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Autore: Achillea_De_Seniles    04/09/2021    0 recensioni
(Lo sapevate che nel giro di una giornata possono capitarvi le cose più strane? Ebbene, non ci credevo nemmeno io, eppure la scorsa settimana sapeste che strani eventi mi sono capitati! Ero andata semplicemente al supermercato a fare la spesa ed è da lì che il mondo è precipitato. La storia è costituita da persecuzioni, false amicizie e soprattutto da elementi surreali. Per quanto trovassi la situazione assurda, ho deciso di condividerla con voi).
Genere: Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Una giornata assurda

 (Lo sapevate che nel giro di una giornata possono capitarvi le cose più strane? Ebbene, non ci credevo nemmeno io, eppure la scorsa settimana sapeste che strani eventi mi sono capitati! Ero andata semplicemente al supermercato a fare la spesa ed è da lì che il mondo è precipitato. La storia è costituita da persecuzioni, false amicizie e soprattutto da elementi surreali. Per quanto trovassi la situazione assurda, ho deciso di condividerla con voi).

Lo sapevate che nel giro di una giornata possono capitarvi le cose più strane? Ebbene, non ci credevo nemmeno io, eppure la scorsa settimana sapeste che strani eventi mi sono capitati! Ero andata semplicemente al supermercato a fare la spesa ed è da lì che il mondo è precipitato.

La storia è costituita da persecuzioni, false amicizie e soprattutto da elementi surreali. Per quanto trovassi la situazione assurda, ho deciso di condividerla con voi.

Era una giornata tranquilla. Le strade del quartiere, che erano sempre state rumorose e chiassose, quel giorno erano un cimitero. Da quando c'era stato lanciato l'allarme Corona Virus, la vita era cambiata. Non si usciva liberamente. Si poteva andare al supermercato, in farmacia, alla macelleria ecc. Il resto era tutto chiuso. Inoltre tutti dovevano indossare la mascherina. Chi si comportava diversamente, veniva linciato dalla gente che incontrava. In un clima così in teoria ci si poteva aspettare di tutto, ma io non me ne preoccupavo. Il terrore si trovava normalmente negli edifici abbandonati, al cimitero, in un bosco, persino a casa propria quando si è da soli o nei sogni. Di conseguenza non mi sarei mai aspettata brutti incontri e strana gente.

Mentre entravo nel supermercato, una voce fastidiosa mi chiamava, mi spaventava, mi infastidiva. Mi girai scocciata e vidi tre ragazze vestite di jeans molto corti, tutte ben truccate, capelli biondi e piastrati, occhi azzurri e magliette scollate. Le ragazze mi fissavano amichevolmente, ma io non mi lasciavo incantare dalle loro smancerie. Erano Gada, Tania e Vittoria,le tre comare, che io chiamavo sempre le tre ocarine occhi di fiamma, perché si divertivano a deridermi, a mettermi nei guai e a trovare qualsiasi occasione per pestarmi. Sentivo l'ansia arrivare, mentre le vedevo lasciare stare quello che stavano facendo per venirmi incontro a parlarmi. Io le fulminai con uno sguardo severo. Sapevo che la tranquillità era finita e adesso bisognava sbrigarsi a fare la spesa e liberarsi alla svelta di loro.

Non mi erano mai veramente piaciute e continuavano a non piacermi. La nostra amicizia, se così si poteva chiamare, era sempre stata scarsa. Sebbene avessero detto di volermi molto bene, mi avevano sempre pestato, presa in giro e voltato le spalle nel momento del bisogno. Com'era che mi avevano detto? “Tu sei mia amica, ma tu hai fumato proprio!” Oppure: “Devi essere fiera di fare ridere tutti”. Avevo sempre avuto paura di incontrarle, perché sapevano essere molto appiccicose e persuasive. Sopratutto quando erano insieme, erano sempre intoccabili. In particolare non avevano approvato la mia scelta di andare all'università. Volevano che io la mollassi, affinché non si sentissero inferiori a me. Loro non avevano voglia di studiare e non volevano che io che ce l'avessi. Dal momento che ero in ritardo con gli esami, avevano la scusa pronta per darmi addosso. Non poteva più continuare. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, era sempre la stessa storia. Mi pesava proprio stare lì. A forza di insultarmi, alla prima occasione me ne andai, fregandole con la loro stessa moneta. Mi avevano telefonato dicendomi: “E' vero tra tre minuti sei pronta ad uscire”. “Insomma non esci mai”. “Come sei acida”. Io le lasciai parlare tranquillamente. Senza nemmeno rendersene conto, si stavano imbrogliando da sole. Infatti, stavano dando tutti I segni evidenti di odiarmi. Glielo dissi chiaramente: “Ma se vi faccio tanto schifo, ma perché mi frequentate?” E gli avevo attaccato il telefono in faccia. Da allora non le avevo mai più riviste. Avevano continuato a chiamarmi, ma non avevo mai accettato di uscire. Ad un certo punto poi gli avevo bloccato i numeri. Loro mi avevano continuato a chiamare con il numero privato ed io avevo continuato a resistergli. L'ultima nostra chiamata risaliva ormai a un anno fa. Credevo che dopo quella chiamata, visti i miei comportamenti scortesi, mi avrebbero lasciata in pace. Ma a quanto pareva, no. Mi sorprendeva sempre tutta la loro cocciutaggine. Non avevano mai niente di meglio da fare.

Per questo non ci tenevo ad incontrarle, specialmente tutte e tre insieme e in un luogo chiuso. Anche se era un semplice supermercato, non prometteva niente di buono. Per quanto dicessi di essere forte e determinata, avevo una grande fragilità interiore, che alla fine riuscivo sempre a superare, quando veramente mi ci mettevo. Bisognava fare molta attenzione. Avevano già un carattere terribile quelle tre ed oggi erano molto sospette più del solito. Si stavano molto annoiando. “Perché non cerchiamo di fare qualcosa di diverso” mi disse Vittoria, la comare alfa. Avevano senza dubbio un piano diabolico ed io ero pronta a resistergli, qualunque cosa fosse. Purtroppo sembravano pronte quanto me. Come tutte le volte ammiccarono, poi una puntò il dito in un punto e mi sorrise. Cercai di andarmene, ma era troppo tardi. Tania, la più civetta del branco, aveva appena buttato giù uno scaffale pieno di marmellate, miele cioccolata e aveva ridotto in briciole le fette biscottate. Senza accorgermene nemmeno, mi avevano anche sporcato i vestiti di marmellata e messo briciole dappertutto. “Adesso vedrai cosa ti succederà” dissero Giada e Vittoria, mentre andavano a chiamare i padroni. In questo modo tutti avrebbero incolpato me e io avrei pagato i danni. “No!!!” Non era possibile! Come facevo a liberarmi di loro. I proprietari del supermercato non mi avrebbero mai creduta. Infatti, avevano la falsa testimonianza di due persone. Non ne potevo più di loro. Non si usciva mai da quell'incubo. Sarei tanto voluta scappare via. Mi passò davanti tutta la mia vita. Per fortuna una voce mi sussurrò all'orecchio che il danno non era ancora completato. I proprietari del supermercato non mi avevano vista e sapevo volare. Se mi fossi allontanata dal supermercato immediatamente, non avrebbero avuto prove contro di me ed il gioco era fatto. Dopotutto stavo solo uscendo scortesemente dal supermercato. In un momento di Coronavirus non era raro vedere gente in emergenza. Se era una questione di guerra, eccole accontentate. Prima di essere vista da qualcuno, spiccai il volo e uscii. Come mi allontanai, la scena cambiò di colpo.

Non ero più al supermercato. Ora mi trovavo al parco. Consapevole di non essere ancora sfuggita dal pericolo, mi tenevo sempre vigile e attenta. Qualsiasi trappola sarebbe potuta scattare da un momento all'altro. Si sentiva un silenzio particolare nell'aria, una specie di tregua. Però dietro ai silenzi si nascondeva sempre un pericolo. Non sbagliavo. Vittoria mi aveva seguita. Pur essendo il capo branco, non era mai veramente contenta di Tania e Giada. Loro stavano sempre solo a guardarsi allo specchio a fare le smorfiose, lei passava parte del suo tempo libero a studiare e fare cose. Sapeva meglio delle altre che non ero tipa da sottovalutare. Si aspettava un mio contro attacco. Di conseguenza eccola pronta all'inseguimento. Sebbene lo facesse solo per amicizia, io non mi facevo incantare dalle sue smancerie. Se aveva cercato di mettermi nei guai al supermercato, avrebbe continuato a farlo ancora. Io volavo velocemente e lei era sempre lì. Ritornai a terra e proseguii a piedi. Lei era sempre lì. Non capivo cosa fosse successo. Le mie gambe si erano appesantite. Non riuscivo a correre. Per fortuna c'era una scalinata alta e faticosa. In genere la gente si ritirava davanti alle salite infinite, ma non io e neanche Vittoria.

Per affrettare il passo, avevo appoggiato le mani sul poggia mano e mi tiravo velocemente su. Era un prodigio. Stavo andando spedita, come un fulmine. Vittoria fece lo stesso, anche se non andava veloce come me. Intanto i passanti si stavano annoiando della solita salita. Ci dicevano continuamente che volevano fare qualcosa di diverso e di più divertente. Stavano più o meno ripetendo le stesse parole delle tre ocarine. Solo che loro facevano sul serio. Mentre camminavamo velocemente, il terreno sotto di noi si stava sgretolando e il poggia mano stava diventando una fune di sicurezza. Si stava passando da una sciocca lite all'orrore. Chiunque altro si sarebbe ritirato, ma non questa volta. La gente ci spingeva in avanti. Intanto i gradini diventavano alti. Mi fermai un momento e mi guardai dubbiosa. Non era normale. A quanto pareva eravamo solo io e Vittoria a pensarla così. La gente invece si divertiva un mondo. " Andiamo, non vi va di divertirvi. Volete fare sempre le solite scale. Siamo nella luna spaziale". Divertimento si faceva per dire. La scala stava diventando più ripida. Arrivate agli ultimi gradini, ci trovammo appese alle due mani. In quale scala eravamo capitate? Eravamo noi state stupide a giudicarla. Era da non crederci. A me poco convinceva. Anche Vittoria la pensò come me. Perciò mi consigliò di tornare indietro. Si era stancata di questo gioco. Seguire Vittoria però, non mi sembrava una buona idea. Chissà che cos'altro sarebbe preparato dopo insieme alle sue amiche. Forse in quella scala non c'era niente di cui essere preoccupati o forse si... In ogni caso era sempre meglio che ritornare giù. Io proseguì.

Siccome non avevo ceduto, neanche Vittoria poteva cedere. Infatti, non avrebbe dato una buona impressione alle sue seguaci. Essere capo branco comportava una serie di obblighi, come l'essere sempre pronta a tutto.

Per arrivare alla meta finale, si doveva saltare. Un brivido ci corse lungo la schiena. “Ma stiamo scherzando!” Sotto avevamo il vuoto. “Ma quanto ti ci vuole?” urlarono le persone sotto. Non sopportavano di aspettare. Avevano una giornata piena di impegni. Qui io una e Vittoria erano d'accordo. Infatti, non ci tenevamo affatto a mollare la presa e a saltare. La mia capacità di volare non mi avrebbe aiutata. Avevo bisogno di tranquillità, perché funzionasse. Mi aspettavo che ci fosse d'altra parte qualcuno ad aiutarci, invece non c'era nessuno. Durante il salto ciascuno se la doveva vedere da solo. Se fossi scesa, me la sarei dovuta vedere con infinità di persone. Sinceramente a me non importava niente. Mica ero salita su quelle scale per fare giochi pericolanti. “Vedi che avevo ragione io. Non fare la fessa, ti faresti solo male”. A quella frase mi resi conto in che situazione mi ero cacciata. Vittoria aveva trovato un motivo in più per perseguitarmi. “Vieni scendiamo insieme e lascia stare. Fai la brava bambina”. Nell'esaminare per bene la faccia di Vittoria, si vedeva un chilometro che era spaventata quanto me. Sicuramente non se la sarebbe sentita di saltare. Finalmente era arrivata la mia occasione per dimostrare all'alfa delle tre ocarine il mio vero valore. Da questo ultimo sforzo sarei arrivata dove nessuna di loro sarebbe mai arrivata e così avrei avuta la vinta. Perciò invece di ubbidire ai suoi ordini, mi voltai dall'altra parte. “Non hai paura?” “Sono terrorizzata” le risposi, guardando per un momento giù tutto il vuoto che c'era. Sarei stata all'altezza della situazione? Sarei veramente riuscita a prendere le giuste distanza e a saltare? Avrei tanto voluto essere come la persona prima di me. Infatti, era stato bravissimo a saltare. con un ghigno malefico continuai: “ Purtroppo però io, salterò lo stesso”. Se avessi tentato di saltare, lei avrebbe dovuto fare lo stesso, altrimenti avrebbe fatto meglio a non comparirmi più davanti.

Cominciai a dondolarmi e come un uccello chiuso in gabbia che si ribellava, mi lanciai nel vuoto. Quel volo fu un momento di gioia e di terrore. Mi stavo tuffando nell'aria aperta. Chissà se questo momento sarebbe stato il mio momento di gloria o la mia sentenza di morte. Riuscii ad arrivare dall'altra parte della scalinata, ma il gradito su cui mi ero saldata, non era per niente solido. Non resse il mio peso. Tentai di salire ed aggrapparmi a un punto della scala solido, ma i miei sforzi furono inutile. Dopo tre tentativi pian piano mi sentii cadere nel vuoto. "Ah! Ah! Ah". La fronte si bagnava di sudore.

Non successe niente. Tutto a un tratto mi sentivo dondolare sull'altra parte della scala. Era stata il frutto della mia immaginazione. Ero arrivata dall'altra parte della scala. Era tutto a posto. Ero al sicuro.

Se Vittoria voleva continuare a infastidirmi, poteva pure continuare. Ma io ero più avanti di lei. Io ero arrivata su dall'altra parte della scala e non avevo per niente voglia di aspettarla. Finalmente io beffarda gli chiesi: "Allora non vieni". Mi rivolse una smorfia e si guardò tutta perplessa. Secondo lei io ero stata fortunata ad essere arrivata. Senza neppure saperlo avevo valutato bene le distanze ed ero riuscita a darmi la spinta giusta. Ma lei sarebbe riuscita a fare lo stesso? Se si fosse sbagliata, sarebbe caduta, ma se si fosse ritirata era sconfitta. Per la prima volta si sentì sola ed indifesa. Dopo tante esitazioni scelse di arrendersi e scendere. Aveva accettato la sconfitta. Le persone dietro la derisero per questo. La chiamarono fifona. Con me invece si complimentavano. Ciò stava a significare che per quelle persone Vittoria non era nessuno. Non sarebbe mai stata il centro della loro attenzione e si scordava di restare il loro capo branco. Sperava incontrare conforto dalle sue migliore amiche, invece ebbe una grande brutta sorpresa.

Tania nell'aver cercato di farmi passare i guai al supermercato, si era messa in trappola da sola. La gente aveva visto lei prendere a calci tutto, non io. Quindi fu lei a pagarne le conseguenze. Dal momento che il danno equivaleva a duecento euro, i suoi genitori si additarono moltissimo. Fu tenuta in casa fino a quando non avesse imparato la lezione. Doveva staccarsi da Vittoria e da Giada. Un'altra stupidaggine come quella e sarebbe finita male. Giada, visto le cose come si stavano veramente mettendo, se l'era filata. Essendoci ancora tempo per mettersi in salvo, non aveva né difeso Tania e neppure osò comparire davantiVittoria. Temendo di trovarsi un'altra volta in una situazione come quella, non ci uscì mai più con loro. Cambiò gruppo di amici.

Risi soddisfatta, alzando lo sguardo per ringraziare il cielo: finalmente mi ero sbarazzata per sempre di queste ocarine.

    
   
 
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