Storie originali > Drammatico
Segui la storia  |      
Autore: Ancient Flower    05/09/2021    2 recensioni
Il 1980 viene ricordato per una serie di eventi luttuosi: l'uccisione di Piersanti Mattarella, la strage di Ustica e, pochi mesi dopo, quella di Bologna, il terremoto dell'Irpinia. Per me, è stato l'anno in cui ho smesso di amare.
Genere: Angst, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Tenerti in vita

1. Il ricordo
 
“And all I do is miss you and the way we used to be.
All I do is keep the beat, the bad company.
All I do is kiss you through the bars of a rhyme,
Juliet, I'd do the stars with you any time.”
  • Romeo and Juliet, Dire Straits.
L’età e i segni che porta con sé sono le uniche cose certe in questa vita. Io ho sessantadue anni, due figli (e altrettanti cesari), un marito che mi mette le corna, la pelle del viso raggrinzita, una menopausa che mi ha portato più chili che saggezza e un lavoro da insegnante di inglese. Una vita da normale donna di mezza età, insomma. Guardando i miei figli crescere, tuttavia, vengo assalita da una consapevolezza sempre più inquietante: io sono diventata tutto ciò che da ragazzina aborrivo. Quarant’anni fa eravamo agguerriti, avremmo messo a ferro e a fuoco tutto il mondo pur di averlo come desideravamo. Alla fine, i più idealisti sono stati uccisi nelle manifestazioni/attentati o sono morti di overdose o per qualche malattia venerea. O, peggio ancora, sono diventati opinionisti in beceri programmi televisivi. Dunque, non avendo più guide ad ispirarci, abbiamo deposto le armi e ci siamo arresi. Viviamo nello stesso mondo di prima, con qualche libertà in più a consolarci.
L’altra sera, io e mia figlia Alessandra, ventidue e ruspanti anni, abbiamo avuto una discussione abbastanza accesa. Tutto ciò che mi ha detto non ha fatto altro che spingermi a scrivere queste pagine di diario. Lei è fidanzata con un ragazzo della zona ed è alle prime armi in questo campo, è molto timida e non ha passato un’adolescenza facile. Tutto ciò la rende spesso insicura e inconsapevole del suo grande valore, dunque, da madre, ho sempre paura che qualcuno, specie così intimo come un ragazzo, possa sfruttare le sue debolezze per distruggerla.
“Non sei pronta per una storia con un uomo, sei giovanissima, hai a malapena iniziato l’università!”.
“Ma tu cosa ne vuoi sapere del mio essere pronta o meno se con te non ho mai avuto conversazioni sui ragazzi?”. Questa fa male.
“Non pensavo iniziassi già da così giovane ad avere questi grilli per la testa, lo studio avrebbe dovuto essere la tua priorità in questo momento!”, cerco di difendermi, malamente.
“Ma quali grilli per la testa? Se tu hai incontrato papà e non hai più voluto frequentare altri ragazzi sono cavoli tuoi, io non voglio arrivare a trentacinque anni con una bella casa e un bel lavoro e non sapere come si parla ad un ragazzo!”. Ha ragione. “Se tu sei infelice del tuo matrimonio io non ne ho colpe!”.
“Ti sembra questo il modo di parlare con tua madre? Come ti permetti tu, una ragazzina, a giudicarmi?”.
“Sei tu che non ti fidi di me, non sono una sprovveduta, tutti i genitori delle mie amiche accettano entusiasti i loro fidanzati e io devo subire queste tragedie ogni volta”, mi urla.
“Siete troppo giovani per qualcosa di serio”, ripeto, quasi come se fosse un rimprovero alla me di venti anni.
“Non sono mica venuta qui a chiederti la benedizione per il nostro matrimonio. Ti ho detto semplicemente che andiamo al cinema, tutto qui!”.
“Quel tipo non mi piace”. Cerco di spaventarla.
“Me ne farò una ragione”, mi dice con tono strafottente. I suoi occhioni verdi sono lucidi dalla rabbia, ricolmi di angoscia. Si sente incompresa, frustrata, furente. La capisco benissimo perché in quelle lacrime rivedo le mie di quarant’anni fa.
Afferra la giacca di jeans e la sua borsetta e, a grandi falcate, raggiunge la porta di casa.
“Almeno torna presto”, le dico, fermandomi all’entrata del salotto.
Lei si gira di scatto e i suoi occhi sono immensamente tristi.
“Io so che c’è stato un tempo in cui eri entusiasta della tua vita, ma se non è più così almeno sii felice della mia. Gioisci insieme a me. Ricorda quegli anni spensierati: come ti saresti sentita se tutto il mondo fosse stato contro di te mentre ti sentivi al settimo cielo? Non permettere che mi accada una cosa del genere, altrimenti sarò io stessa ad impedirlo”, dice, quasi come se abbia tirato fuori una ferita nascosta che cerca di curare da sola da vent’anni.
Quando Alessandra chiude la porta, io mi sento, per la prima volta, la peggiore madre che possa esistere sulla faccia della terra. Un figlio conosce bene il cuore di sua madre, del resto ha passato i primi nove mesi della sua vita dentro di lei. È un po’ come se attraverso la placenta non passassero solo acqua e nutrienti ma anche emozioni e ricordi. Per questo, forse, mi sono dimenticata cosa significhi essere giovane e spensierata, entusiasta, intraprendente; Alessandra è come se avesse assorbito tutto ciò. E, alla fine, mi sento sollevata poiché, forse, queste qualità hanno trovato un corpo e una mente migliori per essere sfruttate.
Qualche frammento di quella felicità giovanile è rimasto nelle foto che conservo nel mio studio, in una scatola di scarpe. Ieri sera le ho passate in rassegna. Non lo facevo da una trentina d’anni, forse dal giorno in cui mi sono sposata. Ed eccole, polverose e così lontane da me: una mia foto a sedici anni con il mio cane Lucy (come la canzone dei Beatles, Lucy in the sky with diamonds), sempre io con una mia amica, di cui non ricordo assolutamente il nome, all’uscita da un parrucchiere, fieramente in posa a sfoggiare il nostro taglio shaggy, un biglietto per il concerto di Bob Dylan a Roma datato 19 giugno 1984, una tessera del PCI a mio nome, io e i miei compagni di università durante il carnevale di Venezia del 1981 vestiti da giullari. E poi mi capita tra le mani una foto, la più brutta a mio avviso ma quella su cui piansi per notti intere: ritrae un ragazzo con i capelli pieni di boccoli, steso sul letto della residenza universitaria in cui stavo ai tempi, a torso nudo, che guarda verso la macchina fotografica con un sorriso sghembo e gli occhi stralunati. Dalle bottiglie di vino di bassa qualità sul comò penso che quella sera ci abbiamo dato dentro. Il ragazzo è Vincenzo, il primo e l’ultimo che io abbia amato.

NdA: ciao a tutti! Questa è la prima storia che pubblico in questa sezione. Si articolerà in tre/quattro capitoli, non molto lunghi perché non mi piace rubare tanto tempo alla gente. Non è niente di che, niente di particolarmente originale, ma avevo bisogno di pubblicarla, mi ronzava in testa da un po’. Non scrivo da circa un anno, quindi siate clementi.
AF
   
 
Leggi le 2 recensioni
Segui la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Drammatico / Vai alla pagina dell'autore: Ancient Flower