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Autore: IndianaJones25    16/08/2021    4 recensioni
Notte. Quel momento della notte che precede l’alba, quando le ultime stelle tramontano e i colori dell’aurora ancora tardano a imporporare il cielo. Quell’istante in cui il buio e il silenzio sono assoluti, quando il mondo intero sembra essere sospeso in un irrimediabile e indeterminabile nulla. Non un suono, non un movimento. Il confine tra la vita e la morte, quando la linea che separa la realtà dal mistero non sembra più essere tanto spesso e invalicabile. È l’ora dei sogni, quella in cui tutti dormono.
Genere: Commedia, Horror, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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    OMBRA


    Notte. Quel momento della notte che precede l’alba, quando le ultime stelle tramontano e i colori dell’aurora ancora tardano a imporporare il cielo. Quell’istante in cui il buio e il silenzio sono assoluti, quando il mondo intero sembra essere sospeso in un irrimediabile e indeterminabile nulla. Non un suono, non un movimento. Il confine tra la vita e la morte, quando la linea che separa la realtà dal mistero non sembra più essere tanto spesso e invalicabile.
    È l’ora dei sogni, quella in cui tutti dormono.
    Dormono gli uccelli sui rami. Dormono i fiori in cima agli steli. Dormono gli animali nelle loro tane, quelli diurni non ancora destati e quelli notturni appena rientrati dopo lunghe ore di caccia. Dormono le cicale, che ancora non friniscono, e dormono i grilli, che hanno cessato quel cri-cri pieno di arcani presagi con cui hanno accompagnato il tragitto celeste della Luna e del firmamento intero. Dormono gli uomini e dormono le donne. Dormono tutti. Dormo anche io.
    O forse no. Forse, senza rendermene conto, sono sveglio.
    Stavo sognando che… non me lo ricordo nemmeno. Le immagini sfuggono al mio controllo. Solo qualche sensazione ne è rimasta. Voci, colori, forse qualche tocco. Non doveva essere un brutto sogno, comunque. Forse perché i sogni, dopotutto, non sono mai brutti. Anche quelli che fanno paura, in fondo, non mi viene di considerarli brutti: non sono forse una divertente alternativa alla monotonia di un sonno sempre uguale a se stesso?
    Comincio ad avere sete. Dovrei scostare le lenzuola, alzarmi, prendere la bottiglia che ho lasciato sul comodino e accostarla alle labbra. Operazioni semplicissime. Roba da pochi secondi soltanto. Ci vuole più tempo a pensarle e a descriverle che non a metterle in pratica. Perlomeno, di solito è così; ti alzi, bevi, e se non hai altro da fare, magari, ti ributti pure a letto. Fosse solo per ricominciare quel sogno lasciato a metà, anche se sai che non accadrà mai, che non potrai riprendere da dove avevi lasciato: il portale che la tua mente ha brevemente spalancato su quell’altro mondo si è ormai richiuso per sempre. Chissà, se avessi continuato a sognare, avresti potuto avere quella possibilità, avresti potuto cogliere quell’occasione di…
    Ma no. Che cosa sto dicendo? Non è per pensare ai sogni, che mi sono svegliato. Mi sono svegliato perché il mio organismo ha sete, ha bisogno di acqua. È anche normale; fatti i debiti conti, sono più o meno sei ore che non mi inumidisco la lingua e il palato. Il mio corpo ha bisogno che io mi alzi e beva.
    Eppure… eppure stavolta non ci riesco. All’inizio non capisco che cosa stia succedendo. Poi, poco per volta, pur continuando ad avere la mente sospesa a metà strada tra la lucidità e la nebbia più totale, comprendo di non essere padrone delle mie azioni. Provo a muovermi, cerco di dare un comando deciso alle mie braccia e alle mie gambe, ma quelle si rifiutano di obbedire. O, meglio, più che rifiutarsi di obbedire, è come se non sentissero proprio. Come se, in questo momento, io fossi fuori dal mio corpo.
    Assurdo! Mi rendo ben conto di trovarmi disteso a letto, sotto le mie coperte. Ho la testa appoggiata sul solito cuscino. Eppure, allo stesso tempo, è come se non fosse così. Non so spiegarmelo, a dire il vero.
    Un moto di paura mi attanaglia, senza che io possa fare alcunché per evitarlo. Un sudore freddo mi ricopre la schiena e mi inzuppa la biancheria. Sento quasi il bisogno di dover rabbrividire. Peccato che non riesca a farlo.
    Appellandomi a tutta la mia forza di volontà, cerco di muovermi. Ora i miei occhi sono spalancati, ne sono sicuro. Almeno le palpebre hanno obbedito. Se no, come potrei vedere la mia stanza?
    Be’, non è che si veda molto, a dire il vero. È immersa nell’oscurità più totale. Più che altro, riconosco sagome e forme. E so di essere nella mia stanza perché non potrei essere da nessun’altra parte in tutto il mondo, no? Insomma, non sono mica sonnambulo. Anche perché, se poi lo fossi, sarei comunque andato a infilarmi in un altro letto, e questo sarebbe parecchio difficile da spiegare.
    Ma cosa dico? Sragiono, ecco tutto. È questa impossibilità di muovermi che mi dà alla testa, ne sono sicuro. Non ho il controllo di nulla, all’infuori della vista, e questo mi fa impazzire. Non è così che deve essere. Il mio corpo sarà quel che sarà, però che diavolo: deve fare quello che dico io!
    Cerco di guardare meglio. Sono sdraiato sulla pancia, quindi la mia visuale non è granché. Se soltanto riuscissi a capovolgermi di schiena, forse potrei vedere appena un poco meglio e cercare di capire… capire che cosa, di preciso, proprio non lo so. In ogni caso, è un’ipotesi del tutto fuori questione. Non riesco nemmeno a muovere un dito, figurarsi se potrei compiere un’azione tanto complessa come quella di ribaltarmi completamente.
    Sto cercando di fare mente locale, per provare a dare una spiegazione a questo enigma, quando noto qualcosa di inatteso. Qualcosa che mi fa schizzare il cuore a mille, e che se non mi fa sobbalzare è solo perché, ora come ora, non ho la più pallida idea di come si faccia.
    C’è un’ombra, ai piedi del letto! Un’ombra che ha qualcosa di vagamente umano. Un’ombra che, per quanto sia assurdo dire questo di un’ombra, mi sta di sicuro fissando!
    Stai calmo, mi dico. Sarà il riflesso di qualcosa. Forse il cono di luce di uno dei lampioni della strada. Uno di quei maledetti lampioni che servono a illuminare la strada e permettere ai ragazzini di fare bordello per tutta la notte sotto la finestra. Davvero l’ho pensato? Insomma, sto proprio diventando vecchio, se mi lamento dei ragazzini anche mentre sono praticamente prigioniero del mio letto…
    Per quel poco che riesco, giro lo sguardo a cercare la finestra. Dalla griglia dell’anta chiusa non entra alcun tipo di luce. Il che, a pensarci, è pure strano: c’è sempre un filo di luce del lampione di fronte, che mi perseguita per tutta la notte con il suo chiarore artificiale. Come mai stanotte è spento? Che l’esimio signor sindaco abbia finalmente compreso che anche la luce è fonte d’inquinamento e che farla andare inutilmente per tutta la notte è uno spreco fatto e finito? Non diciamo sciocchezze irrealizzabili, via. Concentriamoci su faccende molto meno fantasiose. Tipo l’ombra.
    Torno a guardarla. Lei, per quello che posso capire, ricambia il mio sguardo. Vorrei chiudere gli occhi, ma non ce la faccio. E poi è troppo tardi, ormai si è di sicuro resa conto che l’ho vista, dannazione!
    Cerca di essere razionale e stai calmo, torno a ripetermi. Le ombre non si rendono conto di nulla. Sono ombre, mica esseri senzienti. Stai calmo, calmo, calmo…!
    Stare calmo, in questo momento, non è nemmeno una faccenda così complicata come sembrerebbe: non posso muovermi! Dentro, però, ho un tumulto che mi sta facendo pompare il sangue a mille nelle vene, e questo non c’è paralisi o che so io che possa impedirlo!
    Devo riflettere. Cosa non sempre facile, quando sei bloccato a letto con un’ombra misteriosa – e a tratti decisamente spaventosa, concludo senza smettere di guardarla – che ti fissa da poco più di un metro di distanza.
    Allora, posso escludere di essermene andato a zonzo nel sonno: quando ho guardato per un istante la finestra, ho riconosciuto senza dubbio le mie tende, nonché il mobiletto con sopra lo stereo. Da qui non si scappa, sono in camera mia. Perlomeno, questo l’ho appurato.
    E, allora, posso dedurne che, insieme a me, c’è qualcun altro. Ma chi?! Escludo a priori che si tratti di una bellissima ragazza. Nessuna bella ragazza è venuta a letto con me ieri sera, e nemmeno la sera prima, e neppure quella prima ancora… insomma, non ho ospitato ragazze belle o meno belle nel mio letto nell’ultimo anno… o lustro, vallo a sapere. Forse decennio? Anno più anno meno, o giù di lì.
    Dunque, esclusa la possibilità di una folle passione amorosa di cui io non abbia serbato memoria, vuol dire che l’ombra in fondo al letto è prodotta da qualcosa di differente. Un ladro!, mi dice la mente. Sì, forse, possibile. Ma questo non spiegherebbe il mio totale immobilismo. E neppure il suo: un ladro, per definizione, ruba. E, visto che l’unico oggetto vagamente interessante che ci sia qui dentro, cioè lo stereo, è ancora al suo posto…
    Non lo sai che i ladri spruzzano degli speciali gas per addormentare le loro vittime, prima di agire? domanda il mio cervello, saccente come al solito. Ma come, sei sempre lì che guardi e leggi gialli e poi dimentichi simili dettagli?
    Be’, allora che sia dia da fare e rubi, se proprio ci tiene! ribatto io. Se è un ladro, che faccia il ladro, non la bella statuina! E che cavolo! Cos’è, si è innamorato, per fissarmi in quella maniera?!
    Non devo perdere la testa. Devo fare qualcosa. Reagire, in qualche modo. Io non so che diavolo sia quell’ombra in fondo al letto: so che è lì, però, e la cosa comincia a darmi un certo fastidio. Noia, soprattutto. Non è mia abitudine tenere ombre ai piedi del letto mentre dormo. Ho certe regole, in merito.
    Con uno sforzo tremendo, cerco di muovermi. Contraggo ogni muscolo nel tentativo di liberarmi dalla costrizione invisibile che mi tiene bloccato al letto, quasi che qualcuno si fosse sdraiato sopra di me per impedirmi di compiere il benché minimo movimento. Ci metto un tale impegno che dalle labbra mi sfugge un mugugno incomprensibile.
    Finalmente mi sto muovendo, dannazione! Solo che, nello stesso istante, si muove anche Ombra. Sì, ho deciso di chiamarla così. Quella non è un’ombra qualsiasi. Quella è Ombra. Qualunque sia la differenza tra i due concetti.
    Ombra scatta con una velocità fulminea e… dannazione a lei, ha delle manine, o qualcosa insomma, con cui mi afferra le caviglie. La sento stringere e tirare verso di sé. Che ha intenzione di fare, di trascinarmi giù dal letto con le coperte e tutto?
    Eh no! strepito dentro di me, strattonando all’indietro le ginocchia.
    Sento la presa di Ombra farsi per un istante più leggera; forse non si aspettava che resistessi in questo modo. Di nuovo, però, torna a stringere e a tirare. E io, senza arrendermi, tiro all’indietro. Non so perché, ma sento di non dover cedere, di non potermi permettere di essere trascinato verso di lei. Magari Ombra è la creatura più dolce e carina di tutto l’Universo, non dico che non sia possibile – mai dare giudizi troppo affrettai su chi non si conosce – ma in questo momento non mi va molto a genio l’idea di scoprirlo.
    Per qualche istante continuiamo a giocare a tira e molla con le mie gambe. Chi cederà per primo? Ombra è ostinata, ma da parte mia io non ho nessuna intenzione di dargliela vinta.
    Mi rendo conto di una cosa a cui, fino a questo momento, tutto preso dalla lotta, non avevo fatto troppo caso. Sto riprendendo a poco a poco il controllo del mio corpo. Non soltanto le palpebre e le gambe, adesso, obbediscono ai miei comandi, ma anche le braccia. Poco per volta, sento che anche tutto il resto si trova al solito posto. È forse un segno che sto per avere la meglio?
    Riesco finalmente a girarmi di schiena e ad alzarmi a sedere, spingendomi sopra il cuscino madido di sudore. Ombra tira ancora, ma adesso è debole, lo sento. Con uno strattone più forte di altri, libero la caviglia destra. In qualche modo, riesco anche a districarla dalle lenzuola. Sollevo il piede e lo spedisco dove, più o meno, penso che ci sia la faccia di Ombra. Qualcosa comunque colpisco, perché avverto una forma dura sotto la pianta e, allo stesso tempo, sento una specie di gemito.
    La manina, o quello che è, cerca di riprendermi la caviglia. Non solo non ce la fa, ma adesso mi rotolo di lato e libero pure la gamba sinistra. Le sue dita, o quel diavolo che sono, mi pizzicano per un istante la pelle, ma mi devono lasciare andare subito. Una sensazione di sollievo mi invade, ma so che il pericolo è ancora in agguato.
    Guardo Ombra. Sembra ansimare, ora. Forse non si aspettava tanta resistenza. E il lampione, in strada, deve aver ripreso a funzionare, perché la sua luce azzurrina effonde Ombra, dandole una forma. Mi pare di vedere una sagoma, di riconoscere forse dei tratti…
    E la sveglia, suonando all’improvviso, mi ridesta dal sonno.
    Quasi mi stupisco di essere rannicchiato sotto le coperte, con la testa sul cuscino. Sono soltanto un po’ sudato, niente di che.
    Apro gli occhi e mi ritrovo nella mia stanza. Dalle griglie delle ante chiuse penetra la luce dell’alba, accompagnata dal canto degli uccellini, che si somma agli ululati fastidiosi della sveglia. Mi rotolo, la cerco un po’ a tentoni sul comodino e finalmente la spengo.
    Minchia, che razza di brutto sogno. E dire che, prima di farlo, ho avuto persino il coraggio di dire che i sogni non sono mai brutti, e che anche quando fanno paura sono divertenti. Ma quando mai.
    Anche se ho ancora sonno, intendo obbedire come non mai agli ordini della sveglia. Non ho nessuna voglia di rimettermi a dormire. Metti mai che Ombra sia ancora lì, da qualche parte, ad aspettarmi al varco.
    Come colto da un presentimento, mi alzo a sedere e guardo ai piedi del letto. Poi getto un’occhiata tutt’attorno alla stanza. Niente. Niente di niente, a parte il mio giubbotto di pelle appeso all’attaccapanni.
    Sorrido tra di me, ora molto più leggero. Vuoi vedere che Ombra non era altro che il mio giubbotto, condito con fin troppa fantasia onirica? So che cosa devo fare per allontanare per sempre Ombra dalla mia mente.
    Scendo dal letto, raggiungo la finestra e spalanco le ante. La luce del giorno riempie la mia stanza insieme all’aria frizzante, allontanando ogni ombra. Compresa Ombra, naturalmente.
    « Scusami », dico, rivolgendomi ai piedi del letto. « Ma non credo che tu sia il mio tipo. »
    Torno a sedermi sulla sponda e abbasso i boxer per cambiarli. Lotta o no, ho comunque sudato parecchio, questa notte. Sto per sfilarli dalle caviglie quando noto qualcosa.
    Segni rossastri. Segni che, quando li sfioro con le dita, mi fanno sussultare: bruciano.
    Incredulo, cerco di guardare meglio. Forse qualche zanzara è entrata durante la notte e mi ha punto… ma no. Questa non è opera di una zanzara. Nemmeno se trascorressi un’intera estate a Rosolina Mare, dove pare siano necessarie tre disinfestazioni al giorno, mi troverei con simili beccate addosso.
    Sono segni di dita, dannazione. Su entrambe le caviglie. E c’è di più. Nel punto in cui mi era sembrato di essere stato pizzicato, si sono impresse quelle che sembrano lettere. Per quanto assurdo, mi ritrovo a leggere una frase di senso compiuto scritta all’attaccatura del mio piede destro.
    Sono proprio il tuo tipo, invece. Ti penserò tutto il giorno, ma la prossima notte finalmente ci rivedremo e non ci lasceremo più. Non vedo l’ora di ricominciare a giocare con te. Goditi la giornata. Ombra.
   
 
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