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Autore: Ombrone    06/09/2021    0 recensioni
Passeggiando nel centro di Roma, dietro Piazza della Chiesa Nuova, in un vicolo tra Piazza Navona e il Tevere potreste vedere una porta. È piccola, una porta appunto, non un portone. Anonima. C’è solo una targa in bronzo dorato 30 per 30, con caratteri elaborati. Sembra uno dei tanti sonnolenti uffici pubblici sparsi per il centro della città eterna.
In verità dietro quella porta c’è uno dei tanti campi di battaglia in cui si decidono le sorti del nostro Universo.
È una storia di spionaggio, una storia horror ed infine anche una storia d’amore. Perché è l’amore quello che crea disastri, morte, dolore e storie degne di essere raccontate.
Spero che mi vogliate accompagnare in questo racconto che partendo da quell’anonima porta aspira a trasportavi molto lontano.
Commenti, suggerimenti e critiche, se possibile costruttive, sono sempre benvenuti!
Genere: Azione, Horror, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Art 2 Comma 1 . Il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica è composto dal Presidente del Consiglio dei ministri, dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (CISR), dall’Autorità delegata di cui all’articolo 3, ove istituita, dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), dall’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) e dall’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI).

“Ma che idea scema hai avuto, ma complimenti per la stronzata! Cazzo”
La voce di Caterina scende di una buona ottava, mentre impreca e il cazzo finale suona basso e minaccioso come un ringhio.
Potrebbe sembrare tutto come un normale e banale litigio tra marito e moglie se non fosse che la Beretta 92S che Caterina ha nella fondina è ancora senza sicura e col colpo in canna e che il divanetto posteriore della mia Giulietta nuova di pacca è fottutamente zuppo di sangue. 
Comunque, tanto per tranquillizzarvi e iniziare col piede giusto, né Caterina né io abbiamo ammazzato nessuno e tutto quel sangue viene dal naso rotto di un ragazzo che non avevo mai visto prima di un’ora fa (incredibile quanto sangue può uscire da un naso rotto, e, no, per inciso, il naso non glielo abbiamo rotto noi), insomma è, al solito, una storia lunga.
Certo potrei ribattere e zittirla, sono pur sempre il suo superiore gerarchico, e Caterina non mi sparerebbe: ha la fama di avere il sangue freddo di un serpente e di essere una ottima tiratrice ed è pure dannatamente veloce (per questo l’avevo fatta venire con me questa sera del resto), ma sta nella mia cordata e conta su di me per far carriera. Il che è un’assicurazione migliore dell’affetto che può portarmi come occasionale amante, il cameratismo dovuto all’esserci salvati la pelle a vicenda più di una volta e la gratitudine per averla tirata fuori dalla merda alcuni anni fa.
Potrei ribattere, ma il punto è che, in fin dei conti, ha ragione.
“Fare il semplice bravo cittadino e chiamare i Carabinieri, magari? No? Eh?”
Ecco appunto ha ragione, teoricamente.
“Non sarebbero arrivati in tempo.” Ribatto stancamente, annusando la sconfitta in partenza.
“E  ? Dovevi fregartene, o stavolta te le sei dimenticate tu le procedure operative?” Il tono si rialza e mi arriva un pugno sul tricipite. È incazzata, nera.
“Oh sto guidando”. Ribatte nello stesso respiro con lo scontato vaffanculo.
“Tu cazzo invece ti metti a fare il pistolero Western! Ed entri nel vicolo dei Nigeriani pistola in mano manco fossi l’Uomo col Cappello Nero, ci mancava solo Morricone come colonna sonora”, da qui in poi non ripeto, per non annoiare, i “fanculo” e i “cazzo”, ma voi fate conto ci siano e dateli per scontati da qui in poi. Caterina quando è arrabbiata non è propriamente signorile, ma ha anche dei difetti.
“E se erano armati?” continua, aggiungete adeguata profanità a fine frase mi raccomando. “Drogati lo erano, e se erano pure armati??”
“C’eri tu a coprirmi.” 
“Grazie al ****“ ok lo sapete “due contro cinque! Alla pelle ci tengo pure io sai? Manco fosse ‘na ragione di servizio, ma per salvare tre bambocci che cercavano pillole con gli stronzi sbagliati. No!”
“Coglione”, così, gratuitamente.
“Dai comunque è andata” provo a calmare le acque “a parte che mi hanno rovinato la macchina” indico il divanetto dietro, proviamo ad alzare un po’ di cortina fumogena.
“Sì, se quegli spacciatori Nigeriani non ti cercano per farti pagare la strizza che hanno avuto… Comunque sto *** di Pronto Soccorso ti avrà preso la targa con le telecamere di sorveglianza.” 
Una pausa, armeggia con la pistola e sento scattare la sicura, finalmente. E si accende una sigaretta. Nella mia macchina nuova. Stronza, sa che io so che lei sa che mi conviene starmi zitto. All’improvviso ghigna guardando dietro.
“Comunque voglio proprio vederti a spiegare cosa è successo al lava macchine bangladino”. Ride, ha preso l’amo, per fortuna. Trattengo un sospiro di sollievo.
Nemmeno a sperarci. Caterina Russo, chiamata, ma mai in faccia, la Vipera, non solo è brava con la pistola (ve lo ripeto), non solo è ben addestrata, ed è un ottimo operativo, no è pure dannatamente intelligente e non manca il punto. Quello vero. 
“Li conoscevi”. Non è una domanda. Rimango in silenzio, mentre imbocco la tangenziale in direzione Salaria.
“La ragazzina più carina, quella con gli occhioni, l’hai chiamata per nome. La conosci.”
Rispondo con un monosillabo.
Caterina mi guarda in attesa che continui, quando non lo faccio, aggrotta le sopracciglia mi tira un altro pugno sul braccio.
“Allora? Chi è?”
“In ufficio” Rispondo
“In Ufficio? Come?”
“E’ una dei neoassunti in Fintecna, l’ho conosciuta là.”
“Oh cazzo ti sei giocato la copertura? Sa dove lavori?” Quasi mi stappa le orecchie talmente alza la voce. “Sono dieci anni che reggeva.”
Fermo un attimo tutto e mi spiego, se no, vi perdete. Mi chiamo Andrea Casiraghi, ho 48 anni, lavoro nell’ufficio Relazioni Istituzionali e Corporate di una delle infinite controllate di quel labirinto societario para-pubblico che è la Cassa Depositi e Prestiti. Ovviamente questo, se siete solo un attimo svegli, non spiega né il perché Caterina sia armata, né perché mi ritrovo con i dannati interni sportivi in vera pelle con impuntura a contrasto totalmente rovinati.
La Cassa Depositi e Prestiti, come altre grosse aziende italiane a controllo statale, non si tira indietro quando il governo gli chiede un favore, ad esempio nel caso specifico di assumere qualcuno senza badare troppo a quante volte timbra il cartellino o quanto frequenta l’ufficio. In fin dei conti lo fanno per decine di raccomandati politici, uno in più per la sicurezza del paese può essere gestito.
Quindi il Gruppo CdP ha tra i suoi dipendenti, il sottoscritto, il che è un'ottima copertura per il mio ruolo presso il mio reale datore di lavoro, ovvero l’AISI, che è al momento il nome più aggiornato di uno dei servizi segreti italiani, il vecchio SISDE per capirci.
Sono in CdP ormai da dieci anni e passa, è un'ottima copertura con infinite occasioni di viaggiare, anche all’estero, senza destare sospetti o meraviglia. Devo dire che al ruolo mi sono affezionato: Andrea è un simpaticone, zitellone impenitente, amico con tutti, appassionato di macchine e vela, universalmente considerato una pietra al collo sul lavoro, ma ottimo per organizzare gite in barca o degustazioni enogastronomiche. Un adorabile fancazzista ultra-raccomandato.
“Non è detto”, mi sbilancio.
Caterina se la ride. “Perché tu gli hai detto di non farsi domande?” Abbassa il tono di voce un po’ ad imitarmi, un po’ a sfottermi. “È una curiosità che è meglio non abbiate!” infierisce “manco un film di mafiosi di terz’ordine.”
“No.” rispondo “Perché due di loro nemmeno mi conoscono e potrei essere chiunque, senza tener conto che quello che è successo stasera non è cosa di cui andarsi a vantare in giro. Elena è un problema diverso,” storco la bocca, mentre Caterina mi fissa “ma posso inventarmi qualcosa.” Il mio cervello frulla “Sa che c’è qualcosa di strano, ok, ma l’importante vero e che non sappia COSA c’è di strano. DIGOS, Anti Mafia, Servizi di tutti i tipi, pentiti… cazzo in Italia c’è più gente sotto copertura che con i nomi veri, basta che non sappiano per chi lavoriamo veramente.”
“E cosa ti fa pensare che starà zitta? La tua simpatia o gli offri il caffè tutte le mattine?”
“Non parlerà in giro, posso controllarla e poi cosa dovrebbe andare a raccontare pure lei? Volevo comprare delle pillole da degli spacciatori nigeriani, stava finendo male, ma poi è arrivato il tipo delle Relazioni Corporate che ha tirato fuori la pistola e mi ha salvato? Dai su!” 
Caterina grugnisce un quasi assenso. 
“Avrà dubbi”
“E se li tiene” ribatto “Ci sono migliaia di storielle credibili che posso rifilarle, anche senza mettere in mezzo l’AISI.  Anche se sai…,“ sbuffo, “ al peggio mi fanno passare per un altro imbecille dell’AISI che si brucia una copertura inutile. Non è che sia una novità, no? L’importante è che non si sappia che lavoro facciamo. Cioè non dico non sarebbe un problema, il direttore mi ammazzerebbe, ma possono trovare una copertura alternativa e anche se saltasse pure fuori l’AISI, non è un disastro mortale, no? Il nostro sistema funziona cosi”
Caterina sembra quasi convinta: una delle cose che ci unisce è una certa profonda antipatia per molti dei miei colleghi dei Servizi, io e lei lavoriamo per l’AISI, anche se per una sezione ultrariservata e che dovrebbe occuparsi di attività contro terrorismo, attività talmente sporche che i servizi “ufficiali” vogliono poter sentirsi liberi di negare. 
Siamo un paio di centinaia di persone, per lo più sotto copertura, per la maggior parte, per pura comodità organizzativa, nelle varie società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti.
Tra noi ci chiamiamo semplicemente l’”Ente”, quelle rare volte che ci chiamiamo. Se lo cercate, l’Ente lo trovate per davvero e pure facilmente: bastano le pagine gialle. 
Ente Eventi Speciali - EnES Srl. E’ una vecchia partecipata statale, inglobata da tempo nella CdP tramite Fintecna (ve lo dicevo è un labirinto). Dovrebbe occuparsi di Eventi Istituzionali appunto. Conferenze, seminari, simposi, mostre, discorsi. Eventi, speciali.
Vi sembra un posto splendido per lavorare poco tra cocktail e cesti dei fornitori, il paradiso del dipendente para-pubblico ultra-raccomandato? Ottimo, è quello che deve sembrare: la raffigurazione perfetta dell’Ente inutile in cui stipare raccomandati che hanno bisogno di uno stipendio di prima fascia. Paese meraviglioso l’Italia per creare coperture, nessuno si meraviglia se in realtà non fai il lavoro per cui ti pagano. E’ la normalità.
In verità l’EnES lavora e molto, da lì si coordinano e si organizzano tutte le nostre attività particolari, tutti quegli eventi appunto “speciali”, e il fatto che sembriamo perfettamente inutili è la migliore testimonianza della nostra efficienza.
Quella sera, io e Caterina eravamo in giro per lavoro. Niente di fantasmagorico. Era in città il direttore del nostro equivalente polacco. Non era venuto per noi, ma per incontrare i Servizi Vaticani, ma un gesto di cortesia verso gli ospiti italiani era doveroso e avevamo organizzato un appuntamento informale.
Il nostro direttore aveva mandato me. Come responsabile della sezione Operazioni Bianche avevo rango e ruolo sufficiente, e io come scorta mi ero portato Caterina. Adesso, non perdiamo tempo per i dettagli: la situazione di Caterina è simile alla mia. Lavora in un'altra delle società del gruppo CdP (gli operativi di solito non stanno in EnES), contro copertura con l’AISI, lavoro vero per l’Ente.  Ufficialmente io è lei ci siamo conosciuti a un corso per Sommelier, siamo diventati scopamici e ci frequentiamo. Semplice e pulito. Un sacco di scuse per incontrarci.
Il Polacco in teoria lo aveva conosciuto lei, e lo avremmo “casualmente” incontrato a San Lorenzo.
Serata inutile, piccole chiacchere, diciamo pure pettegolezzi tra servizi segreti, e lo scambio di qualche informativa non troppo preziosa, ma nemmeno volgarmente scontata. Vino decente, tagliere di bassa qualità. 
Ci eravamo lasciati e passeggiavamo verso la macchina, mentre Caterina si fumava l’ennesima sigaretta, quando avevo visto Elena, con un abito leggero dai colori vivi, la gonna poco sopra il ginocchio, capelli neri sciolti sulle spalle e un’espressione non troppo felice sul viso. Con lei c’erano un ragazzo e una ragazza che non conoscevo, ma entrambi con l’aria di studenti fuorisede, loro sembravano allegri e su di giri, e con loro camminavano cinque extracomunitari, di colore, tipi enormi, brutte facce, con l’aria evidente di spacciatori, mafia nigeriana così ad occhio. Soprattutto prostituzione, ma a San Lorenzo gestiscono anche parte dello spaccio, secondo le ultime informative che avevo letto. Gente brutta e pericolosa.
Posso dire che non mi piacevano? Non mi piaceva che fossero in cinque, un po’ troppi per vendere delle pillole a dei pischelli e non mi piaceva l’espressione delle loro facce, non era quella di qualcuno che deve chiudere un affaruccio, avevano un’aria di aspettativa, di eccitata aspettativa. Li avevo seguiti, erano entrati fino in un vicolo poco illuminato come da normale procedura per uno scambio di dosi. Ma le cose mi sembrava stessero andando un po’ per lunghe, e mi ero affacciato. Tempismo perfetto, il mio: vasta esperienza in rogne e casini. Il ragazzo con l’aria da fuori sede stava a terra in posizione fetale con il naso fracassato ed Elena e la sua amica stavano per fare una ovvia brutta fine.
Ero intervenuto senza nemmeno pensarci, davvero un po’ troppo da pistolero, come diceva Caterina, ma aveva funzionato: i Nigeriani affrontati di sorpresa da due tipi armati dall’aria decisa avevano mollato l’osso.
Avevo caricato in macchina i tre e ce ne eravamo andati il più velocemente possibile. Per chiudere la serata li avevo scaricati al Pronto Soccorso del Policlinico, le ragazze a parte un po’ di shock, dei lividi sui polsi e qualche graffio stavano bene, ma il naso del ragazzo ne aveva urgente bisogno (e secondo me aveva pure qualche costola rotta, se non una commozione celebrale). Prima gli avevo intimato di non dire niente e di dimenticarci.
Grassa speranza, vero? Dovevo veramente farci una pensata seria. Caterina aveva un po’ di ragioni per essere incazzata.
Caterina butta la cicca fuori e chiude il finestrino.
“Portami alla mia macchina, che chiudiamo qua la serata”
Peccato non sale da me, l’ho fatta troppo innervosire. Caterina è sempre una esperienza atletica interessante. È sui trenta ormai tendenti agli ‘anta, viso regolare, capelli che ho sempre visto in varie tonalità di biondo, ma che al naturale suppongo dovrebbero essere castano chiaro, un personale elegante e slanciato, con delle gran belle gambe. Tra le corse e gli allenamenti atletici di cui è appassionata il fisico è asciutto senza un filo di grasso superfluo. Un po’ troppo muscoloso, forse, per i miei gusti, ma decisamente sensuale.
Faccio un cenno di assenso, e prendo l’uscita della Salaria.
“Te la porti a letto, vero? Per questo sei sicuro che starà zitta.”
Unisci il sesto senso femminile all’addestramento di un operativo e crei dei mostri.
Lo ammetto.
“Che porco pedofilo! Quanto ha? Vent’anni?”
“Ventiquattro” ribatto
“Girolimoni” mi sfotte tirandomi una pacca “Così la tua bella hai salvato! Che sorpresa che il Capo Bianco ha dei sentimenti! Ecco perché hai fatto sto casino. Romanticissimo!!!”
Bingo, strike, ha colpito il punto, ma al momento se la gode troppo per approfondire.
“L’ho sempre detto che tu hai il cuore di un bambino di cinque anni...”
“…sulla scrivania in un vasetto di formalina” completo io interrompendola “E’ vecchia”
È così felice di avermi incastrato che nemmeno se la prende.
“Comunque la ragazzina è carina” o beh grazie per l’approvazione, you make my day “dai non sei stato neppure troppo male, nel vicolo, non sei ancora da pensionare dietro una scrivania, avevi un’aria seria e professionale”. 
Dopo un attimo, quasi il pensiero l’abbia colpita all’improvviso, si volta verso di me con un sorriso pericoloso sfarfallando le ciglia come una cretina.
“Ma arriveresti anche per me, pistola spianata, come un principe azzurro, se dei negroni volessero abusare di me?” Il tono è irridente, ma c’è qualcosa che si nasconde sotto.
La mia risposta è quella che immagino Caterina si aspetta.
“Certo che interverrei. Per salvare i poveri negroni.”
Ride, ma è strana. Non faccio il diplomatico.
“Ma che sei gelosa?”
“MA NON DIRE CAZZATE” Ops, punto mio stavolta: è gelosa. Sorrido dentro di me. Divertente, anzi interessante, forse utile, potenzialmente pericoloso.
Arrivo nella zona dove ha parcheggiato, faccio un paio di giri inutili, giusto per controllare che nessuno ci segua, e mi fermo vicino alla sua macchina con le 4 frecce.
“Conto sulla tua riservatezza, sono cose che non è necessario che si sappiano, quello che è successo stasera e neppure il resto”
Mi fa l’occhiolino “Certo Capo, i tuoi segreti muoiono con me” E ognuno di loro vale un bel favore da ricambiare aggiungo io mentalmente. “Di stasera nessuno saprà nulla, e comunque chi se ne fregherebbe della tua amichetta? Finché non inizi a ragionare troppo con la punta del pisello, nessuno te ne chiederà conto. Pure il Direttore non credo che si scandalizzi.”
Ecco appunto il direttore.
“Meglio che non lo sappia”
Caterina alza le spalle “Come ti pare, comunque è un uomo di mondo e ti porta in palmo di mano, sei il suo braccio destro”
Sì, è un uomo di mondo, più di quanto tu immagini, ma proprio perché mi conosce bene potrebbe farsi domande su quello che è successo stasera e c’è il rischio che le risposte non gli piacciano e allora sarebbero guai seri. 
Ci sono cose che neppure tu sai Caterina. Che non puoi sapere e non devi sapere
In fin dei conti vivo di questo: segreti che nascondono bugie, che coprono menzogne, che schermano falsità che a loro volta proteggono inganni.
Ci sono talmente tanti strati su strati che se ne potrebbe perdere il conto. Il mio lavoro, la mia vita è questo: raccontare bugie e celare verità. Fumo e ombre. 
Le mie non sono coperture, maschere. Andrea della CdP, l’agente dell’AISI, il dirigente dell’Ente sono persone vere e vive, tutte quante e non ci sono solo loro, ce ne sono e ce ne sono state tante altre. Come un perfetto metodo Stanislavskij, non interpreto un personaggio. Io sono, in contemporanea, tante persone: è l’unico modo per fare funzionare tutto quanto, per non sbagliare. È quello che devo fare per sopravvivere. Gli sbagli nella vita che faccio sono fatali.
Non è facile, potrebbe sembrare sfiorare la pazzia e forse lo è. Ma sono bravo in questo. 
È tanto tempo che gioco questa partita, e ho intenzione di giocarla ancora a lungo se posso. 
Non che abbia molte alternative del resto.
   
 
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