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Autore: Takotsubo    15/09/2021    1 recensioni
Mi sorrise impacciato e il peso che mi sentivo sullo stomaco divenne una morsa implacabile.
«Non son riuscito a salutarti», furono le sue prime parole, dette con quel tono di voce tanto basso da sembrare sempre un bisbiglio rivolto a qualcun altro.
Avrei voluto dirgli che forse sarebbe stato meglio non farlo affatto.
Che non volevo che fosse lì, di fronte a me.
Avrei voluto la forza di essere in grado di chiudere quella porta senza aggiungere altro.
Genere: Angst, Erotico, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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Se lui non voleva incontrarmi, mi dissi, nessun problema.
A quanto pare era troppo maturo per lui affrontarmi faccia a faccia e dal momento che non avevo certo intenzione di scendere a compromessi decisi che lo avrei ripagato con la stessa moneta.
Modificai adeguatamente i miei turni facendo in modo di non incrociarlo mai, nemmanco per sbaglio.
Ogni mia mossa era calcolata, ogni giornata ben pianificata per non farlo entrare nel mio campo visivo.
Cambiai i miei orari per prendere il caffè, la mia routine, tutto.
Programmai in questo modo tre settimane e alla fine delle stesse ero stremata.
Nonostante il mio impegno lo incrociavo sempre e comunque, sia da solo che in compagnia. Nell’ultimo periodo lo avevo trovato anche circondato da specializzandi e il vederlo usarli come scudi mi infastidiva ancora di più. Questo implicò anche un lavorare maggiormente con altri medici, fra cui V., con il quale non avevo mai dato troppa confidenza e che prese questo mio casualmente essere sempre in turno con lui sul personale.
«Se vuoi lavorare con me basta dirlo», mi rimbeccò una volta.
«Non sono io a fare i turni».
«Mi spezzi il cuore così».
«Me ne farò una ragione».
 
--
 
C. mi tormentava.
«Lo sai vero che hai ancora qualche decennio da passare qui dentro, vero?»
«E allora?»
«E allora non potete evitarvi così».
Eravamo sedute sul bancone di casa sua, una bottiglia di vino da smezzare e qualche residuo di patatine avanzato da una festa di qualche giorno prima.
«Dovresti dirlo a lui».
La vidi roteare gli occhi e la mia risposta fu rubarle un sorso di vino.
«È evidente che non potrà continuare a lungo questa situazione. Non avrete sempre tutti disposti a cambiare i turni per voi e prima o poi qualcuno si farà delle domande sul perché di questa cosa. E non ci vorrà un genio a capirlo. Dovete risolvere».
«Cosa faccio? Lo aspetto sotto casa? Così magari becco anche la moglie. Non vedo l’ora di fare quell’incontro, guarda. “Piacere, signora, sono la ragazza che si è baciata suo marito sul lavoro. Posso entrare per un caffè?”».
«Sei una cretina».
«Ne ho avuto conferma quasi un mese fa, grazie».
 
Ma C. aveva ragione e lo sapevo bene.
Ogni nuovo giorno era sempre più imbarazzante e la cosa che più mi turbava era che la lontananza non mi stava giovando, anzi. Mi ritrovavo la sera a fissare il soffitto e a ripercorrere ogni gesto e parola.
Pensavo incessantemente alla sua voce quando aveva sussurrato il mio nome causandomi brividi di aspettativa lungo la schiena.
Mi scoprivo a cercarlo ad ogni angolo, in ogni ambulatorio. Sapevo che mi stavo facendo del male ma non riuscivo a resistere.
Un mese dopo il fattaccio ero allo stremo.
Avevo perso qualche chilo per lo stress e dormire era diventato un'utopia. Ne risentivo sul lavoro e fuori.
Decisi una mattina alle cinque, la pioggia che picchiettava sulle finestre, che non avrei sprecato un minuto di più.
 
Il sabato e la domenica successivi alla mia decisione ero reperibile: due intere giornate in attesa di una chiamata. Questo implicava restare in attesa a casa o quantomeno vicino all'ospedale, ma non mi importava. Speravo mi chiamassero e il premio valeva l'attesa. Avevo cambiato i turni appositamente all'ultimo momento, quanto bastava perché lui non se ne accorgesse.
Il sabato andò liscio, così come la notte dello stesso. La mattina della domenica ero sconsolata e mi sentivo che non ci sarebbe stata alcuna chiamata, tanto che decisi perlomeno di andare a fare un giro serale per distrarmi, ma nel bel mezzo di una lunga doccia il telefono cominciò a squillare. Risposi che grondavo, il bagno ridotto ad una pozzanghera.
 
«Pronto».
«Abbiamo uno STEMI che dovrebbe arrivare con l'elisoccorso».
«Tra quanto?»
«Un'ora».
«Arrivo».
 
L'istinto era quello di vestirmi al meglio ma tanto sapevo che sarebbe stato inutile, dovendomi cambiare per la sala. Ma non mi scoraggiai: una veloce spruzzata di profumo dietro alle orecchie, matita e mascara. Poco ma efficace.
Nella mia testa avevo avuto tutto il tempo per immaginare ogni singolo scenario nei giorni precedenti - nel bene e nel male - e durante il percorso pensai a cosa avrei detto e come, ma nonostante tutto quando parcheggiai già mi stavo guardando attorno con nervosismo. Notai subito la sua moto.
Drizzai istintivamente la schiena e mi sfilai il caso, andando a timbrare e dirigendomi verso gli ascensori.
Fu un’attesa angosciante e mi sembrò che fosse al contempo brevissima e interminabile.
Sbucai nella zona dove si trovavano le macchinette e quasi mi lasciai scappare un singulto quando le porte si aprirono ed esattamente di fronte a me vidi S. intento a scrutare corrucciato il misero contenuto del bicchiere.
Il suo sguardo si spostò su di me in una frazione di secondo, ancor prima che potessi metter piede fuori dalla cabina, e vidi più emozioni attraversargli il volto.
Confusione, sorpresa, un pizzico di panico.
Non dovevo essere lì, glielo leggevo addosso.
Io mi sentivo invece spavalda, paga della mia posizione di superiorità, e lo salutai con un sorriso. Lui ci mise qualche istante a rispondere.
«Vado a cambiarmi» gli dissi pacatamente, lasciandolo lì, il suo sguardo addosso mentre mi allontanavo verso gli spogliatoi.
Sapevo benissimo che l’infermiera non doveva essere arrivata: non sarebbe stato solo e il reparto sarebbe stato già pronto, quando invece ancora tutto era da accendere e sistemare.
Recuperai zoccoli e divisa pulita e con calma certosina mi sistemai.
Qualcuno bussò alla porta quando mi stavo ancora sistemando i capelli nella cuffietta con una certa difficoltà nello specchio del bagno. Al mio “avanti” ci vollero pochi istanti perché venissi raggiunta.
 
«Perché sei di turno?»
«Perché devo portare il pane a casa», risposi senza cercare il suo riflesso, subito dietro al mio.
«No. Intendo perché questo fine settimana. Non ci sei tu segnata».
«Invece sì. C’è stata qualche piccola correzione».
Fu lì che lo cercai con lo sguardo e lui capì che non si trattava di un caso sfortunato ma di un atto premeditato. Forse fu rabbia quella che lessi, ma probabilmente più delusione per essere stato gabbato con il suo stesso trucchetto.
«Vuoi continuare con questo gioco stupido o pensi che finalmente si possa parlare come due adulti?», chiesi con delicatezza, un mezzo sorriso a nascondere il fatto che avessi il cuore in gola.
La cuffia era sistemata.
Mi voltai a guardarlo, appoggiandomi al lavello con i palmi.
Mi bloccava l’uscita ma non avevo intenzione di scappare.
«Non abbiamo nulla di cui parlare», disse scrollando le spalle.
Sbattei le palpebre un paio di volte, irritata, osservandolo mentre mi voltava le spalle e istintivamente in pochi passi lo raggiunsi, afferrandolo per il camice. Nella mia testa avevo un sacco di frasi efficaci e taglienti, ma quando si voltò a guardarmi dall’alto al basso, facendomi sentire minuscola, mi morirono tutte sulla lingua e mi limitai a guardarlo negli occhi.
«Per favore», sussurrai, dannandomi subito dopo.
Lui parve scosso ma non ebbi il tempo di attendere che mi rispondesse perché sentimmo dei passi in corridoio e in pochi attimi la porta dello spogliatoio si aprì, ma noi eravamo già distanti l’una dall’altro, impegnati nuovamente ad ignorarci.
R. entrò con disinvoltura, salutandoci ed imprecando contro la sorte, ma io ero troppo infuriata per prestare davvero attenzione a qualsiasi cosa stesse dicendo.
Con lei presente il nostro unico focus fu il lavoro e fu a dir poco sfiancante.
Il paziente era complesso e a rischio e ci mettemmo diverse ore a risolvere la situazione e quando finimmo era calata la notte da un pezzo e non vi era più nessuno a farci compagnia nei corridoi. Ma meglio per me: avrei potuto tentare di parlare con S. senza rischiare di essere ascoltati da orecchie indiscrete.
Finimmo quanto più in fretta possibile la burocrazia e di pulire.
«Scendi con me?»
«Mi faccio una doccia qui», mentii ad R., badando bene di non farmi sentire da S. che ancora compilava il referto.
«Allora vado. Ci vediamo domani pomeriggio».
Salutammo in coro R., che fuggì come il vento.
Adesso eravamo davvero soli e non vi era possibilità di scampo. Decisi però di concedergli la possibilità di redimersi e mi diressi a mia volta verso lo spogliatoio dopo qualche istante, andandomi a cambiare. Il tempo di abbottonare i jeans ed infilarmi le scarpe che sentii in lontananza la voce di S. che mi salutava.
Mi allarmai.
Lasciando lo stipetto aperto e la borsa in mezzo alla stanza corsi fuori, trovandolo già a metà corridoio, diretto verso gli ascensori. Lo affiancai, chiamandolo.
«Sul serio?», mi ritrovai a sbottare.
Lui proseguì imperterrito.
Ci ritrovammo dagli ascensori, lui con un dito sul pulsante di chiamata e io subito accanto. Quando si accorse che non avrei desistito rinunciò e si diresse verso le scale e io dietro, mossa da una furia cieca. Questo non rientrava negli scenari che mi ero immaginata.
Lo seguì per la prima rampa di scale ma un passo suo equivaleva a due miei e rimasi immediatamente indietro.
«Siamo arrivati a questo? Ad ignorarci in questo modo? S., rispondimi!»
Si bloccò di colpo, cosa che mi sorprese perché per poco non gli caddi addosso. Per una volta ero alla sua stessa altezza ma la cosa non mi tranquillizzava.
«Cosa vuoi?»
«Parlare», sbottai.
«Bene. Lo stiamo facendo. Facciamola finita».
Il suo tono era sempre basso ma imperioso, infastidito. Non lo avevo mai visto prima in quelle condizioni e dovetti sforzarmi per proseguire. Mi sentivo in difetto ma sapevo di non essere in alcun modo nel torto.
«Mi hai baciata», dissi tutto di getto, guardandolo negli occhi.
Lui sembrò vacillare un poco, quasi non si aspettasse tanta franchezza.
«Anche tu».
«Non ho cominciato io. Ma non è questo il problema. Perché?»
Le sue sopracciglia si corrucciarono.
Era effettivamente una domanda stupida e mi sentivo ancora più sciocca nel farla ad alta voce ma non mi sembrava potesse esservi altra soluzione. Dovevo sapere.
Lo vidi aprire e chiudere la bocca un paio di volte, come se non riuscisse a trovare le parole e io ne approfittai per scendere due gradini. Non ero più così alta ma perlomeno gli ero praticamente di fronte.
«Cosa vuoi sentirti dire?»
«La verità. Perché non ho intenzione di passare i prossimi mesi a dover scappare o rincorrerti. Voglio vivere in pace e continuare a lavorare con te ma non posso farlo se non chiariamo e non ho certo intenzione di cambiare reparto. Quindi, ti prego, dimmelo. Mi basta anche solo sapere che ti facevo pena e che ti sei sentito in dovere di farlo, non lo so. Qualsiasi cosa».
Mi maledissi perché sentii qualcosa incrinarmisi dentro e la sensazione familiare di pizzicore agli occhi che pian piano cresceva sempre di più.
Non volevo piangere, non mi avrebbe aiutata e non volevo mostrarmi più debole di quanto fossi. Ma lui forse avvertì un cambiamento nel mio tono di voce e la sua espressione si ammorbidì un poco.
«Non l’ho fatto per pietà», ammise, la voce bassa e calda.
Attesi che continuasse, il cuore in gola. Per un attimo temetti che non lo avrebbe fatto ma mi sorpresi nel sentirlo ancora.
«Non volevo farlo. Non ero partito con quell’idea. Volevo solo — farti sentire bene. E quando ci siamo ritrovati in cucina a parlare mi è venuto istintivo. E non ho resistito».
Sbattei le palpebre, confusa.
«Ma tu hai risposto», continuò. «Io avrò anche sbagliato, ma tu non ti sei tirata indietro».
«Non l’ho fatto perché non volevo farlo», mi lasciai scappare. Se avevo mai avuto un qualche vantaggio su quella discussione, di certo lo avevo appena perso. «Volevo che mi baciassi. Non lo avrei mai cercato per prima ma mentirei se dicessi che vorrei non fosse mai accaduto».
Lui parve essere stato colpito in pieno volto dalla mia confessione e lo vidi cercare la giusta frase da dire. Probabilmente pensava che la fuga fosse la sua unica soluzione.
Parlò di nuovo dopo poco, quando il silenzio divenne irrespirabile.
«Abbiamo sbagliato».
«Lo so».
«Sono sposato e non avrei dovuto--»
«S.,», lo interruppi, «Lo so. Lo so bene. Io non posso fare nulla per quello che provo ma sono certa che con il tempo sarà molto, molto meglio. Però non voglio perdere un buon collega per l’errore di una notte. Ma dovevo sapere e basta. Non ti chiederò mai più di toccare l’argomento e in quella stanza non sarà mai successo nulla se non una discussione cuore a cuore».
Lui parve rilassarsi ma mi fissava ancora, imperscrutabile. Si risvegliò dopo qualche istante.
«Va bene», concluse. «Sarà il nostro segreto».
Sorrisi delicata, una sensazione dentro particolare, che non avevo mai avvertito prima: come se mi stessero accartocciando addome, cuore, gola. La mia parte razionale non si aspettava qualcosa di diverso. Mentivo a me stessa dicendomi che non avevo desiderato un altro finale.
«Accompagnami su», dissi con tono gioviale. «Ho lasciato tutto incasinato per inseguirti e devo recuperare la borsa. E non amo stare qui di notte da sola».
«Va bene», annuì. «Tanto mi devo cambiare anche io».
Nella fretta di fuggire mi resi conto che effettivamente non si era ancora cambiato. Mi venne da ridere ma non dissi nulla e con lentezza ci incamminammo per le poche rampe di scale che portavano al nostro piano.
Una volta lì ci separammo, giusto il tempo per recuperare le nostre cose. Io feci definitivamente più in fretta e in pochi minuti ero pronta.
Lui era nel suo ufficio, la porta socchiusa da cui intravvedevo la luce gialla e fioca della sua lampada da scrivania. Senza pensare troppo bussai, sbirciando per vedere se avesse finito: se dovevo continuare con quella messa in scena lo avrei fatto sino alla fine.
Ci misi un attimo ad adattarmi al cambio di luce fra il corridoio e lì dentro e quando finalmente lo feci ero praticamente dentro la stanza, la porta alle mie spalle nuovamente socchiusa. S. era in un angolo poco distante, le mani impegnate ad abbottonare una camicia all’altezza dell’ombelico.
Inclinai la testa, osservandolo. Lui si limitò a lanciarmi una rapida occhiata e mi costrinsi a distrarmi. Non era il caso di rendere il tutto più imbarazzante di quanto già non fosse. Quando ebbe finito andò a prendere zaino e casco e mi si avvicinò, spegnendo la luce alle proprie spalle, lasciandoci nel buio più completo. Tutto ciò che restava erano finestre e lampioni della città distante che si intravvedevano dalla finestra e la lama che penetrava dal corridoio, che in quell’istante lo stava colpendo al volto, illuminandolo mentre mi si affiancava.
«Pronto?»
Nessuna risposta mi giunse alle orecchie.
«S.?»
Mi stava osservando, immobile. Nuovamente mi colse quella sensazione di accartocciamento.
«Tu provi qualcosa per me», sussurrò.
Mi bloccai.
«Come scusa?»
«Lo hai detto prima. Che non puoi far nulla per ciò che provi».
Mi sentii avvampare e ringraziai il fatto di essere praticamente invisibile lì, nel buio della stanza.
«Ho anche detto che con il tempo sparirà».
Lui mi ignorò e avvertii il suo muoversi più vicino a me.
«Cosa provi per me?»
Impreparata e definitivamente sconvolta, non risposi. Non ne avevo intenzione. Avrebbe significato solo farmi del male e non volevo dargliene occasione.
Feci per aprire la porta ancora di più, quanto bastava per uscire alla luce, ma non mi fu concesso. La mano di lui andò ad appoggiarsi con tutto il peso sulla stessa e la maniglia mi sfuggì, chiudendoci nello studio buio.
Era a un respiro da me, lo sentivo chiaro e tondo e la poca luce che penetrava dalla finestra mi permetteva di intravvedere la sua figura. Mi era addosso. Sentivo il suo calore, il suo profumo.
La mano con cui non stava tenendo la porta mi sfiorò una guancia e io sobbalzai lievemente ripensando a ciò che era successo l’ultima volta ma fui abbastanza debole da non fermarlo subito, concedendomi il brivido di una sua carezza.
Solo quando lo sentii piegarsi su di me osai alzare lo sguardo, trovando il suo anche nella notte.
Se fossi stata una persona migliore lo avrei allontanato. Mi sarei tirata indietro subito, senza esitare. Ma ero debole, persa completamente nella sua presenza e nel suo tocco e tutto ciò che desideravo era sentire di nuovo quelle labbra su di me.
Non so come riuscii a trovare dentro di me quel barlume di forza che mi permise di parlare.
«Non voglio un gioco», mormorai in un soffio, una preghiera.
Lui si fermò, come congelato. Lo sentivo chiaramente riflettere e il tempo parve fermarsi con noi. Dopo un poco si risollevò, sovrastandomi nuovamente. Mi andò a prendere per la nuca e mi portò a sé, andando a posarmi un bacio casto fra i capelli.
Non era quello che volevamo ma era la cosa più giusta da fare, pensavo mordendomi la lingua per ricacciare indietro le lacrime.
Un modo dolce per sancire la parola fine a quella breve follia.






Note: 
Ho finito di scrivere questo capitolo ieri sera a mezzanotte e questa mattina, appena sveglia, mi son detta "Ok no, devo cambiare qualcosa". Il risultato è che la situazione sarà più lunga del previsto e che mi crogiolo nell'angst e nel pining e ho cambiato tipo tutta la parte finale. Perché son stronza.
Detto ciò siete davvero un discreto seguito e son commossa! Grazie mille per essere arrivati sin qui <3
   
 
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