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Autore: Ark    11/09/2021    0 recensioni
Morendo, Vincent McGoffy lascia un messaggio alla nipote: il paese è in pericolo.
Sul posto è convocata Clarisse, recluta di belle speranze che sogna di risolvere il caso per mettere le mani su un distintivo luccicante.
Al suo arrivo dovrà confrontarsi con la peggiore delle verità: non è la prima incaricata, ma la settima. Dei suoi predecessori non può chiedere nulla, pena l'espulsione immediata. La situazione precipita quando dal nulla appare un inaspettato viaggiatore di mondi, ignaro dei fatti in modo fin troppo sospetto.
Costretta a dover scegliere di chi fidarsi, Clarisse tenterà il tutto per tutto per aver salva la pellaccia, abbandonando il regolamento per giocare con le sue regole.
| Cortese presente per Kyrie Eleison, cólla secreta speme d'allietarla |
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Olivia era tornata un paio di volte in salotto prima di trasferirsi in cucina a sorvegliare la cottura della torta. Nessuno di loro aveva cenato, né ne aveva manifestato l’intenzione. Thomas ebbe il sospetto che anche l’improvviso estro culinario della donna non fosse altro che un modo di ingannare la snervante attesa.

Osservò senza interesse Sammy dondolarsi dallo scaffale più alto della libreria. Aveva minacciato di portarlo in carcere, smettendola solo quando aveva capito che entrambi sapevano che le sue erano parole vuote.

Erano passati pochi minuti dalla fuga di Clarisse. Dopo l’esplosione iniziale di rabbia Basset non aveva più smesso di borbottare, fermandosi solo per soffiare insulti a Thomas e alla salamandra.

Costretto al silenzio, Adolph aveva rimediato alla noia recitando litanie a bassa voce, che presto erano tornate a trasformarsi in un placido russare, ma, per quanto la testa pesante lo pregasse di imitarlo, Thomas aveva altro a cui pensare.

Camminava inquieto, tracciando il perimetro della stanza. La poltroncina addossata alla parete gli ostacolava il passaggio, innervosendolo quanto l’asimmetria delle cornici. Non l’aveva notata prima, impegnato a non vomitare, ma ora non riusciva a non vederla. Si sedette, ma non riuscì a restar fermo a lungo. Iniziò battendo ritmicamente il tacco sul pavimento e finì col doversi alzare. Sammy sibilò qualcosa, troppo piano perché afferrasse altro che l’intonazione lamentosa.

Prese fiato, fermandosi sotto le tende. Olivia le aveva scelte bianche e traslucide abbastanza da lasciar filtrare il sole. Fuori la sera era calata da un pezzo e il vetro gli restituì solo il suo riflesso. Quasi non si riconobbe: gli occhi sbarrati, più incavati del solito, e i capelli in disordine. Questo, unito alle labbra secche e screpolate, lo faceva somigliare a un sopravvissuto a una catastrofe.

Guardò il braccio sinistro, una crescente angoscia nel petto. Riusciva a muoverlo, ma il formicolio era insopportabile. Lo sfiorò con la destra, penetrando la carne.

Si sentì soffocare. Chiuse gli occhi, incapace di assistere oltre, e spinse la mano a fondo, cercando consistenza. I polpastrelli incontrarono qualcosa all’altezza del gomito.

Il dolore fu immediato e atroce. Thomas ritirò di scatto le dita, trovandole sporche di sangue. Il braccio era intonso. La bile gli riempì la bocca. Si costrinse a mantenere la calma, ma tremava. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, il gelo del sangue come fuoco sulla pelle.

Stava impazzendo. Non era un sogno, né un viaggio tra gli universi: era un delirio, puro e semplice. Doveva aver avuto un incidente e il cervello era andato in tilt. Non sarebbe mai tornato a casa.

I piedi presero a formicolare. Imprecò tra sé e sé. Cosa sarebbe successo quando l’intero corpo fosse diventato intangibile? Sarebbe riuscito ancora a muoversi, o la terra l’avrebbe ingoiato? Le possibilità erano infinite e tutte spaventose.

Clarisse aveva detto che era un segno, una delle allucinazioni collettive che affliggevano gli hoviani dalla morte di McGoffy. Avrebbe dovuto rimanergli almeno un altro giorno, ma la velocità con cui la strana necrosi lo divorava stava aumentando. Non solo: le dita della sinistra iniziavano a sbiadire, proprio come aveva temuto la ragazza.

Già, Clarisse. Quando Olivia, insospettita dalla loro assenza, aveva bussato alla porta del bagno, non aveva potuto far altro che fingere di non sapere dove fosse o quale fosse il suo piano. Basset gli aveva azzannato la caviglia, ma, vedendo che non funzionava, si era arreso in fretta, tornando ad attendere il comando con le vibrisse drizzate per la rabbia.

Avrebbe voluto essere con lei, fosse anche solo per distrarsi. Sperò tornasse prima dell’arrivo degli agenti: se aveva ben interpretato il caporale, non avrebbe denunciato la sua fuga per evitarsi problemi.

Si sforzò di pensare positivo. Il sindaco avrebbe placato il figlio e si sarebbero nascosti altrove, Clarisse avrebbe ritrovato Luciel e forse anche lui, svanendo, sarebbe riuscito a tornare a casa. Come prima cosa avrebbe recuperato il coniglio di peluche dalla scatola in cui l’aveva sbattuto quasi un anno prima. Meritava il suo posto d’onore sulla scrivania o sulla sedia vicino al letto, i dettagli li avrebbe decisi in seguito. Avrebbe potuto anche cedergli il letto e dormire sul tappeto.

Baciare Scott. Gli venne da ridere, ma l’allegria morì sulle labbra. Chiuse le palpebre e contò all’indietro da venti fino a zero. Non riuscendo a calmarsi tentò qualche sottrazione, prima di perdere il filo e rinunciare.

S’immaginò incontrarlo alla stazione dell’autobus o in spiaggia o in qualche altro luogo banale e miserabile. Al college si era fatto altri amici? Si scoprì incerto. Forse no, dopo quello che era successo, eppure, nell’immaginarlo, lo volle circondato da figure senza volto. Una libreria, decise. Che genere di libro avrebbe cercato? Non apprezzava la fantascienza, né i finali deprimenti. Girò l’anello attorno al dito, lasciando che quei pensieri privi di tormento lo cullassero. Nella sua mente, la copia sbiadita di Scott si accorse di lui e nascose un harmony di dubbio gusto dietro la schiena. Sarebbe stato così facile avvicinarsi e dire “Questo è da parte di una poliziotta in un altro universo”.

Si fermò. La fantasia non lo divertiva più.

Doveva agire finché ancora poteva. Trovare un coltello e piantarselo nel petto, o stringere un nodo scorsoio attorno al collo. Non il modo più indolore di andarsene, ma migliore di dover passare l’eternità invisibile agli occhi di un mondo che non era il suo. Se davvero doveva morire, sarebbe stato alle sue condizioni.

Si morse l’incavo della guancia e spalancò gli occhi per trattenere le lacrime. Nessuno sulla Terra avrebbe saputo qual era stata la sua fine.

La scuola avrebbe conservato il suo banco vuoto per una settimana, forse un intero mese, prima di rimuoverlo dalla classe. I suoi genitori avrebbero organizzato un funerale a una bara vuota e gli altri studenti, i pochi con cui scambiava due chiacchiere, l’avrebbero rimpiazzato. Alla fine tutti se ne sarebbero fatti una ragione.

In fin dei conti, non stava già succedendo? Steve se n’era andata, ma aveva smesso di parlargli molto prima del trasferimento, proprio come Claudia.

Aveva tranciato lui stesso i legami che lo tenevano ancorato al suo mondo. Forse per questo l’assurdo potere del figlio del sindaco l’aveva attirato lì: perché per loro, come per tutti, era già invisibile.

Eppure non voleva essere ricordato come il ragazzo scomparso, o passare il resto dei giorni a gridare inascoltato. E non avrebbe avuto la forza di suicidarsi. Se voleva sopravvivere, Thomas non poteva perdersi d’animo. Doveva pur esserci qualcosa che potesse fare.

Aspettare il ritorno di Clarisse lo stava facendo impazzire. Morse il labbro, accorgendosene solo quando sentì il sapore del sangue sulla lingua. Avrebbe dovuto seguirla. Era stato il figlio del sindaco a portarlo lì, doveva sapere come rimandarlo indietro. Se solo avesse potuto parlarci, forse… Una fitta alla tempia lo fece desistere. Che senso aveva tentare? Avrebbe finito col deludere se stesso, così come aveva deluso tutti gli altri.

Incontrollabile, la memoria tornò a quel giorno, cinque mesi prima.

La partita era finita da un pezzo, ma Thomas era rimasto sotto gli spalti, le guance solcate da lacrime che non riusciva più a trattenere.

La palestra era vuota, le luci spente. Il capitano gli aveva fatto capire di non presentarsi all’allenamento successivo. La mattina dopo, il suo abbandono sarebbe stato ufficiale.

Andava bene così. Era troppo basso per essere un buon centro, troppo impacciato e nervoso per ricoprire il ruolo di playmaker. Gli avevano dato un’ultima possibilità e l’aveva sprecata: i suoi sforzi erano stati del tutto inutili.

Era rimasto lì, con ancora indosso i colori della squadra, le ginocchia al petto le unghie piantate così a fondo nella carne che non sentiva più alcun dolore. Non aveva molto tempo: presto il responsabile sarebbe tornato a chiudere la palestra. Doveva alzarsi, o almeno tentare di ricomporsi, ma non aveva energia per nessuna delle due cose.

Represse un singhiozzo, intorno a lui solo grumi di polvere e briciole di snack ipercalorici, ricordo lontano dell’esultanza degli spettatori. Gli mancò il fiato. Non gli era mai importato delle occhiate di sprezzo e dei commenti a mezza voce sulle sue scarse abilità. Aveva imparato a convivere con l’idea che la squadra lo odiasse e che l’allenatore l’avrebbe mandato in campo solo come carne da cannone, utile al massimo per far riposare gli altri giocatori. Era così da prima dell’inizio del terzo anno, da ben prima che Steve se ne andasse, e lo sapeva. L’aveva sempre saputo, sin dal primo giorno.

Allora perché non riusciva a smettere di piangere? Passò le mani tra i capelli, tirando come volesse strapparli.

Perché Scott era lì.

Quasi per miracolo, a pochi momenti dalla fine del terzo quarto, era riuscito a scartare il suo marcatore, portandosi in una posizione favorevole sulla linea dei tre punti. Aveva preso la mira e tirato, ed era stato allora che l’aveva visto. Era nelle retrovie, il braccio a sorreggergli il mento e l’espressione attenta. Era davvero lui: stesse lentiggini, stesso modo di sedersi e abitudine di inclinare il collo per osservare meglio il campo. Le uniche differenze erano il montgomery rosso e il taglio più corto. La sua sola presenza bastò a destabilizzarlo del tutto. Non si accorse che il suo tiro aveva mancato il canestro e che la palla era passata agli avversari.

Da quanto era stretto tra gli incoraggiamenti dei genitori e gli schiamazzi degli altri studenti? Cos’era venuto a fare? Domande senza risposta che l’avevano deconcentrato, rallentando il suo già scarso tempo di reazione. Forse non sarebbe stato d’aiuto alla squadra, ma tutti l’avevano visto bloccarsi senza ragione nella metà campo nemica nel bel mezzo dell’azione.

Il coach l’aveva immediatamente sostituito e gli insulti non avevano tardato ad arrivare, sia dalla panchina che dagli spalti. Quando aveva osato alzare di nuovo lo sguardo, Scott aveva sorriso.

Aveva avuto paura. Era scappato negli spogliatoi, abbandonando la panchina. Pur di evitarlo, alla fine della partita si era rifugiato sotto gli spalti. Non avevano nulla da dirsi. Nulla.

Aveva pianto come non succedeva da troppo tempo, sperando in cuor suo che insieme alle lacrime se ne andassero anche i ricordi.

 

Il braccio destro era gelido. Non faticava a muoverlo, ma era leggero e insensibile, come se non gli appartenesse più. La metamorfosi aveva quasi oltrepassato il gomito e guadagnava terreno. L’avrebbe fermata. Sarebbe tornato a casa.

Clarisse e il sindaco avevano visto un segno svanire davanti ai loro occhi, ma il loro racconto era rimasto sul vago. Non poteva parlarci, ma sapeva dove trovare le informazioni che cercava.

Sammy protestò quando lo vide trafficare con le cinghie dello zaino della ragazza. Lo ignorò, impegnato a trattenersi dal morderle. Era destrorso, ma lavorare senza l’aiuto della sinistra si stava rivelando più complesso del previsto.

«Non toccare niente» intimò Sammy dall’alto della libreria.

«Che hai intenzione di fare?» Al contrario della salamandra, Basset non sembrava sul punto di azzannargli la gola. La sua malcelata curiosità l’infastidì.

Finse di non aver sentito e strattonò i lacci, forzando l’apertura al massimo. Frugò quasi alla cieca tra le pieghe dell’uniforme e il resto delle cianfrusaglie, finché le dita non si strinsero attorno a qualcosa di ruvido: la copertina di pelle del quadernetto di Clarisse. Nell’estrarlo impiegò troppa forza e lo zaino si rovesciò. Berretto d’ordinanza, un astuccio e un pacchetto di biscotti ormai frantumati rotolarono sul pavimento.

Il rumore svegliò Adolph, che rizzò la testa all’istante. Lo vide guardarsi attorno, confuso, prima di realizzare dove si trovasse. «Che ore sono?»

Olivia emerse dalla cucina, una torta bruciacchiata ancora fumante nella teglia che stringeva coi guanti rosa confetto. La gioia lasciò il posto a un’espressione orripilata.

Sammy imprecò. Balzò giù dallo scaffale e strisciò fino al caporale, alzandosi sulle zampe posteriori per fronteggiarlo. «Sono gli appunti della recluta, non possiamo leggerli.»

«Recluta?» Basset soffiò una risata, le vibrisse dritte. «Quella ragazza ha detto addio a ogni possibilità di rimanere nella COSCA quando è scappata. Per quel che mi riguarda questi appunti sono carta straccia, ma forse potremmo ricavarne qualcosa di utile su cosa avesse intenzione di fare.»

Olivia rubò il quaderno, alzandolo sopra la testa, gli occhi che mandavano lampi. «Non leggerete il diario privato di una signora in mia presenza.»

«Potresti fare una passeggiata» osservò Basset.

«Hai la faccia terrea» Il commento improvviso di Adolph lo fece trasalire. Il vecchio gli offrì il braccio, ma Thomas rifiutò l’aiuto.

«Sto benissimo» tagliò corto, facendo pressione sulle ginocchia e la mano rimasta per rialzarsi. Adolph scimmiottò il suo tono imbronciato. Dall’altro lato del divano il dibattito proseguì, mettendo in discussione le reali abilità di Basset di sputare palle di pelo.

«Perché volevi leggerlo?»

Si strinse nelle spalle. «Ho lasciato a casa la guida per diventare influencer.»

Adolph inarcò un sopracciglio, perplesso. Scosse il capo, affatto intenzionato a proseguire in quella direzione.

«Credi che Clarisse ci abbia nascosto qualcosa?» insisté il vecchio, tirandogli il colletto quel tanto che bastava per spostarlo dalla traiettoria del guanto di Olivia.

«Non intenzionalmente» replicò, atono. «Forse qualcosa che per lei non ha senso, ma ne avrebbe avuto per me. Per… le mie favolose origini e tutto il resto.»

Adolph annuì, comprensivo.

Thomas si morse l’incavo della guancia. «Ma pare che in fin dei conti dovremo aspettarla e chiederlo a lei.»

«Forse no» Il vecchio si schiarì la gola con un finto colpo di tosse. «Amici miei, fedeli.»

«Non vado in chiesa da quando avevo dieci anni» Olivia tenne lontano il gatto facendosi scudo col quadernetto. «Mangiacani al soldo della Corte.»

Il sorriso di Adolph si congelò in una smorfia, ma bastò che prendesse fiato perché sul suo viso tornasse il sole. «Molte cose ci dividono. Se non la Fede, lasciate che a unirci sia la Speranza.»

Lanciatagli un’occhiata d’intesa, afferrò la teglia a mani nude, distraendo Olivia quel tanto che bastava perché Thomas potesse impadronirsi del quaderno. Adolph lasciò cadere la teglia sul tavolino e mostrò le dita rosse al raccapriccio generale. Adolph ghignò. «Per chi mira al Dio del Cielo, il corpo non ha valore» E corse sotto il rubinetto.

Olivia strinse i pugni. «Non leggerai una riga di quel diario.»

«Non è un diario» intervenne Thomas. Tutto quel rumore l’aveva stancato e il formicolio, ben lontano dall’interrompersi, aveva superato il gomito. «Forse è l’unico indizio che ho per tornare a casa. Per favore.»

Olivia piegò le labbra in una linea indecisa, restia sul da farsi. Alla fine abbassò le spalle, arrendendosi. Thomas le sorrise, grato, e sollevò la copertina.

La delusione fu cocente. Le pagine erano coperte di simboli e numeri, riordinati in blocchi di quattro. Non era una lingua diversa, era un codice. Gli parve le parole si muovessero, schernendo la sua ingenuità. I polpastrelli della mano destra presero a formicolare. Non era giusto.

«Un codice?» Basset annusò il quadernetto. «E uno non ovvio, per giunta.»

Sconfitto, Thomas tornò a crollare sul divano, la testa pesante. «È tutto inutile.»

Di ritorno dalla cucina con le mani bendate da troppi cerotti, Adolph raccolse il quaderno e lo sfogliò. «Aspetta a dirlo.»

«Conosci il codice?» Un barlume di speranza gli si riaccese nel petto.

Adolph li lisciò i baffi, assorto dal testo. «Sono stato in una zona di guerra col mio gruppo delle Panadiadi.»

Si trattenne dal chiedere dove, di preciso, non fossero state organizzate delle Panadiadi.

«Ci ospitava una casa di crittanalisti. Gente perbene, si capisce. Loro avevano una vita dura a decifrare le comunicazioni; non hanno potuto insegnarci nulla, ma qualcosa abbiamo imparato lo stesso. Impiegavano anche settimane per uno stesso codice, perché il nemico l’aveva creato allo scopo di essere inviolabile.»

«Noi non abbiamo settimane.»

«Esatto. Ma non dobbiamo neppure preoccuparci di inviolabilità. Clarisse tiene il quaderno sempre con se e, come insegna Asclenzio, patrono di Braiselles, ogni sforzo inutile è sforzo sprecato. Clarisse sa di non doversi confrontare con squadre di cervelloni: questo codice è da lei, per lei. L’abbiamo vista scrivere e non compone mai un chiaro: è capace di interpretarlo a colpo d’occhio. Di conseguenza, non ci saranno scambi, inversioni nelle parole o chissà quali trucchi. Non mi stupirebbe scoprire l’abbia creato lei stessa.»

Incantati dalla spiegazione, gli altri occupanti del salotto gli dedicarono l’attenzione che venti minuti di predica non aveva ottenuto. Olivia era seduta su uno dei braccioli del divano e Basset e Sammy avevano smesso di bisticciare.

Adolph allungò il quadernetto nella direzione di Thomas, indicando due righe a cinque pagine di distanza. «Guarda qui. Ci sono intere porzioni ripetute. Clarisse codifica a mente. Non si accorge di lasciare appigli o forse non le interessa. Sono quasi certo che in tutto il quaderno sia stato usato un unico codice, il che ci viene in aiuto.»

Aveva capito forse metà delle parole. «In che modo?»

«Possiamo trovare altre ripetizioni, analogie, abitudini. Aiuta anche per l’analisi di frequenza. Clarisse divide le lettere in blocchi per scoraggiare chi non ha idea di cosa fare, come te: hai visto numeri e simboli strani e ti sei arreso senza tentare. Ma noi seguiremo le sue briciole come il Dio del Cielo seguì le gocce del sangue delle Divinità Tombali lungo la Via Lastricata che Conduce allo Splendore. E quando riavrai i tuoi veri ricordi, Messaggero Smemorato, ciò che è stato tornerà a essere.»

La mano destra pulsò di dolore. Si sforzò di mostrarsi partecipe, ma il commento gli uscì venato di sarcasmo. «Non vedo l’ora.»

Adolph strappò un’altra pagina del prezioso quaderno. Non avendo tempo di tradurre l’intero testo, si concentrò sulle parti più recenti, esaminando le altre solo per ricavarne indizi.

Il vecchio riteneva si trattasse di un banale cifrario a sostituzione, con l’aggiunta di qualche simbolo a rappresentare intere parole. Alcuni numeri erano ripetuti tra stringhe altrimenti uguali: per non scartare la propria tesi li eliminò tutti, considerandoli caratteri nulli.

«È una tecnica che aveva fatto faville nel nostro gruppo» Smise di ricopiare le righe per allontanare il naso di Basset con un colpetto di matita. «Un mio compagno scrisse un testo di mille parole, quasi tutte composte da nulli, la cui versione in chiaro era “Lode al Dio del Cielo”. Quel soggiorno ci è stato utilissimo. Mandavamo messaggi criptati prima e dopo le gare per organizzare le nostre strategie e riferire i punti deboli degli altri partecipanti. Quell’anno abbiamo trionfato in quasi tutte le specialità.»

Più Thomas sentiva parlare di Panadiadi e più la sua mente le trasformava in una rissa tra bande. Il vecchio continuò a rivangare vecchie memorie, fermandosi ogni tanto per indicare qualche punto del testo. Credette di aver individuato una corrispondenza, ma si rivelò un errore. Le chiacchiere si fecero sempre più rade, finché non cessarono del tutto.

Adolph mordicchiava la punta della matita, le sopracciglia aggrottate e gli occhi ridotti a due fessure. «Non capisco perché non riesco a risolverlo» Si grattò la nuca, affranto. «Forse sono invecchiato troppo.»

«O forse non sei mai stato bravo» Basset gli sventolò la coda sotto il naso, scansandosi giusto in tempo per evitare una manata.

Thomas tornò a osservare il quaderno. Clarisse aveva scritto circa dieci righe per un terzo delle pagine, senza consumare tutto lo spazio. Possibile che si trattasse di una divisione? Nelle ultime pagine le scritte erano aumentate, fino all’ultimo blocco di testo, che ne occupava quasi cinque. Clarisse aveva aggiornato il quaderno due volte da quando era con loro, ma l’inchiostro che precedeva l’ultimo spazio vuoto era troppo vecchio per risalire a quella mattina.

Giorni, realizzò. Clarisse divideva i suoi appunti in giorni. Perché? Avrebbe potuto saltare una riga, o proseguire senza strappi. Allora perché?

La mano destra tremava senza che riuscisse a controllarla. Non sapeva per quanto avrebbe resistito. Per fortuna Adolph e gli altri non l’avevano notato.

Fu allora che se ne rese conto. A ogni nuova pagina, il primo simbolo cambiava. Adolph non vi aveva dato peso, forse dando per scontato che Clarisse non iniziasse mai con la stessa parola, ma un rapido controllo confermò a Thomas che c’era un ordine. In tutto il quaderno c’erano solo sei simboli di apertura, che si ripetevano ciclicamente. Tutti, senza esclusioni, erano presenti in ogni testo, ma quello d’apertura compariva secondo un suo ritmo sempre uguale, occupando posizioni specifiche. Prima, terza, quinta, settima… numeri primi?

Lo disse ad Adolph, che ricopiò di nuovo l’inizio dell’ultimo testo escludendo non più i numeri, ma l’apertura. Agli occhi di Thomas il codice parve incomprensibile quando prima, ma Adolph ringalluzzì.

«Ora si ragiona» gli sentì borbottare, mettendosi all’opera. Dopo qualche minuto sollevò lo sguardo dal proprio lavoro, fiero come suo padre quando gli aveva detto di aver vinto il torneo di scacchi.

«Di’ qualcosa anche a noi» Sammy si torse le zampette.

«Non erano i preziosi appunti della recluta?» lo rimbeccò Basset, guadagnandosi un gestaccio.

Olivia si avvicinò al foglio e Adolph lo lisciò, invitandola a guardar meglio. «Avevo dato per scontato che Clarisse avesse usato un unico codice. In parte è vero, ma ha usato un’accortezza che da solo non avrei mai intuito, Messaggero Attento ai Dettagli. Clarisse ha codificato cinque lettere usando sei simboli, più un nullo a indicare non solo l’inizio, ma anche il punto della sequenza da cui iniziare le associazioni. Ho fatto i miei calcoli e sono quasi certo che si tratti delle cinque più frequenti nel nostro alfabeto. Per questo la divisione tra i giorni era necessaria: senza qualcosa a indicare la rotazione il suo stesso codice le sarebbe risultato incomprensibile» Sollevò il foglio, mostrando del testo sotto i simboli. «Ce l’hai fatta. La tua è davvero una sapienza divina.»

Gran parte degli scritti di Clarisse riportava cose che già sapevano. Le ignorarono. Quando il resoconto passò al meteorite sui binari, Thomas fremette.

Adolph non tradusse tutto, spinto da Basset a concentrarsi sulla parte iniziale. Clarisse vi aveva riportato a grandi linee quello che ricordava dei rapporti dei predecessori e i suoi dubbi sulla veridicità del caso. Tra le sue prime ipotesi, che Thomas e Adolph fossero attori truccati. Basset sospirò.

«Hovebrouck 3 è la nostra chiave» Aprì e chiuse il polso, nella speranza che rallentasse il processo.

Adolph gli rivolse uno sguardo assente.

Thomas si morse la lingua. Non era pronto a confessare la verità. Sentì le orecchie farsi bollenti, mentre pensava in fretta alla bugia più convincente. «È stato l’unico a seguire le tracce dei segni, tralasciando il resto. Quella recluta aveva capito tutto.»

«Non ha neppure completato il rapporto, stando a quel che dice Clarisse» Adolph strinse gli occhi. «Tutto bene? Sembri un morto che parla.»

«Sto benissimo» lo liquidò.

«Sei uno straccio» s’intromise Olivia, premurosa. La sua torta, che ora riposava vicino all’acquaio, aveva riempito ogni stanza di un acre odore di vaniglia e farina bruciata. «Vuoi un tè?»

«Darei i miei due centesimi che la settima è al bordello» Sammy rifletteva ad alta voce, la coda che si muoveva appena. «Dovremmo raggiungerla.»

«Nessuno di noi lascerà questa casa» ringhiò Basset, abbassandosi in posa d’attacco. «Non finché non arriva il comando.»

Due colpi secchi alla porta fecero sobbalzare Thomas. Possibile che Clarisse fosse già di ritorno?

Forse pensando lo stesso, Olivia corse ad aprire. Con la coda dell’occhio, Thomas vide il riflesso di una luce gialla oltre le finestre. Gridò per fermarla, ma era troppo tardi.

Dedicato a Kyrie Eleison e all'assoluta distruzione delle ferrovie.

   
 
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