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Autore: Archangel397    01/09/2021    0 recensioni
Lunatics è una raccolta di one-shot dove non esiste la ragione, ma solo la follia abissale causata dal passato e dalle maschere sociali che tutti gli uomini indossano.
Questi pazzi lunatici cercheranno di afferrare il proprio passato e a distruggerlo completamente, ma a quale prezzo? La loro stessa vita, la loro identità. Le cinque porte del paradiso ti aspettano... o dell'inferno? C'è differenza?
Genere: Drammatico, Mistero, Suspence | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Raccolta | Avvertimenti: Violenza
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- Questa storia fa parte della serie 'Lunatics Saga'
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La campanella suonò, e gli studenti della scuola superiore di San Francisco uscirono esultando come delle dannate scimmie che sembravano di aver afferrato la banana più buona del mondo. Dopotutto era l'ultimo giorno delle attività didattiche, la loro esultanza era del tutto logica. Ma tra di loro spiccava un ragazzo che sembrava tutt'altro che felice: il suo nome era Kamui, un semplice studente ordinario che aveva sempre un diavolo per capello, non sorrideva mai e aveva sempre una scusa per rimanere seccato e non far mai uscire allo scoperto il suo sorriso.

Era il suo giorno finale a San Francisco, ma almeno non doveva faticare per salutare tutti: era un tipo poco sociale che a volte faceva fatica a reggere un semplice discorso, tanto che a scuola era piuttosto mediocre.

Dopo essere uscito fu accompagnato da un suo compagno di classe, che poi lo salutò andando nella corsia opposta alla sua, augurandogli delle bellissime vacanze e di potersi rivedere presto.

"Non succederà".

Appena arrivato un po' più in là, si sedette ad aspettare alla fermata dell'autobus. Aveva notato che un simpatico e grande pastore tedesco lo stava seguendo: anche il cane si sedette insieme a lui. Kamui intanto si mise a osservare il marciapiede di fronte a lui, dove tutti gli studenti stavano uscendo dalla scuola e tornando a scuola a piedi o con i propri mezzi: quella sarebbe stata l'ultima volta.

«Quindi, te ne vai? Per sempre?» il pastore tedesco si rivolse al ragazzo.

«...sì. Il mio ciclo sta per chiudersi, è l'ora di tornare a casa.» replicò lui mentre cercava anche di abbassare i suoi capelli, castani e a punta.

«Ti mancherà essere uno studente?»

«Chi lo sa? Il tempo che percorri da studente è solo un prologo della tua vita, no? E poi, molto probabilmente me ne dimenticherò.»

«Allora, spero tu non abbia questioni in sospeso.» rispose il cane, mentre l'autobus arrivava e si fermava di fronte a Kamui. «Questa è la tua corsia finale, buona fortuna per tutto, ragazzo.»

Il ragazzo prima di salire diede un'ultima occhiata alla sua scuola, per poi voltarsi alle proprie spalle verso il cane.

«Spero di rivederti presto, Jack.» sorrise leggermente, salendo sopra l'autobus.

«Sono sempre con te.»
Il cane perse la sua forma fisica diventando semplice sabbia che si fece trasportare dal vento, mentre l'autobus partì verso la destinazione finale. Nel mentre il ragazzo, seduto verso il vetro, si mise gli auricolari e accese il suo lettore MP3 e attaccò mettendo una canzone casuale: ascoltava in genere rock o pop degli anni Ottanta e Novanta. Kamui ne andava pazzo, così tanto che ammirando per l'ultima volta la corsia non si accorse di essere arrivato subito a destinazione.

L'autobus si fermò proprio di fronte a un aeroporto, il ragazzo scese immediatamente dicendo per un'ultima volta il solito "arrivederci" all'autista che lo aveva accompagnato a scuola ogni giorno. Avanzando a passo veloce entrò dentro il luogo, che era stranamente vuoto, non era presente neanche un'anima viva.

«Devo fare un saltino al bagno prima.»

Il bagno non era troppo distante, perciò non ci mise tanto ad arrivarci: appoggiò il suo zaino vicino al lavandino e lo aprì, estraendo una calibro 32 scadente e una scatoletta di fiammiferi. Ne accese uno e fece prendere fuoco allo zaino, nel frattempo afferrò la pistola ed entrò in uno dei gabinetti disponibili. Non fece niente per un paio di secondi, per poi premere il grilletto e spararsi in fronte... ma cos'era cambiato?

Dallo stesso gabinetto uscì sempre Kamui che, ancora tutto integro, si mise davanti allo specchio e notò che al posto di indossare le solite tuta e giacca sportiva aveva addosso una camicia azzurra e dei comodi jeans... ma i capelli? Sempre delle troie.

«È tempo di andare.» si disse, distogliendo lo sguardo dallo specchio e accorgendosi che la fiamma si era spenta.

Uscì dal bagno e si dirisse velocemente verso il luogo del suo volo, dove il pilota stesso dell'aereo lo attendeva.

«Kamui, la stavamo aspettando. La prego di accomodarsi e di godersi il volo.» esordì lui. Intanto il ragazzo non riusciva a distogliere lo sguardo dal suo mento abbastanza sporgente e dai suoi capelli biondi perfettamente pettinati e dai suoi occhi azzurri che permettevano una combinazione armoniosa nel suo aspetto. Ma cercò di non pensarci e si accomodò sull'aereo: stranamente era l'unico passeggero presente.

«Buon pomeriggio, signore, grazie per aver scelto di volare con noi. Cosa posso servirle?»

Apparve una solare e bella hostess, mettendosi a disposizione solo per Kamui.

«Solo un bicchiere d'acqua, grazie.» rispose lui, mentre spostava lo sguardo verso il finestrino.

«Aspetti, ma come mai si vuole dirigere a Tokyo?» chiese la hostess.

«Sto solo ritornando a casa, qui ho definitivamente finito.» rispose Kamui con freddezza.

«Mi dispiace per essermi intromessa, ma veda che lei ha commesso molti peccati. Sarebbe pericoloso andare in Giappone in questo momento.»

Intanto, l'aereo prese il decollo, abbandonando per sempre quel luogo arido e soffocante per Kamui. Per lui la cosa migliore da fare era tornare a casa.

«Ecco il suo bicchiere.»

La hostess gli porse l'acqua in un bicchiere di vetro, con un sorriso.

«Grazie mille, e lei è...?»

«Chika Ketsueki, magari se vorrai... sentiamoci per telefono dopo il viaggio, ti va?» chiuse le braccia timidamente.

«Mi sta bene.» disse lui sorseggiando il bicchiere finalmente gioioso dopo tutto quel tempo. Già il ragazzo cominciava a sentirsi a casa, rilassato e al sicuro.

Ma non sapeva che, al suo ritorno, la Parata Rossa era lì, che attendeva solo lui dopo tutti quegli anni di assenza.

"The Final Say"




  
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