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Autore: Ark    27/08/2021    0 recensioni
Al suo risveglio Kyle scopre che l'unità scientifica che lo accompagnava nella missione l'ha abbandonato, ma non da solo.
Genere: Angst, Azione | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«Kyle.»
 
Il formicolio si diffuse dai polpastrelli alla schiena, poi un tepore lo invase. Risalì le vene, rapido, e con esso il dolore esplose come fiamma viva, bruciandolo fino all’ultimo capillare. Il cuore riprese a pompare in un singhiozzo, ma il corpo ancora non poteva muoversi. Avvertì una luce oltre le palpebre, troppo pesanti per essere sollevate.
 
«Spero davvero che sia tu ad ascoltare e non si tratti di un qualche stupido malfunzionamento.»
 
Alle orecchie otturate le parole arrivarono distorte, come un’eco lontana e rimbombante. Strinse i denti, ma non se ne andava. 
 
Giunse un nuovo suono, un basso fischio metallico. Schiuse le labbra, aria incandescente gonfiò i polmoni. Gemette.
 
«Mi dispiace, Kyle. Non ho potuto fare niente.»
 
Sentì prima l’elasticità del tessuto sopra di lui, poi la sua trama ruvida. Mosse piano le dita. Mille aghi si conficcarono nelle carni. Aprì gli occhi.
 
«Non mi hanno lasciato scelta.»
 
La luce, smorta e bluastra, proveniva da un uomo in piedi in mezzo alla stanza. Kyle sbatté le palpebre, ignorando il dolore. La testa pulsava e gli arti erano macigni. Respirò ancora, più profondamente. Questa volta, l’aria gli fu benefica. Scostato il lenzuolo tentò di alzarsi, ma una vertigine lo fece ricadere all’indietro. L’uomo continuava a parlare, ma non riusciva a sentirlo. Una fitta gli esplose nel cervello. Portò le mani alle tempie, trovando la fronte gelida. Uno stridio gli ferì le orecchie, costringendolo a spalancare gli occhi.
 
Emise un rantolo soffocato, strozzandosi con la saliva. Tossì a più riprese, raschiando il fondo della gola. Quando tutto si placò reclinò indietro il collo, esausto.
 
Per lungo tempo, si concentrò sul solo respiro. Il resto poteva aspettare.
 
L’uomo di luce parlava ancora. «Ho lasciato delle coordinate per te. Mi danno del pazzo, ma… credo in te. Se c’è qualcuno che può farcela, quello sei tu.»
 
Puntellandosi sui gomiti, si issò a sedere. Per pochi attimi la vista venne meno, ma riuscì a mantenersi in equilibrio. Ogni muscolo inviava lievi spasmi, ma cercò di combatterli. Era sudato e ansante. Passò le mani tra i capelli, trovandoli corti e sfibrati. Guardò l’uomo. Era alto, con indosso un lungo cappotto scuro e guanti con le dita tagliate. La pelle era di un luminoso blu intenso. In quel momento, la sua intera immagine tremolò. Una parola balenò nella mente di Kyle: ologramma.
 
Sentì ricordi sopiti agitarsi sotto la superficie della consapevolezza; presto ogni cosa sarebbe andata al suo posto. Tornò a fissare l’uomo della registrazione: i suoi lineamenti gli erano famigliari.
 
«Sei in pericolo: non ti lasceranno andar via facilmente. Se ti svegli, le coordinate sono la tua unica possibilità.»
 
Si udì una voce priva di corpo: «Non abbiamo molto tempo.»
 
L’uomo si voltò, il sorriso tirato evaporato dal viso. Una sventagliata di proiettili, ruppe la quiete.
 
«Devo andare» sussurrò l’uomo. Kyle notò i suoi orecchini, tre semplici fascette argentee che pendevano dal padiglione destro. Ora si guardavano negli occhi. Le iridi dell’uomo erano davvero chiare, o forse la macchina era andata fuori fase di nuovo. Di nuovo?
 
«Non deludermi, Kyle. E…» Un nuovo rombo: un fucile, seguito da urla. L’attenzione dell’uomo fu deviata per pochi istanti. «Be’, lo sai già.»
 
Kyle lo vide chinarsi, forse su un pulsante, e l’immagine esplose in una pioggia di luce.
 
Rimasto al buio, riuscì a distinguere i dettagli che lo circondavano. L’ologramma era stato trasmesso da un comune proiettore 3D, abbandonato su un bancone insieme ad altri macchinari scassati. Notò un cavo che collegava l’accensione al lettino su cui si trovava. Cosa significava?
 
Ben presto riuscì a riconoscere tutta l’attrezzatura. Si avvicinò al bancone; con le dita smosse la polvere da uno degli schermi rotti. Qualsiasi cosa avesse indotto gli altri a fuggire, non era recente.
 
Là, fissato da un fermacarte, c’era un foglio dagli angoli ingialliti. Su di esso, una mano nervosa aveva scritto delle coordinate. Logan.
 
Gli mancò il terreno sotto ai piedi e si aggrappò per non cadere: insieme al nome erano tornati i ricordi.
 
Kyle strizzò le palpebre. Urtò il bancone, facendo cadere alcuni campioni. Cercò di dare un senso a quelle immagini confuse. L’unica luce filtrava dai buchi nelle assi che sbarravano le finestre. Erano state inchiodate dall’interno, come difesa.
 
La loro era stata una spedizione scientifica. Avrebbero dovuto studiare il B-32 e tornare a casa dopo sei mesi. Una goccia di sudore colò dalla fronte. Solo in quel momento fece caso alla sua nudità. Imbarazzato anche se solo, cercò con gli occhi dei vestiti. Ne trovò, impolverati, su una sedia. Un’idea di Logan, probabilmente.
 
Mentre li indossava, linee nere guizzarono sottopelle. Sobbalzò, lasciando cadere la camicia. Certo di non aver sognato, premette le dita sull’avambraccio, nella zona in cui le aveva viste. Non successe nulla.
 
Terminò di rivestirsi in silenzio. Oltre alla camicia, Logan aveva lasciato un comodo paio di jeans, una cintura e scarpe da ginnastica. Un completo poco consono per uno scienziato, ma se lo sarebbe fatto bastare.
 
Riconobbe dalla fibbia che si trattava di una di quelle di Logan. Era pessimo in fatto di estetica.
 
Adatti al fisico più gracile dell’altro, i vestiti stringevano un po’ sul petto di Kyle, ma era meglio di niente.
 
Seduto a terra, la schiena contro il bancone, si chiese perché non l’avessero portato con loro. Quegli spari non promettevano nulla di buono. Un gruppo nemico doveva averli attaccati, o qualcosa del genere. Forse dei terroristi.
 
No, non aveva senso. Si rialzò, guidato da un’intuizione. Uno dei monitor era spaccato, ma altri due sembravano integri. Il proiettore aveva funzionato, quindi l’energia c’era ancora. Individuò la tavoletta e vi premette sopra la mano. Kyle avvertì la vibrazione ripercuotersi lungo il braccio e gli schermi si accesero.
 
La sua scheda funzionava ancora, dunque. La guardò, fusa con la carne del polso, risalire sulle dita della sinistra. Era più scura ed evidente del solito.
 
Mosse lieve i polpastrelli, cercando quanto gli interessava. Qualsiasi cosa gli fosse successa, doveva essere archiviata lì. Scorse con gli occhi numerosi nomi, alla ricerca del suo. Sapeva che dovevano essere immagazzinati i peach di ogni membro, ma non aveva mai davvero imparato a navigare nel sistema.
 
Finalmente lo vide lampeggiare: Finch, Kyle. Si fermò, con un’esitazione che non gli era propria. Scosse il capo e lo aprì. Gli si presentò davanti il pit, dove inserì la propria password. Trattandosi di un software blueberry di terz’ordine, la sicurezza non era granché.
 
Scorse rapido la sua scheda fino agli appunti. Trovò tutte le sue annotazioni. Ricordava di averle inviate ogni giorno, ma era la prima volta che le vedeva tutte insieme. I dipendenti avevano accesso al proprio peach, ma di fatto nessuno li usava mai. E perché avrebbero dovuto? Erano solo backup che non potevano essere modificati.
 
Andò verso la fine, ma non ne ottenne nulla.
 
I suoi sintetici appunti non accennavano a niente che avrebbe potuto spiegare quella situazione e le ultime date collimavano coi suoi ricordi.
 
Con quel buio, senza alcuna chiara visione dell’esterno, non avrebbe saputo dire che giorno fosse. Forse era davvero successo tutto nell’arco di poche ore e per questo non ne aveva memoria. L'istinto però gli diceva che quell’idea era sbagliata.
 
Rimaneva ancora qualcosa che potesse fare. Esitante, rintracciò il peach di Logan. Superare il pit non fu difficile: conosceva la password dell’amico.
 
I rapporti di Logan si spingevano ben oltre: erano passati quasi tre mesi senza che Kyle lo notasse. La mente si affollò di domande, ma bastarono tre parole a chiarire tutto. Finch è deceduto.
 
Sbatté gli occhi, credendo di non aver capito bene. No, non si era sbagliato. La sua morte era riportata in nero su bianco. Controllò la data. Quasi una settimana dopo l’ultimo dei suoi rapporti.
 
Gli mancò il respiro.
 
Si ritrasse, incredulo. Il cuore prese a pompare in fretta, mentre metabolizzava la notizia. C’era stato un errore. Per dio, Kyle si sentiva vivo. No, era vivo.
 
Deglutì a vuoto, l’ansia che lo divorava dall’interno. Combattendo un tremito, tornò alla lettura.
 
Logan era sempre stato prolisso; spesso i suoi resoconti si perdevano in dettagli di poco conto, ma Kyle non l’aveva mai visto scrivere così, sull’orlo del vaneggiamento. Le frasi erano vaghe, alcune del tutto prive di significato.
 
Parlava di corvi. Che idiozie erano mai quelle? Rivide per un attimo il suo viso, reso livido dall’ologramma. Anche se aveva ascoltato poco, non gli era sembrato fuori di senno. Una sensazione di angoscia gli occluse la gola, avvolgendo i polmoni in una morsa. Continuò a leggere.
 
Parlando della sua morte era breve e frammentario. Il suo dolore era percepibile e la prosa ne risentiva. Studiò con attenzione i pochi passaggi a lui dedicati.
 
Stando all’amico, qualcosa lo aveva aggredito. Kyle era uscito come faceva di solito e tornato reggendosi a stento, coperto di morsi. Rabbrividì. Logan e gli altri avevano pensato a un animale e l’avevano portato in infermeria. Quello stesso giorno, ore prima, per pochi istanti il cielo si era tinto di rosso.
 
Kyle non avrebbe saputo dire se quell’ultimo dettaglio corrispondesse a realtà o fosse solo frutto di una vena poetica, ma il suo disagio crebbe.
 
Pochi giorni dopo, ecco la notizia della sua morte. Il medico della base non era riuscito a salvarlo. Si parlava di infezione. Il suo sangue era stato avvelenato a seguito dei morsi.
 
Mosse le dita, scorrendo verso il basso. Doveva esserci qualcos’altro, qualcosa che spiegasse com’era finito lì.
 
Più leggeva, più il viso gli si adombrava. Quando giunse al termine, le gambe non lo sostenevano più. Crollò a terra, le mani tra la polvere. Lo schermo vibrava a intermittenza, ma non gli prestava più attenzione.
 
Non poteva essere vero. Il cuore martellava nel petto. Era uno scherzo, uno di pessimo gusto. Una nuova saetta nera attraversò le dita. Furioso, colpì il terreno finché graffi non gli si aprirono sulle nocche. Niente sangue, né rossore.
 
Un’ondata di bile gli invase la bocca. Doveva andarsene.
 
Si rialzò. Chiuso lo schermo, il suo riflesso gli sorrise dalla superficie nera. Prima non l’aveva notato. Si diede dello sciocco.
 
La maggior parte dei dettagli erano al loro posto: orecchie a sventola, naso dritto, zigomi affilati. Anche i capelli sembravano i soliti, neri e corti, ma il viso era più magro del normale e gli occhi più infossati, acquosi. Morti.
 
Kyle respirò a fatica. L’attenzione tornò alle nocche, dove poche gocce di sangue fin troppo denso stavano riempiendo i vuoti. Ma com’era possibile? Lui respirava. Premette due dita nell’incavo del collo: anche il battito era a posto.
Com’era possibile che si muovesse, che pensasse? L’anatomia non era tra le sue specialità, ma perfino Kyle capiva che qualcosa non tornava. Era assurdo.
 
Un lieve grattare lo distrasse. Si accorse in quel momento che la fonte di luce, la fessura, era oscurata. C’era qualcuno.
Lo scricchiolio proseguì. Kyle raggelò, sforzandosi di rimanere immobile. Il raschiare divenne un colpire. Le assi reggevano, ma per quanto ancora? Nel panico, Kyle si guardò intorno, alla ricerca di qualcosa che potesse essere usato come arma.
 
Ricordò gli spari della registrazione e arretrò.
 
Grugniti e lievi mugugni risuonarono chiari al di là della porta. Lanciò un’ultima occhiata alle coordinate. Maledisse Logan per non avergli lasciato una mappa più chiara. Afferrò il foglio e lo accartocciò in una tasca. Ci avrebbe pensato più tardi.
 
Valutò le sue opzioni. Scartò le scale: avrebbe potuto nascondersi nel seminterrato per un po’, ma preferiva non rischiare con quelle creature. Quasi scoppiò a ridere. In fin dei conti non era diverso da loro.
 
Corse alla porta. Il vetro opaco era già stato rotto e non fu difficile forzarne l’apertura. Corse nel corridoio e superò le poche porte che si aprivano da entrambi i lati. Avrebbe voluto uscire e scappare lontano, ma non era saggio, non senza un piano.
 
La porta nella stanza dei monitor cedette quando lui richiuse la sua dietro di sé.
 
Si appiattì contro la porta, il respiro pesante. Sentì passi strascicati e bassi ringhi. Trattenne il fiato, sforzandosi di restare immobile. Dovendo guardare sé stesso, Kyle non trovava molte differenze con i normali esseri umani, salvo nell’aspetto esteriore. Perché attaccarlo? Cosa ne avrebbero ricavato?
 
Logan ne parlava come di esseri privi di volontà, rabbiosi e aggressivi. Se davvero era così, come poteva constatare, perché lui era diverso? Forse Logan aveva omesso qualcosa.
 
Uno schianto viscido lo distrasse da quei pensieri. In qualche modo l’avevano trovato. Al primo impatto ne seguirono altri. Kyle sobbalzava a ogni nuovo colpo, spingendo a sua volta con tutte le sue forze. Forse la serratura automatica avrebbe retto, ma si poteva dire lo stesso dei cardini? Quella base era vecchia, scomoda e poco attrezzata. 
 
Kyle imprecò. Se solo avesse potuto disporre di una struttura all’avanguardia e non di una vecchia baracca.
 
Puntellandosi coi gomiti sulla porta, si guardò intorno. Non aveva badato a dove entrava, ma ora se lo chiedeva. L’ambiente era immerso nel buio.
 
L’aria profumava di menta. Si ricordò del loro capo e della sua abitudine a masticarne. Quella doveva essere la sua stanza. Avendone il tempo avrebbe potuto perlustrarla per cercare risorse utili, ma ora doveva pensare in fretta.
 
Che lo volesse o meno, la porta si sarebbe aperta, e quelle cose sarebbero entrate. Lo avevano già ucciso una volta e Kyle avrebbe preferito non ripetere l’esperienza. Se mai avesse rivisto Logan, l’avrebbe preso a schiaffi.
 
I colpi si erano fatti più furiosi. Quanto gli rimaneva? Un minuto, un secondo? Si sforzò di riflettere. Cosa li guidava? Scartò l’olfatto, tutto lì puzzava allo stesso modo. Udito, vista? In quel caso sarebbero dovuti arrivare prima, richiamati dall’ologramma di Logan.
 
Dall’altro lato risuonò un grido gutturale; l’impatto fu più violento e scosse Kyle. Il cuore prese a pulsargli nelle orecchie.
 
Poi capì.
 
Premette le mani sul cranio, chiuse gli occhi e smise di pensare. Lasciò che i suoni lo trapassassero, senza soffermarsi su nessuno. Con uno sforzo di volontà, si concentrò sul proprio, violento battito, tagliando fuori il resto.
 
All’inizio non sembrò dare risultati, ma si costrinse a proseguire. Restò inerte anche quando i colpi si affievolirono e represse la gioia quando li sentì andar via, l’incedere strascicato.
 
Esausto si accasciò contro la porta, scivolando sul pavimento. Qui rimase, gli occhi sbarrati. Incapace di trattenersi oltre, lasciò che la mente si affollasse di pensieri. Un rischio che non poteva permettersi. Doveva uscire, andare oltre la loro portata e rifugiarsi lì.
 
Si lanciò fuori senza riflettere. Li vide ammassati sul fondo del corridoio, e la sua paura parve scuoterli. Corse via, senza preoccuparsi del rumore. Tornato nella sala monitor, già li sentiva gridare. Calciò la porta distrutta e uscì dalla base.
 
L’aria gelida gli mozzò il fiato, ma non smise di correre. Scavalcò la recinzione. Il filo spinato gli tagliò le dita, ma non vi badò. Alla luce dell’alba, o forse del tramonto, la sua pelle gli apparve per com’era: grigiastra e tesa. Macchie più scure, violacee, si allargavano sulle braccia e forse anche sul torace. Si morse il labbro per impedirsi di urlare.
 
La base si trovava isolata rispetto alla città, costruita tra i boschi che coprivano la montagna. Non sapeva se tutti fossero diventati mostri o se ci fossero sopravvissuti, e nemmeno gli interessava. Vide due cadaveri e ne ebbe paura, ma quelli, troppo danneggiati, non si mossero.
 
Le urla si fecero più vicine e Kyle accelerò. Non era mai stato un grande corridore, ma ora non sentiva la fatica e non aveva bisogno di respirare. Un profondo disgusto l’assalì, ma la sua parte razionale gli impose di concentrarsi. Qualsiasi cosa lo aiutasse a mettere quanta più distanza possibile tra lui e le creature era un dono dal cielo.
 
Si inoltrò tra le fratte. C’era una strada, ma si trovava dall’altra parte della base. Continuò a muoversi senza voltarsi indietro finché non si accorse che non c’era più nulla a seguirlo.
 
Qui, prese fiato. Non che gli servisse. Si sentiva affaticato, ma non per il viaggio. Si sedette tra gli aghi caduti, marroni e mollicci. Vide ricci di castagne spaccati e rami rotti. Tutt’intorno a lui, solo alberi. Reclinò il collo all’indietro posando la testa contro un tronco, le spalle rilassate.
 
Era per questo che non era stato attaccato mentre non era in sé e perché gli altri l’avevano lasciato indietro. Sapevano che non correva rischi.
 
Recuperò il foglio delle coordinate. Logan doveva averlo avvertito nel suo messaggio, senza prevedere che non sarebbe stato in grado di sentirlo. Si diede dello stupido: al posto di cercare i peach, avrebbe fatto meglio a far ripartire il proiettore e riascoltare le parti mancanti.
 
Non che ora avesse importanza.
 
Sospirò, provato. Le nocche erano diventate nere e le ferite si stavano richiudendo. Sorpreso, le avvicinò al viso. Notò filamenti rossastri e la stessa sostanza scura che aveva visto guizzare sotto la pelle. Il danno si era ridotto. Toccò l’indice, trovandolo gelatinoso. Non sentì dolore.
 
Meglio così: era già abbastanza difficile dover accettare la propria morte, l’idea di decomporre non lo attirava. Se quel nuovo corpo aveva dei limiti, non era impaziente di scoprirli.
 
Il foglio recava un nome, Mabletown, e dei numeri. Li identificò come coordinate assolute, ma non sapeva come arrivarci.
 
Alzò lo sguardo. Era mattina. Quando il sole fosse stato abbastanza alto nel cielo avrebbe potuto orientarsi. Fino a quel momento, poteva riflettere.
 
Non credeva che ci fossero creature nella foresta, ma tenne le orecchie tese, pronto a scattare al minimo dubbio. Smettere di pensare aveva funzionato, ma era stato maledettamente difficile e non si sentiva pronto a farlo ancora. Sarebbe bastata una sola parola, una sola imprecazione pronunciata nella sua testa e per lui sarebbe finita. Meglio non pensarci.
 
Mabletown era un nome che riempiva la bocca. Non ricordava di esserci mai stato, né che ci fossero basi, ma se Logan aveva lasciato quel nome, allora era lì che sarebbe andato. Ripensò alle sue annotazioni, quasi di certo incomplete, forse per la fretta o chissà che altro.
 
Si abbandonò allo sconforto. Come avrebbe fatto a raggiungere la città, se un semplice pensiero bastava a richiamare quei mostri? Anche se ce l’avesse fatta, non era certo che lui si trovasse davvero lì. In fin dei conti, Logan aveva registrato il messaggio quando era ancora nella base: mille cose potevano essere andate storte. Se lo figurò morto, il cadavere a marcire all’aperto. Peggio ancora, diventato uno di quegli incubi.
 
Ricacciò il foglio in tasca. Se avesse continuato su quella strada sarebbe senz’altro impazzito. No, Logan era vivo ed era a Mabletown.
 
Mandò giù saliva mista a lacrime. Si rannicchiò, la testa sulle ginocchia, le emozioni in subbuglio. Tristezza e angoscia gli pesavano sul cuore. Tirò su col naso. Un grumo di sangue scivolò lungo la narice, spinto dal muco. Forse non si comportava come un normale cadavere, però era un bel fagotto di schifo. Ma Logan credeva in lui.
 
Per un istante se lo vide davanti, coi capelli verdi e quegli stupidi orecchini che facevano sempre scattare i sistemi di sicurezza. Desiderò fosse lì con lui. Voleva stringerlo, schioccare le dita in quel modo che lo infastidiva, fargli capire i suoi veri sentimenti. Baciarlo.
 
Rabbrividì. Si rese conto che non avrebbe mai potuto farlo. Anche se avesse rivisto Logan, Kyle non era più l’uomo di un tempo. Forse non era una di quelle creature, ma ne aveva l’aspetto.
 
Di nuovo in piedi, abbatté con furia il pugno sul legno. Poche schegge si staccarono, cadendo al suolo in una pioggia di aghi secchi.
 
Non era più umano. Lacrime calde colarono sul viso. Non riusciva nemmeno a sentire il dolore. Un secondo colpo si unì al primo. Era solo un mostro. Continuò a colpire il tronco, senza più badare al rumore, né ai pensieri. Che venissero a prenderlo, non gli importava.
 
Si fermò, non perché gli mancassero le forze, ma perché il pianto gli ottenebrava la vista. Sentì il vuoto sotto di lui, e crollò in ginocchio. Singhiozzò.
 
Mabletown. Avrebbe trovato Mabletown.
 
Il resto poteva aspettare.
   
 
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