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Autore: blackcat128    19/08/2021    2 recensioni
La gente pensa che il terrore si provi negli edifici abbandonati, al cimitero, in un bosco, persino a casa propria quando si è da soli o nei sogni. Di notte, oppure nelle giornate nebbiose o di pioggia. E che sia incarnato da fantasmi, mostri, vampiri, demoni.
Ma per me non è stato così.
Il terrore più puro, totalizzante, quasi insopportabile per la mia mente lo sperimentai ai margini di una strada affollata, in un caldo pomeriggio estivo, ad una stazione di servizio. Ero perfettamente sveglia, e la causa di quel terrore era del tutto umana. Almeno credo.
Genere: Angst, Dark, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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                                                               L’UOMO AL BANCONE




La gente pensa che il terrore si provi negli edifici abbandonati, al cimitero, in un bosco, persino a casa propria quando si è da soli o nei sogni. Di notte, oppure nelle giornate nebbiose o di pioggia. E che sia incarnato da fantasmi, mostri, vampiri, demoni.


Ma per me non è stato così.


Il terrore più puro, totalizzante, quasi insopportabile per la mia mente lo sperimentai ai margini di una strada affollata, in un caldo pomeriggio estivo, ad una stazione di servizio. Ero perfettamente sveglia, e la causa di quel terrore era del tutto umana. Almeno credo.


Dovevo andare a trovare i miei genitori, che vivevano dall’altra parte del Paese. Ricordo la radio che suonava Mr. Brightside dei Killers, il condizionatore che andava a palla, la camicetta che oramai era diventata un tutt’uno con il sedile, le goccioline di sudore che mi facevano bruciare gli occhi. Ero in viaggio da cinque ore ed ero sfinita.


La lingua grigia e rovente dell’asfalto si srotolava davanti a me e ai suoi lati era cinta da un paesaggio desertico color ocra. Il termometro segnava quaranta gradi e io li avvertivo tutti sulle mie spalle, tanto che quando vidi la stazione di servizio credetti che fosse un miraggio.


Invece era reale e ne fui felice. E la mia gioia aumentò nel momento in cui notai che accanto c’era una tavola calda con delle stanze al piano di sopra. Avrei potuto approfittarne per fare il pieno, mangiare qualcosa e mettermi sotto una bella doccia fredda. Avrei soggiornato lì per la notte, non ce l’avrei fatta a guidare ancora. Già il giorno dopo, dicevano, la temperatura sarebbe lievemente scesa e allora avrei potuto riprendere il viaggio.


La stazione era deserta, per fortuna. Fermai l’auto e presi la pompa. Mi irrigidii: chissà perché, tutto ad un tratto, avevo come la sensazione di essere osservata. Scossi il capo con un sospiro e finii di fare quel che dovevo.


Poco dopo mi diressi alla tavola calda. La porta si aprì con un cigolio, come se non fosse stata oliata da molto tempo. Un’occhiata d’insieme mi fece capire che l’igiene non era esattamente il punto forte del locale, ma non ci badai. Ero troppo stanca.


Dietro al bancone c’era un uomo, piuttosto giovane, alto e ben piantato. Mi sorrise e, per qualche strano motivo, avvertii una fitta di disagio. Ordinai un bicchiere di Coca Cola e un trancio di pizza e mi accomodai sullo sgabello che mi sembrò meno macchiato di unto e grasso, resistendo alla tentazione di passarci sopra con la salviettina umidificante prima di sedermi.


C’ero soltanto io, quindi non dovetti aspettare molto. Fu lui a servirmi e questo mi stupi: non aveva dipendenti? Pensandoci dopo avrei dovuto capire già da lì che qualcosa non andava.


Il cibo, però, non era male e quei bocconi mi rimisero praticamente al mondo. Mi sentivo già meglio e molto più ben disposta verso il padrone del locale, al quale chiesi la chiave di una stanza, con un sorriso.


Lui ricambiò e me la diede. Salii le scale, pregustando già la dormita che mi sarei fatta, ma quando aprii la porta fui riportata bruscamente alla realtà.


Una zaffata di chiuso, di muffa, di sudore mi aggredì le narici, tanto che cominciai a tossire. Mi guardai intorno e vidi che le pareti erano sporche e crepate.


No, non mi venne in mente di andare a reclamare o di scappare. Ero sfinita e mi dissi che sarebbe stato solo per una notte, che non ne sarebbe valsa la pena. Mi sdraiai sul letto e chiusi gli occhi.


Stavo per addormentarmi o forse ero già addormentata, quando lo avvertii.


Era una specie di formicolio. Credetti di star sognando ma mi accorsi ben presto che non era così.


Aprii gli occhi. Era reale. Sentivo qualcosa appoggiato all’altezza della pancia. Abbassai gli occhi.


Un topo. Un topo stava dando la scalata al mio corpo.


Non urlai. Balzai letteralmente in piedi, come un indemoniata. Scattai verso la porta, inciampai e battei la testa contro la parete. Il mondo si mise a traballare.


Fu allora che sentii le voci. Riconobbi quella del proprietario ma non sapevo di chi fosse l’altra.


Quel che era certo era che suonavano minacciose, basse e gravi. E si stavano avvicinando.


Mi misi a tremare. Una gocciolina di sudore mi cadde nell’occhio e mi sembrò vetriolo. Stavo per avere un attacco di panico. Quasi non riuscivo a respirare. E intanto le voci erano sempre più vicine, i passi sempre più pesanti. Udii, d’improvviso, una risata stridula che mi fece raggelare.


Lo sguardo mi cadde sulla finestra.


Lentamente mi alzai e mi avvicinai. Guardai giù. Non era poi così alto, al massimo avrei potuto spaccarmi una gamba. Già. E come avrei fatto a scappare? Perché dovevo scappare, vero? Mi avrebbero fatto del male, lo sentivo.


Non ebbi tempo per pensare. Spalancai la finestra. Ansimando, con la bile che minacciava di sgorgare dalla mia bocca, saltai.


Il rumore della caviglia che si rompeva mi fece ricordare gli scoppi dei falò durante le feste in spiaggia. Ma ero viva. Ero viva e cominciai ad arrancare verso la stazione di servizio, verso la macchina.


Non mi voltai. Non dovevo guardarmi indietro. La mia auto era sempre più vicina. Una macchia verde ai miei occhi colmi di lacrime e sudore.


Ma poi non resistetti alla tentazione e mi girai.


Sulla porta della tavola calda distinsi una sagoma. Non era possibile. Come aveva fatto ad arrivare lì così in fretta? O forse ero io a non avere più la cognizione del tempo.


Con uno sforzo sovrumano giunsi alla macchina, spalancai la portiera, avviai il motore e, urlando e piangendo per il dolore, diedi gas.




Dopo molte esitazioni raccontai tutto ai miei genitori e decidemmo di chiamare la polizia. Gli agenti si recarono sul posto ma lo trovarono vuoto.


Io non dormo più sonni tranquilli. Ho preso un dobermann, sebbene non mi siano mai piaciuti i cani di grossa taglia.


Non so quale segreto nascondesse quella stazione di servizio, non so cosa mi avrebbero fatto se non mi fossi svegliata, devo ringraziare il topo, credo, ma una cosa so. Ed è sufficiente a farmi tremare.


Io ho mostrato i miei documenti a quell’uomo. Ho cambiato casa, certo, ma questo non ha placato le mie paure.


Sono ancora là fuori, da qualche parte.


E se mi stessero ancora cercando?
   
 
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