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Autore: Corydona    07/09/2021    0 recensioni
Alla vigilia delle Olimpiadi a Roma, gli allenatori delle nazionali di calcio erano stati molto chiari: niente relazioni tra la squadra maschile e quella femminile. Per molti non era stato un problema accettare l’imposizione; ma non per Serena Villa, che si ritrova ai Giochi insieme al suo ragazzo, un calciatore dell’under23, con cui ha una storia che tiene segreta persino alla sua migliore amica e compagna di squadra.
Inoltre, sta pensando di lasciare la Roma, squadra per cui gioca e in cui è cresciuta, se si dovesse presentare quell’offerta in cui da quando ha iniziato a giocare. La vetrina internazionale la può porre sotto i riflettori e magari può attirare proprio quel club che sogna e per cui tifa sin da bambina.
Riuscirà a disputare una buona Olimpiade, o le sue questioni personali avranno la meglio?
Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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- Questa storia fa parte della serie 'Olimpiadi Romane'
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Sul pullman mi siedo al solito posto, al fianco di Prisca, che ascolta hard rock nelle cuffie a volume così alto che riesco a sentirlo persino io, che faccio di tutto per ignorarla.

Appoggio la testa fuori dal finestrino e l'autista parte appena in tempo per farci vedere che anche le brasiliane si stanno avviando.

Sento il cuore martellarmi nel petto, eppure non ho mai provato tutto questo disinteresse per qualsiasi emozione prepartita. Avrei dovuto giocare, non è giusto che per una stupidaggine me ne stia in panchina. Non me lo merito.

Lì per lì mi è sembrato giusto che la zia e Saracchi ci obbligassero a non partire titolari, ma più si avvicinava questo momento più cresceva in me la convinzione di aver subito un torto. Non ho violato nessuna cazzo di regola. Ho passato le ultime ventiquattro ore a rodermi il fegato al pensiero che non scenderò in campo solo perché gli allenatori si sono fumati il cervello.

«Prisca, puoi spostarti per un momento?»

Mi volto dalle luci del giorno che si spengono intorno al pullman per vedere che la mia amica si è alzata e si rimette le cuffie spostandosi a sedere al di là del camminatoio guardandomi con curiosità. Di sicuro vuole che dopo le racconti tutto. La zia prende il suo posto con sicurezza.

«Allora, Serena, parliamoci chiaro» dice a bassa voce. «Ti sei allenata bene e non ti sei distratta.»

Non mi distraggo mai in allenamento, è pleonastico che me lo faccia presente. So benissimo di essere stata diligente anche ieri e oggi, per dimostrare che io non merito di non giocare.

«Non gioco, non può rimangiarsi la parola» ribatto, inespressiva.

«Non parti titolare» precisa lei. Si aggiusta la giacca con un movimento secco, poi punta i suoi occhi grigi nei miei. «Abbiamo una partita tosta, se ci serve il tuo aiuto in campo, tu devi entrare e giocare come sai fare. Siamo intesi?»

Annuisco. Almeno ora so che potrei entrare, anche se questo non mi aiuta.

Il pullman si ferma nel parcheggio dell'Olimpico, nello stesso punto in cui ci ha lasciate la scorsa volta e prima della Nuova Zelanda. Forse anche l'autista è scaramantico.

«Allora?» mi chiede Prisca dopo che entrambe siamo scese e abbiamo preso i trolley con il cambio dentro.

«Se le cose si mettono male, potrei entrare.»

«Immaginavo.»

Butto fuori un sospiro. Non ha senso dire altro, non a Prisca, non mentre percorriamo insieme il tragitto verso gli spogliatoi, nel nostro solito silenzio scaramantico dell'immediato prepartita.

Percepisco a malapena tutto quello che succede intorno a me, fino a quando non mi siedo in panchina tra Simona e Alice. Persino durante l'inno, che noi seguiamo in piedi abbracciate l'una all'altra, canto ma senza sentire la mia voce. Le grida stonate delle ragazze e del pubblico sugli spalti mi stordiscono, come se tutta questa situazione non fosse già stordente di suo.

Il fratino verde scuro sopra la maglia d'allenamento mi sembra una camicia di forza che mi costringe a stare in panchina e il mio umore continua a non essere dei più accomodanti, nonostante quello che la zia mi ha detto poco fa.

Elena e Blanchita, la stella della squadra brasiliana, si scambiano i gagliardetti e noi otteniamo la palla al sorteggio con l'arbitro canadese Marie Thibault, una donna bassa con le spalle larghe.

Il nostro capitano passa accanto a Marisa e Livia per tornare al suo posto in difesa e le incita battendo le mani. Si posiziona al fianco di Carlotta, che si sistema il cerchietto scuro che tiene indietro i capelli che le sfuggono dalla treccia che le scende sulla schiena.

«Speriamo bene» mormoro, non rivolta a nessuno in particolare.

«Tiri, più larga!» urla la zia, ancora prima del fischio d'inizio a Teresa Tirino, che stasera gioca al mio posto.

«Rosy, mi passi l'acqua?» sento dire da Simona a Rosalia, che è seduta vicino alle bottiglie d'acqua.

«Le volete anche voi?» chiede la punta del Sassuolo a me, Alice e Claudia, al di là di Simona.

Annuiamo tutte. Stasera fa davvero caldo, persino per noi che siamo in panchina. Ma forse se fossi in campo non me ne accorgerei e faceva caldo anche durante le partite scorse.

Intanto, la partita è iniziata, con le brasiliane che con il palleggio si sono portate intorno alla nostra area di rigore, ma le ragazze sono attente e riescono a difendere e non si lasciano distrarre dai loro giochi di gambe.

Giada interviene in scivolata sulla centrocampista Ursula Pinto e le strappa la palla indirizzandola sui piedi di Livia che si porta in avanti e la passa a Prisca.

«Dai, dai, dai» sussurra Alice vicino a me.

La mia migliore amica punta Eva Mendes e la salta, ritrovandosi a tu per tu con il portiere Amanda Pereira, che para con un piede il suo tiro che altrimenti sarebbe finito nell'angolino in basso a sinistra della porta.

Mi porto le mani in testa, dove i miei capelli sono legati in una coda che lascia i ricci liberi di ondeggiare ovunque. Lorenzo dice che solo così riesce sempre a distinguermi tra le mie compagne di squadra, anche se io sospetto che lo dica apposta per non farmi credere che mi dà troppa importanza. Ci punzecchiamo sempre con queste stupidaggini.

Marta allarga le braccia, lamentandosi con Prisca perché lei era libera in mezzo all'area.

«Bene così, continuate!» incita la zia, in piedi davanti alla panchina. Sta già camminando su e giù seguendo il pallone e la linea difensiva, che si muove proprio davanti a noi.

Lei potrà anche dire che dobbiamo continuare, ma la pressione delle nostre avversarie diventa asfissiante minuto dopo minuto e noi non riusciamo più a uscire dalla nostra tre quarti fino a quando Marisa non riesce a saltare Luiza Costa, la sua dirimpettaia in campo. Guardo il minuto di gioco sul tabellone in alto. Siamo al ventesimo.

«Ci stanno aprendo il culo» commento a bassa voce. In realtà sto sperando che in un qualsiasi modo, anche fortuito e del tutto casuale, possa esserci un ribaltamento di fronte e che Prisca non faccia come prima.

«Stiamo reggendo» dice invece Alice.

Annuisco, scorgendo con la coda dell'occhio il suo braccio che si muove in automatico verso i suoi capelli castani, scompigliandoseli. Non so davvero come faccia a lasciarli sciolti.

«Giada, lì! Alessia! Alessia, sta' attenta!» grida ancora la zia, ora dimenandosi come una forsennata indicando alle ragazze dove mettersi e a chi prendere la marcatura. «Prisca devi rientrare!»

L'ultimo urlaccio è per la trequartista azzurra, che era rimasta a terra dopo uno scontro di gioco che Thibault non ha giudicato come fallo.

Alza il culo, non giochi al Real Madrid, la rimbecco mentalmente con una delle nostre frasi preferite. Quando commentiamo le partite maschili lo diciamo sempre, dato il nostro grandissimo non-amore per i blancos. Se non sei morta, ti rialzi!

Prisca non se lo fa ripetere due volte e saltella in piedi, anche se va a lamentarsi con l'arbitro.

«Non farti ammonire!» strilla la zia, che poi passa a dirigere la fase difensiva. Sembra un maestro d'orchestra che si cura di ogni movimento dei suoi musicisti, in modo che ognuno suoni in armonia con gli altri. Forse il calcio si può considerare un'orchestra di undici strumenti. O meglio: un canto amebeo tra due orchestre.

Stare in panchina mi fa male.

Per fortuna il nostro dieci abbassa la testa e non continua a protestare.

«Però era fallo» commenta Alice. «Che palle.»

Annuisco, ma tanto non possiamo farci niente, se non rimanere qui in panchina a guardare.

«Livia, siamo in svantaggio quando attaccano di qui» dice la zia all'indirizzo della centrocampista che si muove più vicina a lei. «Spine! Spine! Dove vai? Rientra!»

Ecco, è stata calma solo per un momento.

Mi sento in apnea, perché le brasiliane continuano ad attaccare e noi ci difendiamo bene, ma non ne usciamo mai, e tutti i lanci di Marisa sono sempre intercettati. Prisca non riesce a liberarsi da Maria Dias, che le sta con il fiato sul collo. Ce l'ha fatta una volta solo e il suo tiro è stato parato.

Blanchita con un gioco di gambe supera Giada e Federica ed entra in area di rigore. Elena le si avvicina, mentre Carlotta va a marcare Julia Cardoso e si piazza davanti a lei, impedendo alla fantasista brasiliana di servirla.

Un fischio dell'arbitro mi perfora le orecchie, ma io sono coperta da troppe giocatrici per capire cosa è successo. Fallo per noi? Rigore per loro?

Marie Thibault indica il dischetto.

«Ma porca...» sputa fuori Simona.

«Why?» grida la zia. «Why?»

Il quarto uomo, le indica il proprio braccio: fallo di mano.Carlotta deve averla presa, ma con la parte sbagliata del corpo.

«Var!» urla Simona. «Non c'è il Var?»

Si alza come per entrare in campo, ma sia io che Claudia, alla sua destra, la tratteniamo per le braccia

«Sta' bbona» le dico. Non può rischiare di farsi ammonire dalla panchina, sarebbe un cartellino giallo inutile ed evitabile. Il Var c'è e se è davvero rigore lo confermerà.

Le immagini del fallo sono trasmesse anche dal teleschermo e con un colpo al cuore vedo che Carlotta la prende con il gomito, che era troppo largo rispetto al resto del corpo. Non può nemmeno essere considerato involontario.

«Cazzo» commenta Alice, senza dire di più. Scuote la testa e si butta contro lo schienale del sedile. Avremmo dovuto evitare di concedere qualsiasi occasione e un rigore è quanto di meglio potessero sperare le brasiliane.

La zia scuote la testa, poi fa cenno a Marisa di avvicinarsi e le dà qualche indicazione. Allena, come se fossimo in un momento qualsiasi della gara.

Se la memoria non mi inganna, Bearzot aveva fatto lo stesso quando Cabrini ha sbagliato il rigore in finale contro la Germania... Speriamo che questa associazione mentale porti bene.

Blanchita va sul dischetto e sistema la palla. Elena ancora ha qualcosa da dire alla Thibault, anche se credo che lo faccia solo per stemperare la tensione da entrambe le parti, visto che noi siamo agitate e loro potrebbero continuare ad attaccare sulle ali dell'entusiasmo. Il dieci del Brasile prende la rincorsa, calcia ed è gol. Giulia aveva anche indovinato il lato del rigore, ma inutilmente perché pararlo sarebbe stato impossibile persino per una brava come lei.

Fa male. Fa maledettamente male: il Brasile non è la Nuova Zelanda, con cui avevamo giocato ad armi pari per tutto il primo tempo. Loro ci hanno tenute nella nostra metà campo per quasi tutto il tempo e noi abbiamo cercato di mantenere lo zero a zero con le unghie e con i denti.

«Dai, ragazze, continuiamo!» incita la zia, battendo le mani.

«Daje regà!» grida anche Sara, che si è alzata in piedi per guardare la fine del primo tempo.

Ormai non manca molto, abbiamo superato il quarantesimo. Ora si tratta solo di resistere fino all'intervallo.

Quando l'arbitro Thibault fischia la fine del primo tempo, tiro un sospiro di sollievo, ma la zia si volta verso di noi.

«Serena, Simona e Alice, scaldatevi» dice sbrigativa, poi si rivolge ad Alessio: «Anche con la palla». Ci dirige verso gli spogliatoi, circondata dalle altre panchinare e dal resto dello staff.

"Anche con la palla" significa che qualcuna di noi dovrà entrare. Le cose si sono messe male soltanto sul finale, ma era l'unica condizione a cui sarei entrata in campo.

   
 
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