione di secondo tutto mi sembrò chiaro.
Vedevo il cielo, le stelle, l’energia che saliva da noi esplodeva ancora e ci rendeva di nuovo vivi. Un’anticamera della fine che non era altro che un nuovo principio.
La fine di ogni cosa.
Ora eravamo di fronte a casa e Alec lasciò la mano e il mio cuore rallentò il battito forsennato di qualche secondo fa.
Parcheggiò la macchina nel garage di Dana ed entrammo in casa.
Lei stava dormendo e tolte le scarpe, salimmo le scale.
Entrai in camera e Alec si tolse la maglietta rimanendo a torso nudo.
Faceva caldo quella sera ma quella visione aumentò la mia temperatura personale.
Mi girai prima che potesse vedere il mio stato di adorazione e feci finta di cercare qualcosa nell’armadio e lui spezzò la tensione.
«Elizabeth…»
Mi girai lentamente e lui era dietro di me.
I suoi occhi mi fissavano. Erano così glaciali e sensuali.
Avevo i brividi, anche se il caldo era implacabile in quella sera.
Le sue labbra erano così vicine a me.
Anche lui voleva la stessa cosa, aveva voglia di baciarmi e mentre abbassai la mia fronte sulla sua, un sospiro mi fece tremare per l’ultima volta.
 
 
 
 
 
 
 

 CAPITOLO XII

Missione speciale
Lo strinsi a me e lo baciai senza timore. Il suo odore era diverso da quello che m’immaginavo nelle notti insonni.
Aveva un sapore dolce e sincero che mi faceva tremare le spalle senza sosta.
La sua lingua fece breccia tra le mie labbra gentilmente e allora lo invitai aprendo meglio la bocca.
Mentre continuavamo a bruciare di passione, le mie mani e le sue erano impegnate a toccare tutto il possibile dei nostri corpi caldi e vogliosi d’amore.
Quando aprì gli occhi, mi accorsi che lui mi fissava e in quel momento ho capito che Alec Stone era il sogno che aspettavo.
Si staccò da me e sussultai, avevo ancora voglia delle sue labbra e mentre mi sorrideva, appoggiai la mia fronte di nuovo sulla sua.
«Non immagini da quanto volevo farlo… grazie per avermi accettato per quella che sono…» sussurrai dandogli piccoli baci sul labbro superiore.
Con le mani mi tenne il viso per un istante e mi guardò intensamente.
«Tu sei molto di più di quello che credi Elizabeth. Sei tutto quello che ho sempre voluto!»
Mi abbracciò forte, mi sentivo protetta tra le sue braccia e mentre mi spogliavo, lui mi fermò.
«Non stasera… non è giusto. Dobbiamo aspettare che la missione sia finita.»
«Hai ragione. Però mi devi concedere una cosa»
«Dimmi pure amore mio…»
Amore mio? Com’era bello sentirselo dire da lui, lo toccai ancora per vedere se era uno dei miei sogni.
Era tutto vero e mentre lo guardavo, realizzavo di essere innamorata persa.
«Dormiamo insieme, voglio sentire le tue braccia che mi stringono.»
«D’accordo. Vieni andiamo a dormire. Domani mi toccherà fare il bidello.»
Scherzò lui facendomi per un momento tornare alla realtà.
Ci sdraiammo sopra il letto, faceva caldo e non c’era bisogno di disfarlo.
Non riuscivo a dormire e allora mi sistemai sul suo petto che era così comodo. Potevo sentire il suo battito così calmo e rilassante.
Il mio batteva a dismisura, era così dolce stare nel letto con Alec e quella notte non l’ho più dimenticata.
«Alec?»
«Si?»
«Non riesco a dormire…»
«Ti canto una canzone?»
«Bene.»
«Your love is my turning page,
where only the sweetest words remain.
Every kiss is a cursive line.
Every touch is a redefining phrase.
I surrender who I've been for who you are
Nothing makes me stronger than your fragile heart…»
Iniziò a intonare una canzone che non avevo mai sentito ma era così dolce e serena che persi subito i sensi.
 
Dormimmo così bene che non mi accorsi neanche che era uscito prima di me.
Aveva lasciato un biglietto che mi fece ridere come una bambina:

Mi alzai e andai in bagno a farmi la doccia.
Il mio corpo aveva bisogno di rivitalizzarsi dalla tensione e dagli eventi di ieri notte.
Mentre l’acqua mi sfiorava la pelle e scrosciava tra i capelli, non potevo dimenticare quel bacio.
Iniziai a ridere all’improvviso, ho ricevuto baci in precedenza ma non così.
Alec mi ha fatto perdere la testa.
Dopo essere uscita dalla doccia, iniziai a pulirmi. Pensai al mio incontro con Annie, sarei stata capace di mentirle? Non sapevo come incominciare il discorso e allora feci un paio di prove allo specchio.
Mi guardai e tossendo un secondo mi diedi coraggio e iniziai a recitare:
«Hey Annie! Come stai? Mi sei mancata… baci e abbracci. L’Africa è…»
Non mi sentivo a mio agio e lasciai perdere, avrei improvvisato, mi riusciva bene farlo.
Mi misi un paio di jeans e una magliettina bianca con un disegno buffo: uno smile rosso.
Dana non c’era in casa, mi decisi che avrei parlato con lei dopo aver risolto questa situazione.
Uscì e aprendo il garage, la mia macchina era lì che mi aspettava.
Entrai e partì per la scuola.
Mentre guidavo una mano stava sul volante, l’altra ogni tanto la passavo sulle labbra.
Avevo ancora il suo sapore, che fragranza indimenticabile.
Arrivai a scuola dopo una buona mezz’ora. La Pacific High, era uguale identica a come l’avevo lasciata.
Stessi murales indecifrabili sugli armadietti blu, stesse facce contrite che devono iniziare un nuovo giorno di scuola.
Annie mi vide appena uscì dalla macchina.
Mi corse incontro e mi abbracciò così forte che stavo per soffocare.
«Amore mio! Non te ne andare più!»
Gridò Annie.
«Mi dispiace è stata una cosa così all’ultimo minuto.»
«Ti fa onore. Sei sempre stata una grande. Che mi racconti? Trovato qualche bel ragazzo?»
Abbassai gli occhi, su quello non potevo mentire, avevo il viso così sereno.
Annie mi conosceva e sapeva che se avessi incontrato un ragazzo il mio volto sarebbe cambiato e così era.
«Diciamo di sì.»
Annie iniziò a ridere ed io feci altrettanto.
Mi prese le mani e iniziò a saltellare come una ragazzina.
«La mia piccola ha trovato un ragazzo! Amore!»
Mi strinse ancora e in quel momento la campanella suonò.
«Vieni Liz. C’è economia oggi.»
Io odiavo economia e di conseguenza accentuai il mio disappunto.
Non mi accorsi che stavo recitando bene e così continuai a reggere il gioco.
In quel momento mentre passavo vidi un ragazzo biondo con il vestito da inserviente.
Era Alec e iniziai a ridere e Liz mi guardò commentando.
«Cosa stai guardando? Oh beh. Che bel pezzo di…»
Mi girai d’istinto, avrei voluto tapparle la bocca. Mi fermai e inventai una scusa.
«Entriamo.»
Lei mi seguì e ci trovammo in aula.
Anche questa stanza non era cambiata come non era cambiato il professor Wilcox.
Uno stronzo patentato che ci faceva tribolare ogni volta che frequentavamo le lezioni.
Lui diceva che era per il nostro bene ma devo dire che dopo un mese d’addestramento con la ,congrega i suoi compiti in classe erano un sogno a confronto.
Annie si sedette ed io feci altrettanto sistemandomi i capelli.
Non notai Tom e feci segno alla mia amica.
«Tom è a casa malato. Hai perso il treno tesoro… Ha già una ragazza. Si chiama Robin.»
Annuì con la testa, non ero per niente delusa. Ero anche sollevata di saperlo contento con un’altra.
I miei pensieri erano due: Alec e la missione.
Non avevo tempo per grafici sulla domanda e l’offerta.
La lezione passò in fretta e stranamente il professore non mi linciò come faceva in passato.
Uscendo camminai da sola, mi ero nascosta da Annie per un po’.
Volevo indagare un attimo sugli eventi e iniziai a chiedere in giro del tizio del notiziario.
Nessuno sapeva niente tranne una ragazza, si chiamava Sheila Willis ed era all’ultimo anno.
Una delle vittime era sua amica, Claire Dillen.
«Sto facendo una ricerca sul bastardo che ha portato via la tua amica. Puoi aiutarmi con qualche domanda?»
Sheila si mise una mano tra i capelli ricci neri e sospirò annuendo.
«So solo che l’hanno ritrovata con il cuore estirpato, le hanno strappato il cuore!»
«E’ terribile! Mi dispiace tanto Sheila. Scusami se ti faccio ricordare una tragedia del genere.»
Lei scosse il capo e continuò.
«No. Mi serve parlarne con qualcuno. C’era un segno sul corpo.»
«Un segno? Me lo disegneresti?»
«Ho la foto presa dal notiziario su internet. Ecco.»
Prese un foglio dal suo zaino e mi mostrò un simbolo che mi fece accapponare la pelle.

Presi il foglio e lo guardai un attimo.
Sicuramente era il simbolo di Seikilien e non prometteva nulla di buono.
«Ok. Grazie Sheila. Sei stata di grande aiuto!»
Salutai la ragazza riconsegnandole la foto e ritornai verso l’aula di chimica.
A un certo punto mi sentì afferrare da un braccio e in un attimo mi trovai nel ripostiglio.
Non feci in tempo neanche a vedere chi mi avesse preso che le sue labbra si stavano gustando le mie.
Non potevo dimenticare quel sapore, Alec era lì con me.
Risposi al bacio aprendo la bocca e invitando la sua lingua ad abbracciarsi con le mia.
Sentì un brivido mentre iniziò a toccarmi i fianchi, io avevo le mani già sul suo sedere.
Mi scoprì infinitamente audace, avevo voglia di farlo lì in quel ripostiglio sporco e scuro.
«Come sta andando il primo giorno di scuola?» mi sussurrò mentre baciava il mio collo.
Chiusi gli occhi ancora una volta e i miei brividi iniziarono a riscaldarmi e sentì un leggero tremolio nel basso ventre.
Lo desideravo, lo adagiai su una piccola scrivania e la campana suonò.
I miei istinti si frenarono, non potevo dare nell’occhio e mi ricordai della missione.
«Devo andare… quando questa missione sarà finita, non mi potrai più scappare Alec!»
Mentre mi giravo lui mi strinse a se da dietro e potevo sentire un rigonfiamento dietro il mio sedere. Era così eccitante quella situazione, ero ormai bagnata e non potevo più negarlo.
Lui mise una mano proprio lì ed io sussultai un piccolo gemito di piacere.
Si portò la mano alla bocca e annusò e poi mi sussurrò nell’orecchio.
«Me lo farò bastare… per adesso.»
Mi girai e lo baciai con foga e la seconda campanella suonò.
Ora dovevo proprio andare, corsi via che ero tutta scompigliata e in disordine.
Mi sistemai velocemente e tornai in classe.
Le lezioni passarono in fretta e velocemente uscì dall’edificio per andare alla macchina. Dovevo tornare alla sede immediatamente.
Annie mi corse dietro e mi fermò al parcheggio.
«Tesoro scappi via? Non vuoi andare a bere qualcosa? Dai così mi racconti del tuo ragazzo.»
Io annuì e decisi di accompagnare Annie a casa e nel frattempo sarei stata allo Starbucks per continuare questa farsa del viaggio in Africa con tanto di fidanzato trovato in un villaggio.
Il fidanzato l’ho trovato ma era con me, potevo sentire il suo sguardo su di me anche da lontano. I suoi occhi erano così penetranti che mi faceva arrossire solo al pensiero di essere sfiorata da lui. Annie se ne accorse subito e commentò:
«A che pensi Liz? Al tuo bel manzo africano?»
«Dai non dire così.»
«Certo che sei strana!»
Disse lei mettendosi gli occhiali da sole entrando in macchina.
«Perché?»
«Non sono abituata a vederti così. Spensierata e frivola. Dimmi, ti è piaciuto? E’ vero quello che dicono sui ragazzi di colore?»
Arrossì per davvero, dovevo trovare una scusa ma arrancai un attimo e lei dedusse qualcosa.
«Non mi dire che non l’hai fatto… A proposito come si chiamava?»
«Aldir. Ha la pelle nera molto scura ed è molto muscoloso. Era un bel ragazzo oltre che molto dolce e sensuale.»
Descrivevo un ragazzo che non esisteva e feci così anche durante la nostra bevuta.
Lei sorrideva mentre parlavo di questo ragazzo inventato e mentre mentivo alla mia amica non potevo non pensare alle carezze di Alec.
Il mio supervisore, amico e fidanzato, il bidello dei miei sogni.
 
Era sera inoltrata ormai e diversi mesi fa non avrei mai pensato di vivere una vita del genere. Al massimo uscivo qualche volta l’anno di notte per ritornare verso le due.
Parcheggiai l’auto nel vialetto della villa e uscii per incontrare gli altri e fare una sorta di rapporto.
Entrando notai meglio dell’altra volta questa villa che valeva molti soldi.
C’erano vasi e ornamenti orientali in un atrio molto invitante, le porte erano in legno di frassino.
Non riuscivo a sentire nulla da questa stanza, evidentemente erano insonorizzate.
C’era un misto tra il moderno e l’antico che mi affascinava molto.
Aprì la porta e Peter e Sarah stavano guardando il baseball con Jackie.
Si accorsero di me solo quando li chiamai.
«Hey ragazzi!»
Dissi alzando il braccio.
Senza girarsi verso di me quasi all’unisono risposero senza esitazione:
«Ciao Liz!»
Lungo il corridoio sentì dei passi, erano Lucas ed Alec che stavano parlando.
Alec si accorse di me e mi sorrise e dopo essersi congedato da Lucas, mi venne incontro.
Com’era bello guardarlo mentre camminava, la sua andatura era così sexy.
Abbassai gli occhi sorridendo imbarazzata da quella visione e lui mi disse:
«Alunna Connell…»
Il suo sorriso era così coinvolgente.
«Signor bidello…»
Risposi ironica ridendo tra i baffi.
Ci guardammo un secondo, volevo baciarlo ma mi sentivo in imbarazzo con gli altri.
«Ben arrivata Elizabeth. Vieni con me.»
Lucas spezzò l’incantesimo.
Tenni la mano di Alec per un attimo e lo salutai guardandolo e annuendo.
Alec mi fece entrare nel suo studio, sembrava di essere tornati in Brasile.
«Vuoi qualcosa da bere?»
Mi disse mentre si versava un bicchiere di vino rosso.
«No, grazie.»
«Hai fatto progressi?»
«Dipende da cosa intendi per “progressi”? Ho indagato parlando con un’amica delle vittime. Mi ha mostrato il disegno che la sua amica aveva disegnato sul corpo. E’ il suo simbolo vero?»
Consegnai a lui il foglio di Sheila e lui lo guardo ed era d’accordo con me.
«Sì. E’ il simbolo della congrega nera di Seikilien. Non ti preoccupare di questo adesso. Pensiamo ad Aldhork.»
Mi presi coraggio, sapevo che sarebbe arrivato questo momento ma non potevo più rimandare.
«No! Parliamo di Seikilien. Ha ucciso i miei. Perché non me l’hai detto?»
Ero fintamente imbronciata ma il viso di Lucas era così triste che mi arrabbiai con me stessa per essere stata così infantile.
«Hai ragione. Io conoscevo la tua famiglia, sono stati tutti uccisi da Seikilien, non solo i tuoi genitori, anche i tuoi zii e zie. Ha sterminato tutti.»
«Perché?»
«Quel maledetto pensava che voi foste discendenti di Gesù. E’ pazzesco lo so. Non te l’ho mai detto ma lui non è il solo a preoccuparmi. Dovevo proteggerti, un giorno saprà chi sei e verrà a cercarti. Non vorrà ucciderti ma portarti dalla sua parte.»
«Non lo farò mai. Non cadrò mai nella sua rete!»
Dissi orgogliosa e lui continuò.
«Non sottovalutarlo. E’ capace di soggiogare chiunque con la sua forza di persuasione. E’ un leader carismatico.»
«Come possiamo batterlo?»
«Sei tu la nostra arma segreta. Tu puoi assorbire qualsiasi potere. Potrai sconfiggerlo!»
Annuì con la testa e mi alzai.
«Basta parlare di mostri e demoni. Andiamo a vedere la partita…»
«D’accordo. Puoi tornare da Alec…»
Lo guardai e diventai rossa.
Si avvicinò e mi guardò con un sorriso.
«Hai scelto bene… è un ragazzo speciale. Ci tengo molto a lui. E a te…naturalmente!»
Come poteva sapere di noi? Gliel’aveva detto Alec? Lucas non finiva mai di sorprendermi.
«Come hai fatto a saperlo?»
Chiesi ingenua.
Lui si avvicinò e mi sussurrò nell’orecchio.
«Io so tutto, dovresti saperlo!»
Ridemmo di gusto mentre uscivo insieme a lui.
Il mio mentore mi aveva appena dato la sua “benedizione”, era proprio come un padre per me. La partita era arrivata al sesto inning e i Dodgers, la nostra squadra preferita, stavano vincendo contro i Padres per 8-2.
Guardai Alec esultare con Peter per uno strikeout di Kershaw e mi sdraiai vicino a Sarah che non era da meno con la tifoseria.
Era vestita con una maglia della squadra blu, nella congrega eravamo tutti appassionati di baseball. A dire il vero in principio ero solo appassionata da Alec.
Adesso avevo una famiglia e mi sentivo sempre più libera e completa se non per qualche demone che voleva ucciderci.

 

 CAPITOLO XIII

In incognito
 
Per il secondo giorno mi svegliai dopo aver dormito tra le braccia di Alec.
Parlammo poco, eravamo impegnati a recuperare il tempo perso della giornata.
I nostri corpi erano così in sintonia, mancava soltanto una cosa.
Non mi sentivo pronta per fare l’amore con lui che mi rispettava e capiva benissimo.
Questa volta fu il beep del mio cellulare a svegliarmi, un suo messaggino molto semplice mi fece inarcare le labbra.

E con quel sorriso da ebete mi alzai e mi preparai, ero anche in ritardo. Corsi subito le scale e Dana era lì.
Non sapevo cosa dirle, se non fare un gesto con la mano, una cosa che lei ricordava spesso quando ero in ritardo.
Mettevo due dita sulla tempia destra come per dire “dove ho la testa”.
Dana annuì e mi versò del succo di frutta prima di girarsi verso il lavandino.
L’imbarazzo si era spento.
Quel gesto era un qualcosa per riprendere tutto dall’inizio.
Presi la macchina e mi ricordai del mio potere, lo usai e arrivai alla Pacific High in un secondo. La lezione di Matematica era già iniziata quando entrai nella scuola.
Alec era lì che faceva finta di pulire le scale, mi guardò e con un gesto m’invitò a seguirlo.
Camminai con lui verso il ripostiglio e chiusi la porta dietro di me.
«Dobbiamo smetterla di nasconderci qua dentro per fare i preliminari…»
Dissi audacemente.
«Che hai capito? Dobbiamo lavorare. E stai attenta che Peter ci sente.»
Diventai subito rossa come quei pomodori maturi che sono così buoni da mangiare. La mia audacia e sensualità scomparirono lasciando spazio alla mia goffaggine, feci cadere un secchio da uno degli scaffali.
«Attenta Elizabeth!»
Mi rimproverò bonariamente il mio ragazzo che oggi era più il mio supervisore.
«Dobbiamo procedere per l’impianto fognario. Prego seguimi.»
Aprì una botola grigia, c’era una scaletta e pensai di non avere i vestiti adatti.
«Non ti preoccupare Liz. Sotto abbiamo tutto l’occorrente!»
Esclamò Peter da quella che sembrava una ricetrasmittente che veniva dal petto di Alec.
Scendemmo la scaletta e dopo tre metri, ci ritrovammo sotto un’altra botola. Essa aveva un tastierino numerico al centro, come quello delle casseforti.
Alec digitò un codice velocemente, non era la prima volta che lo faceva.
La botola si aprì da sotto e la luce mi sorprese. C’era attività lì sotto.
Scendemmo e trovai una sorta di ufficio, dove c’erano diversi computer che registravano varie situazioni come la struttura delle fogne, il controllo delle pompe e delle vie sotterranee in entrata e uscita.
La stanza era fredda, dovetti strattonarmi le braccia dai brividi.
Guardai Alec e lui accennò un sorriso.
«Questo è uno dei dodici centri di controllo di Los Angeles, un membro della congrega indirizza un operatore almeno una volta al mese su cambiamenti delle strade e degli spostamenti che sono registrati qui!»
E indicò il computer a sinistra, non era molto moderno, quei classici cassoni bianchi.
«Da quanto lo fate?»
«Da quando hanno inventato i computer!»
Rispose Peter per Alec che continuò subito dopo.
«Dovevi vedere negli anni 70. Tutta questa stanza era coperta dal mainframe. Un enorme computer che faceva solo dei beep rossi per indicare i nostri spostamenti. Lucas mi ha mostrato tante foto, i miei parenti lavorano in uno dei centri di controllo a Seattle»
«Seattle? I tuoi parenti vivono a Seattle?»
«Sì. I miei zii.»
«Ragazzi. Non vorrei interrompere questa lezione sulla genealogia di Alec ma avremmo del lavoro da fare!»
Commentò Peter via radio.
«Dobbiamo perlustrare questa zona.»
Alec indicò sul monitor un punto preciso che distava circa un chilometro dal centro di controllo. Un qualcosa bloccava il flusso delle fogne, e pensai a come potevamo sbloccarlo.
«Come possiamo farlo? E poi con questi vestiti?»
Mi guardai avevo una camicia a mezze maniche bianca e pantaloni che arrivavano fino alle ginocchia, non erano certamente abiti da lavoro.
Alec annuì e andò verso quello che sembrava un cassone di ferro.
Lo aprì e prese degli indumenti.
«Questo ti dovrebbe andare.»
E fece il segno di spogliarmi mentre si girava. Rimasi un attimo attonita e mi tolsi la camicia e lui continuava a osservare il monitor.
Notai dallo schermo che aveva gli occhi abbassati. Ero praticamente nuda se non coperta dall’intimo.
Lui era visibilmente imbarazzato dalla situazione. Mi misi quella che sembrava una tuta da meccanico e tossii per chiamare Alec che fece altrettanto. Si spogliò senza tanti fronzoli davanti a me.
Il suo sguardo non era più imbarazzato, adesso quella rossa ero io.
«Avete fatto? Pensa quando starete nel letto. Una vita per togliervi i vestiti!»
Disse Peter sbloccando la nostra piccola tensione. C’era una porta di metallo dietro di noi e Alec mi fece strada.
La strada era illuminata da centinaia di luci, era la prima volta che indagavo sottoterra di giorno e mi sorprese la tecnologia che viveva lì sotto.
Da quarant’anni c’era un mondo ben organizzato telematicamente e nessuno sapeva nulla.
Tranne un gruppo di fanatici, buoni e cattivi, che si combattono per la supremazia di ogni cosa su questo mondo.
Alec aveva con sé una pistola, la sua Sig Sauer rifletteva bene grazie alle luci. Io non avevo la mia Glock che era rimasta a casa.
Esitai un attimo prima che il mio ragazzo si girasse verso di me.
Mi guardò e mi disse.
«Non ti ho detto oggi che sei bellissima…»
Io cercai di sorridere.
«Ragazzi! Non è il momento per le smancerie.» Intervenne Peter, la sua voce era più stridula del solito in quell’ambiente.
Accennai un sorriso, il nostro amico aveva ragione. Non potevo fare altro che dedicarmi alla missione, ci sarebbe stato posto per il piacere.
«Secondo i calcoli che abbiamo in possesso, il corpo del vittima numero cinque è stato ritrovato a trecento passi a nord da qui»
Stavo attenta mentre ascoltavo le informazioni di Alec e insieme a lui, camminammo fino a destinazione.
C’era un odore insopportabile, un odore di morte. Alec mi porse un fazzoletto per coprirmi la bocca e il naso e non inalare più quel tanfo.
«Direi che siamo nel posto giusto!»
Esclamò Alec.
Pensai al mio potere, cosa potevo fare per essere d’aiuto? Quale dono potevo assorbire? Pensai a quello della vista ingrandita, ma non era necessario, Alec aveva un kit che avrebbe fatto impallidire il miglior poliziotto scientifico delle serie televisive.
Guardai Alec e mi venne in mente una delle lezioni di Lucas: non dovevo rendermi utile ma essere una parte della squadra.
Capì quindi cosa dovevo fare. Alec non rilevava nulla di strano, la sua vista non era quella di un esperto CSI.
Era quello che mi serviva: la vista a raggi X.
In poco tempo potevo usare un dono molto raro e potente.
«Spegni le luci Peter, la nostra Liz ha in mente qualcosa!»
Esclamò Alec toccandomi la spalla.
Le luci si spenserò tranne una, Alec indossò la sua visiera notturna ed io attivai la mia vista a raggi X e potei vedere una traccia di sangue nascosta che portava verso sinistra.
«C’è una linea di sangue, seguimi Alec!»
La mia eccitazione era evidente, sapevo di essere sulla strada giusta.
Dopo qualche secondo nel seguire la traccia, Alec si accorse di un qualcosa che ci confermò tutto.
«Il simbolo di Seikilien! Guarda!»
Con il dito indicò il muro a destra. Poco a sinistra c’era un pezzo di quello che sembrava un artiglio, doveva essere sicuramente di Aldhork.
«Guarda! E’ l’artiglio di un mutaforma, la vittima si è difesa. Non poteva fare altrimenti. La sua vita dipendeva da questo!»
Alec prese il frammento e lo posò in una bustina, lo guardai mentre tornavamo indietro, era questo che dovevamo cercare? Un mostro spietato senza scrupoli. Come avremmo fatto a eliminarlo?
«D’accordo. Direi che si può ritornare su, sono le dieci e penso che il tuo dono sia scomparso.»
«Sì. Hai calcolato tutto?»
Alec sorrise con le labbra e si tolse l’auricolare e salutò Peter.
«Adesso vieni qui!»
Mi prese per le braccia e mi adagiò un attimo sul muro della scaletta.
Iniziò a baciarmi, aveva voglia di me e lo sentivo sempre di più ma non potevo farlo qui. Non mi sembrava giusto.
Non sapevo come dirglielo ma non potevo, non potevo resistere a quei baci, a quello sguardo, i suoi occhi erano così glaciali che mi sembrava di morire se smettevo di osservarli.
Trovai il coraggio e l’incantesimo si spezzò.
«Scusa. Non dobbiamo… non qui!»
Sussurrai con una vocina indifesa.
Lui sospirò come se esalasse l’ultimo respiro della passione e mi baciò la fronte.
«Mi stai facendo sudare Miss Connell…»
«La mia seconda volta non sarà in una fogna se non ti dispiace…»
«Un punto per te… Liz.»
Salimmo la scaletta, si sistemammo alla meglio e tornammo di sopra al pianterreno.
Con grande sorpresa mentre correvamo verso la scuola, una voce familiare ci fermò.
«Elizabeth! Sei qui!»
Era Annie che mi fermò per un braccio, era molto preoccupata.
«Ti ho cercata durante la pausa. Dov’eri? E che ci fai con il bidello?»
Alec accennò un sorriso e cercò di accampare una scusa.
«Glielo puoi dire…»
Mi girai verso di lui e feci uno sguardo di disappunto, se avessi detto che lui era il mio ragazzo Annie non avrebbe smesso di farci domande e non potevo permettermelo.
«Sei proprio timida sai! La signorina mi ha aiutato con un problema all’auto, mi ha tamponato e gentilmente mi ha aiutato a sistemare l’auto. Ora direi che è tutto apposto, parlerò io con il preside. Scusate.»
Andò via, mi aveva fregato, lo guardai mentre camminava e mi morsi il labbro.
«Liz. Per un momento ho pensato che ti eri appartata con lui in qualche ripostiglio sporco.»
«Che dici?»
Feci la finta schizzinosa.
«Ti stai perdendo un bel maschio, deve essere proprio uno stallone. Ha gli occhi di uno che ti può spolpare viva a letto.»
La guardai indispettita, la mia amica sapeva essere di uno sfrontato che raggiungeva sempre nuovi limiti.
«D’accordo. Ciao.»
«Non vieni a lezione?»
«Oggi no. Ho da fare a casa. E poi devo portare la macchina dal carrozziere.»
«Sei strana in questi giorni»
Commentò lei appoggiandomi il braccio sulla spalla mentre mi voltavo.
«In che senso?»
«Niente ti vedo diversa, più libera. Stai attenta ok?»
L’abbracciai e corsi verso il parcheggio e Alec era lì che mi aspettava.
La bellezza di quel ragazzo mi annebbiava la mente, lo guardai mentre lo raggiungevo e sorrisi entrando al posto di guida.
«Sei stata al gioco. Un ottimo membro della congrega.»
«Con te non sono un membro della congrega. Sono Elizabeth…»
«Con il suo ragazzo. Ora puoi baciarmi?»
Lo guardai e fintamente indispettita accesi l’auto.
«No.»
Non fui molto socievole durante il nostro ritorno verso la base. Non me la sentivo di parlare.
Ascoltammo un po’ di musica e arrivammo a casa dopo un’ora.
«Potevamo usare il tuo potere…»
«In pieno giorno? E meno male che sei tu il mio supervisore!»
Commentai con un sorriso scherzoso, lui fece una smorfia e aprì il cancello con il telecomando. Erano tutti nello studio di Lucas che stavano discutendo sulla giornata.
Peter e Sarah avevano osservato gli altri due bidelli della scuola ma non destavano nessun sospetto. Erano pressoché innocui.
Lucas è stato al telefono con Matthews per almeno un’ora mentre Jackie ha setacciato gran parte della fogna trasformata in topo.
Entrammo in casa velocemente, potevamo sentire gli altri confabulare tra loro quando aprì la porta dello studio.
Tutti si fermarono e ci salutarono con un mezzo sorriso.
Lucas si avvicinò e mi guardò, era felice di vedermi. Feci una smorfia e gli mostrai l’artiglio.
«E’ il suo, non è così?»
«Sì Elizabeth! Perfetto. Ora possiamo analizzarlo e in meno di tre giorni potremo trovarlo.»
«E nel frattempo?»
Chiesi impaziente mettendomi a braccia conserte.
«Continuiamo la ronda e la missione d’incognito. C’è qualche problema?»
La sua domanda era retorica, era una procedura standard per loro. Avremmo dovuto continuare a fingere di essere quello che non eravamo per un altro po’.
Mi morsi le labbra e mi girai verso Alec che stava parlando con Peter del percorso delle fogne. Sarah mi guardò e avvicinandosi mi abbracciò lentamente.
«Oggi mi sei mancata. Domani tocca a me. Primo giorno di lavoro alla Pacific High.»
«Che cosa devi fare?»
Chiesi mentre lei faceva un’imitazione goffa di un istruttore di ginnastica.
«Ho capito. Mi sei mancata anche tu tesoro!»
La mia amica speciale Sarah, in questo mese mi sono aperta di più con lei che in una vita con Annie.
Ci eravamo trovate e ci capivamo al volo.
Il suo sguardo cambiò quando ebbi in mente qualcosa.
«Ragazzi. Liz ha qualcosa da dire!»
Tutti si girarono verso di me e Jackie si sedette vicino ad Alec.
«Spara!»
M’incitò Peter dandomi una pacca sulla spalla.
«Ho pensato che sarebbe un peccato non poter agire domani stesso.»
«E come facciamo senza la traccia?»
Commentò Jackie sistemandosi i capelli arruffati. Feci cenno di no e continuai:
«E’ un’operazione complessa ma si può fare. Non possiamo rischiare che Aldhork uccida ancora! Jackie tu ed io dovremmo farlo insieme.»
«Cosa?»
Chiese lei guardando Lucas.
«Non credo di seguirti Elizabeth…»
Commentò il mio mentore.
«Io posso assorbire qualsiasi potere. E’ semplice. Posso diventare come Aldhork.»
«Un demone?»
Chiese Peter sbalordito e Sarah gli diede un pugnetto sulla spalla facendolo sobbalzare.
«Un mutaforma. Ragazzi, sveglia!»
Commentò lei sorridendomi e strizzandomi l’occhio.
«E a cosa servirà trasformarti in un mutaforma?»
Mi chiese Alec guardandomi.
«Semplice. Lo attireremo con il mio odore, lui non potrà rifiutare e uscirà allo scoperto per qualche minuto, Jackie starà accanto a me e con i suoi sensi acuti potrà localizzarlo. Il resto lo farete voi, dovete raggiungerlo prima che scompaia. Quando arriveremo noi, dovreste averlo già neutralizzato.»
Jackie annuì e sorrise, uno dei rari momenti in cui mostrava quell’aria dolce che ho sempre visto in lei.
«Ma certo! Che stupidi siamo stati! Potevamo farlo prima!»
Commentò lei guardando Lucas che accennò un sorriso sornione.
Sembrava come se aspettasse la mia risposta, non poteva essere che un altro dei suoi test.
Lo guardai mentre si alzava e lentamente ci fece andare verso le nostre destinazioni.
«E’ deciso allora. Alec ed Elizabeth andate a casa di Dana e riposate per domani, dobbiamo continuare l’operazione d’incognito per qualche ora, intanto Jackie verrà a prenderti domattina e insieme a lei arriverete a scuola. Non fatevi beccare da quella tua amica…»
Si rivolse a me, era incredibile. Come poteva sapere anche questo? Non gliel’aveva detto Alec sicuramente, doveva esserci qualcosa che Lucas non mi diceva, ma lasciai stare.
La missione aveva la priorità sui miei dubbi.
Mi sedetti vicino ad Alec che mi sorrise.
«Ottimo lavoro membro Connell!»
Commentò ironicamente. Lo avrei baciato senza fronzoli se non ci fossero stati tutti gli altri. E siccome non sono mai stata un’esibizionista come la mia amica Annie, tornai a parlare con Lucas che stava sistemando la giornata di Sarah e Peter.
«Sarah e Peter, dovrete monitorare tutto dallo studio della scuola e seguire Alec quando Jackie ed Elizabeth si divideranno da noi ok?»
«E tu cosa farai?»
Chiesi io curiosa.
«Io starò al forte e dirigerò le operazioni con Matthews e gli altri. Dobbiamo evitare le vie di fuga verso le aperture in superficie.»
«I militari non daranno nell’occhio?»
Volevo fare io il test adesso. Ero interessata a vedere fino a dove si sarebbe spinto.
«No, se saranno travestiti da operai della statale! Poi vi raggiungerò una volta che tu e Jackie sarete sul luogo dell’incontro. Sarò con voi ogni passo della missione.»
Questa cosa mi fece sorridere, iniziai a pensare che lui fosse dietro a ogni nostra mossa della missione. Credetti che lui sapesse delle mie capacità ma stava lasciando che le scoprissi da sola. Uscimmo dallo studio tutti insieme e proprio Lucas mi fermò un attimo.
«Ti aspetto in macchina.»
Commentò Alec andando via verso il parcheggio.
«Stai attenta Elizabeth.»
«Sissignore…»
Lui mi prese una mano e mi guardò negli occhi, la sua preoccupazione era legittima.
«E’ il tuo amico che ti parla adesso, non il tuo mentore. Non hai mai affrontato un demone, ne abbiamo solo parlato. E’ una sfida con te stessa. Non farti abbattere!»
Mi abbracciò e in quel caloroso avvolgimento chiusi gli occhi, non avrei deluso le sue aspettative per niente al mondo.
«Non ti preoccupare Lucas. Siamo una squadra e tutti insieme lo prenderemo!»
Lui si staccò da me e mi lasciò andare sorridendomi.
«A domani»
Alzai la mano girandomi e andai via dalla villa mentre Alec mi aspettava al parcheggio.
Entrai e dopo qualche secondo ci ritrovammo a casa di Dana.
Era proprio bello avere un potere del genere. Era notte fonda e lei dormiva, saremmo sgattaiolati di sopra come due gatti randagi.
Non vedevo l’ora di essere tra le sue braccia.
Mi appoggiai al suo petto coperto da una maglietta nera con la scritta di qualche band.
Lo guardai e non parlava
«Che cosa c’è?»
«Stavo pensando a domani. Dobbiamo stare attenti. Specialmente tu.»
«So badare a me stessa. Non ti preoccupare»
Lui scattò un attimo e borbottò:
«Invece sì che mi preoccupo. Sei la mia ragazza!»
«Dillo ancora…»
Sussurrai baciandogli il petto.
«Sei mia. E lo sarai fino alla fine e oltre.»
Mi girai e salì su di lui, tolsi la mia maglietta bianca e rimasi in reggiseno.
Avevo voglia di lui, non resistevo più.
Lui mi prese i fianchi mentre lo baciavo con foga, le nostre lingue ormai erano complici e sapevano come provocarci grande piacere.
A un certo punto sentivo dietro di me una spinta vigorosa, anche lui mi voleva.
Lo strinsi a me e iniziai a muovermi lentamente in quella posizione, di lì a poco e lui sarebbe stato dentro di me.
Continuai così per un po’ mentre ansimavo, avevo bisogno di liberarmi.
Volevo essere sua, non riuscivo più a frenarmi. Lui velocemente mi prese e ora lui stava sopra di me e lentamente iniziò a baciarmi il collo, il petto, lo stomaco.
Arrivò al basso ventre e lentamente mordicchiava il mio interno delle mutandine.
Sussultai un secondo, mi sentivo così eccitata che affondai una mano sui suoi capelli, invitandolo ad andare più giù.
Lui obbedì e mi sfilò gli slip lasciandomi nuda e con un colpo di lingua dovetti mordermi le labbra per non urlare.
Era fantastico sentire la sua lingua affondarsi nel mio piacere. Ero bagnata ed esplosi poco dopo.
Mi agitai e gli addominali si contorcevano. Un orgasmo spaventoso mi rapì mentre affondai la testa nel cuscino.
Era così piacevole ma a un certo punto, il cellulare squillò.
Alec si alzò ed io feci altrettanto. Chi poteva essere a quest’ora se non uno di noi.
Era Annie! Presi il cellulare e risposi.
«Amore?»
Mi chiese lei mentre Alec si risistemava.
«Dimmi…»
«Posso parlarti? E’ successo qualcosa di terribile.»
«Cosa?»
«Hanno ucciso un’altra ragazza… era nostra compagna di classe! Sarah Jackson!»
«Oh mio Dio!»
«L’ho saputo adesso guardando il notiziario. Ho voluto sentirti, ho paura!»
«Non averne. Vedrai, lo troveranno!»
«Come fai a sapere che è uno?»
«Speriamo non sia una setta!»
Commentai salvandomi in angolo.
«Speriamo di no. Scusa se ti ho svegliata.»
«No. Tranquilla non stavo dormendo.»
Guardai Alec e feci una smorfia.
«Ora ti lascio, dormi bene Annie e non ti preoccupare.»
«Ciao tesoro mio.»
«Ciao Annie!»
Chiusi il cellulare e mi rimisi le mutandine e la maglietta. Sbuffai e mandai al diavolo la mia amica.
«Elizabeth.»
«Ha ucciso una ragazza che conoscevo. Dobbiamo fermare quel bastardo!»
«Lo fermeremo. Vieni qui.»
Mi adagiai di nuovo sul suo petto ancora bollente del nostro momento.
La tempesta era solo rimandata.

 
 

 CAPITOLO XIV

A caccia di Aldhork
 
Ci mettemmo d’accordo che avremmo dato la caccia ad Aldhork appena dopo la fine delle lezioni.
Era meglio non dare troppo nell’occhio e poi Annie stava facendo troppe domande.
Suonò l’ultima campanella della giornata e spedita decisi di uscire verso la zona del ripostiglio dove avrei trovato Alec e Jackie.
Corsi via evitando il contatto visivo con Annie che camminava verso la fermata.
Sospirai mentre aprì la porta del ripostiglio e Alec era da solo.
Lui mi baciò velocemente mentre gli chiedevo dove fosse Jackie.
Un topo mi passò vicino e Alec mi fece segno.
Jackie era già pronta.
«Che bel topolino…»
Commentai vedendola squittire.
«Sei pronta?»
Chiese Alec prendendomi per un braccio.
«Stai tranquillo. E’ ora di finirla!»
Ero sicura di me stessa e non mi sarei arresa per nulla al mondo.
Quel mostro doveva morire.
Alec chiamò Lucas che via radio stava dirigendo le operazioni d’infiltrazione dei militari.
Alec aprì la porta e la nostra missione iniziò.
Camminammo per qualche secondo ed io decisi di usare il mio potere.
Assorbii lo stesso dono di Aldhork, ora potevo diventare chi volessi e il mio odore avrebbe attirato a me l’assassino.
Il mio aspetto non era cambiato, ero la stessa Elizabeth.
Anche se potevo sentire un formicolio alla schiena.
«Come ti senti?»
Chiese Alec guardandomi molto attento.
Annuì, stavo bene. Almeno pensavo.
«Deve essere strano diventare qualcun altro…» commentò lui mentre mi stava affianco.
«Devo dire di no. Non è una bella sensazione, malgrado tutto preferisco essere me stessa!»
Lui fece una piccola smorfia e mi guardai intorno, l’aria era strana.
Io e Aldhork avevamo lo stesso odore.
Un odore di rettile.
Mi sistemai i capelli e presi la mia Glock riponendola dietro alla schiena.
Eravamo pronti per lanciare l’esca.
Jackie iniziò a squittire e corse via velocemente, aveva trovato la prima traccia del mutaforma nemico.
Iniziammo a correre dietro di lei e in poco tempo, sentimmo dei passi a poco più di cento metri. Potevo sentire il suo respiro da lontano, stava ansimando.
«Sta correndo! Si è accorto di noi!»
Gridò Alec correndo a velocità supersonica.
Jackie cambiò forma e si trasformò in lupo.
Mentre io mi affannavo a seguire i due respiravo forte e sentivo i miei battiti del cuore aumentare. Era una sensazione che non avevo mai provato. Ero a caccia per la prima volta.
Il cellulare suonò, era Lucas che voleva sapere qualche novità.
«Lucas! Sto correndo dietro a Jackie e Alec. L’abbiamo trovato. Sta venendo verso di voi!»
«Ottimo. Forza raggiungili. Stai attenta, Aldhork è molto forte. Ricordati gli insegnamenti in Brasile. Ce la farai sicuramente!»
Chiusi il cellulare e dopo un mezzo chilometro di corsa, trovai Jackie.
Il lupo grigio era in ricognizione e stava proteggendo la zona per chiudere la strada al mostro. Pensai che fosse un’ottima idea e allora proseguì.
In quell’istante mi sentii buttare a terra, era Alec che mi protesse contro la prima artigliata di Aldhork.
Lo guardai, era orripilante.
Aveva i capelli e il volto umano ma le orecchie erano appunta di un colore scuro, aveva perso la sua forma umana dopo il passaggio oscuro.
Era vestito con una tunica nera e le sue mani erano grandi e non aveva le unghie.
Al posto di esse c’erano delle lame appuntite e letali. Così uccideva le persone, per qualche minuto diventava qualcun altro e poi attirava la vittima per ucciderla senza pietà.
Un mostro in piena regola.
Pensai agli insegnamenti che mi diede Lucas, nessun libro poteva descrivere meglio della realtà la nefandezza di Aldhork.
«Eccoci qui! E questa è la nuova ragazza!»
Commentò lui con una voce sibillina, proprio come un serpente.
«Sta zitto mostro!»
Gridò Alec. Pensai che i due erano stati amici, Ben aveva perso tutto ed è finito nelle mani dei cavalieri neri.
Alec non aveva finito la frase che Jackie saltò addosso ad Aldhork per sbranarlo e ucciderlo.
Il mostro era agile e sapeva muoversi bene, schivò il colpo e in tutta risposta sferrò un calcio sulla schiena dell’animale.
Jackie cadde a due metri di distanza, si rialzò subito, pronta a ripartire.
Ora toccava a noi. Dovevamo temporeggiare e aspettare Lucas e gli altri.
Iniziammo a combattere con Aldhork, era veramente forte e altamente preparato.
Dopo vari colpi parati ci fermammo un attimo per respirare.
«Cosa credete. Seikilien ci addestra ogni giorno, senza quelle restrizioni da falliti che avete voi!»
«Zitto bastardo!»
Alec era proprio fuori di sé e con un calcio fece cadere Aldhork a terra.
Alec si avventò su di lui e non ebbi neanche tempo di avvicinarmi che il mostro lo aveva ributtato all’indietro. Una mossa di Jiu Jitsu perfetta.
Era vero, Seikilien preparava i suoi servi per un qualcosa che non riuscivo a capire.
Cosa c’è di diverso che conquistare il mondo, non pensai molto a tutto il resto quando Alec si rialzò e Aldhork cercò di colpirmi con i suoi artigli. Alec lo prese da dietro e con un’abile mossa lo fece cadere con forza.
Il mostro rise di gusto, era beffardo e provocatore, non aveva per niente paura di noi.
«Ahahahha ho capito adesso…E’ la tua ragazza! Ci tieni. Morirà. Prima però la farò passare da veri uomini. Poi ti ucciderò. Come la vedi, amico?»
«Tu sei solo un mostro. Non sei mio amico.»
«Come no. Sono Ben. Sono io.»
«Ben Scotts è morto. Tu sei solo il demone che usa il suo corpo. Lo libererò da tutto questo schifo. Fatti sotto stronzo!»
I due iniziarono a darsele per davvero, non avevo mai visto Alec così aggressivo.
Devo dire che mi fece un po’ paura.
Jackie si era ripresa, andai da lei e la accarezzai un attimo.
Il lupo abbassò la testa e saltò sopra la schiena di Aldhork che urlò.
Non era un urlo di dolore, era più per la sorpresa. Pensava di aver neutralizzato Jackie.
L’animale non mollava la presa e continuava a mordere la nuca del mostro.
Con un colpo di reni, però lui prese una zampa e la morse a sua volta.
Jackie emise un guaito di dolore, era appena stata ferita.
Corsi verso il lupo che cadde a terra e lo presi tra le braccia mentre Alec continuava il suo scontro a mani nude con il mostro.
Adagiai Jackie sul terreno e iniziai ad andare incontro ad Alec e Aldhork.
Il mostro stava tenendo il mio ragazzo addosso al muro e stava per morderlo.
Lo colpì sulla schiena con un calcio laterale, una mossa che Sarah mi aveva insegnato bene.
Il mostro lasciò Alec che si liberò.
«D’accordo. Adesso mi hai stancato. Muori!»
Disse Aldhork mentre cercava di sferrarmi un pugno al volto.
Schivai facilmente il colpo e parai il successivo.
Feci così per tutto il resto dei colpi.
Prevedevo ogni sua mossa, era questo il mio nuovo potere appena acquisito.
«Forza! Prova a colpirmi!»
Lo provocai, sapevo di non potere essere toccata, lui cercò di afferrarmi e lo lasciai fare.
Alec era in apprensione ma io con un sorriso lo presi per i fianchi e con la gamba destra feci uno sgambetto perfetto.
Un’ottima mossa di Judo che avevo imparato dalla mia amica Sarah.
Il mostro cadde ed io salì sopra di lui e in poco tempo l’avevo bloccato.
«Cosa credi di fare?»
Urlò il mostro. Potevo sentire il suo fiato corto e ansimante riscaldarmi il viso.
Era nelle mie mani, Alec corse e gli afferrò le gambe.
L’avevamo bloccato e finalmente eravamo in vantaggio su di lui.
«Maledetta troia! Liberami subito. Se lo farai ti violenteranno solo dieci persone. Sei ancora in tempo! Brutta cagna!»
«Sta zitto bastardo!»
Gridai con foga mentre gli stringevo il collo con il massimo delle forze.
In quell’istante arrivarono Lucas e gli altri.
«L’avete bloccato?»
Chiese il mio mentore avvicinandosi a noi.
«Pensate a Jackie, è ferita!»
«Brava piccola!»
Mormorò Sarah strizzandomi l’occhio.
«Ecco un’altra puttana!» gracchiò il mostro.
Peter non ci vide e con violenza calciò sullo stomaco il mostro.
Fu un errore, Alec mollò la presa per il colpo e Aldhork, con un colpo di reni, ribaltò la situazione e si liberò di me.
Ora era lui sopra di me, potevo sentire il suo fetore su di me.
«Adesso mi diverto, ricordati che sarò io il primo! Poi tutti gli altri. Ti uscirà sangue da tutti i buchi!»
Alec lo prese da dietro urlando.
Non capivano che le sue erano provocazioni, i mutaforma sono come le iene.
Da soli non valgono nulla, bisognava solo trovare il modo di ucciderlo con qualcosa di tagliente.
Peter mi prese e disse:
«Andranno avanti così all’infinito. Dobbiamo
fare qualcosa!»
«Dammi uno dei tuoi coltelli!»
«Che ci devi fare?»
«Dammelo!»
Mi porse un coltello affilatissimo, dovetti fare attenzione a non tagliarmi mentre lo afferravo.
Gridai verso Alec:
«Vieni qui! Hai detto che saresti stato il primo? Provaci brutto schifoso!»
Incitai il mostro a seguirmi, lo provocai come aveva fatto lui fino ad ora.
Corsi via verso destra ed egli mi aveva quasi raggiunto.
Alec aveva capito cosa avevo in mente e quando lanciai il coltello in aria lui corse come un fulmine verso di noi e prese la lama al volo.
Trafisse Aldhork in un attimo e lo perforò da parte a parte.
Il mostro urlò e le sue sembianze erano di nuovo umane adesso.
Ben Scotts era finalmente in pace. Il mostro non lo imprigionava più.
«State lontani!»
Gridò Lucas da lontano. Non era finita. Le sembianze di Ben scomparvero velocemente.
Il demone che era in lui apparve di fronte a noi.
Aveva la pelle verdastra e gli occhi senza pupille completamente neri.
Le orecchie erano come quelle di un pitbull e i denti e le unghie erano affilate come rasoi.
Anche la muscolatura era cambiata, ora il mostro era alto almeno due metri.
Indietreggiammo e guardai Lucas che da una borsa prese delle armi.
«Le armi naturali non fanno nulla!»
Commentò Lucas mentre ci dava delle spade con uno stemma molto familiare, era quello che mi era apparso sul braccio.
Le spade che Lucas ci aveva fornito erano celestiali ed emettevano una luce radiosa.
Erano le spade della congrega, con queste potevamo distruggere qualsiasi demone.
Il mostro emise dei suoni spaventosi mentre si spostò verso sinistra.
Tutti eravamo armati quando il demone scomparve sotto un alone di fumo nero.
Il mostro era nei paraggi, voleva solo colpirci uno per volta.
Alec corse verso di me e tutti insieme ci unimmo in una sorta di cerchio.
Così se il mostro fosse riapparso gli altri lo avrebbero colpito.
«Dov’è finito?»
Chiese Jackie che aveva la sua forma umana, nel frattempo si era anche rivestita.
Pensai a come avesse fatto, in certi momenti pensavo a delle cose ridicole.
«Non allontaniamoci! Vuole spezzare la nostra superiorità. Non fatevi ingannare!» Gridò Lucas mentre i sibili del demone erano echeggianti e il suo fetore sembrava vicino, anche se non lo potevamo vedere, la luce del giorno si era oscurata, il mostro sapeva il fatto suo.
In una mano avevo la spada e nell’altra stringevo quella di Alec.
Il cuore batteva forte ma con lui mi sentivo forte e sapevo di poter affrontare qualsiasi sfida.
La voce del demone si fece sentire, era molto bassa e agghiacciante.
«Poveri idioti. Non potete uccidermi. Sono 500 anni che sterminò idioti come voi. Mi ricordo ancora quando ad Auschwitz i nazisti mi lasciavano mangiare quegli ebrei sporchi ma saporiti. Sapete quei bambini a Chernobyl? Sanno di rosmarino abbrustolito. Ho divorato continenti per secoli e voi pezzenti non riuscirete a sconfiggermi!»
«Fatti vedere! Sei solo un vigliacco!»
Gridò Alec mentre si girava intorno per vedere se riuscisse a localizzarlo.
«Alec Stone… tua madre dev’essere fiera di te. Una povera dottoressa. Suo figlio è un menomato e non c’è rimedio per lui. Credo che mi divertirò a smembrarti ogni organo con piacere.  Dopo avere strappato il clitoride della tua ragazza e di quelle altre due troie!»
Peter non cascò nella trappola e sospirò forte per non reagire.
«Oh! Guardate. Come stringe la mano di Sarah Crousy! Sei proprio un amore. Peccato che non te la darà mai. Sei solo un poveraccio. Vai dietro a una che lo prenderebbe dal primo stallone con un bastone vero. Perché sei pure poco dotato, e lei non ti sopporta!»
Le sue erano provocazioni blasfeme e sporche.
Lucas ruppe il cerchio e si girò verso di lui.
«Adesso basta Aldhork. E’ ora di morire!»
Alzò la spada in alto che s’illuminò e in un attimo il demone apparve dietro di lui.
«Mossa sbagliata!»
Aldhork afferrò Lucas e lo alzò a mezz’aria.
Il mio mentore era in balia di un mostro spietato e senza nessuno scrupolo.

 
 

 CAPITOLO XV

Luce e tenebre
 
Corsi verso i due e Lucas mi guardò, non sapevo che fare e allora mi venne in mente uno dei primi insegnamenti.
Lucas mi disse che per uccidere un demone, avrei dovuto tagliarli la testa oppure accecarlo con una luce celestiale.
Quella luce avrebbe bloccato il mostro.
Pensai al potere che potevo emanare e dalle mani potevo sentire una forza mistica.
«Brutto schifoso! Lascialo!»
Gridai mentre dalle mani uscivano delle capsule trasparenti.
«Aldhork, la vedi quella ragazza? Lei è il nostro asso nella manica. Sconfiggerà il tuo Seikilien e tutto il consiglio nero!»
Mormorò Lucas mentre il mostro lo teneva sulle spalle.
Le capsule esplosero e il mostro urlò, una luce potentissima invase la stanza dove ci trovavamo.
Aldhork aveva le convulsioni, tremava come se ipnotizzato da qualcosa, qualcosa di ultraterreno.
«La luce viene dagli angeli. Per i demoni è come acido muriatico! Finiscilo Elizabeth!»
M’incitò Alec da dietro ed io sorrisi.
Lucas era caduto a terra, il mostro aveva mollato la presa e allora guardai il mio mentore.
«Insieme!»
Lo presi per mano e con le nostre spade perforammo il mostro che cadde in ginocchio.
Lucas lo teneva per un braccio ed io tagliai la sua testa che era piena di pustole, corrosa dalla luce celestiale. Il mostro cadde e la luce scomparve. Aldhork, assassino cinquecentenario e portatore di morte, era morto.
Mi girai verso Alec che mi sorrise lievemente, da dietro Sarah mi abbracciò forte e Jackie sorrideva come non l’avevo mai vista fare.
Peter aiutò Lucas a camminare verso di me e quando Sarah mi lasciò corsi da Alec.
Lo baciai con foga, avevo voglia di sentire il suo calore. Avevo voglia di essere amata.
Lo baciai senza paura e di fronte a tutti.
Gli altri rimasero in un silenzio solenne e dopo qualche secondo Peter esordì:
«Che c’è per cena stasera?»
Peter sapeva farci ridere in ogni situazione, guardai Lucas che senza parlarmi annuiva, era proprio fiero di me.
Stringevo Lucas appoggiata al suo petto quando sentì un tremolio venire dal cadavere di Aldhork. Pensai fosse la decomposizione demoniaca del mostro ma era la testa a muoversi.
Era come se prendesse vita.
La testa del demone emise una luce rossa, sembrava che l’energia prendesse forma dentro di lui.
«State attenti!»
Esclamò Lucas brandendo la spada di fronte a noi.
«Sono solo io… Seikilien signore del clan oscuro. Complimenti! Sei stata speciale cara Elizabeth!»
La voce era diversa, era invitante e carismatica. Lucas me ne aveva parlato.
Seikilien entrava negli incubi delle persone che perseguitava senza pudore e pietà.
La cosa che le vittime si ricordavano dopo aver ucciso innocenti era la sua voce calda e particolarmente sensuale. Lo restammo ad ascoltare. Non potevamo fare altrimenti.
«Cosa vuoi maledetto?»
Chiese Lucas indispettito, il capo clan poteva entrare nei suoi demoni e comunicare con loro o con gli altri possedendo il loro corpo.
Era una cosa ancora più terrificante del possedere innocenti, poteva essere devastante.
«Ancora combattiamo dalla parte sbagliata caro Lucas? Mi dispiace introdurmi così, in questa forma…sporca. Piacere Elizabeth, sono io. Tu lo sai chi sono?»
«Un mostro senza pietà come quello che abbiamo ucciso poco fa!»
«Non proprio carissima. Io sono te. Sono le tue paure, i tuoi timori più profondi, lo sai che ho ragione. Dopotutto cosa credi che quegli incubi siano stati un caso? Sei ancora in tempo. Potrai regnare insieme al clan e grazie alla tua dote potrai fare qualsiasi cosa. Diventerai la regina perfetta del nostro signore e imperatore. Non sarebbe perfetto? Il tuo nome è reale, la regina Elizabeth degli inferi. Suona anche bene!»
La sua voce era stranamente umana, familiare e carismatica. Sapevo che stava facendo, voleva farmi cedere. Era lui che mi faceva fare quegli incubi prima della manifestazione del marchio. Guardai e immaginai il suo volto. Poteva essere strano ma me lo immaginavo giovane, alto e con i capelli lunghi. Un’impressione comune.
«Non credi di essere arrivato tardi diavolo?»
Disse Alec stringendomi la mano.
«Tardi? C’è una soluzione per tutti i problemi. La mia sarebbe vedere il vostro capo, inchiodato e ucciso di nuovo. La vostra il mio. Elizabeth è perfetta per la nostra causa. Pensi davvero che il suo potere non sia deleterio per lei? Vedrai molto presto gli effetti collaterali. Potrebbe anche ucciderti mentre lo state facendo. Stai attento a dove mette le mani caro amico mio!»
«Non sei mio amico verme!»
«Non lo sono? Eppure a volte ci pensi… che cosa potrei fare con il mio dono, potrei svaligiare banche, entrare e uscire da ogni posto senza essere riconosciuto, diventeresti ricco e temuto. Invece sei relegato a ruolo di gregario del tuo caro mentore, il sempre fedele al tizio inchiodato. Vi do una dritta, l’abbiamo ucciso una volta e lo rifaremmo ancora. Non ci fa paura!»
«Sei solo un vigliacco!»
Esclamò Sarah mentre Peter la teneva ferma, stavano parlando di Gesù.
Quel maledetto era già presente durante la crocifissione, ha partecipato alla sua morte.
«Quindi, cara Elizabeth, non ti dico di farlo adesso ma un giorno ucciderai tutti i membri della congrega. Il tuo amichetto con i coltelli, la judoka, quella che si trasforma in animali ma non ama nessuno, il tuo mentore e infine il tuo fidanzato. Sì, quello che ti fa venire i brividi ma un giorno non lo vorrai più. Una volta provata una macchina vecchia, sarà sempre vecchia. Fidati di me…»
«Hai finito?»
Dissi alla testa animata.
«Credi veramente che possa cadere in questa trappola pietosa? Oh sei entrato nei miei incubi? Che paura! E’ tutto qui quello che sai fare? Cercare di convincermi a diventare un demone come te o quest’altro pezzo di merda? Credi davvero che possa lasciare una famiglia che ho appena trovato? Per chi? L’oscurità? Sei proprio un fallito!»
«Non ho detto che ti convincerò…sarai tu a capire. Fidati…»
«Fidarmi di te? Un assassino? Non cercare di comprarmi con questa “Simpathy For The Devil” manfrina… lo so cosa sei!»
«Ah sì? E sentiamo…»
«Sei solo un mostro che si aggira nel mondo, mi fai pena perché non sai cos’è l’amore. Mi fa pena anche il tuo signore. Un altro fallito. E adesso sparisci!»
«Come preferisci. La prossima volta che ci vedremo sarà in un ambiente più appropriato. Fino a quel momento…»
La testa del demone esplose in una chiazza di sangue nero. Ci scansammo per non prendere quel veleno.
«Che ne dite se andiamo di sopra?»
Commentò Peter.
Alec annuì e prendendomi per mano andammo avanti.
«Missione compiuta. Ottimo lavoro Elizabeth!»
Commentò il mio supervisore sottovoce.
«Aspetto la mia ricompensa adesso…»
«D’accordo. Una cioccolata andrà benissimo!»
Ridemmo mentre scherzavamo tra di noi salendo verso le scale del quartiere generale della villa.
Lucas era silenzioso e non parlava molto, avrei dovuto farlo io più tardi, stavo troppo bene tra le braccia del mio ragazzo mentre scherzavo con gli altri.
Io e lui andammo nella sua stanza e mentre mi staccavo dal mio ragazzo, lo guardavo con grande eccitazione.
«Ho voglia di finire il discorso dell’altra sera…»
Mi sussurrò lui mordicchiandomi l’orecchio.
Io chiusi gli occhi, lo tenni per i fianchi ma una telefonata c’interruppe.
Lucas voleva vedermi.
«Ancora…quando potremo stare da soli e fare l’amore?»
Commentò Alec sbuffando.
«Quando sarà il momento giusto amore mio…»
Lo baciai con passione, la mia lingua ormai conosceva tutti gli spazi da percorrere e sapeva provocarmi piaceri immensi.
Corsi via e uscì dalla stanza ridendo come una bambina, stare con lui mi rendeva felice.
Scesi le scale e andai nell’ufficio del mio mentore. Lui era girato verso un quadro alquanto strano, non l’avevo mai notato prima.
«Siediti pure Elizabeth.»
La sedia era molto comoda sprofondai la schiena, mi rilassai un attimo.
Quando Lucas si girò verso di me, aveva il volto triste.
«Che c’è Lucas? Qualcosa di tormenta. Dimmelo!»
Mi guardò e sospirando mi rivelò:
«D’accordo. Ho visto i tuoi genitori morire. Non potei fare nulla per salvarli. Tua madre era mia amica. Cercai di curarla ma il sangue nero di Seikilien è mortale per chiunque. Ti ho presa in braccia che eri poco più di un neonato. Ti ho portato da Dana Lilliard sedici anni fa e oggi sei qui. Sapevo che sarei tornato a riprenderti. Speravo di non farlo. Non volevo farti entrare in questo mondo, poi hai iniziato a manifestare i tuoi poteri e non potevo farti cadere nell’oblio oscuro.»
Non so perché ma le lacrime mi scesero lentamente. I miei genitori uccisi in quel modo barbaro e violento, Lucas che era molto legato a loro e la sua protezione nei miei confronti.
«Grazie Lucas. Mi hai fatto conoscere un mondo pericoloso ma per la prima volta mi sento viva. Ti voglio bene.»
Lucas era vicino al quadro girato di spalle, mi alzai e lo strinsi a me.
Lui sospirò e girandosi mi asciugò le lacrime.
«Ti proteggerò fino alla morte e oltre Madame Connell. Sempre e ovunque.»
Lui mi tenne il viso tra le mani e poi mi baciò la fronte. Sorrisi solennemente mentre lui mi teneva stretta a sé.
«Anche se il tuo sentirti viva, non lo devi a me sicuramente… Anche lui è molto felice. Sono contento per entrambi. Meritate tanta felicità.»
Sorrisi di gusto, avevamo chiarito tutte le nostre perplessità e ora eravamo più sereni.
La missione si era conclusa e il mostro era morto. Seikilien avrebbe provato altro per distruggerci ma non quella notte.
Non pensammo a lui e tutta la guerra tra luce e oscurità.
Ridemmo e scherzammo davanti a un film comico e poi andammo a dormire.
 
Sono passati dieci giorni dalla morte di Aldhork, la sera era speciale per molti versi.
Stavamo guardando una partita di baseball, eravamo partecipi di una cosa straordinaria.
Un no-hitter da parte del lanciatore più forte della squadra, Clayton Kershaw.
L’estate ormai era nel mezzo della sua potenza e faceva molto caldo.
Eravamo tutti seduti sul divano, tutti sdraiati e rinfrescati dal refrigeratore automatico.
Io avevo i pantaloncini e la maglietta nera di Alec e stavo appollaiata di fronte a lui.
Giusto l’altro giorno avevamo sgominato un covo di bestie oscure che stavano facendo un rito sulla spiaggia di Malibu.
Ne avevamo approfittato per fare un bel bagno mentre io e Alec potevamo farci qualche coccola al tramonto.
Ora stavamo assistendo all’ultimo inning di Kershaw. Peter e Sarah erano in fibrillazione e quando la voce di Vin Scully, storico commentatore della nostra squadra preferita, disse:
«Ce l’ha fatta. Clayton Kershaw ha realizzato il suo primo no-hitter, un career high, 15 strikeout…»
Tutti ci alzammo e gridammo di gioia, nel baseball è uno dei traguardi più importanti.
Saltavamo, io e Sarah facevamo cori da stadio mentre Peter e gli altri brindavano con un po’ di birra.
«Non vedo l’ora che inizi la stagione di Football!»
Commentò Peter mentre Lucas non stava con noi, avevano suonato al campanello.
«Vado io ragazzi.»
Disse Lucas ma non lo avevamo neanche sentito, il chiasso era troppo forte.
Il mio mentore aprì la porta e rimase bloccato quando vide chi aveva di fronte.
Iniziò a balbettare e le lacrime uscirono copiose quando l’uomo di fronte a lui, lo prese tra le sue braccia.
«Lucas.»
Una voce di donna era dietro all’uomo, erano vestiti con abiti lunghi ma moderni. Lui aveva i capelli lunghi castani sul rosso e gli occhi intensi. Mentre la donna aveva i capelli rossi e gli occhi nocciola, un velo le copriva la testa.
Il suo sorriso fece calmare Lucas, si trovava di fronte a una visione o un sogno? Pensava il mio mentore.
«E’ tutto vero. Non siamo una visione caro Lucas. Sono io. Sono Yeshua.»
Lui cadde in ginocchio e si mise vicino ai piedi di Yeshua e la donna, Maria Maddalena lo fece alzare.
«Siamo qui per un fatto importante. Dobbiamo parlare con voi.»
Lucas si alzò e si asciugò le lacrime tirando su il naso un secondo.
«Con noi? Elizabeth… credete anche voi che?»
«Sì amico mio. E’ una di noi. I Connell erano una famiglia numerosa, un tempo avevano un altro nome, vivevano a Betania, era la famiglia di Maria.»
Lucas annuì e si girò verso la porta.
«Volete entrare? Siete sicuri?»
«Se ci inviti.» disse Maria con un sorriso.
La bellezza della donna era inarrivabile, lo sguardo di Lucas si perse negli occhi mistici e divini di Maria.
«Non ti posso portare mai in giro che ti guardano sempre così…»
Commentò scherzosamente Yeshua
«Sei il solito geloso. Entriamo!»
Strinse il suo braccio con quello di Yeshua, un gesto solenne e perduto.
Gli abiti erano moderni ma lo spirito era antico. Entrarono e noi stavamo ancora facendo baldoria come ogni ragazzo normale.
«E’ uno sport bellissimo. Adoro il baseball.» disse Yeshua mentre camminava verso di noi.
«Anche noi. Maestro!»
Disse Lucas mentre cercava di farci smettere.
Spense il televisore e tutti ci lamentammo con un gran baccano.
«Ciao ragazzi.»
Ci fermammo in silenzio, non avevamo riconosciuto il fautore di ogni cosa.
«Lo so non mi conoscete. E’ normale. Lo fanno in molti oggigiorno.»
Peter lo fece per primo, si girò verso di noi.
«E’ lui. Oh mio Dio!»
Lui e Maria sorrisero mentre si avvicinavano verso il divano.
«Ebbene sì. Ciao Peter. Ci siamo già incontrati solo che tu non ti ricordi.»
Lui era impietrito davanti a Yeshua.
«Ero un mendicante, ti ho venduto un coltello con un rubino rosso, ti serviva per svaligiare la banca. Sapevo a cosa andavi incontro. Diciamo che ho forzato un po’ la mano ed eccoti qui.»
«Ho ancora il rubino»
«Lo so.»
Andò da Sarah e la guardò.
«Mia moglie mi ha parlato molto di te. Anche lei è un’appassionata di Judo. La tua insegnante te la ricordi?»
«Certo, la signora Marstowe.»
Maria prese le mani della ragazza.
«Ti raccomandò a Lucas, aveva capito che eri speciale. La signora Marstowe ero io.»
«Cosa? Non ci credo!»
Maria la strinse forte e Sarah pianse come non avevo mai visto.
Jackie guardò Yeshua ed era insospettita.
«Chi dice che tu sia veramente Yeshua? Dacci qualche prova.»
«L’erede di Tommaso è degna del suo nome.»
Commentò Yeshua con sua moglie.
«Ebbene. Hai ragione. Vieni qui e osserva attentamente.»
Non so cosa vide, non lo disse mai. Sapevo solo che il suo pianto era insostenibile.
«Ora sai tutto.»
«Alec, Elizabeth. Che piacere incontrarvi! Siete proprio innamorati. Proprio come me e Maria.»
Guardai quell’uomo, mi era stranamente familiare. Mi ricordai lentamente di qualcosa che avevo dimenticato.
Una sera piangevo come una stupida per la fine della mia storia con il mio ex.
Mi addormentai e sognai di camminare in un prato e un uomo con una veste bianca e lucente mi chiamava.
Mi svegliai e lui era lì. Le sua mani avevano ancora i buchi dei chiodi, mi guardò dolcemente e mi risvegliai. Era un altro sogno. Almeno così credevo quella sera.
«Alec sei un cavaliere speciale. Spero tu sarai pronto per quello che deve venire.»
Lui annuì mentre lo guardavo senza proferire parola.
«Sì. Ero lì con te quella sera. Non ti preoccupare. Ora sei qui.»
«Perché?»
«Perché il tuo interesse per l’esoterismo viene da lontano, ne parleremo meglio dopo. Ora vieni qui e abbracciami»
Mi strinse a lui, il suo calore mi avvolgeva e potevo sentire di avere un legame con lui.
Quel legame mi strinse da dietro, era Maria che non poteva fare altro che piangere.
«Ti ho ritrovata. Dolce tesoro mio.»
Un fulmine mi colpì. Quella frase me la ricordai subito, era quello della mia balia.
Mi faceva addormentare, avevo tre anni.
Mi staccai da loro e li guardai con dolcezza. Mi sembrava di conoscerli da sempre.
«Cosa ti aspettavi? Tuniche bianche? Siamo nel terzo millennio. Ci siamo aggiornati. Venite qui. Dobbiamo parlarvi. Seikilien e i cavalieri neri hanno scoperto un modo per cambiare le sorti della storia.»
«Che cosa?»
Mormorai stringendomi ad Alec.
«Seikilien non è il vero problema. Lui fa parte di un gruppo oscuro, il capo è Lucifero. Stanno preparandosi per l’Armageddon!»
Le parole di Yeshua ci bloccarono, la missione era finita ma la guerra stava per incominciare.
 
 
FINE

 
 
   
 
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