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Autore: Ark    02/08/2021    2 recensioni
Morendo, Vincent McGoffy lascia un messaggio alla nipote: il paese è in pericolo.
Sul posto è convocata Clarisse, recluta di belle speranze che sogna di risolvere il caso per mettere le mani su un distintivo luccicante.
Al suo arrivo dovrà confrontarsi con la peggiore delle verità: non è la prima incaricata, ma la settima. Dei suoi predecessori non può chiedere nulla, pena l'espulsione immediata. La situazione precipita quando dal nulla appare un inaspettato viaggiatore di mondi, ignaro dei fatti in modo fin troppo sospetto.
Costretta a dover scegliere di chi fidarsi, Clarisse tenterà il tutto per tutto per aver salva la pellaccia, abbandonando il regolamento per giocare con le sue regole.
| Cortese presente per Kyrie Eleison, cólla secreta speme d'allietarla |
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Il vento fischiava, quasi avesse deciso di intraprendere una gara di latrati con Dean, il vecchio segugio della signora Bennis, che da oltre quindici anni rifiutava di concedere alla sua padrona il piacere di una sana dormita. Non era l’unico a soffrire d’insonnia: Vincent McGoffy, in pensione da alcuni anni, si trovava nella foresta, una mano a tenersi il berretto e l’altra stretta in tasca.

Di lì a poco avrebbe piovuto a dirotto. Era il terzo giorno di pioggia e avanzare nella melma era difficile, nonostante le galosce. Vincent succhiò il rametto di liquirizia, facendolo rotolare tra le labbra. Adorava quella roba, ma era dannatamente difficile trovarne di buona qualità. Avrebbe voluto imparare a coltivarli, ma non c’era mai stato tempo e forse neppure il clima era adatto. Una folata improvvisa. Addentò il rametto con troppa forza e le gengive iniziarono a far male. Il dentista si sarebbe lamentato, ma poteva andare a farsi rottamare. Succhiò ancora, infastidito dal pensiero di quella faccia di luna piena che scrollava il capo, le sopracciglia aggrottate che lo facevano assomigliare a un bambino permaloso. Erano orribili, troppo folte e scure, impossibili da guardare. Olivia diceva che erano uguali alle sue. Lo ripeteva spesso, con quel suo tono difficile da interpretare, e poi ghignava, come a intendere che aveva solo scherzato. Ma, davanti allo specchio, il dubbio rimaneva.

Le fronde agitate erano impossibili da evitare e i continui schiocchi lo mettevano di cattivo umore. Il cappello non voleva saperne di star fermo; alla fine lo sbatté di malagrazia in una tasca, la bestemmia ricacciata in gola dalla forza della tempesta. Sollevò la gamba, sorprendendosi nel trovarla così rigida. Non era passato neppure un mese dall’ultimo controllo e allora stava benone.

Un grido.

Si bloccò, il ginocchio a mezz’aria. Altre persone? Impossibile. Era troppo lontano dal paese, troppo perso tra i tronchi, e il tempo era troppo brutto. Dopo una grattata di capo, si disse doveva essere stato il vento, o il verso di qualche animale colto di sorpresa dall’acquazzone.

Si fermò ugualmente, le orecchie ritte e i sensi all’erta. Iniziava a piovere: avrebbe dovuto sbrigarsi a tornare, ma esitava. Per un po’, sentì solo l’eco di rami sbattuti, il ticchettio frenetico della pioggia e il basso fischio del vento. Aveva le galosce coperte di fango e i vestiti bagnati fino alle ossa. Gli sarebbe venuto un accidente, e per cosa?

Lo sentì di nuovo, forte e chiaro: l’urlo proveniva dal folto della foresta. Senza indugi seguì la richiesta d’aiuto, il vento a schiaffeggiargli il viso e gli stivali che sprofondavano a ogni passo, forse un tentativo ultimo del sottobosco di impedirgli di proseguire.

Perse la presa sulla liquirizia, che scivolò a terra. Inciampò, cadendo nel fango. Rialzatosi, non perse tempo a ripulirsi e riprese ad avanzare, l’andatura rallentata dalla fatica.

Cosa davvero vide, nessuno può raccontarlo. La curiosità e la preoccupazione che l’avevano spinto a proseguire evaporarono come neve al sole. Vincent gridò, o sognò di farlo. Il rantolo che davvero gli uscì fu cancellato dalle raffiche. Corse come mai prima. La strada sembrò aprirsi davanti a lui, senza più ostacolarlo, o forse era lui a essere cambiato.

Fu trovato ore dopo, stretto a una ringhiera giù al paese, le dita viola e il sangue sulle labbra intirizzite. Si muoveva ancora, ma era già troppo tardi. Vomitò a fatica poche parole all’infermiere mentre veniva trasportato al più vicino ospedale, bisbigli che pochi ascoltarono e ancor meno presero sul serio. Morì quella stessa notte.

Alla nipote affranta fu riferita un’unica frase: “Hovebrouck è in pericolo”.

Da solo, l’evento avrebbe potuto compromettere la comunità fino alle fondamenta, fosse stata una cittadina come le altre. Hovebrouck non lo era e resistette. Vincent era stato un vecchio fastidioso, con l’alito che puzzava di liquirizia e il carattere inacidito dagli anni. Un uomo come tanti, il cui passatempo preferito era raccattare sassi e, quando la mira non lo tradiva, lanciarli ai bambini che si avvicinavano troppo alla sua proprietà. Se al funerale la chiesa fu piena, fu per la gentilezza della nipote, Olivia.

Hovebrouck era un paese nato alcuni secoli prima, tempo lungo abbastanza per collezionare un discreto numero di racconti inspiegabili e leggende dell’orrore. Fandonie, per lo più, a cui solo i lattanti si sforzavano di credere, per rispetto verso i genitori. Gli hoviani erano gente alla mano: non avevano tempo per le profezie di un vecchio balordo. Non c’è da sorprendersi, dunque, se la maggior parte di loro considerò la faccenda chiusa insieme al coperchio della bara. Ma quanto aveva spaventato Vincent, per nulla interessato ai sentimenti degli hoviani, era ben lontano dalla conclusione.

Sulla sua scia iniziarono a verificarsi eventi sempre più strani e seccanti. Dean s’innervosì: iniziò ad abbaiare senza sosta, finché la signora Bennis non si diede una svegliata e, afferrata la cornetta, chiese aiuto alla COSCA, sigla che sta per COrpo Stella CAdente – quella che voi e io chiameremmo polizia.

Per tale ragione la sedicenne Clarisse Johns, centoventesima nella classifica delle matricole del suo anno, cavalcava un mezzo robotico a tutta velocità invece di guardare film vietati ai minori nel buio della cameretta.

Alla sua nascita Clarisse era stata un fagottino tremolante, più livido che roseo, con occhioni castani scintillanti. Crescendo, le cose non erano cambiate più di tanto, ma il tremito era scomparso. A farsi largo tra i rami era una ragazza fatta e finita, dal fisico allenato e pubertà e crisi d’ogni genere incluse nel prezzo.

Presa com’era dal rimuginare, superò il tetto spiovente di un edificio senza degnarlo di uno sguardo. Grazie alle Stelle era sola, e nessuno poteva vedere le sue guance rosse d’imbarazzo. Rafforzò la presa sulle briglie. Le avevano rifilato un modello scassato, a vapore, dagli zoccoli arrugginiti e le giunture cigolanti. Quarant’anni prima doveva essere stato un portento tecnologico, ma ora l’avrebbe rifiutato perfino la fiera dell’antiquariato. Spronò il cavallo, che accelerò in una nube di condensa. Almeno non funzionava a zolfo.

Hovebrouck era il suo esame, ma se le cose non fossero migliorate in fretta avrebbe fatto meglio a tornare a casa e dimenticarsi il distintivo. Evitò per il rotto della cuffia di schiacciare uno scoiattolo, ma la brusca frenata quasi la disarcionò. Trattenne a stento un’imprecazione. Non era stata addestrata per maneggiare quei cosi: erano capricciosi, ingombranti e di difficile manutenzione. Qualsiasi ladruncolo avrebbe potuto seminarla a piedi, nel tempo necessario al caricamento.

Si fermò. Cercò di raccogliere i capelli, ma continuavano a sfuggire alla presa dell’elastico. Alla fine rinunciò, limitandosi a nascondere la frangia sotto la visiera. L’aveva da due cicli e già l’infastidiva. Non avrebbe dovuto cedere alle lusinghe della sua compagna di stanza.

L’esame era iniziato nel peggiore dei modi, ma non era colpa sua. Non era stata Clarisse a decidere di imbarcarsi alle tre del mattino, né lei a sbagliare le coordinate di atterraggio. Un singolo operatore era stato lasciato dal fidanzato ed ecco bruciato mezzo chilometro quadrato di foresta.

Chevre, il pianeta, era famoso per i grandi boschi incontaminati. Hovebrouck sorgeva al limitare di uno di questi e si preoccupava di mantenerlo il più possibile intatto.

L’astronave sarebbe dovuta atterrare in città e di lì un treno avrebbe portato sul posto Clarisse e il suo supervisore, un cyber-gatto con grosse orecchie e un manto grigiastro che lo facevano somigliare a un topo troppo cresciuto. L’inutile bestia aveva passato le venti ore di viaggio sonnecchiando indisturbato, svegliandosi appena in tempo per assistere al disastro.

L’equipaggio, terrorizzato all’idea di una nota di demerito, l’aveva pregato di chiudere un occhio; l’operatore colpevole si era spinto più oltre, offrendo dell’erba gatta, ma il supervisore, che le Stelle lo trafiggessero, aveva fatto scomodare Clarisse dalla sua cuccetta perché notificasse al sindaco in persona la catastrofe ambientale. Quello aveva risposto dopo un paio di chiamate a vuoto. La voce era giunta senza video e, a giudicare dal fastidioso riverbero, stava usando un longivoce pubblico. Il sindaco non aveva gradito la notizia, lanciando gelide allusioni sulla gestione della vita sentimentale. Per la gioia di Clarisse, però, non aveva cercato di rimuoverla dal caso.

«Ripetimi perché siete sbarcati?»

«Caso HVB 45-67, signore» Avrebbe ricordato per sempre l’imbarazzo di quei momenti.

Un singhiozzo. «Ne so quanto prima.»

«La morte di Vincent McGoffy» chiarì per lei il supervisore, stiracchiandosi tra le imprecazioni generali del resto dell’equipaggio. Clarisse, rossa fino alle orecchie, conficcò le unghie nel palmo per non perdere la calma.

Il sindaco si era dimostrato comprensivo, promettendo di non chiedere risarcimenti alla COSCA e autorizzando Clarisse ad attraversare la foresta col ronzino a vapore, il supervisore al sicuro in un apposito scomparto sotto il ventre.

Dopo una quantità snervante di sbuffi e nitriti giunse in vista del paese. Clarisse, cresciuta in città, trovò stupefacente che quelle poche case mangiate dall’edera si fossero meritate un nome. A fiuto, avrebbe scommesso che l’avevano perché distanti da ogni cosa. E forse, ma solo forse, aveva ragione.

Era tardi abbastanza da aspettarsi strade piene di persone che rincasavano per la cena, ma il posto era deserto. Vide un gatto approfittare delle ultime ore di sole steso su una lamiera, la coda agitata dalla noia, e alcune figurette troppo lontane per distinguerne i tratti, che rapidamente svanivano oltre le rispettive porte.

Come nella foresta, il frinire degli insetti era costante e rumoroso: le ricordò il ronzio dei motori di Aktomora, il planetoide che ospitava l’accademia.

Le urla isteriche di un uomo che sgridava un gruppo di ragazzini la riportarono alla realtà; smontò da cavallo e finì in una pozza di fango, schizzando ogni cosa nel raggio di mezzo metro.
Un’esclamazione soffocata la fece inorridire: sopra un sasso una salamandra indispettita cercava di ripulirsi l’uniforme inzaccherata.

«Dannati umani» sputò il cyber, fulminandola con gli occhietti. Era grande all’incirca la metà del suo avambraccio, la pelle nera chiazzata di giallo. Il sole faceva scintillare le sottili placche metalliche sulla sua schiena, dando l’impressione che il rettile andasse a fuoco. La più importante, posizionata sul retro del collo, costituiva il nucleo centrale del cervello semimeccanico della creatura, nascondendo un grappolo di gangli e chip che permettevano di ampliarne le capacità cerebrali, portandole al livello di un normale essere umano.

«Mi scusi, signore, non…»
«Tutti fissati con stelle o cretinate del genere, voialtri. Quando capirete che non siete i soli in questo schifo di universo sarà sempre troppo tardi» Il suo sguardo guizzò da lei al cavallo a vapore.

«È lei il mio secondo?» chiese Clarisse, cercando di recuperare terreno.
«Certo che no, sono la principessa Zarta» ribatté stizzito il cyber. «Chi dovrei essere, il sindaco?»
«Mi scusi, signore.»
«Mi scusi, signore» la scimmiottò lui, leccandosi gli occhi. «È questo il meglio che l’accademia ha da offrire al giorno d’oggi?»

«Sogno o son desto? Conosco questa voce» Il supervisore emerse dal proprio scomparto, attirato dalla conversazione. Controllò il terreno prima di balzare in una chiazza erbosa. Piccolo di taglia e svelto di lingua: il detestabile caporale Basset. «Sammy Mangiablatte, nientemeno.»

Prima dell’operazione che l’aveva trasformato in un cyber era stato un micio di campagna il cui passatempo preferito era dare la caccia ai topi, ma ora preferiva conciare per le feste malvagi d’ogni sorta. Aveva il compito di tenere sotto pressione Clarisse quanto bastava per studiarne il comportamento e sarebbe stata sua l’ultima parola sull’esame.

Basset ignorò la smorfia di Sammy e si leccò la zampa, per poi passarla sulla placca tra le orecchie, l’unica visibile. Era più minuto di un gatto normale e non più minaccioso di un pupazzo. Strusciò il capo contro Sammy. «Quanto sarà passato dall’ultima volta?»

«Due anni» rispose la salamandra, col tono di chi avrebbe volentieri preferito rimandare la conversazione di altri due.

«Hai sfortuna, Johns, se questo è il livello locale l’indagine e già fallita» Basset sbadigliò. «Non credo che la navetta sia già ripartita, se ci sbrighiamo possiamo essere a casa prima di domani.»

La scenetta con il sindaco avrebbe dovuto metterla in guardia, ma solo allora si rese conto di quanto fosse difficile impedirsi di prenderlo a calci. Provò una fitta di empatia per Sammy.

«Benvenuti a Hovebrouck, caporale… recluta» sibilò quello, fingendo di non aver sentito. «Vi accompagno alla centrale.»

Se per qualche minuto Clarisse si era illusa di essersi sbagliata sul conto del paesino – Stelle Luminose, una centrale! – le sue speranze vennero fatte a pezzi non appena le si parò di fronte.

Era poco più di una stalla arredata alla bel e meglio: qua e là spuntavano ciuffi di fieno e il puzzo che vi aleggiava era pari solo al tanfo che per troppo tempo aveva contraddistinto Dean quando per errore si era rotolato nel fango sbagliato. In difesa dell’infallibile olfatto canino i cantastorie specificano che quel giorno Dean era molto raffreddato.

Li accolsero graffiti che poco lasciavano all’immaginazione, intonaco scrostato sull’intreccio di mattoni rossi e un grosso portale di legno di quercia. Sotto la maniglia qualcuno aveva fissato una gomma da masticare, ormai fusa col metallo. Basset e Sammy sgusciarono all’interno da una gattaiola in alluminio. Clarisse esitò, chiedendo un muto soccorso alla bandiera COSCA fissata alla parete da ganci d’acciaio. Il simbolo della COSCA, un triangolo d’oro inscritto in due cerchi verdi, non aveva risposte per lei. L’organizzazione era stata creata oltre cinque secoli prima per uniformare la polizia dei pianeti dell’Unione, ma quella versione della bandiera era molto più recente e si basava su un codice voluto dal governo di Aktomora, che identificava le due qualità ricercate in un agente: coraggio e abnegazione. Era entrata in vigore quando Clarisse aveva appena imparato a camminare, generando non poca confusione. Per mesi gli agenti COSCA erano stati scambiati con i membri di un noto gruppo musicale; impossibile multare le navette senza che qualcuno chiedesse autografi da rivendere al miglior offerente.

La realtà della centrale le piombò dinanzi come un viaggio nel passato. Escluse poche modernità, il tempo sembrava rimasto bloccato alla plenistoria, quando i rapporti venivano scritti a mano e spediti per posta. Seguì Sammy oltre poche scrivanie di legno coperte di fogli e cartelle che non avrebbero dovuto trovarsi lì, lampade di plastica e qualche raro schermo piatto dove alcuni agenti erano impegnati in un solitario. Un angolo del soffitto ospitava un nido vuoto e lo strato di vernice bianco latte non era sufficiente a coprire la muffa. Clarisse si sorprese nel vedere gli agenti umani lavorare al fianco dei cyber, ai quali solitamente veniva riservata un’unità separata. Hovebrouck, pensò, non era grande abbastanza da permettersi questa distinzione.

Superarono le occhiatacce di un cyber-vitello e le attenzioni indesiderate al pelo di Basset, poi Sammy li spinse nella stanza più curata della centrale. Qui, nascosto da un giornale a cui erano stati praticati due buchi per gli occhi, stava l’uomo più importante di Hovebrouck dopo il sindaco.
«Cosa mi hai portato?» chiese il commissario al cyber, senza abbassare il giornale.

«Il caporale Basset e la recluta…» Sammy guardò la ragazza, dubbioso.
«Clarisse Johns.»
«E la recluta Johns, i nuovi assegnati al caso» concluse leccandosi gli occhi.

«Nuovi?» bisbigliò Clarisse a Basset, preoccupata.
«Oh, sì» confermò Sammy, dimostrando un ottimo udito. «Siete i settimi, Johns. Non vi hanno dato i dettagli del caso?»

«Che è successo ai precedenti sei?»

Il commissario stracciò il giornale. «Non chiedere mai cos’è successo ai precedenti»

Clarisse saltò indietro, spaventata dallo scatto repentino. L’uomo, sulla cinquantina, aveva iniziato a stempiarsi sulla fronte e teneva la camicia aperta sul petto, mettendo in mostra più pelle di quanto fosse desiderabile. La scrutò a lungo con i suoi occhi grandi e di un azzurro tanto chiaro da sembrare bianco.

«Non chiederlo mai» ripeté l’uomo, tornando a sedersi. La poltroncina girevole ruotò un paio di volte prima di assestarsi.

Basset era balzato in braccio a Clarisse e, passati i primi attimi di stupore, si arrampicò sull’uniforme e le piantò gli artigli nella schiena.

«Perché?» domandò Clarisse, rigida. Il gatto più pesante di quanto immaginasse. Sarebbe stato sconveniente scrollarselo di dosso?

Non visto, Sammy si coprì la faccia con le zampette e ne approfittò per dar loro una leccatina.

Il commissario corrugò le sopracciglia. «Perché sì.»

La coda di Bass diede un colpetto all’orecchio di Clarisse. «Insisti» sussurrò il cyber-gatto, interessato più di quanto non volesse dare a vedere.

«Non è una risposta che sono autorizzata ad accettare, signore.»

Il commissario la guardò, stupito. Si grattò la sottile peluria che gli ricopriva il mento, indeciso. Si rischiarò. «Non ti preoccupare, Johns, ti autorizzo io.»

«Cos’è successo ai miei predecessori?»

L’uomo schiantò il pugno sulla scrivania, facendo cadere il portapenne. Clarisse trasalì.

«Di’ un’altra parola e ti rimuovo dal caso, recluta delle mie galosce» Per un attimo sembrò un’altra persona, gli occhi di ghiaccio che mandavano lampi, poi tornò gioviale. «E ora veniamo alle cose importanti: Cervellofino, portami il fascicolo del caso.»

Basset e Clarisse scoccarono un’occhiata a Sammy, che li ignorò. «Subito, capo» sibilò e scomparve oltre un buco scavato nella porta. Basset soffocò una risata.

Il repentino cambio di atteggiamento del commissario l’aveva lasciata senza fiato. Si ricordò di respirare solo quando il caporale le assestò un colpetto sulla spalla con la coda. «Brava» le sussurrò in un bisbiglio inudibile. «Sei stata brava.»

Sammy, o Cervellofino, fu di ritorno dopo pochi minuti di silenzio opprimente. Spinse la sottile cartellina color sabbia nella fessura sotto la porta, la issò sulla scrivania e consegnò il fascicolo al commissario. Basset balzò giù e iniziò ad annusare il caso. Lo artigliò un paio di volte, per nulla convinto dell’innocenza dei fogli, ma poi annuì.

Il commissario gliela strappò da sotto il naso, borbottò qualcosa sulle gattine e la consegnò a Clarisse. «Questo file contiene i dati sul caso: rapporti, foto, appunti. Materiale che viene dai predecessori, anche se non tutti hanno lasciato un contributo.»

Qualcosa nel suo tono di voce le fece venire la pelle d’oca.

Le rivolse un sorriso: «Ma sono certo che questa sia la volta buona, Hovebrouck 7.»

Mi sembrate confusi. Vi rivelerò che, secondo il regolamento COSCA, ogni recluta è identificata in base all’incarico svolto tramite nome del luogo e numero di agenti già impiegati. Ad esempio, il quinto che si occupasse di una rapina a Natiri, dove vive la principessa Zarta, riceverebbe il nome di Natiri 5. Nel caso di Clarisse, Hovebrouck 7.

Ne convengo: non era un sistema troppo efficiente. Posso solo immaginare la confusione generata nelle grandi città. Sarebbe stato solo dopo la morte del terzo imperatore galattico che il brillante ingegnere W. Oskard avrebbe rivoluzionato il sistema, evitando di lì in avanti tremende emicranie agli archivisti. Tutto ciò, però, era inimmaginabile all’epoca di Clarisse.

«Farò del mio meglio, signore» stava dicendo la ragazza. Se avesse fallito non solo la COSCA avrebbe raggiunto un nuovo record di matricole assegnate a un singolo caso, ma lei stessa, ammesso fosse sopravvissuta, sarebbe stata espulsa dal corpo e rispedita a casa. E chi avrebbe sopportato il sorrisetto di sua madre? Avrebbe insistito perché la sostituisse alla macelleria. L’immaginò gongolare all’astroporto, con una mannaia infiocchettata e un grembiule fresco di lavanderia.

Più tardi, nello squallore della camera d’albergo loro assegnata, Basset e Clarisse iniziarono a esaminare il fascicolo. Aveva uno spessore di pochi millimetri e conteneva cinque rapporti, di cui due nella forma di scarabocchi in un block notes. Oltre a questo, una decina di foto.

La prima inquadrava un cane. Era grasso come poteva esserlo un segugio della sua taglia, col manto nero e marrone, sguardo triste e orecchie penzolanti; stava ritto sui gradini di una villetta fin troppo graziosa per appartenere a Hovebrouck, fotografato da oltre il cancello. Sul retro una scritta a matita: “Dean – Sig.ra Bennis, sospetto?”.

La seconda ritraeva un vecchio con sopracciglia terribili che sorrideva felice alla fotocamera, immortalato nel momento in cui stava per infilarsi in tasca la collana della giovane donna al suo fianco, forse la figlia o la nipote. Allegato a questa con una graffetta arrugginita stava un certificato di morte.
«Vincent McGoffy» lesse Clarisse, sovrappensiero.
Basset sollevò la testa dalla ciotola d’acqua. «Ho chiesto alla reception: sembra sia stato lui a parlare del pericolo di Hovebrouck. Purtroppo, come puoi vedere, è morto prima di spiegare quale fosse» scosse il capo, spargendo goccioline sul pavimento.

Clarisse prese il primo rapporto, scoprendoli in ordine cronologico.
Hovebrouck 1 aveva condotto una rapida indagine sugli “strani eventi”: segni luminosi, processioni. Qualcuno affermava di essere stato inseguito da creature mostruose, altri giuravano di aver sentito risate demoniache. Il resoconto dimostrava lo scetticismo del primo, che aveva liquidato una buona metà di quelle testimonianze come bugie per attirare l’attenzione.

Ho seguito una donna, l’altra notte. Sono rimasto tra i rami per non farmi scoprire. Spesso si fermava, congelandomi il sangue nelle vene e il respiro tra le labbra, ma dubito mi abbia notato. Un paio di volte è sembrata sul punto di tornare indietro. Non lo fece. Fu un bene, perché non avrei sopportato l’idea di perdere una buona nottata di sonno per nulla. Certo, niente nel suo comportamento avrebbe mai fatto presagire quello che ho visto.

Clarisse trattenne il fiato.

È difficile scriverlo rimanendo seri. Non mi ero informato sulla dottrina teologica di Hovebrouck, ma avrei dovuto. Appena sono rientrato ho chiesto spiegazioni al supervisore. Gira-Gira. Ovviamente era la Gira-Gira. Chi altri potrebbe mai vergognarsi di un bordello? Ne hanno costruito uno nel mezzo della foresta, uno di quelli coi robot. Il proprietario si è trasferito qui poche ennadi fa, quando hanno alzato l’affitto del suo locale in città. La struttura è una vecchia eredità, ma solida e – per quanto ho potuto vedere – a norma di legge. Quel vecchio bigotto di McGoffy… credo sia il caso più ridicolo nella storia della COSCA.

Nel leggere la sua felicità per aver trovato la soluzione così in fretta le salì un groppo in gola: una nota in rosso alla fine del rapporto diceva che Hovebrouck 1 aveva fallito e il caso passava nelle mani di Hovebrouck 2.

Non un accenno sulla fine del poveretto, il che la insospettì. Esaminò gli altri rapporti con la dovuta calma. Seguendo le supposizioni dei predecessori, gli agenti avevano acquisito poche informazioni, senza riuscire a venire a capo della situazione o a indirizzare le indagini verso una pista concreta. Il ricordo della furia del commissario iniziava a farle paura.

Sanno le Stelle quanto vorrei che Hovebrouck 1 avesse avuto ragione, scriveva Hovebrouck 6, la recluta che aveva preceduto Clarisse. Non ho nessuna traccia, nessun brandello di indizio. E se il vero scopo fosse mettere alla prova la nostra resistenza? E se l’attesa della risoluzione dell’enigma di Hovebrouck fosse essa stessa l’enigma di Hovebrouck? Già cinque prima di me hanno fallito e sono scomparsi. Cervellofino è l’unica costante, ma quel maledetto porco non vuole parlare.

Uno in particolare, Hovebrouck 3, spaventò Clarisse: l’unica testimonianza della sua esistenza erano pochi appunti incompleti in una calligrafia tremolante, con un segno a metà di una parola, quasi gli avessero tolto la penna di mano. Parlava dei segni, ipotizzando si trattasse di allucinazioni dovute a qualche droga.

Si strinse al petto il cuscino, ma lo lanciò via al pensiero che quella doveva essere stata la reazione dei suoi predecessori. La stanza era più piccola di quelle dei dormitori all’accademia, ma l’assenza di un secondo letto ne falsava le dimensioni. La sua compagna di stanza l’avrebbe definita una stamberga umidiccia.

La carta da parati era scrostata in più punti e da una macchia sul soffitto gocciolava una sostanza oleosa dal forte odore di citronella. Le lenzuola sapevano di detersivo sottomarca, ma almeno erano pulite. Crollò sul materasso con un sospiro. Osservò a lungo il lampadario. Era spento, ma da oltre le tende leggere la luce del tramonto mandava riflessi rossastri sulle pareti. Si addormentò quasi senza volerlo.

 

«Settima!»

Il tono urgente del cyber-gatto e il peso delle sue zampe sul viso la svegliarono di soprassalto. Il lampadario era acceso e ronzava. Stropicciò gli occhi. Intontita, vide i rapporti sparsi sul pavimento: doveva averli calciati nel sonno. Si chinò per raccoglierli, ma Basset era già alla porta.

«Sbrigati» incalzò il caporale, gli artigli snudati e le pupille così dilatate da celare l’iride gialla. Aveva le orecchie tese allo spasmo e la coda schioccava come una frusta.

«Cosa succede?»

«Non c’è tempo per spiegare. Seguimi e basta» Si assicurò che Clarisse infilasse gli stivali e non cercasse di tornare a dormire per poi allontanarsi a grandi balzi, scomparendo verso l’entrata dell’albergo.

Clarisse lo seguì, scendendo le scale due gradini alla volta. Raggiunse Basset e insieme uscirono. Il cyber la condusse verso un manipolo di persone che si allargava sempre più. Una sommossa? Niente del genere, si rese conto con sollievo. Gli hoviani in pigiama erano stati svegliati da un fracasso inimmaginabile e dalle urla dei vicini. Solo Clarisse, il cui sonno era così pesante da poter essere scambiato per un coma, non aveva sentito nulla.

I due si fecero largo tra la folla a suon di spallate e raggiunsero Sammy Mangiablatte, impegnato a parlare attraverso una minuscola radio. Quando li vide l’appese alla divisa d’ordinanza, seccato.

«Rapporto, Mangiablatte» ordinò Basset.

Sammy si limitò a indicare quello che tutti, Clarisse compresa, stavano guardando. Poco distante, nel bel mezzo della strada, si apriva un cratere come di un meteorite. Non c’erano bruciature e il fango stava già iniziando a riappropriarsi dello spazio perduto, ma non era una pietra spaziale quella schiantata al suo centro bensì una vecchia vasca di ceramica, crepata in più punti. Al suo interno, con le ginocchia al petto e le mani a schermarsi il capo, c’era un ragazzo che aveva l’aria di aver appena vissuto l’apocalisse.

| Dedicato a Kyrie Eleison |

   
 
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