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Autore: IndianaJones25    15/09/2021    1 recensioni
L’ascensore. Una trappola mortale? Ma no: soltanto un modo per salire, o scendere…
Genere: Dark, Horror, Suspence | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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L’ASCENSORE


    Mai piaciuti gli ascensori. Nemmeno un po’, neppure se ci devo restare dentro pochi istanti, giusto il tempo per salire, che so, dal parcheggio sotterraneo al supermercato. Se possibile, ho sempre cercato di evitarli. Preferisco farmi quaranta rampe di scale e arrivare al mio appuntamento sudato e con il fiatone, piuttosto che chiudermi in quella scatoletta soffocante e opprimente. Diciamo pure che li detesto. Sì, lo confesso, forse mi fanno addirittura paura: mi paiono sepolcreti da cui sarà impossibile fuggire.
    Paura irrazionale, direbbe uno psicologo.
    Ma sempre paura, rispondo io. E se una cosa fa paura, fa paura. Non c’è psicologia che tenga.
    E però, si sa, ci sono poi quelle volte in cui se tocca, tocca.
    Questa è una di quelle volte. Mi sono registrato alla reception, ho ritirato la chiave della mia stanza e, dopo aver rimesso mano alla valigia in cui tengo il campionario, mi sono avviato come mio solito verso le scale. Gli albergatori mi guardano sempre un po’ straniti, quando si accorgono che, invece di adoperare quel prezioso servizio messo a disposizione della clientela per preservarla da una fatica inutile, preferisco salire a piedi.
    Come al solito, mi aspetto di sentire la voce gioviale che si alza alle mie spalle: «Guardi che lì c’è l’ascensore.» Un copione che conosco a memoria, e a cui so già che cosa rispondere per non dover rivelare ad altri la mia fobia: «Preferisco camminare, così mi sgranchisco, sa, dopo tutte queste ore di auto / treno / aereo.»: ovviamente la risposta varia in base al modo in cui sono arrivato. All’albergatore mica deve importare se, per esempio, mi sono appena fatto a piedi i cinque chilometri dalla stazione all’albergo.
    Stavolta, tuttavia, la frase mi coglie alla sprovvista.
    «Perdoni, ma è meglio se prende l’ascensore.» Fin qui tutto bene, regolare, solito, granitico come poche cose sanno essere. «Le scale sono inagibili.» Questa mi è nuova. Del tutto nuova. Un’inattesa variazione sul tema che entra a fondo nella mia coscienza e sconvolge tutti gli equilibri a cui mi sono abituato.
    Come se mi avesse appena ingiuriato, mi volto di scatto verso l’albergatore. Un omino anonimo, con i capelli un po’ radi e un po’ unti, le guance paffute e rasate, gli occhiali da lettura appesi a una cordicella abbandonati contro la giacca grigia chiuse sulla camicia bianca e la cravatta rossa a pois dorati. Non molto dissimile da uno dei miei clienti abituali. Sorride affabile, mentre indica le doppie porte metalliche dell’ascensore.
    «Inagibili?» ripeto, incredulo, muovendo un passo verso di lui. In che senso, inagibili? Ma questo è un albergo o no? E io ho prenotato la stanza oppure no? E ho pagato, no? E allora, perché le scale devono essere inagibili?
    Domande che mi affollano la mente ma non affiorano alle labbra. Nonostante tutto, il viaggio è stato parecchio lungo. Sono affaticato, ho anche una leggera emicrania. Non vedo l’ora di spogliarmi e buttarmi sotto una doccia bollente, senza pensare alla noiosissima e inutile riunione di lavoro che mi attende domattina. Trovo sempre insopportabile e inutile la semestrale riunione dei venditori porta a porta di prodotti per l’autoerotismo – è incredibile quanti acquirenti ci siano, soprattutto tra la gente di una certa età –  eppure non ci si può sottrarre. La cosa peggiore è quando bisogna assistere alla dimostrazione pratica di un qualche nuovo tipo di aggeggio. Che schifo. Ma ci guadagno bene, e per il resto non mi importa nulla.
    In ogni caso, adesso non ho voglia di mettermi a questionare.
    Se anche il disappunto è apparso sul mio volto, l’albergatore né lo nota né lo registra. Sa fare il suo lavoro, non litiga con i clienti, neppure con i più astiosi.
    «Eh, sì», dice. «Visto che siamo in bassa stagione, abbiamo approfittato per dare una rinfrescata ai muri. Ne avevano di bisogno. Domani mattina gli imbianchini verranno a dare la seconda mano di vernice. Ora è tutto in mezzo, scale, secchi, pennelli, teli… non ci si passa proprio.»
    Vorrei dirgli che a me, questa faccenda, pare assurda. Che non può rendere inagibili le scale del suo albergo, nemmeno in bassa stagione: se stanotte scoppiasse un incendio, cosa pensa che dovrei fare? Aspettare che gli imbianchini spostino la loro roba, per passare? O crede che dovrei prendere l’ascensore, guarda caso?
    Ancora penso e resto muto. Un mutismo che la dice tutta, su ciò che mi passa per la mente. Il mio volto deve essere una maschera di disgusto e insofferenza.
    Lui sorride ancora più di prima. Sembra quasi un mostriciattolo. Non ho mai visto un sorriso più falso e orripilante di questo. Roba da farmi ridare i soldi, buttargli la chiave in faccia e tagliare la corda. Preferirei dormire sotto un ponte o sopra una panchina, piuttosto che restare sotto lo stesso tetto che racchiude questo omuncolo con il suo sorriso che pare un ghigno infernale.
    «Ma prego, lì c’è l’ascensore», mi dice, senza mostrare alcuna insistenza, come se non ci fosse nulla di strano. Forse è così, forse invitare qualcuno a prendere l’ascensore è davvero qualcosa in cui non c’è nulla di strano.
    Io non replico. Non gli sbatto in faccia le sue chiavi. Non chiedo i soldi. Non gli dico che il suo sorriso fa schifo.
    Mi limito a stringermi nelle spalle, voltarmi e raggiungere l’ascensore. Le porte sono già aperte. L’interno, di acciaio grigio, con la moquette rossa sul pavimento, è illuminato da una luce giallognola. Che diavolo, mi dico: è soltanto un mezzo di trasporto. Un aggeggio inventato da un uomo. Anzi, da più uomini: ne conta almeno sei, di padri. Sei menti geniali hanno messo a punto questo affare. Avrebbero potuto inventare qualsiasi cosa – che so, un’automobile che non inquina, una pillola capace di guarire ogni malattia, una macchina da scrivere telepatica, un generatore di immagini tridimensionali, un’astronave per arrivare nella Galassia di Andromeda, magari persino un succhia-pisello-a-manovella, che peraltro figurerebbe bene nella mia lista di prodotti – e invece hanno inventato questo. L’ascensore. Il sepolcro ascendente e discendente. La bocca dell’inferno.
    E io ora ci devo entrare. Mannaggia la miseria, se ci devo entrare.
    Ma insomma! Sono un uomo o no? Un po’ di amor proprio, suvvia! Un po’ di coraggio! Non fare il bambino! È soltanto un ascensore, mica uno strumento di tortura medievale.
    Annuisco. Muovo un passo. Un altro. Sono dentro. Appoggio la valigia sulla moquette rossa, senza un solo rumore. Studio la pulsantiera. Indica sei piani. Il mio è il terzo. Camera 313, come la macchina di Paperino. Mi è sempre piaciuto, Paperino. Credo che penserò a Paperino fino a quando questo coso non si sarà fermato.
    Avvicino la mano al tasto che indica il mio piano. Faccio per schiacciarlo. Mi fermo. Sospiro. Devo farlo, devo salire. Anche perché in treno faceva un caldo da scoppiare e mi sono fatto fuori un litro e mezzo d’acqua che, adesso, preme sulla mia vescica. Non posso indugiare oltre. Schiaccio il tasto.
    Un cigolio. Mi volto e, mentre le porte si chiudono con la stessa esasperante lentezza con cui un condannato viene condotto al supplizio, getto un’ultima occhiata all’albergatore, che mi fissa da dietro il bancone. Sbaglio o il suo sorriso, adesso, un istante prima di scomparire dietro le porte lucide, si è fatto quasi mefistofelico?
    Soltanto suggestione. Non devo farmi incantare. Se parto già così, come diavolo faccio a resistere fino al terzo piano?
    Le porte si chiudono. Sento il cavo tendersi, la cabina comincia a salire. Conto mentalmente. Quanto ci vorrà ad arrivare? Un minuto, forse persino meno. Forse sono già quasi arrivato. Mi piazzo davanti alle porte, per essere pronto a scendere non appena si dischiuderanno di nuovo. Cerco di ignorare le mani che mi sudano copiosamente.
    Le luci dell’ascensore si affievoliscono. Il mio cuore accelera e sussulta quando accade. Si tratta di una frazione di secondo soltanto, ma è sufficiente a dirmi che c’è stato un calo di tensione. Che accidenti sarà successo?
    La mia mente corre, anzi galoppa. Mentre i miei occhi esterni fissano il rivestimento d’acciaio della cabina, quelli interiori tornano dall’albergatore.
    Ha ancora il suo ghigno diabolico. Sono certo che, sotto quei capelli unti, deve avere un paio di corna. Scommetto che, da sopra il culo, gli spunta persino una coda rossa. Bastardo! Sono nell’albergo del demonio! Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo che dovevo darmi malato ed evitare la riunione…!
    Torno a fissare la porta. Ma no, l’albergatore è ancora al suo posto… avrà aperto di nuovo il giornaletto che stava leggendo quando sono arrivato… una rivista pornografica, con compreso un fumetto erotico… ho intravisto un paio di tette enormi nel mezzo di una vignetta, prima che lo facesse sparire sotto il registro…
    Fumetto mi ricorda che mi ero ripromesso di pensare a Paperino. Sgrunt, squack e squaraquack! Snort! È così che fa Paperino quando è incazzato nero, no?
    Paperino, dimmi, mi succederà qualcosa di male, in questo ascensore?
    «Quack quarackquack qua qua!»
    Ah!
    È più forte di me. Sono di nuovo accanto al bancone. Ma quel diavolo di albergatore non sta leggendo il suo giornale erotico. No, sta scendendo nello scantinato. Lo seguo, voglio vedere che cosa fa… ah, lo sapevo! Sta maneggiando il quadro elettrico! Vuole bloccarmi nell’ascensore! Vuole imprigionarmi qui dentro, per sempre, per tutta l’eternità, fino alla fine dell’Universo!
    Le luci sfarfallano ancora una volta. Mi ficco le mani in tasca: sono talmente sudate che gocciolano. Stringo i denti fino a farli scricchiolare. Fa’ che finisca presto, fa’ che finisca…
    Paperino, ci sei?
    «Quack!»
    Mi sto immaginando tutto, vero?
    Paperino?
    Perché non rispondi?
    Sono alle spalle dell’albergatore. Lo vedo far scattare i tasti del quadro elettrico. Tutto si fa buio all’improvviso. Non c’è più corrente. Lo sento muoversi a tentoni nell’oscurità. Conosce l’ambiente, io invece sono immobilizzato. Un fascio di luce balena nel buio, ha trovato una torcia. E ora… ora che fa?
    Qui in ascensore, a dire il vero, la luce non è ancora saltata. Ma si tratta soltanto di qualche istante, ne sono sicuro. A breve mi troverò immerso nel buio, a penzoloni sul nulla. Non rivedrò mai più la luce del sole. Nessuno sentirà mai più parlare di me. Resterò imprigionato in eterno in questo limbo. Che siano maledetti i sei inventori dell’ascensore!
    Paperino…
    Invece che Paperino, a rispondermi è un suono improvviso. Una nenia terribile, una canzone che sembra provenire dai recessi più incogniti dell’inferno. La melodia dell’oltretomba. Sussulto. Anzi, a dire il vero, balzo proprio per il terrore. Cos’è, cos’è, cos’è?!
    Il mio cervello surriscaldato impiega qualche secondo a comprendere. Non si tratta della sinfonia che i demoni fanno ascoltare ai dannati mentre li torturano. Si tratta della musichetta diffusa dalla casse dell’ascensore, invece. Beethoven, mi pare. Forse Mozart. Non sono mai stato un granché, nel riconoscere la musica classica. Io sono più il tipo del rock o del metal, già.
    Sospiro, cercando di controllarmi. Il mio cuore, adesso, dovrebbe rallentare un po’ la sua andatura, a meno che non voglia esplodere. Eppure, chiuso in questo buco stretto e soffocante che continua a salire, salire e salire verso il nulla, ha tutte le ragioni per pompare in quella maniera. Avere paura è umano, in situazioni del genere.
    Con un brivido sono di nuovo vicino all’albergatore. Sta macchinando qualcosa, ne sono certo. La fioca luce della sua torcia gli illumina per un istante il volto. Trattengo a stento un urlo di raccapriccio. I suoi lineamenti sono mutati, adesso è diventato un vero mostro. Scorgo il male nei suoi occhi, sulle sue labbra ricurve, sulle sue guance non più paffute, ma incavate e smorte. Sono inorridito. I capelli gli cadono a ciocche bisunte, il sangue gli scorre dalle tempie, la pelle putrefatta si stacca a brandelli…
    Stringo i pugni fino a farmi male. Sono di nuovo in ascensore.
    L’albergatore è rimasto al banco a leggere la sua rivista con le donnine nude, mi dico. Non è sceso in cantina. Non è un mostro. Non è quella specie di morto vivente che mi sono immaginato. Ho semplicemente troppa fantasia, mi ripeto.
    Avere molta fantasia, del resto, è una prerogativa del mio lavoro. Ce ne vuole davvero tanta, per convincere una vecchietta ad acquistare un aggeggio erotico. Una volta sono riuscito persino a piazzare un Sybian a una signora di ottantanove anni convincendola che servisse a curare il mal di schiena.
    «Ci monti sopra, signora, e vedrà che il mal di schiena sarà soltanto un vecchio ricordo», le dissi. Proprio così. Chissà se poi lo ha fatto. Non ho mai ricevuto telefonate di reclamo, comunque.
    Le luci si affievoliscono di nuovo. La cassa che diffonde la musica gratta, così forte da tramutarsi in un fastidiosissimo rumore. Se avessi il coraggio, mi porterei le mani alle orecchie per tapparle. Ma devo ascoltare, devo. Non posso fingere che non stia accadendo nulla… sono certo il mostro stia combinando qualcosa ai miei danni, là sotto, e se voglio avere almeno una chance di uscirne vivo, devo mantenere tutti i sensi all’erta.
    Volo di nuovo al fianco del mostro. Ascolto il suo respiro rantolante, odo i suoi passi strascicati sul pavimento. I suoi arti decomposti producono un rumore umido a ogni movimento e la puzza è insopportabile. Ormai, dell’albergatore, è rimasta soltanto la cravatta a pois dorati. Sta facendo qualcosa, e io devo scoprire che cosa, se voglio salvarmi.
    Lo vedo armeggiare con degli scatoloni. All’inizio non capisco, poi tutto si fa chiaro: sta estraendo degli orripilanti strumenti di tortura! Di certo, sono destinati a me! E la cosa più assurda, è che ricordano molto da vicino gli arnesi del mio campionario: solo che, al posto dei vari ninnoli di gomma da lubrificare, che servono a dare piacere, questi hanno lame e ingranaggi, per produrre dolore, tanto dolore.
    Paperino! mi scopro a chiamare. Ti prego, dimmi che è tutto finto. Che non sta succedendo nulla.
    «Quaraquaquacksqauck!» mi conforta.
    Sospiro. Cerco di controllarmi. Lancio un’occhiata al quadro che indica i piani. Grazie a dio, ho superato il secondo. Manca poco al terzo. Forse una decina di secondi, a esagerare. Presto potrò uscire da questo trabiccolo e chiudermi – anzi, barricarmi – in camera mia. E domattina userò le scale, agibili o no, ah sì, se le userò.
    Il pensiero che sia quasi finita è confortante, eppure non è sufficiente a tenermi lontano dal mostro. Sono di nuovo con lui, lo guardo mentre si mette all’opera.
    Ha aperto le porta d’acciaio dell’ascensore. Il vano è vuoto, una gola nera, un baratro senza fondo, in mezzo al quale si trova soltanto il cavo che fa salire e scendere la cabina. Con i suoi occhietti gialli e scintillanti guarda in alto, e così faccio anche io. L’ascensore è lassù, vicino al terzo piano. Quasi a destinazione.
    Dai, dico. Ce la puoi fare….
    Come se mi avesse sentito, il mostro ride, una risata flebile, maligna, prolungata. Dalle fauci irte di denti gialli e affilati scorre bava mista a sangue. Ora noto che è coperto di una peluria ispida. Non era un morto vivente, allora: è un licantropo!
    Senza smettere di ridere, afferra il suo strumento di tortura e lo posiziona nel vano dell’ascensore. È un intrico di ingranaggi, lame, ruote e catene, tutto screziato di sangue rappreso e di ruggine. Chi ci cadesse dentro, non avrebbe scampo…
    Non voglio guardare oltre quell’orrore, quindi abbasso lo sguardo verso il fondo dell’abisso. Pensavo che avrei trovato soltanto oscurità, e invece… cadaveri! Cadaveri a decine, centinaia, migliaia… tutti ammonticchiati uno sopra l’altro, coperti di sangue, tutti orribilmente sfigurati e maciullati, un’orgia di carne imputridita, di frattaglie e di materia sanguinolente, che emana un fetore intollerabile…!
    Reprimo a stento la voglia di vomitare e urlo… urlo… urlo!
    L’urlo mi riporta alla realtà. Non sono in basso con il mostro. Sono qui, nell’ascensore, con la luce accesa e la musichetta che si diffonde accompagnata da un ronzio fastidioso.
    Il terrore mi ha coperto di sudore dalla testa ai piedi. Devo cercare di essere razionale. Non devo continuare a lasciarmi suggestionare da… da… da niente, insomma. Questo è soltanto un ascensore, nulla di più, nulla di meno. E l’uomo là sotto, è soltanto un albergatore grassottello che ama guardare le belle donnine nude sui giornali e forse, quando è certo di essere solo, si spara pure una sega. Come dargli torto?
    Tutto umano, altro che mostri, morti viventi, cadaveri maciullati, licantropi, strumenti di tortura… E se la luce ogni tanto sfarfalla, è perché le lampadine dovrebbero essere sostituite. Lo stesso discorso vale per la musichetta: sono pronto a scommettere che la cassa che la diffonde non è mai stata pulita ed è piena di polvere.
    Mi faccio una sana e grassa risata! Che stupido che sono stato. Farmi prendere dal panico e dalla suggestione per una questione da niente come entrare in un ascensore e salire al terzo piano. Ma dai!
    L’ascensore si ferma con il tintinnio di una campanella. Le porte si aprono, mostrandomi il corridoio coperto da moquette. Di fronte a me la stanza 301, la mia sarà un po’ più in là.
    Sospiro, tutto sommato sollevato. Posso trovare tutte le spiegazioni razionali che voglio, ma ciò non toglie che l’ascensore continui a essere un brutto affare. Sì, è vero, preferisco fare le scale. Ma nemmeno devo farmi spaventare tanto e lavorare fino a quel punto con l’immaginazione, suvvia.
    Quello che conta, comunque, è che sono arrivato, finalmente. Quante sciocche e inutili fantasie. Non posso fare a meno di darmi dello sciocco. Mi sono immaginato tutte quelle stronzate e, alla fine, non è successo nulla, come è normalissimo che sia. Sono entrato nell’ascensore, sono salito e ora sono di nuovo libero di uscirne. Esattamente ciò che succede a chiunque prenda l’ascensore.
    Va be’, Paperino, grazie per la compagnia. Ora vado a cercare la stanza che porta il numero della targa della tua macchina e mi fiondo sotto la doccia. E sai che ti dico? Quasi quasi tiro fuori la nuovissima figa-deluxe-multiuso (in lattice, morbidissima, adatta a ogni occasione, come reclama la scritta sulla scatola), la riempio di olio al cocco e mi rilasso con quella. Bel programma per la serata, vero?
    «Squack!»
    Stringo le dita attorno all’impugnatura della mia valigia. La sollevo. Muovo il piede verso l’uscita…
    Una forza mi cattura, trascinandomi all’indietro. Mi ritrovo steso a terra, schiacciato contro la parete d’acciaio, mentre guardo le porte che si richiudono veloci, con uno schiocco assordante. Faccio per rialzarmi, ma non posso muovermi. Sono immobilizzato. Guardo la pulsantiera, dove si trova il tasto dell’allarme, ma è fuori portata dalla mia mano. Le luci mandano uno sfrigolio, si spengono. Il buio mi avvolge. Le casse con la musichetta risuonano sempre più forti, più forti, assordanti, fino a farmi scoppiare i timpani, prima che esplodano anche loro.
    Poi l’ascensore comincia a precipitare, precipitare, precipitare…
    E laggiù, in fondo, accanto al macchinario della tortura, il mostro ride… ride… ride… e la bava mista a sangue gli cola dalle fauci… lo strumento è in azione, vedo i suoi ingranaggi mortali girare…
    …e l’ascensore precipita, precipita, precipita…
   
 
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