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Autore: Moonfire2394    15/07/2021    0 recensioni
La vita di Nera Lancaster, prima orfana e poi reietta Intrasmutabile priva di abilità alchemiche, è letteralmente un inferno. Costretta ai lavori forzati sotto il sole cocente delle caldissime Pianure Calanti, da anni raccoglie l’Aureas necessaria ad alimentare la magia alchemica dei signorotti della lontana città di Myndrias, capitale cosmopolita dell’Alchimia. Ma la torrida monotonia dei suoi giorni alla colonia sta per finire. Una delle tre maggiori divinità che regola il loro microcosmo, la Volpe a tre code, l’ha inspiegabilmente scelta come sua paladina per scongiurare la rinascita di Ouroboros e quindi ritardare l’avvento dell’apocalisse che divorerà il suo mondo nonostante lei sia apparentemente priva di poteri. Il tortuoso percorso da eroina minato dal suo turbolento e oscuro passato porterà alla luce capacità a lei sconosciute, a frequentare una scuola di alchimisti, a nuove amicizie e rivali, a combattere creature misteriose e rimanere invischiata in una antica faida fra le due famiglie reali più importanti della capitale, in un’avventura che cambierà nel profondo l’essenza stessa della sua esistenza.
Genere: Avventura, Fantasy, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Alchemia

Prefazione - Capitolo 1: La volpe a tre code

Avanzavo nell’oscurità lasciando che la forza di quella possessione muovesse le mie gambe, sicure come se fossero dotate di una memoria muscolare che permetteva loro di procedere indenni attraverso quel sentiero di alberi rugosi e ritorti come le dita nodose di un anziano.
Non avevo paura.
A dire il vero, non riuscivo a ricordare perché avrei dovuto averne.
Dovevo trovarlo…ma cosa? É possibile andare alla ricerca di qualcosa che ancora non conosci?
Le foglie dei rami che spostavo per liberare il passaggio mi solleticavano la pelle, il mio alito caldo le faceva tremolare e si condensava in volute lattescenti in quella arida notte bagnata dalla tiepida luce argentea della luna. Avrei dovuto essere confusa e invece la mia mente era limpidissima e imperturbabile acqua di sorgente. Forse era quella folle lucidità a mettermi i brividi piuttosto che i sinistri cigolii soffocati provenienti dagli anfratti più insospettabili di quella boscaglia labirintica di ficus colossali dalla folta chioma. Qualcosa era strisciato languidamente nella mia testa cercando di preservare dal tumulto dei miei pensieri caotici quell’intrinseca volontà di correre in quella direzione, ravvivandola ad ogni tentativo di riprendere il controllo dei miei sensi. Avrei tanto voluto scovare la fonte di quella lieve brezza che mi aveva scostato i ciuffi appiccaticci dalla nuca sudata, studiare più attentamente il fruscio tagliente di quel battito d’ali per identificare il tipo di volatile notturno che l’aveva provocato, ma i muscoli del collo erano come fossilizzati nell’unica possibile posizione che calamitava il mio sguardo nel buio divorante che mi avvolgeva.
Stavo correndo ancora più veloce, dimentica della caviglie doloranti o dei tagli sulla mia pelle che a contatto con la frigidità della notte si facevano più brucianti. Più la destinazione si faceva vicina, più l’urgenza si faceva più incombente e imperativa, nemmeno quegli echi urlanti potevano strapparmi dal mio obiettivo. Ed io lo sentivo che era vicino da come il sangue ruggente che scorreva nelle mie vene infiammate si ribellava ai ritmi frenetici e assordanti dei battiti del mio cuore. Il passaggio diveniva sempre più tortuoso e stretto, ma le mie unghie graffiavano la pietra scistosa e aguzza delle rocce e sotto la morsa sovraumana delle mie dita i rami si spezzavano come fragili steli d’erba e affondavano nella corteccia bitorzoluta delle querce come se nessun ostacolo fisico potesse impedirmi di proseguire. Una volta liberata da quella giungla ingarbugliata di rami, ansante e lustra di sudore, mi avvicinai alla polla argentea che il fascio di luce lunare proiettava nella radura apparentemente deserta che si apriva davanti a me. Qualcosa di denso e viscoso scivolava oziosamente dalle mie dita, ma una volta penetrata la barriera del cerchio luminoso quasi me ne dimenticai. Le braccia si tesero in avanti contro la mia volontà come se bramassero il conforto della persona amata e fu allora che mi accorsi di avere le unghia spezzate e insanguinate. I miei passi da affrettati divennero prudenti, posati, le ginocchia si piegarono lievemente come se dovessero improvvisare una riverenza. La stanchezza di quella corsa trafelata doveva essersi impadronita delle mie membra poiché non avevo alcuna intenzione di prostrami, non davanti a lui che era un mio eguale. Mi sorpresi di aver formulato quel pensiero, che cosa voleva dire? Le gambe continuarono a sfuggire al mio controllo e le mani mi formicolavano al punto di farmi impazzire dalla voglia di toccarlo.
Inclinai la testa all’indietro per avere una panoramica più completa delle titaniche proporzioni dell’oggetto del mio più viscerale desiderio. La sua superficie scagliosa punteggiata da protuberanze si ergeva da una rientranza scavata nell’unica porzione di terreno brullo farcito di paglia umida, stoffa logora e maleodorante, legnetti monchi e ciuffi d’erba essiccati al sole. L’uovo gigante riposava ignaro nel suo giaciglio improvvisato, completamente esposto ai capricci metereologici di quel clima afoso ed estremamente secco  che aveva trascinato con sé un lunga coda di piogge e temporali burrascosi. Non che avesse bisogno di alcuna protezione, la sua corazza pareva tenere a bada gli appetiti famelici degli avvoltoi e di altri predatori avventurosi. La schiusa era agli sgoccioli. Emanava sferzanti ondate di calore rovente e di tanto in tanto, se riuscivo a discernere fra i diversi fragori del bosco, ero certa di udire dei lievi rintocchi battere ritmicamente all’interno del guscio che a intervalli regolari diffondeva una calda luminescenza rubizza che sembrava dare alle fiamme la vegetazione circostante. Bramavo quel contatto con tutta me stessa, essere scottata da quel calore avvolgente che mi prometteva rinascita a nuova vita.
«Se raccoglierai il frutto dall’albero prima ancora che i tempi siano maturi, non conoscerai mai lo sbocciare della sua florida bellezza o l’esplosione della sua dolcezza sulla tua lingua». Le mie dita intorpidite tanto quanto i miei pensieri fluttuarono a mezz’aria, a un respiro dal mio desiderio. Quell’interruzione sfociò in una rabbia logorante, che come un coltello ben arrotato sfilacciava le mie interiora. Istinti sconosciuti si appropriarono delle mie terminazioni nervose come se rispondessero al canto muto che pareva elevarsi dai solchi irregolari dell’uovo sotto forma di braccia fatte di fumo. Quelle volute spumose mi suggerivano di mettere a tacere quella voce, soave e imperiosa e che portava in sé il peso di una saggezza secolare contornata da una sfumatura quasi “materna”. Come se avessi potuto conoscere il significato della maternità.
Semplicemente ridicolo.
Mi limitai a sputare la migliore delle mie risposte laconizzate, ma non appena cominciò a prender forma nella mia mente abortì subito l’idea alla vista di quel biancore abbacinante. Le lame di luce mi ferirono la cornea solo per pochi istanti e una volta anestetizzata al dolore che era esploso dietro le mie palpebre socchiuse potei ammirare quella che di per certo era la creatura più bella che avessi mai visto. La cantilena di una vecchia leggenda prese a intonare dai recessi della mia memoria nebbiosa e refrattaria e mano a mano che la storia si snodava con il proseguire di quelle strofe baciate i miei ricordi caliginosi si diradarono al punto di permettermi di dare un nome a ciò che avevo davanti. Lo stupore però non m’impedì di domandarle «Chi sei?».
La creatura, dalle linee eleganti e decise ma la cui severità veniva ammorbidita dalla candida pelliccia lanuginosa erse il capo con la fierezza di cui solo una regina era capace e dispiegando le tre code paffute disse «Dovremmo far di te una bugiarda migliore, Nera Lancaster». I suoi denti appuntiti balenarono in un sardonico sorriso. Parlava di sé stessa al plurale, non c’era alcun dubbio che si trattasse di una divinità vanesia decisa a non lasciarle godere nemmeno quelle poche ore di sonno che l’Ultima Luna le concedeva.
Strinsi i denti a mia volta sia per la pungente provocazione che per la menzione di quel cognome che un’orfana dalle origini ignote come me era stata costretta ad adottare contro la sua volontà. Così decisi di sottolineare con mordente gelosia l’unica cosa che mi era mai davvero appartenuta « Io sono solo Nera. Nera e basta, sacra Volpe a tre code. Notavo una vaga somiglianza con la statua che le Volpine, tue ancelle, adorano nel tempio a te dedicato affinché benedica il raccolto, ma non si è mai troppo sicuri ».
«D’accordo, Nera e basta » mi concedette lei confermando i miei sospetti «ma adesso sarà meglio che tu faccia un passo indietro, non sei ancora pronta».
Mi voltai verso la torreggiante ombra del guscio alle mie spalle, spinta da una sorta di istinto atavico appallottolando dolorosamente le dita contro i miei palmi sudati «Certo, e tu sai cosa è meglio per me giusto? Mi dovrei inchinare di fronte alla tua pavoneggiante onniscienza?». La maestosa creatura si produsse in quella che ricordava vagamente una rauca risata, il tridente di code che si agitava freneticamente dietro di lei «Riconosci la mia divinità, eppure sei così audace da deriderla. Molti scambierebbero facilmente la tua stupidità per coraggio. In passato, quando ero facile preda della mia indomabile irascibilità, bastava molto meno per concedere il mio castigo ai prediletti che osavano anche solo accennare una così saccente imprudenza».
Non riuscì a domare in tempo l’angolo delle mie labbra che s’incurvo all’in su come se avesse abboccato ad un amo «Non mi farai del male, io ti sono necessaria o ti saresti risparmiata la visita di cortesia, ti pare? E comunque non era mia intenzione recarti offesa, dico solo che per indole non sono abituata ad abbandonarmi alla cieca fiducia, anzi la ripudio.  Quindi se deciderò di allontanarmi dopo che mi hai avrai fornito una spiegazione esaustiva sul perché dovrei farlo, sarò felice di accontentarti. Sono mesi che infesti i miei sogni, credi che non me ne sia accorta? Perché manifestarsi proprio adesso che sono così vicina? Di cosa hai paura?».
«E tu sei sicura che tutto questo si tratti solo dell’ennesima avventura onirica? Quando ti ho scelta ti credevo dalla volontà più coriacea, ragazzina. Non pensavo che fossi così lasciva da farti ammaliare dalle sue lusinghe» terminò la volpe lanciando uno sguardo sprezzante in direzione dell’uovo, ma non prima che notassi che dietro quell’astio si nascondeva qualcos’altro che non ero del tutto certa di poter comprendere. Rimorso, azzardai? Oppure la loro bramosia non era poi così differente ma semplicemente meglio camuffata? I miei tentativi di scavarle dentro ebbero vita breve, visto che il mio interesse nei suoi confronti era pari alla voglia di allontanarmi dall’uovo.   
«E va bene» sospirò afflitta contro ogni pronostico «forse mi sono sbagliata e anche questa volta non potrò fare nulla per ritardare la genesi dell’Akorà. Ho sperato sul serio che tu fossi diversa. Su, risveglialo e facciamola subito finita» bisbigliò stancamente come se non avesse più le energie per sostenere il nostro dibattito.
Quell’arrendevolezza ottenuta così facilmente senza lottare m’indispettì «Che vuoi dire anche questa volta? L’akorà non è mai avvenuta. Lo sapremmo se in passato il nostro mondo  fosse stato inghiottito dall’oscurità eterna…insomma un’apocalisse non passa inosservata e comunque se non rimanesse più nessuno per testimoniarla, chi mai ne potrebbe avere memoria?».
«Esiste solo un popolo che è sopravvissuto ad ogni singolo avvento dell’Akorà» ribatté la volpe con crescente nervosismo «ma adesso loro non…gli è accaduto qualcosa di terribile. Loro custodivano il segreto per…».
«Ciclicità?» sbottai inorridita come se quella parola avesse il sapore del caffè amaro in bocca al primo mattino «Vuoi dire che il nostro mondo è già stato più volte…quindi tu stai cercando di dirmi che l’apocalisse si ripete inevitabilmente come un ciclo mestruale? E tu stai tentando di mettere fine all’ennesima fine del mondo?» domandai fregandomene intenzionalmente di quel pastoso gioco di parole.    
«Non importa» disse facendo tremolare le vibrisse sul muso «Mi sono sbagliata, tu non…».
«Voglio aiutarti»
«Ti ho già detto che non…»
«E io ti dico che posso farcela!» mi accalorai «Anche se sono una semplice Intrasmutata senza Alchimia!».
La volpe la guardò con scetticismo «Va bene, ma dovrai rinunciare a questo tuo irritante vizio di non farmi finire le frasi»
La mia testa ondeggiò su e giù furiosamente «Dimmi quello che devo fare» domandai pendendo dalle sue labbra. Mi stava offrendo la possibilità di un viaggio, al di là delle soffocanti mura della colonia di Aureas II, lontano dalle cocenti e lunghe estati a raccogliere aureas dai campi per alimentare la maghìa dei ricchi alchimisti della capitale, via da quella truce monotonia a cui mi costringevano la mia miserabile vita da bracciante e le abbronzature forzate sotto il sole rovente delle Pianure Calanti. Ma soprattutto di mettere una distanza chilometrica fra me e quella affollata famiglia di bigotti di cui non avevo mai assaggiato l’affetto. Mattias, il preferito fra i miei fratelli adottivi, avrebbe capito, ne ero sicura. Non avevo dimenticato l’uovo, dovevo solo mettere a dura prova la mia pazienza prima di avere l’occasione di un altro incontro ravvicinato come quello.
«Be, intanto potresti cominciare con il cercare di non morire affogata» ridacchiò la volpe. Prima che potessi pretendere qualsiasi delucidazione in merito m’investì in pieno una gelida cascata dall’alto. Annaspai in cerca d’aria attraverso le narici brucianti e stropicciandomi gli occhi improvvisamente appesantiti dal sonno cacciai un urlo carico di frustrazione. Le ciocche umide si avviluppavano insaziabili come i tentacoli di un polpo sul collo e sulle guance arrossate dalla rabbia, mentre l’acqua che mi si era raccolta sul mento mi gocciolava sulla camicia da notte anch’essa fradicia e piena di grinze a causa di quella dormita tutt’altro che ristoratrice. Il catino che aveva contenuto l’acqua che adesso mi inzuppava dalla testa ai piedi tintinnò accanto alla mia stretta brandina. Quella di Mattias dall’altro capo della stanza era già vuota e la biancheria sul comò tutta in ordine. Doveva già esser sceso giù ad arare i campi e fu con quella stretta al cuore che ricordai che oggi che non avevo scuola gli avevo promesso che lo avrei aiutato. Sollevando un gomito sugli occhi per evitare di incrociare le lame di luce mattutina che penetravano dalla pieghe della persiana, raccolsi il cuscino di piume d’oca pronta a lanciarlo dove le teste dei due gemelli più infernali della mia esistenza facevano capolino dall’intelaiatura della porta.
«Katiusha, Zael! Questa è davvero la vostra fine!» gridai nonostante non fossi ancora pronta a farlo a giudicare da come la mia voce querula mi grattò la gola. La mia tristissima minaccia non mi fece guadagnare altro che convulsi risolini da parte loro e questo mi fece infuriare ancora di più. Tesi il braccio più che potei e calcolai ad occhio e croce la traiettoria giusta per colpire e affondare i miei personalissimi aguzzini dello shatat mattina ma quando le loro teste, svelte come Animex furetti, scomparvero dal mio mirino scambiando al loro posto la magrissima silhouette della loro sorella maggiore Banagea intenta a ritoccarsi le labbra sottili con un pennellino intinto in un melmoso intruglio rosso di bacche di bosco, fu troppo tardi e quel cuscino/proiettile la centrò.
Come c’era da aspettarselo strillò a squarcia gola a beneficio di tutto il distretto che l’avevo colpita perché ero invidiosa della sua impareggiabile bellezza, degna di una alchimista mutaforme, perché non potevo accettare la mia eterna solitudine da zitella quando lei  stava gustandosi le primizie del suo vero amore, casto e puro come le sacerdotesse del tempio della sacra Volpe. Ci avrei anche creduto se non avessi beccato lei e il tizio muscoloso a risucchiarsi l’anima dietro il vicolo del mercato ortofrutticolo o non avessi notato che le mani di lui sparissero un po’ troppo spesso sotto i veli delle sue gonne di tulle in cerca del suo frutto proibito. A metà del suo monologo avevo già indossato una delle casacche informi che la signora Lancaster non metteva più dalla quarta gravidanza e  dei leggeri pantaloni di lino arrotolati sulle caviglie con delle babbucce di feltro bucherellate, pronta a spaccarmi la schiena sotto il sole di mezzogiorno per dissodare il terreno e dividere l’aureas dalla sua gemella infestante, la mineas, visto che di fatto ci avevano già pensato i gemelli a lavarmi la faccia. Di sfuggita notai la mia figura arruffata nel riflesso dello specchio e spettinai un po’ la frangetta nera come petrolio liquescente sopra la cicatrice che mi tagliava a metà il sopracciglio sinistro. Imprecai silenziosamente fra me e me constatando che necessitavo piuttosto urgentemente dell’intervento non proprio economico della alchimista di contrabbando che si occupava di tingermi i capelli tutti i mesi. Calcai il berretto in testa per nascondere quell’indesiderata escrescenza rosata che mi avrebbe fatto guadagnare l’ostracizzazione a vita dalla colonia di Aureas II se esposta alle attenzioni dei gerdarmi dell’esercito di alchimisti meteorologi e frugando nel cassetto della biancheria intima di Mattias dentro cui nessuno aveva il coraggio di curiosare, intascai una manciata di spiccioli dal mio magro gruzzoletto mensile che si andava assottigliando ad un velocità allarmante e mi ripromisi di fare un salto da quell’alchimista mufaforme una volta terminato il turno ai campi. Lasciandomi alle spalle le sterili invettive di Banagea, le birichinate infantili dei gemelli e le insistenti richieste di fare colazione insieme della signora Lancaster, trovai la forza di affrontare la calura bruciante di quell’estate che ormai durava da due anni e mezzo e succhiando la linfa dallo stelo di una margherita approfittai di un passaggio saltando sopra un carretto che trasportava patate fino al bivio che portava al mercato. Sprofondando in quel cumulo scomodo di solanacee con i gomiti piegati dietro la nuca e una gamba accavallata sul ginocchio, mi misi a scrutare quel gregge di bianca bambagia cotonata cucita a quella trapunta celeste riarsa dal sole cercando di ricomporre i pezzi degli eventi di quella notte. I ricordi dei miei sogni sempre più fantasiosi non riaffioravano subito, si prendevano il loro tempo per tornare in superficie. Non mi ero mai spinta oltre quel punto, non avevo mai visto cosa c’era oltre i rovi di quella boscaglia a me sconosciuta. Dentro di me potevo avvertire l’eco di quel richiamo mistico risuonare ridondante nella mia testa e la cosa mi dava letteralmente i brividi nonostante quel giorno il caldo fosse così impietoso da farmi sudare persino le mutande. E poi c’era quella voce che continuava a scivolare via dalla mia memoria ogni volta che tentavo di afferrarla… L’animex asino ragliò sonoramente risvegliandomi dal torpore dei miei pensieri. Aureas II era una colonia mediamente popolata da animex appartenenti ai defunti alchimisti, tanto che il mio distretto veniva soprannominato dai gendarmi “la Discarica degli Animex”. Gli animex erano l’espressione concretizzata della maghìa di ogni alchimista sotto forma di uno spirito animale. Non conoscevo nei dettagli la connessione che s’instaurava fra l’animex e il suo alchimista, ma si vociferava che fosse così profonda da rappresentare l’essenza stessa del proprio detentore. Quei poveretti erano in cerca di un nuovo padrone, ma Aureas II era il luogo meno proficuo da cui iniziare le ricerche essendo costituita integralmente da un intera popolazione di Intrasmutati senza alcun potere alchemico. Dopo il trattato di pace di Myndrias che firmava per l’armistizio delle colonie di Aureas I e II estromettendole dai conflitti territoriali che si consumavano nel teatro bellico al di là delle mura, non era concesso né l’ingresso né il soggiorno a nessun alchimista al di fuori dei gendarmi responsabili dell’ordine pubblico e della continuità dei lavori nei campi. Le due colonie costituivano le turbine del motore che innescavano quella grande macchina dagli ingranaggi ben oliati che era la capitale dell’Alchimia, una sorta di immenso “granaio” della loro maghìa da cui dipendeva fortemente il funzionamento dei loro dispositivi alchemici  alimentati dall’aureas, una sostanza coltivabile solo nei loro terreni. L’accordo era semplice: la pace in cambio della nostra aureas.
Personalmente trovavo la pace mortalmente noiosa, specialmente lì giù alla colonia dove non succedeva mai nulla. L’assenza di insurrezioni e ingerenze fra gli stessi cittadini suscitava spesso la mia curiosità. Chiunque era pronto a negarlo, ma la verità era che nessuno riusciva a sentire il lezzo della schiavitù come lo avvertivo io. Insomma, in quale universo un uomo si alza dal letto al prime luci dell’alba fischiettando alla prospettiva di farsi abbrustolire per dodici ore filate esponendosi alle radiazioni di una gigantesca palla di gas infuocata perennemente con una zappa alla mano?
Mi chiedevo spesso cosa sarebbe accaduto se il seme di una rivoluzione avesse cominciato, strisciando silenziosamente, ad attecchire nel cuore pulsante del distretto. Non ebbi molto tempo di rifletterci su che già il carretto cigolante su cui ero sdraiata stava tentennando alla biforcazione tra la lingua asfaltata che conduceva al distretto, la discesa rupestre verso le pianure Calanti e il viottolo scosceso che portava al limitare della propaggini della foresta di Animex selvatici. Ero appena balzata giù dal carretto quando un lampo fulmineo intravisto con la coda dell’occhio catturò la mia attenzione. Sgranai gli occhi per mettere a fuoco quella punteggiatura sfocata affiorante dal verde della foresta che ballonzolava ai margini dei mio campo visivo. E raggelai all’istante, impossibilitata a inghiottire il bolo di saliva che mi aveva inondato la cavità orale.
Era una volpe. Tutta bianca.
Era troppo presto per avere le allucinazioni, eppure una vocina mi bisbigliava piano all’orecchio che ciò che avevo visto era reale. Nessuno aveva mai visto un animex sotto forma di una volpe, specialmente di quel candido color indaco. Alcune anziane sacerdotesse del tempio della dea dicevano che era di buon auspicio.
Altre invece affermavano che portava un nefasto presagio di morte.
   
 
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