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Autore: Tokoyami    13/09/2021    0 recensioni
Ci sono alcune notti in cui mi ritrovo fermo, con lo sguardo fisso verso il soffitto. Il mio cervello si rifiuta di abbassare la saracinesca. E nell'incapacità di fare altro, vago tra i miei pensieri, che m'immagino come montagne di archivi, altissimi e divisi per annualità.
E quasi per caso, sfogliando i resoconti della mia vita, un evento, un singolo istante registrato nella memoria, diventa la chiave di lettura con cui dare un senso a tutto.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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CENTO MILIONI DI ANNI LUCE


Neanche quella notte riuscivo a chiudere occhio, l’ennesima di una lunga serie. Era tardi, ne ero certo. Come un’eco lontana, sentivo il rumore delle auto provenire dalla strada ed entrare come un sibilo dalla mia finestra. Disteso com’ero sul materasso, allungai il braccio sinistro verso il mobiletto a pochi centimetri da me, tentando di percepire con i polpastrelli la superficie liscia dello schermo del cellulare. Dopo un paio di secondi di ricerca lo trovai. 
Picchiettai leggermente con l’indice un paio di volte sullo schermo nero e un fascio luminoso prese il posto per qualche secondo dell’oscurità nella stanza. Le due e quarantasette.
Spostai lo sguardo verso il soffitto. Le luci delle auto in corsa si riflettevano dalle fessure delle persiane, correndo lungo tutte le pareti della camera e illuminando a intervalli regolari gli oggetti, per poi sfumarne nuovamente i contorni nella penombra. 
Ogni volta che sentivo il rombo di un motore lontano avvicinarsi sempre di più, sapevo già quale traiettoria seguire con lo sguardo. 
Una lampadina che pendeva pericolante su una manciata di cavi a pochi centimetri dal muro. Devo decidermi a comprare una plafoniera nuova, prima che mi caschi addosso mentre dormo. 
Le luci poi si spostavano veloci e illuminavano un vecchio armadio in legno, generoso lascito di quel figlio di puttana del mio proprietario di casa. Volevo rimpiazzarlo con uno nuovo che avevo visto su un sito per arredamenti e che non costava molto, ma il tizio non aveva la minima intenzione di portarsi via quell’ingombrante cadavere e io ancor meno di caricarmelo giù per tre rampe di scale fino alla macchina e abbandonarlo da qualche parte. Anche perché probabilmente pesava più di me e della mia Opel messi insieme. Alto due metri e cinquanta e lungo almeno quattro, appena nuovo sarà stato sicuramente un gran bel pezzo di arredamento, sicuramente di moda. Peccato fossero passati almeno cinquant’anni da allora. Adesso aveva un’anta malferma e se non ci stavi attento poteva caderti addosso e aprirti il cranio in due. Dentro poi c’era puzza di legno ammuffito e neppure i deodoranti delle migliori marche sul mercato erano riusciti a estirpare. Ma quell’odore dolciastro mi ricordava casa di mia nonna, quindi non mi dispiaceva più di tanto.
Accanto all’imponente rudere c’era una poltroncina abbastanza spartana, con degli abiti buttati a casaccio sullo schienale. Le prima due o tre scie di luci mi avevano mostrato i pantaloni e la camicia che indossavo fino a qualche ora fa. Messi così, sembrava ci fosse una versione di me più tozza e larga a ricambiare il mio sguardo.
Dopo qualche minuto passato a fare avanti e indietro rincorrendo i riflessi del mondo esterno che entravano e uscivano senza chiedere permesso, riuscivo a scorgere anche gli abiti di Caterina sul cuscino, ripiegati con cura in modo che non si sgualcissero. Quando cazzo li ha messi a posto? 
Avevamo avuto sì e no il tempo di strapparceli di dosso prima di finire a scopare in giro per la stanza. Ricordavo perfettamente di averle sfilato quel vestitino bordò con forza, trafficando con davvero poca dimestichezza nel tentativo di abbassarle la cerniera lungo la schiena. Ero distratto dalla sua lingua che aveva messo la centrifuga nella mia bocca. 
Lei era già riuscita a calarmi i pantaloni e nel frattempo mi aveva messo le mani nelle mutande. Io mi ero già perso prima di cominciare.
“Fai piano che è nuovo” si era staccata per un attimo. Non riuscivo a capire se mi guardasse con desiderio o compassione, quasi fossi un poppante che sta imparando a farla nel vasino. Forse era a metà strada tra le due cose. 
Non potevo perdermi d’animo, avevo un attimo di tregua. Ne avevo approfittato per impegnarmi a disincastrare l’ostinata zip mentre le baciavo il collo, in virtù di un multitasking che poco mi di addiceva. Ma quand’è stata l’ultima volta che ho spogliato una donna? 
Una volta slacciato, il vestito era volato via in preda al terrore, maledicendomi per la mia violenta goffaggine, ne ero sicurissimo. L’ho sentito anche darmi dell’imbranato, mentre cercava riparo dietro la poltrona.
Mentre ripercorrevo la scena, il mio sguardo si era soffermato proprio sul corpo di Caterina, steso a pochi centimetri dal mio, illuminato per una frazione di secondo dal gioco di luci esterne. Era fine luglio e l’afa della città non voleva abbandonarci neanche di notte. Fissavo la sua schiena nuda, scoperta fino ai fianchi dalle lenzuola. La leggera penombra e il fatto che i miei occhi si fossero abituati a quella semioscurità mi permettevano di guardarla attentamente e scorgere alcuni dettagli che prima erano passati inosservati. 
La sua pelle era di un bianco incredibilmente perlaceo, quasi come fosse venuta al mondo in quel preciso istante e l’esperienza non l’avesse ancora insozzata. Era molto magra. Riuscivo a intravederle le costole e la linea disegnata dalla colonna vertebrale. Per un momento mi venne voglia di toccarla con la punta delle dita, sentire il contrasto tra la durezza del costato e la morbidezza della carne, avvolto in quell’involucro che splendeva di luce propria. Mi fermai con la punta delle dita a un paio di centimetri da lei: avrei rischiato di destarla dal sonno in cui sembrava così comodamente avvolta. Non era il caso.
All’altezza del collo, quasi in concomitanza con le prime vertebre superiori, un piccolo tatuaggio di una libellula stilizzata, racchiusa in un poligono geometrico. Me ne aveva parlato a un certo punto durante la serata: diceva che era affascinata da quegli insetti, le piacevano in particolare le damigelle blu. Non ne avevo mai vista una in vita mia, aveva dovuto farmi vedere un’immagine dallo schermo del suo cellulare. 
Ora che la osservavo, iniziava a piacermi sul serio quel piccolo capolavoro d’arte cutanea, sebbene durante la serata mi fossi limitato solo a un accenno di apprezzamento. L’unica cosa che ero stato in grado di chiederle era se il punto fosse doloroso, almeno così avevo sentito dire in giro. Che coglione.
“Un po’, ma ho resistito,” aveva un’espressione di innocente orgoglio. “Però è durato pochissimo, anche perché non è molto grande. Aspetta, ti faccio vedere.”
Vederla girarsi di scatto e scostare la folta chioma bruna per offrirmi una migliore visuale aveva prosciugato in un istante qualsiasi accenno di salivazione mi fosse rimasto. 
Domani mattina devo dirglielo a ogni costo. Magari mentre beviamo il caffè e mangiamo una brioche. Più ammiravo quel prezioso geroglifico di inchiostro, più pensavo che il suo corpo slanciato ed esile ricordasse molto quello delle libellule. Anche il parallelo tra la trasparenza delle ali e la sua pelle mi sembrava assolutamente azzeccato, un misto tra eleganza e fragilità. 
Forse non dovrei aspettare domani, forse dovrei dirglielo adesso. 
No, meglio di no. 
Se l’avessi svegliata alle tre del mattino per dirle questa stronzata mi avrebbe mandato a quel paese. O avrebbe pensato che fossi un pervertito che la fissa mentre dorme. 
Domani mattina sarà il momento perfetto.
Mentre rimuginavo sulle parole giuste da usare, presi coscienza del fatto che mi aspettava un’altra nottata insonne. Decisi di alzarmi e andare a fumare una sigaretta in veranda, magari l’aria notturna unita al retrogusto di tabacco mi avrebbe conciliato il sonno. Cercavo di fare il più piano possibile, spostando prima una gamba giù dal letto e cercando approdo sicuro col piede sul pavimento. Avevo ripetuto la stessa operazione con l’altra. Mi ero messo seduto dal mio lato, trattenevo il respiro per non muovere nemmeno l’aria. Svegliarla mi avrebbe seccato molto: non ero per niente sicuro di averle garantito una performance sessuale degna di nota, almeno un sonno decente dovevo concederglielo.
Immerso nella penombra, cercavo con la punta dei piedi le ciabatte. Non erano nei paraggi. Avrei fatto senza, sperando di non inciampare in qualche cadavere caduto durante la battaglia consumata poche ore prima nei cinque metri quadri che ci separavano dal resto del mondo. 
Uno, due, tre. Mi alzai di scatto, pregando tutti gli dei che mi venissero in mente di non essere stato troppo brusco. Il silenzio della notte fu squarciato da un sonoro squittio della rete. Lettodimerda. Cercai con lo sguardo il corpo di Caterina, per capire se avessi fallito nella mia titanica impresa. Non si era mossa. Per i restanti dieci secondi che a me parvero un’eternità, cercai di capire se il suo respiro avesse subito alterazioni di qualche tipo, ma non mi parve di notare nulla di anomalo.
Uscito dalla stanza mi diressi verso la cucina, presi il pacchetto di sigarette sul tavolo e me ne portai una alla bocca. La finestra del terrazzo era semichiusa nella vana speranza di far circolare un po’ d’aria. Mentre l’aprivo, emise un rumore stridulo. Quell’appartamento era pieno di acciacchi. Per uscire fuori mi ero chinato leggermente, per evitare di dare una testata contro le tapparelle. Con un passo raggiunsi la ringhiera del balcone e appoggiai i gomiti sulla superficie in ferro battuto. 
Clic. In quel preciso istante, la fiamma dell’accendino era, assieme alla luna, l’unica fonte di luce tutt’attorno. La terrazza dava su un cortile interno, completamente estromesso dal tumulto di fari e lampioni dalla parte opposta del vialone sul quale si ergeva il palazzo. Non vedevo altre luci provenire dagli appartamenti circostanti né miei simili intenti a schiarirsi le idee con la complicità della notte.
Inalai la prima boccata di fumo, facendola arrivare fino alla gola per poi sputarla di nuovo fuori. L’umidità rendeva l’aria incredibilmente pesante e la nuvola di monossido di carbonio e chissà che altra schifezza fuoriuscita dai miei polmoni rimase densa e compatta per qualche secondo, salvo poi sollevarsi e disperdersi trasportata un’impercettibile corrente. Mi sentivo l’ultimo uomo sulla terra. Non c’erano voci né rumori, nulla che potesse disturbare quella quiete quasi irreale. 
Forse il mio corpo si rifiutava di dormire perché quella sensazione mi dava un ristoro decisamente maggiore del sonno. 
Il silenzio della notte mi aiutava a mettere ordine. 
La solitudine durante quelle ore smetteva gli abiti da matrigna e diventava madre amorevole.
Forse dovevo bere meno caffè.

Avevo rivisto Caterina durante una festa a casa di amici, buona parte ex-colleghi di università. Mi aveva incastrato Giacomo, il padrone di casa, nonché mio compagno di sventure a quei tempi. Era l’unico con cui ero rimasto in contatto dopo le rispettive lauree e di tanto in tanto andavamo in giro a bere (io) e a rimorchiare (lui), impegni permettendo. 
Fu durante una delle nostre mirabolanti uscite che conobbe Elisa e scattò subito il colpo di fulmine: nel giro di poco più di un anno convolarono a nozze e qualche mese più tardi seppi che aspettavano una bambina. 
Nonostante fossi sinceramente felice per lui, non potei fare a meno di provare un senso di amarezza. Il tempo correva, correva fortissimo, era un velocista che aveva staccato tutti i suoi avversari. E nel tentativo di raggiungerlo e stargli al passo, i primi segni dell’inseguimento iniziavano a palesarsi. Capelli che cadono o si colorano d’argento, il corpo che fa fatica, il fiato corto. Stasera solo un paio di birre, domani ho la sveglia prestissimo. Il bisogno di mettere radici. 
Constatavo che il tempo stava passando, inesorabilmente. Giacomo era bravo a tenergli testa, del resto aveva vinto un paio di gare di atletica quando andava al liceo. Anche altri conoscenti arrancavano, ma senza darsi per vinti. 
Io, in qualche modo, rimanevo indietro di almeno quattro passi alla volta.
Vedevo in lui ciò che non ero, con un lavoro solido in una grossa azienda di comunicazioni, una famiglia, una casa in un bel quartiere residenziale, una macchina di non-ricordo-quanti cavalli – me l’aveva detto più volte, ma quando toccava argomenti come calcio o motori staccavo il cervello.
Io invece ammuffivo in università, per citarlo in uno dei suoi simposi sulla mia vita privata, dietro a libri grossi quanto mattoni e altrettanto leggeri da buttar giù. 
Come dargli torto. Cercavo di rimanere a galla in mezzo ad altri disperati tanto quanto me. Sgomitavamo e annaspavamo, nella speranza che qualche vecchia mummia schiattasse da un momento all’altro e ci lasciasse uno straccio di cattedra. 
Per non parlare poi della sfera sessuale. 
“Svegliati Marco, hai trentadue anni, scopatela ogni tanto qualche studentessa se ti fa gli occhi dolci, sembra che non ti tiri più nemmeno il cazzo, eddaje!” decantava di tanto in tanto il vate.
Dinanzi alla mia iniziale riluttanza a prendere parte all’allegra rimpatriata, aveva tirato fuori la storia di un onestissimo ventisei in Letteratura greca con Onestini, altresì detto Rasoio di Occam in quanto, a parità di conoscenze dimostrate, optava sempre per promuovere la figa di turno a discapito della controparte pene-munita. Un ventisei preso, secondo lui, solo grazie agli appunti impeccabili che mi aveva prestato. In realtà sapevamo entrambi benissimo che se li era fatti dare da una tipa con cui si usciva all’epoca e che sbavava per lui, ma non voleva sentire ragioni.
“Eccolo il prof!” il colorito era acceso, reso ancora più evidente dal volto pulito, fresco di rasatura. Probabilmente lo aveva costretto Elisa. Mostrava inoltre un sorriso così tirato da congiungergli entrambe le orecchie, doveva essersi allenato per tutta la settimana per sembrare così convincente. 
“Entra, Marco, vieni, conosci la strada! Sono contento che sei venuto.”
“Come rifiutare, sei peggio della camorra” protestai.
“Smettila, tanto so che ti piace farti pregare. Dammi qui,” fece, prendendo la bottiglia di rosso che reggevo tra le mani. “Vado a metterla giù in cantina. Tu intanto vai in soggiorno: c’è una sorpresa per te. Sono sicuro che gradirai!” 
Mi stava fissando con il classico sguardo da stronzo che gli veniva sempre quando ne combinava una delle sue. Quando faceva così mi portava indietro di almeno dieci anni. Forse anche più indietro, ai tempi di quando ero ragazzino, anche se lui non lo conoscevo ancora. 
Era questo il motivo per cui, nonostante non sopportasse volentieri le situazioni di mondanità composta e borghese, era in grado di calamitare l’attenzione di tutti. Gli bastava un’espressione del volto o una parola detta al momento opportuno per emanare leggerezza. Non che fosse infantile, anzi: era sempre stato un tipo con la testa sulle spalle e capace di affrontare ogni situazione con la giusta prospettiva.
Eppure mi bastavano trenta secondi passati in sua presenza per farmi dimenticare quanto il tempo fosse un velocista olimpionico.
“Una sorpresa? In che senso?” Stavo iniziando a sudare.
“Senti, te lo dico, ma solo perché sono tuo amico e voglio evitarti una delle tue solite figure di merda: c’è anche Caterina. Caterina Portolani. Te la ricordi?”
In quel preciso istante un gatto invisibile aveva deciso di aggrapparsi al mio stomaco con le unghie affilate. 
“Oh, Gia’, se questa è una delle tue trovate del cazzo me ne vado!”
“Non dire stronzate! Non l’ho invitata io,” la sua faccia si era piegata in una smorfia di sdegno. “È venuta con un’amica di Elisa, io non ne sapevo niente. Me la sono ritrovata davanti stasera.”
“Ma non era all’estero?”
“In Finlandia. Ma sembra sia rientrata definitivamente. È tornata un paio di mesi fa,” aveva fatto una pausa. “Mi ha chiesto di te.”
“Come? Di me? Perché?”
“Ma che ne so, voleva sapere come te la passavi. Le ho detto che venivi pure tu stasera, così te lo poteva chiedere direttamente.”
“Sei un coglione.”
“Marco, eddaje. Ti stai facendo duemila paranoie per nulla. Entra, bevi un paio di birre, ci fai due chiacchiere. Parlate della Finlandia, della vita qui, che cazzo ne so. Però non attaccare pipponi sui tuoi studi perché ammazzerebbero l’ormone a chiunque.”
Entrai dentro quell’appartamento come un maiale che varca i cancelli del mattatoio. Nemmeno quei piacevoli venticinque gradi regalati generosamente dal climatizzatore riuscivano a farmi smettere di sudare e sentirmi friggere la faccia. 

Io e Caterina ci eravamo conosciuti per la prima volta ai tempi dell’università, durante l’ultimo anno – da lì a pochi mesi mi sarei laureato. All’epoca non avevo la minima idea di cosa sarebbe successo dopo: una laurea in lettere classiche non mi rendeva l’impiegato più appetibile per il mondo del lavoro nel quale stavo per buttarmi con un triplo salto carpiato. Lei invece sembrava aver pianificato ogni singolo passo della sua esistenza fino al giorno della pensione. Ma solo perché alla vecchiaia non ci voleva pensare.
La prima sera in cui ci eravamo presentati avevamo parlato per tutto il tempo solo noi due, mentre il resto del mondo, compreso il gruppo di amici e colleghi che ci accompagnava, si era appiattito contro lo sfondo. Il vociare della gente che ci circondava si era ridotto a un brusio indistinguibile alle nostre orecchie, i loro volti erano sfocati, come comparse di un film romantico di bassa lega.
Lei mi parlava dei suoi pittori preferiti – studiava storia dell’arte – e mi diceva che le ricordavo un autoritratto di un qualche pittore moderno, anche se il nome lo avevo rimosso.
“Spero non un Picasso!” le avevo risposto. In quel momento una voce dentro di me mi ricopriva di insulti per quella battuta del cazzo. Probabilmente quella di Giacomo. Lei invece aveva riso in un modo così spontaneo che mi sembrava davvero difficile credere stesse fingendo. Mi ero scusato subito per quella freddura terribile e in quel preciso momento era calato il silenzio tra di noi. Era successo già altre volte quella sera, ma quei secondi non pesavano alla conversazione. Erano come delle pause naturali che interrompono il ritmo della narrazione e servono a riprendere fiato. Restavamo immobili per qualche secondo e ci guardavamo negli occhi. Aveva una tale intensità nello sguardo che senza rendermene conto mi costringeva a staccarmi da quel flusso di pensieri che ci connetteva. Distoglievo lo sguardo e avvicinavo il boccale di birra, con la scusa di berne un piccolo sorso. Speravo che non finisse mai, altrimenti avrei dovuto ammettere al mondo intero e soprattutto alla donna che avevo davanti che non ero in grado di nascondere l’imbarazzo che i suoi occhi mi causavano.
Ma questo lei l’aveva già sicuramente capito. Agli occhi delle donne, noi uomini siamo incredibilmente semplici. A loro bastano i primi cinque minuti di conversazione per capire se la persona che hanno davanti prova un qualche interesse. Avevo sentito queste parole non so quante volte uscire dalla bocca di Giacomo, quando era brillo e si improvvisava esperto di ars amatoria. 
Mi chiedevo se anche a Caterina fossero bastati cinque minuti per capire quanto ero cotto di lei.
Da quella sera il nostro rapporto andò avanti per i mesi successivi con una naturalezza che, a pensarci adesso, fu sorprendente. Ci iniziammo a frequentare, arrivarono le prime cene, i primi cinema, i primi baci, le prime notti passate nello stesso letto. Stare con lei mi regalava una sensazione di felicità selvaggia, una nuova prospettiva con cui osservare la realtà intorno e che non pensavo poter raggiungere. Di tanto in tanto mi ritrovavo a sorprendermi di quel cambio repentino del mio modo di percepire il mondo, dei colori brillanti che sembravano irradiarsi da tutto ciò su cui si posasse il mio sguardo o del jazz che non riuscivo a togliermi dalle orecchie e che faceva da sottofondo alle mie giornate. Eppure sentivo da qualche parte nel profondo la sensazione che tutto mi avesse portato a quel momento, a conoscere quella donna, a perdermi nel suo sguardo e nei suoi discorsi sul futuro, ai colori ritrovati e alla musica che non si fermava. E che la naturalezza con cui le nostre vite si erano unite era perché entrambi, inconsciamente, ci eravamo disperatamente cercati.
Il mio ultimo ricordo di lei la ritraeva seduta in un bar in centro, nel tardo pomeriggio di fine settembre. Beveva un succo e giocherellava nervosamente con alcune ciocche di capelli. Come si dice molto spesso in casi del genere, la notizia era arrivata come un fulmine a ciel sereno. Dopo aver concluso gli studi, aveva collaborato per qualche tempo nell’allestimento di alcune mostre in città, fino a curarne una per conto suo in un’esposizione indipendente di neosurrealisti americani. Questo le aveva permesso di farsi conoscere all’interno dell’ambiente, il che si tradusse in poco tempo in un’offerta di lavoro di uno dei musei più importanti di Helsinki.
Ricordo ancora il suo tono di voce pacato e le pause frequenti tra una frase e l’altra, come se ogni singola parola fosse stata soppesata nel tentativo di risultare quanto più leggera possibile.
Ero la prima persona a cui aveva annunciato la notizia, tanto incredibile quanto lacerante, almeno per me. L’entusiasmo che traspariva splendente dalle sue parole, mentre mi raccontava di come aveva avuto l’aggancio tramite un suo ex-docente in università e del colloquio con i curatori del museo, celava al tempo stesso un’ombra di timore nell’attesa di una mia reazione.
Preso da un moto di egoismo che mai avevo provato fino a quel momento, mi ritrovai ad odiare terribilmente quel professore così disponibile, i tizi del museo, Helsinki e il destino stesso per avermi fatto assaggiare un boccone di felicità e poi essersi portato via il piatto principale.
Mi tornò una sensazione di pesantezza all’altezza dello stomaco, il famoso gatto randagio grigio scuro che di tanto in tanto decideva di arrampicarvisi infilzando le unghie affilate per rimanere saldo e non cadere. Pensai che in effetti era da un po’ di tempo che quel fastidioso micio non veniva a farmi visita. Non si era palesato nemmeno il giorno della mia laurea qualche mese prima, sebbene lo stessi aspettando.
Era chiaro che lei avesse già deciso di accettare e io non potevo far nulla per farle cambiare idea, né avevo la minima intenzione di provarci. Eravamo entrambi consapevoli del fatto che il nostro incontro fosse stato qualcosa di prezioso, ma sapevamo che non sarebbe bastato a influenzare così drasticamente la vita l’uno dell’altra, almeno non allora. 
Avrei voluto urlarle di rimanere, di non abbandonarmi. Avrei voluto essere egoista fino in fondo e anteporre il mio bisogno di averla nella mia vita alla sua libertà. Avrei voluto lasciare uno spiraglio, un porto sicuro su cui all’occorrenza avremmo potuto attraccare. La nostra barca, così delicata nei dettagli, in quell’istante mostrava tutta la fragilità che avevamo deciso ingenuamente di ignorare.
Mi sarebbe bastato dirle che andava bene, che l’avrei aspettata, che sarei andato a trovarla. Ma entrambi sapevamo che ciò non corrispondeva a verità. Forse Caterina si aspettava una mia reazione diversa, un mio ultimo tentativo di combattere e difendere quel piccolo tesoro che ci eravamo ritrovati per le mani, così di punto in bianco. Ma io non ero fatto per sguainare spade o indossare armature. E anche lei ne era consapevole. 
Chissà se anche questo lo aveva capito durante i primi cinque minuti in cui avevamo parlato. 
In quel momento vidi i suoi occhi inumidirsi e per la prima volta, la sfumatura di nocciola si fece improvvisamente cupa. Ma durò un attimo. Delle parole che ci dicemmo dopo non ho ricordi. Ho usato tutte le energie a mia disposizione per chiuderle in una scatola e abbandonarle da qualche parte negli angoli più remoti della mia memoria. La riaccompagnai a casa in autobus e sotto il portone ci abbracciammo e le augurai il meglio.
Durante il rientro nel mio appartamento mi sorprese la pioggia. Avevo pensato che non ci fosse atmosfera migliore per rispecchiare il mio umore. Mi ero ripetuto più e più volte che la sua vita valeva più di quello che avevamo, qualsiasi cosa fosse. Lo avevo fatto così tante volte durante quei trenta minuti di strada a piedi che mentre giravo la chiave nella serratura di casa ero ormai convinto di aver ragione. 
Entrato in casa alzai gli occhi e il mio riflesso nello specchio all’ingresso ricambiò lo sguardo. Le lacrime scendevano giù lungo il viso senza che me ne fossi reso conto.

Non mi ci volle molto per individuarla in mezzo al gruppo di gente attorno al tavolo imbandito per l’occasione. Indossava un vestito bordò che le arrivava poco sopra le ginocchia, assieme a un paio di scarpe col tacco che le rendevano le gambe sinuose ed eleganti.
Notai che adesso portava i capelli più corti, all’altezza delle spalle. Osservandola da lontano, mi accorsi che il tempo, velocista come sempre, l’aveva resa ancora più bella di quanto ricordassi.
Giacomo, da buon padrone di casa e con una certa vena di sadismo, annunciò il mio arrivo in pompa magna. Per quelli che furono i dieci secondi più lunghi di tutta la mia, gli occhi dei presenti mi furono addosso e mi sentii l’essere più ridicolo sulla faccia della terra. Senza farlo apposta, lo sguardo mio e di Caterina si incrociarono: un sorriso le illuminò il volto, lo stesso che durante questi dieci anni mi riaffiorava di tanto in tanto nei momenti meno opportuni, tipo quando prendevo un caffè al bar davanti l’università oppure quando fissavo lo schermo nero del mio computer qualche secondo dopo averlo spento.
Superata l’agitazione iniziale, i saluti di circostanza e i convenevoli del caso con quei pochi volti che conoscevo, mi diressi verso di lei. Tanto valeva affrontare la situazione subito, trascinare la cosa avrebbe reso il tutto ancora più imbarazzante.
Mi avvicinai cercando di tirare fuori il sorriso più credibile che avessi. Lei era presa ad ascoltare le chiacchiere di un gruppetto di invitati che si era formato in zona pizzette, a sud del prosecco. Come se avesse percepito le mie intenzioni, spostò lo sguardo nella mia direzione: per un istante le balenò sul viso il pensiero di venirmi incontro, poi decise di attendermi lì dov’era, buttando giù un sorso particolarmente abbondante del rosso che aveva nel calice.
Il salotto di Giacomo ed Elisa sembrava aver assunto le dimensioni di un campo da calcio. Facendo lo slalom tra i vari complementi d’arrendo e due tizi che si dirigevano verso uno dei divanetti dalla parte opposta, iniziai a pensare a una serie di risvolti possibili ai quali un mio approccio avrebbe condotto. Pensai che le ultime parole che ci eravamo scambiati risalivano a dieci anni fa. In tutto quel tempo le situazioni cambiano, le persone anche di più. 
Sentivo la gola secca e non riuscivo a smettere di sudare. Il gatto randagio, nel frattempo, aveva deciso di fare l’altalena con il mio intestino.
Forse l’ultima cosa che avrebbe voluto era rivolgermi la parola. 
Forse stavo aprendo una ferita che in questi anni aveva cercato di far cicatrizzare. Io invece ero lì che le andavo incontro con un pugno di sale da spargerci sopra.
Potevo starmene a casa, chissenefrega se Giacomo mi metteva il muso. 
Ma ormai era troppo tardi: ero partito alla carica, il mio corpo si era mosso senza che il mio cervello avesse soppesato le conseguenze di quel gesto in maniera opportuna. Anzi, lo aveva direttamente mandato a quel paese e aveva deciso di prendere l’iniziativa. 
Dopo un’eternità che impiegai per raggiungerla, mi fermai a poco più di un metro da lei. In quel momento erano aperte nella mia testa almeno una dozzina di cartelle con possibili incipit di discorso: li analizzavo uno per uno, immaginandomi eventuali scenari in cui utilizzavo ogni singolo ingresso in scena. E in ognuno di essi il risultato era che sembravo un gigantesco coglione.
“Eccoti, pensavo non mi avessi riconosciuto!”
Evidentemente la mia espressione per tutto il tragitto verso il patibolo aveva tradito le mie angosce. Del resto alcune cose restano immutate, anche dopo dieci anni.
“In effetti non c’erano slitte o gatti delle nevi di sotto, non mi aspettavo di trovarti qui.”
“Mi ha dato uno strappo Babbo Natale, trovare un parcheggio in questa zona è un incubo!”
Scoppiammo entrambi a ridere. Il suono del resto del mondo era diventato di colpo un’eco insignificante e come in un teatro, le luci illuminarono solo noi due per tutto il resto della serata. 
Noi due e nessun altro.

Continuavo a osservare le nuvole di fumo che partivano dalla mia bocca e si condensavano pesanti nell’aria, per poi salire su e sparire, per finire chissà dove. Affidavo i miei pensieri a ogni singola boccata e li regalavo al vento, di modo che qualcuno come me, affacciato al balcone di casa alle tre del mattino, si sentisse meno solo.
Io e Caterina avevamo parlato per tutto il resto della serata. Avevamo abbandonato dopo un’oretta l’allegra festicciola e ci eravamo rifugiati in un localetto da quelle parti, non troppo distante da casa mia. La faccia di Giacomo quando ci aveva visto andar via insieme non aveva bisogno di ulteriori chiarimenti. Non del tutto certo della possibile equivocità però, l’aveva accompagnata con un gesto vietato ai minori.
Mi aveva raccontato di questi anni passati a Helsinki, di come aveva fatto fatica ad abituarsi alla riservatezza della gente di lì, della sua carriera. 
Aveva trascorso il primo anno a imparare la lingua – inizialmente le sembrava un’accozzaglia di suoni confusi e tremendamente buffi e, in effetti, dopo averle chiesto di tradurmi un paio di frasi in finlandese non potevo che condividere quell’impressione – e ad ambientarsi con il lavoro. Poco dopo era diventata curatrice responsabile di una galleria di pittori post-modernisti italiani e francesi emergenti e si era occupata anche dell’allestimento di alcune esposizioni per gente famosa, finendo a vivere per un periodo tra Boston e New York, dove aveva conosciuto alcuni degli artisti che più ammirava e l’avevano ispirata.
Di fronte a tutta quell’esplosione di vita vissuta e di esperienze fatte non potevo fare altro se non ascoltarla in silenzio. Nonostante il tempo trascorso, l’entusiasmo che le accendeva gli occhi di quel nocciola così intenso non era minimamente cambiato e si era adornato di alcune piccole rughe all’estremità delle palpebre, che tuttavia rendevano il suo modo di guardarmi ancora più seducente.
Il discorso era caduto anche su un uomo, uno di quei pittori che aveva conosciuto grazie al lavoro, con il quale c’era stato un iniziale flirt, tramutatosi poi in una relazione vera e propria. Tra di loro era durata poco più di un anno, salvo poi lasciarsi in maniera piuttosto burrascosa.
“Punti di vista diversi,” aveva detto, abbozzando uno sguardo sornione. “D’altronde si sa, gli artisti non sono fatti per avere relazioni monogame.”
Non riuscivo a fare a meno di provare un moto di gelosia e collera partirmi dal fegato e arrivarmi al cervello. Se avessi avuto davanti quel pezzo di merda gli avrei volentieri spaccato il muso. Mi sorpresi di quella mia reazione: oltre al fatto di non aver mai desiderato di spaccare il muso a qualcuno per questioni amorose – senza contare che non avevo proprio il fisico adatto a contenziosi di questo genere – mi chiedevo per quale motivo provassi sentimenti del genere per una donna che avevo lasciato e con la quale in realtà non saprei neanche dire se ci fosse stata una vera e propria relazione.
Questi pensieri vennero subito spazzati via da un moto di malinconia. Caterina doveva aver sofferto e non poco. Un altro uomo, dopo di me, l’aveva delusa. E forse c’era stato anche qualcun altro di cui lei aveva deciso di non parlarmi, chi può dirlo. E sicuramente ce n'erano stati altri prima, di cui io non sapevo nulla, né mai le avevo chiesto.
Nei mesi successivi alla sua partenza, non mi ero mai fermato a riflettere davvero su quello che la nostra separazione avesse significato per lei. E non avevo dato troppo peso alla cosa neanche fino a poco prima di quella sera, sebbene sapessi in cuor mio che anche lei aveva sicuramente sofferto. Eppure l’orgoglio ci porta a voler primeggiare anche nel dolore, mettendolo davanti a quello degli altri, dandogli la medaglia d’oro alle olimpiadi dei patemi d’animo.
Nonostante pensassi fosse la cosa giusta da fare, non averle chiesto di aspettarmi è stato il comportamento più egoista che potessi avere: in un solo colpo avevo deciso cosa era meglio per me e per lei, non preoccupandomi di quali fossero i suoi veri sentimenti. Mi era già successo più e più volte in passato, avevo trattato quel dolore come fosse un problema da risolvere e archiviare, senza capirne sul serio l’esigenza da cui era scaturito. Chiusi gli occhi per qualche secondo, il fumo della sigaretta misto all'umidità della notte mi entrò dentro le narici. Davanti ai miei occhi, quasi in preda a un'allucinazione, vedevo il tempo correre davanti a me, seguito a qualche decimo di secondo da Giacomo. E io ero sempre lì, quattro passi indietro. All'improvviso percepii qualcosa che mi tirava nella direzione opposta rispetto al traguardo che scorgevo in lontananza. Nell'impeto della mia corsa disperata mi voltai e lo riconobbi: l'odioso gatto randagio grigioscuro, che cercava di tenermi dai lacci della scarpa destra. Come se una voce mi avesse suggerito ciò che dovevo fare, rallentai fino a fermarmi del tutto. Anche il gatto si fermò. Ci guardammo per qualche istante, gli occhi verdi del felino lampeggiarono furiosamente. Mi chinai verso di lui, prendendolo dietro al collo, come avevo visto fare alla gatta di mia nonna quando doveva spostare i cuccioli. Cercò di dimenarsi e me lo portai tra le braccia. Lì rimase calmo, iniziando a fare le fusa. Ripresi a correre.
“Ehi, sei qui,” la voce di Caterina mi fece sobbalzare. “Non riesci a dormire?”
“Tranquilla, mi capita di tanto in tanto. Ti ho svegliata? Scusami, non volevo.”
“Non preoccuparti, avevo bisogno di bere un sorso d’acqua. Ti va se ti tengo compagnia? Vado a prendere le sigarette.”
“Lascia, prendi una delle mie.” Le passai il pacchetto che avevo appoggiato sulla ringhiera del balcone, assieme all’accendino. Quando fece scattare la fiamma, il volto le si illuminò per qualche secondo. Anche se aveva il volto ancora un po’ intorpidito dal sonno di poco prima, era incredibilmente bella. In quel momento mi accorsi che indossava solo un paio di slip.
“Ma sei matta a uscire così? Farai venire un infarto al vecchio del piano di fronte!”
“A parte che il vecchio del piano di fronte probabilmente non riuscirebbe a distinguermi dalla caldaia a quest’ora, ma di cosa ti preoccupi? Sei geloso?”
La guardai in silenzio. Questa volta fu lei a distogliere lo sguardo.
“Quanto resterai qui?” Sentivo il gatto che si preparava al salto delle interiora.
“Se sta per arrivare la tua ragazza, filo via di corsa!” sputò il fumo dalla bocca ridacchiando. Continuai a guardarla senza rispondere.
“In realtà non lo so. Sto pensando di lasciare il lavoro a Helsinki e tornare qui in Italia. Ormai ho un po’ di contatti su cui fare affidamento, stavo pensando di aprire con un paio di colleghi una galleria tutta nostra. È che in realtà mi mancano le sensazioni che avevo quando ero qui, mi piacerebbe tornare per rimanerci. Perché vuoi saperlo?”
In quella frazione di secondo, i muscoli delle mie gambe mandarono per l’ennesima volta a quel paese il cervello e mi lanciai verso di lei, stringendola tra le braccia. Sentivo i suoi seni caldi premermi sulla pelle, il suo respiro farsi strada sul mio petto. Il ritmo del suo battito cardiaco intonava della musica jazz. Le passai una mano all’altezza del collo, insinuandomi tra i suoi capelli. Lei in quel momento alzò lo sguardo e le nostre bocche si unirono in un bacio.
Restammo così per qualche secondo, mentre sentivamo i rumori delle auto provenire da una strada lontana cento milioni di anni luce da quel balcone.
“Non te l’ho detto prima, durante la serata. Mi piace davvero tanto il tatuaggio. La libellula dico, anzi, la damigella blu. Si chiama così, giusto? Trovo ti assomigli moltissimo. Voglio dire, non che sembri un insetto, però il corpo, le ali, insomma, non so se ho reso l’idea.”
Mi guardò sorridendo. “Sapevo che mi avresti detto una cosa del genere.”
   
 
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