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Autore: sakichan24    13/09/2021    0 recensioni
Un'antica minaccia si sta abbattendo sull'impero di Denane Senaime, e il peggio è che nessuno sembra sapere come contrastarla.
Una giovane sacerdotessa, una principessa, un fuorilegge e un generale, pur seguendo ognuno i propri obiettivi, troveranno incrociati i loro destini in questa avventura.
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Questa storia è anche su Wattpad sotto il nome di capogalassia, ma l'autrice sono sempre io
Genere: Avventura, Fantasy, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Svegliarsi presto due giorni di fila era la tortura peggiore per Mytte: ci mise ancora più tempo a tirarsi fuori dal letto, nonostante la minaccia di trovare l’acqua fredda. Si lavò e indossò dei semplici vestiti da viaggio: un paio di pantaloni verdi che le arrivavano troppo corti sulle caviglie, una camicia bianca con giacchino abbinato ai pantaloni e uno scialle per proteggersi dal vento e dalla frescura mattutina. La sua nuovissima mantellina rossa era piegata nella valigia che portava con sé: l’avrebbe tirata fuori una volta arrivata a Lime. Sotto la camicetta portava anche il ciondolo che Ymè le aveva regalato il giorno prima.
Il viaggio era dovuto al fatto che suo padre, generale dell’esercito di Denane Senaime, ipotizzava che Kopta, con cui ormai si era ai ferri corti da un po’, avrebbe tentato delle azioni di guerriglia sulla costa: Vetusa, la cittadella portuale indipendente poco lontana da Boeri, sarebbe stata a suo parere uno dei primi obiettivi per vicinanza e importanza strategica. Per questo aveva ordinato a Mytte di spostarsi temporaneamente a Ranas, il capoluogo del loro distretto, finché la situazione non si fosse calmata.
Era la prima volta che si allontanava da casa: viaggiava con Ymè e Rume, e questo un pochino la tranquillizzava, ma sarebbe stata parecchio lontana da suo padre.
Non si stupì di vederlo già alzato e pronto nel salotto: probabilmente era riuscito a svegliarsi anche molto prima di lei.
«Buongiorno, figlia mia. Vedo che siete riuscita ad alzarvi in tempo.».
Mytte incrociò le braccia e finse di essere offesa.
«Buongiorno anche a voi, padre. Siete in vena di battute stamattina?».
Motli rise. Non era molto frequente sentirlo ridere: Mytte intuì che era anche lui abbastanza nervoso.
«Mi dispiace, semplicemente conosco la vostra difficoltà nell’alzarvi la mattina. In ogni caso, Rume è già pronta, Ymè passerà a prendervi a momenti.».
Mytte annuì e si lasciò cadere su una delle sedie imbottite rivestite di stoffa rossa.
«Pensate che durerà poco?».
Motli si fece pensoso.
«Io non penso che Kopta voglia lanciare un’offensiva sull’intera Denane Senaime, probabilmente vogliono solo provocarci a fare la prima mossa. Appena capiranno che non abbiamo intenzione di guerreggiare, si faranno indietro e potrete tornare qui.».
Mytte annuì: qualcosa le diceva che in realtà la loro lontananza sarebbe durata molto più del previsto, ma non disse nulla. Probabilmente era troppo ansiosa e suggestionabile.
Rume, anche lei già pronta per il viaggio, arrivò dall’ingresso seguita a ruota da Ymè.
«Io sono già pronta, sono andata a Vetusa a fare scorte per vendere qualcosa a Ranas. Niente di particolarmente strano, solo un vecchio mercante che ha attaccato bottone e non la smetteva più.».
Rume recuperò la valigia di Mytte e la propria.
«Siete pronta, signora? Avete la vostra cambiale?».
Mytte annuì e picchiettò all’altezza della tasca interna del giacchino, poi andò ad abbracciare suo padre: non l’avrebbe visto per un po’ voleva almeno salutarlo come si deve.
«Arrivederci, padre. Ricordatevi di scrivere.».
Motli ricambiò l’abbraccio, seppure un po’ troppo rigidamente. Non era abituato affatto alle effusioni tra lui e la figlia
«Fate attenzione, Mytte.».
Fece un cenno di saluto verso Rume, che rispose con una riverenza. Mytte la seguì poi lungo l’ingresso fino all’esterno. Il cielo era azzurrissimo: il vento che si era alzato la sera prima aveva spazzato via tutte le nuvole, ma non accennava a calare. Purtroppo dovevano dirigersi verso est, il che avrebbe significato avere il sole negli occhi almeno per un po’. Ymè si offrì di prendere la valigia di Mytte, ma Rume negò decisamente l’aiuto. La ragazza scrollò le spalle e cominciò a camminare in testa al gruppetto, diretta alla stazione di posta dove si era fatta preparare un carro con la merce che aveva acquistato.
«Era proprio un rompiscatole il mercante di oggi, mi voleva raccontare tutta la storia della sua vita. Ha detto che era la prima volta che veniva a Vetusa, voleva informazioni su dove fossero le locande e i posti migliori per vendere… Si chiamava… Rageli, se non ricordo male. Va beh.».
«Hai detto che era anziano, giusto?» replicò Mytte, «Forse l’età inizia a dargli alla testa.».
Arrossì subito dopo aver finito di parlare, sentendo lo sguardo severo di Rume su di sé.
«So che gli anziani andrebbero rispettati e tutto, ma ho detto una cosa vera. Che però sicuramente non vale per tutti.».
Rume sembrò soddisfatta da quell’aggiunta e riprese a guardare avanti. A quell’ora la cittadella iniziava ad animarsi: i contadini si stavano recando fuori dalle mura per badare ai loro campi, i ragazzi più giovani andavano agli orti comuni per raccogliere un po’ di frutta, le botteghe iniziavano la loro attività. Passarono davanti alla bottega di Senli, il fabbro, che aveva iniziato a martellare già da un po’, e davanti a quella di Gume, la fornaia, che si era alzata prima dell’alba e stava dando indicazioni ai suoi garzoni per andare a vendere il pane a Vetusa.
«E mi raccomando, non fatevi fregare!» completò, facendo un cenno ai ragazzi che indicava chiaramente cosa sarebbe successo se si fossero fatti fregare.
Finalmente furono davanti alla stazione di posta.
«Io vado a pagare, voi potete iniziare ad andare sul carro. Ci muoveremo più in fretta se saliamo tutte.».
Rume, nonostante non l’avrebbe mai ammesso, era contenta di poter finalmente depositare le valigie. Lei e Mytte fecero il giro della locanda e individuarono l’unico carro pronto per partire: a guardia c’era un garzoncello scalzo dall’aria annoiata.
«Siamo amiche della proprietaria, dobbiamo partire con lei.» lo informò Mytte, appena lo vide mettersi sull’attenti avendole viste avvicinarsi al carro. Ymè spuntò in quel momento dalla porta sul retro, stringendo in mano un foglio. Lo porse al ragazzino.
«Ecco qua.».
Il ragazzino sapeva a malapena leggere: si accontentò delle prime cinque parole, poi annuì con aria soddisfatta e fece cenno a Ymè di andare sul carro, prima di entrare pigramente nella stazione nell’attesa di un nuovo incarico.
Ymè staccò il cavallo dalla recinzione a cui era legato e si sedette al posto di guida.
«Siete mai state su un carro?».
«Io no. Cioè, probabilmente per venire qui con mio padre, ma ero piccolissima e non me lo ricordo.».
«Me lo ricordo io,» si intromise Rume, «piangevate ad ogni scossone. È stato un incubo.».
Ymè scoppiò a ridere, guidando il cavallo sulla strada sterrata che conduceva dalla stazione di posta alla porta secondaria.
«Spero che questo viaggio sia più tranquillo.».
Il viaggio fu effettivamente piuttosto tranquillo: il vento girava a loro favore e non impediva il cavallo nei movimenti, verso mezzogiorno cominciò addirittura a calare e le donne poterono togliersi gli scialli.
Passarono i campi delimitati da muretti a secco e Mytte osservò la collina dove si ergeva Boeri. Le sarebbe mancata.
«È possibile che da Lime si veda ancora.» disse Ymè, indovinando i suoi pensieri, «da queste parti è tutto piatto.».
L’itinerario prevedeva di arrivare a Lime, ad una giornata di cammino da Boeri, pernottare lì e poi attraversare il Bosco di Ranas per giungere al capoluogo: secondo Ymè, che ci era già passata, gli abitanti di Ranas erano riusciti ad aprire una strada dentro il bosco abbastanza larga da far passare i carri.
Intorno all’una fecero una breve pausa per mangiare, poi ripresero il cammino. La strada era abbastanza frequentata: incrociarono almeno due altri carri e una serie di altre persone che andavano nell’una e nell’altra direzione.
«Mai vista così tanta gente tutta insieme.» commentò Ymè.
Arrivarono a Lime che cominciava a fare buio. Il villaggio non era molto diverso da Boeri: era sprovvisto di mura, ma aveva una strada principale che conduceva verso il tempio attorno alla quale si affollavano botteghe e case a due piani.
Ymè raggiunse col carretto la stazione di posta e chiese a Mytte e Rume di iniziare a entrare per prendere una stanza.
«Mi dispiace, ma mi è rimasta una stanza sola. Il letto è largo, potete dormirci in due, farò portare delle coperte in più. Oggi è tutto pieno.» disse loro l’oste, quando chiesero due stanze. Rume tentò di farsi assegnare almeno un’altra stanza, ma l’oste diceva il vero: già la locanda era piccola, per di più si era riempita di persone, quasi tutte con accento straniero. Un’evenienza particolare, doveva ammettere.
 Rume contrattò un pochino sul prezzo e, quando Ymè entrò, la informò della situazione.
«Io posso dormire per terra, non ho problemi.».
«Possiamo fare a turno.» replicò Mytte. Le dispiaceva lasciare Ymè tutta la notte sullo scomodo pavimento della locanda.
Le tre consumarono una breve cena e poi andarono a letto, stanche ma consapevoli che il giorno dopo il loro viaggio sarebbe finito.
Furono svegliate in piena notte da urla e strani rumori provenienti dall’esterno.
Rume si affacciò alla finestra.
«Fuoco!» urlò, «È sugli edifici all’inizio della strada! Dobbiamo andarcene da qui!».
Le intelaiature degli edifici erano tutte in legno: il fuoco ci avrebbe messo pochissimo a propagarsi e a distruggere tutto. Mytte recuperò il giacchetto con la cambiale e seguì a ruota Ymè che si stava fiondando giù per le scale.
Fuori dalla locanda era il caos: persone che correvano urlando verso il tempio, unico edificio separato dagli altri, il rumore e il calore del fuoco che si faceva sempre più vicino, odore di sangue…
Mytte urlò e dovette girarsi non appena vide un uomo trapassare l’oste con una spada. Nel brevissimo momento in cui l’aveva visto, aveva riconosciuto benissimo i colori che portava: era un soldato di Kopta. Ne aveva visti a Vetusa…
«Di qua!».
La voce di Ymè la distrasse dai suoi pensieri: doveva mettersi in salvo, prima di fare la stessa brutta fine che aveva fatto l’oste. Senti Ymè afferrarla per il braccio e cominciò a correre nella stessa direzione, ansimando per la fuliggine che cominciava ad entrarle nel naso e in bocca. A malapena vedeva dove stava andando: il fumo stava diventando fitto… Quell’incendio si stava propagando troppo in fretta per essere normale.
«Rume… Rume! Dove sei?».
Mytte si era resa conto solo in quel momento dell’assenza della balia, che doveva essere rimasta indietro nella fuga dalla locanda.
«Starà bene, non c’è tempo ora! Andate al tempio!».
Mytte, spaventatissima e preoccupata, eseguì senza voltarsi indietro.
Ymè, ormai a distanza di sicurezza dai soldati, si fermò e raccolse un grosso sasso da terra. Aveva capito anche lei che quell’incendio aveva qualcosa di anormale, e un rapido sguardo alla carneficina le fece capire che cosa.
Nelle retrovie, illuminato dalle fiamme, stava un uomo con un ampio mantello blu e giallo, gli stessi colori dei soldati di Kopta. In una mano stava tenendo qualcosa che emetteva una tenue luce, con l’altra indicava diversi edifici che prendevano immediatamente fuoco. Ymè non sapeva spiegarsi il processo, ma sapeva cosa doveva fare. Prese un respiro profondo, strizzò gli occhi per vedere meglio nel fumo e scagliò il sasso, poi si chinò immediatamente e ne lanciò un altro e un altro ancora.
Il terzo proiettile colpì in testa l’uomo col mantello, che barcollò e si accasciò per terra. I soldati per qualche lunghissimo minuto non si accorsero di niente, finché uno di loro non lo notò e diede l’allarme. Al che, tutti i soldati di Kopta smisero di attaccare e si avviarono verso l’uscita del villaggio, recuperando e portando con loro l’uomo misterioso nel processo.
L’attacco era finito, ma le sue conseguenze erano devastanti: Ymè contemplò la distesa di cadaveri davanti a lei, poi si girò e vomitò.
   
 
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