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Autore: Blackellrick    01/09/2021    0 recensioni
Un ragazzo senza un obbiettivo che si ritrova a scrivere una storia, la storia della sua vita disastrosa all’interno di una prigione che gli fungeva da casa.
Un muro a dividerlo dal resto del mondo e solo due persone al suo fianco: un licantropo con i suoi tre cani e un vecchio con indosso un vestito da donna.
Una fuga dolorosa e piena di incertezze, ma che porterà alla nascita di qualcosa di buono: una storia.
Genere: Drammatico, Malinconico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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 La carta era finita.
Asmodeo ripone l’ultimo foglio sulla pila che aveva accumulato sulla sedia e si alza, sentendo in quel momento la porta dello stanzino aprirsi e Miguel entrare.
Aveva un piatto in mano, sopra una profumatissima fetta di torta alle mele.
‘’Ho finito.’’ Dice il ragazzo, prendendo il piattino. Aveva di nuovo lo stomaco sotto sopra, ma stava bene, non era il finale della storia ad averlo sconvolto.
Il biondo si era accorto subito che qualcosa non andasse e si era seduto, guardando i fogli.
‘’Posso?’’ Domanda, vedendolo sedersi sulla sedia accanto mentre aspettava un suo parere.
Miguel aveva cominciato a leggere, il suo sguardo attento si era posato su ogni lettera ignorando gli errori grammaticali e pagina dopo pagina aveva ripreso a leggere da dove aveva lasciato il racconto il giorno prima.
Asmodeo non lo stava seguendo, stava solo mangiando, ma aveva capito subito dove fosse arrivato quando lo aveva visto portarsi la mano alla fronte per accarezzarsi il tatuaggio.
Aveva posato i fogli per un attimo, poi lo aveva guardato e si era sporto verso di lui quel poco per guardarlo meglio sotto la luce ormai sempre più debole della lampada vecchia e polverosa.
‘’Perché non hai parlato di lui?’’ Chiede con tono dolce, quasi in un sussurro.
Il ragazzo non gli aveva risposto, era rimasto in silenzio. Pensava fosse ovvio il motivo del perché non avesse parlato di quell’uomo.
‘’Potevi, se è questo che volevi sapere.’’ Ammette, poi gira il foglio sulla parte vuota e lo mette sulla macchina da scrivere.

Miguel era scappato dal mondo nuovo per un terribile errore. Quell’errore era l’aver ucciso la persona che più amava al mondo.
Nella sua forma di bestia perdeva totalmente il controllo e dopo tre anni, anziché risvegliarsi dentro la gabbia, con una tazza di caffè caldo davanti alle sbarre e il suo sorriso ad aspettarlo, si era ritrovato fuori, sul pavimento freddo con il suo corpo smembrato tra le braccia, il sapore del sangue in gola...


Asmodeo gli ferma le mani, strattonandolo verso di sé per farlo smettere di scrivere, ma solo quando aveva visto i suoi occhi aveva capito che non lo avesse scritto affatto per la storia, ma per sé stesso.
Il moro si era sentito ‘libero’ da quel peso nel raccontare la sua avventura e forse anche per Miguel era cosi.
‘’Non è stata colpa tua.’’ Dice solo, sentendo la gola pizzicare.
Il biondo fa ricadere la testa sulle sue gambe e sospira, sentendo le lacrime premere contro gli occhi.
‘’Non capiterà con me.’’ Aggiunge, serio.
Era questa la sua paura, no? Aveva paura di poter uccidere qualcun altro, soprattutto lui.
Miguel solleva la testa e lo guarda, annuendo.
‘’No, tu sei troppo stupido per capire come si apre un lucchetto così complesso..’’ Sussurra nel tentativo di far ridere il ragazzo, ma in realtà ci stava male.
Non aveva detto o fatto altro, aveva ripreso i fogli e come sempre era tornato ad evitare tutto quel dolore che gli si raggrumolava nel petto.
Quel dolore non sarebbe mai andato via, quel ricordo e quelle immagini lo avrebbero tormentato per sempre, ma doveva conviverci.
Si era immerso nella lettura e per un bel po’ era rimasto il silenzio, ascoltando solo il respiro leggero di Asmodeo.
‘’Ti senti ancora in colpa...Per me?’’ Chiede, il tono un po’ duro. Aveva letto quella parte con il cuore gonfio di dolore.
Pensava fosse colpa sua? Lo aveva sempre pensato?
Il moro annuisce, spostando lo sguardo verso la porta.
Miguel gli poggia le mani sulle guance e gli occhi di Asmodeo si erano rapidamente spostai sui suoi.
‘’Non sei stato tu a farci finire in trappola. Siamo stati noi a cacciarci in quel guaio..’’ Ma non aveva ancora letto il resto.
‘’Io gli avevo portato solo guai, dolore e ora...’’ Il più grande serra le labbra e poggia i fogli sugli altri.
Allunga la mano verso la sua e la stringe, cercando le parole giuste.
C’era voluto qualche minuto prima che riuscisse a parlare.
‘’Tu non sei colpevole di ciò che ho passato. Se tu non fossi arrivato davanti casa mia con quella stupida margherita noi ora non saremo qui.’’ Dice, serio.
L’unico rumore in casa per ora era il tono della sua voce, che per Asmodeo era il doppio più forte.
‘’Non voglio romperti il cazzo per ciò che hai scritto, ma voglio che tu sappia che quella prigione che mi ero costruito dentro il muro non andava bene per me. Sto molto meglio qui, con te, con Erik e con i miei cani.’’
Il ragazzo solleva lo sguardo verso gli occhi azzurri dell’altro e arriccia il naso.
‘’E’ successo perché doveva accadere. Ci hanno tenuti lì solo perché abbiamo avuto il coraggio di spingerci oltre. Ero spaventato anche io, davvero, era un posto nuovo e per la prima volta non sapevo come agire, ma ne siamo usciti, uhm? E ora stiamo bene.’’ In quel momento Miguel voleva solo che Asmodeo parlasse.
Il suo silenzio lo uccideva, il moro non stava quasi mai zitto e questo gli faceva capire che stesse riflettendo molto su ciò che lui stava dicendo.
Gli scuote le mani, come nel tentativo di spingerlo a dire qualcosa.
‘’Stupido. Distruggendo quel muro non hai distrutto il mio riparo, mi hai solo dato un posto migliore in cui stare.’’
Asmodeo stringe forte una delle sue mani e solleva lo sguardo verso il soffitto, sentendo il cuore battere poco più forte.
‘’E’ stato brutto vedervi in quel modo..’’ Sussurra e alla fine si alza, circondando il collo dell’uomo con le braccia, abbracciandolo.

Miguel per quei tre anni nel muro aveva sempre pensato a quanto gli mancasse il mondo nuovo, a quanto avesse nostalgia di quei prati verdi e della propria famiglia.
Il giorno in cui erano usciti dal muro, un anno prima, lui non era voluto tornare subito da loro, ma al suo ritorno non aveva trovato nessuno pronto a criticarlo, anzi, lo avevano accolto con affetto e comprensione.
La notte di quell’assassinio si era tatuato la fronte come simbolo sacro nel ricordare una persona amata defunta, come diceva la tradizione della propria famiglia e poi era scappato, lasciando tutti senza dire una parola.
Era contento in realtà di essere tornato, seppur i ricordi, per i primi giorni, lo avessero massacrato.
Si alza, ricambiando l’abbraccio del ragazzo, staccandosi poco dopo per prendere i fogli e fargli cenno di uscire.
‘’Andiamo a foderarli.’’
 
   
 
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