Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: Ombrone    15/09/2021    0 recensioni
Passeggiando nel centro di Roma, dietro Piazza della Chiesa Nuova, in un vicolo tra Piazza Navona e il Tevere potreste vedere una porta. È piccola, una porta appunto, non un portone. Anonima. C’è solo una targa in bronzo dorato 30 per 30, con caratteri elaborati. Sembra uno dei tanti sonnolenti uffici pubblici sparsi per il centro della città eterna.
In verità dietro quella porta c’è uno dei tanti campi di battaglia in cui si decidono le sorti del nostro Universo.
È una storia di spionaggio, una storia horror ed infine anche una storia d’amore. Perché è l’amore quello che crea disastri, morte, dolore e storie degne di essere raccontate.
Spero che mi vogliate accompagnare in questo racconto che partendo da quell’anonima porta aspira a trasportavi molto lontano.
Commenti, suggerimenti e critiche, se possibile costruttive, sono sempre benvenuti!
Genere: Azione, Horror, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Art 1  Comma 1 Al Presidente del Consiglio dei ministri sono attribuiti, in via esclusiva:
a) l’alta direzione e la responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza, nell’interesse e per la difesa della Repubblica e delle istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento;
b) l’apposizione e la tutela del segreto di Stato;
c) la conferma dell’opposizione del segreto di Stato;
d) la nomina e la revoca del direttore generale e di uno o più vice direttori generali del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza; 
e) la nomina e la revoca dei direttori e dei vice direttori dei servizi di informazione per la sicurezza;
f) la determinazione dell’ammontare annuo delle risorse finanziarie per i servizi di informazione per la sicurezza e per il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, di cui dà comunicazione al Comitato parlamentare di cui all’articolo 30.




Cammino lungo uno dei corridoi nella sede centrale di Fintecna. Sto violando la regola numero uno della vita di ufficio, porta sempre con te una cartellina, così sembra tu stia lavorando, ma Andrea se la può permettere una eccezione.
Giro l’angolo e, come speravo, alla macchinetta del caffè vedo Elena, che come sempre è con Anna. Anna è un'altra neoassunta in apprendistato. Elena ha occhi e capelli neri, mentre Anna è una biondina, dai capelli color miele scuro, esile come un giunco, ma in ufficio le chiamano le gemelle siamesi, perché solitamente non si allontanano mai l’una dall’altra più di un metro e mezzo. In pratica respirano all’unisono da quando sono state assunte.
Nel caso specifico, però, vedo Elena che parla velocemente all’orecchio dell’amica. Anna mi guarda con un sorriso malizioso e uno sguardo saputo che dice: “io lo so cosa c’è tra di voi, la mia amica mi dice tutto” (e spero che si sbagli) e si allontana. Elena mi viene incontro e, salutandomi, mi tocca il braccio, l’inizio di una azione che non può completare, non qui.
“Me lo offri un caffè? Magari al bar.” 
 Io, Andrea, sorrido gigione, allargando le braccia un po’ teatrale.
“È un piacere! E un onore!”
Usciamo e ci allontaniamo dai tornelli. Siamo senza cappotto, una delle cose belle e piacevoli di Roma è il clima, e almeno questo è una delle poche cose che non peggiora con il tempo. 
Preciso la mia non è una critica da cronaca contemporanea, a mio parere Roma peggiora all’incirca dai tempi di Porta Pia.
Elena rompe il silenzio mentre attraversiamo Via Veneto, giusto di fronte all’ambasciata degli “alleati” americani.
“Possiamo parlare di ieri?”
Le faccio cenno di sì senza dire niente. Dopo un attimo sembra riprendere fiato e continua.
“Grazie per ieri sera. Ho avuto davvero paura”
Annuisco guardandola ancora in silenzio. 
“Mi sono sentita persa, ho pensato che ero proprio nei guai grossi”
Su questo ribatto.
“Si eravate, davvero nei guai grossi, Ele, finiva molto molto male”
Non aggiungo altro. La tua foto finiva sul servizio di apertura del TG, piccola mia, penso senza dirlo. Non so perché mi viene in mente la inevitabile polemica politica sui media, sulle ultime innocenti vittime causate dalla immigrazione senza regole. Ho una lieve sensazione di nausea.
“Poi però sei arrivato tu!”
 Sorrido un po’ storto. “Un caso molto fortunato, ti è andata bene. Non ci conterrei sempre.”
Gli occhi le brillano, più del solito, non credo abbia realmente sentito la mia risposta.
“Tu c’eri.”
“Fortuna, solo fortuna.”
“Di quello che vuoi, io avevo bisogno, e tu c’eri!” un respiro, “grazie.”
In un attimo, prima che possa fare alcun che, mi getta le braccia al collo e mi bacia. A due isolati dall’ufficio.
Non è la cosa più furba del mondo, ma le sue labbra sono morbide e calde e c’è la passione, ricambio. Ci separiamo dopo un momento. Nessuno in vista. Nessuno che ci conosce. Colpo di culo.
“Grazie” ripete, gli occhi le brillano e quel sorriso splendido che mi ha attratto il primo giorno le illumina il viso.
Permettetemi di soffermarmi un attimo per parlarvi di Elena.
Come vi dicevo è una dei neolaureati che sono stati assunti per portare un po’ di sangue giovane nel gruppo, me l’avevano presentata a un evento aziendale in cui, proprio io tra tutti, avevo dovuto fare un breve discorsetto motivazionale per le giovani leve e poi avevamo rotto il ghiaccio quando l’avevo incontrata di nuovo, alcuni mesi dopo, a un corso di formazione sul nuovo sistema di gestione del personale, e in cui, al contrario, era lei a fare lezione a noi vecchi dinosauri.
Avevano selezionato parecchie delle giovani leve come Ambassador e promotori dei nuovi progetti e li avevano spediti a fare propaganda e formazione. Mossa psicologica furba devo dire, se era stata pensata: prendeva così deliziosamente sul serio il ruolo che le avevano assegnato e c’era un tale impegno e una tale passione in lei che nessuno di noi ingrigiti e cinici burocrati aveva avuto il coraggio di deludere tanta adorabile dedizione e ci eravamo seriamente impegnati a seguire le sue spiegazioni.
Ero rimasto affascinato a guardarla mentre si concentrava sul sistema, lo sguardo fisso e serio sullo schermo, le labbra leggermente serrate, per poi alzare lo sguardo e aprirsi in un sorriso che lasciava abbagliati.
Non me l’ero tolta di testa: grandi occhi neri brillanti di luce propria, un naso sbarazzino un filo schiacciato, quelle labbra che sembravano fatte per sorridere ed essere baciate, capelli neri di media lunghezza leggermente mossi.
Tutto ciò, confesso, è banale: è esattamente il tipo di viso che di solito mi attrae, ho un po’ di esperienza e sono cosciente dei miei impulsi. Se dovessi sfogliare i volti delle donne che mi sono realmente piaciute in vita mia, parecchie di loro avrebbero visi simili. 
Come fisico, questo lo approfondii in fase successiva, ovviamente, era ben fatta, ma tutt’altro che eccezionale. Non altissima, con seni piccoli, ma capezzoli deliziosi, fianchi non troppo larghi, le gambe erano molto italiane, non lunghissime, però ben modellate e ben tornite, sedere, anche lui italiano, diciamo da sei e mezzo, facciamo sette, ma è un voto sfacciatamente partigiano. La parte del suo corpo che non riuscivo a smettere di ammirare, per quanto vi possa sembrare strano, era la sua schiena, il profilo di quelle scapole delicate come le ali di un uccello, mi lasciava incantato. Comunque, a vent’anni la gioventù e la freschezza coprono tutti i possibili difetti e a volte li trasformano in pregi.
Era intelligente, molto, sveglia e con un piacevole senso dell’umorismo, e aveva uno spiccato senso del dovere sul lavoro, che Andrea Casiraghi trovava estremamente divertente. Non posso, poi, non parlarvi della sua voce. Raramente la alzava, il suo tono era leggermente più basso da quello che ci si potrebbe aspettare per una ragazza della sua età, leggermente, squisitamente, roco. Sensuale, ma non troppo da essere sfacciato. Da impazzire. 
Riprendiamo a camminare, nella approssimativa direzione di uno dei Bar vicini all’ufficio.
Un paio di cose, con lei, vanno chiarite.
“Che stavate facendo ieri Ele?”
“Giorgio cercava delle pillole, diceva che quelli li conosceva”
Emetto un monosillabo, che è in realtà una domanda.
“Una sciocchezza ho fatto, lo sai che io quella roba non la uso, ma loro volevano caricarsi per andare a ballare, e io pensavo che sapessero quello che stavano facendo, che cretina”
La guardo, mi aveva parlato solo di normali occasionali canne, così ad occhio mi sembra sincera, non credo di auto ingannarmi, già la situazione è delicata, mi ci mancherebbero dei casini di droga.
“Capisco, Ele” mi fermo, serio “Ele, quello che ho detto ieri, è importante, dimenticate che io ieri ero lì.”
La vedo deglutire. “Ho capito, tranquillo. Giorgio e Maria, … gli ho detto che sei un amico di famiglia che sta in polizia.” Ottimo, furba la bambina, la prima regola per un vero segreto è far finta che non sia un segreto inventando una balla verosimigliante. “Non lo andranno certo a dire in giro, mica possono dire quello che stavano facendo, no?” Corretto anche questo.
Si interrompe e poi continua.
“Io, non ti chiederò niente e non dico niente, giuro.” Respiro breve, poi continua senza mettere spazi tra le parole che si accatastano. “Ci continuiamo a vedere, vero?”
C’è un tale tono di aspettativa che devo per forza sorridere.
“Sì,” è una sola sillaba, ma la vedo riprendere a respirare, “dimentica tutto, Ele.”
Scuote un attimo la testa.
“Non era niente di cui devi preoccuparti,” le dico, “niente di... Illegale." Sottolineo, solo un filo anticostituzionale e, magari, a volte, in violazione dei diritti umani di qualche disgraziato, penso dentro di me.
“No, non è questo... mi fido di te e che io non voglio dimenticare, non voglio dimenticare che tu c’eri. Ma non ne parlerò mai. Con nessuno.”
Di solito quando qualcuno ti promette che non parlerà della cosa con nessuno, per Nessuno intende il suo miglior amico, quello molto fidato che non lo dirà a Nessuno, che a sua volta è… lo avete capito, e nel giro di un paio di mesi lo sanno tutti. 
Ma per il momento è un accettabile controllo del danno. Elena, seppur giovane, è una donna innamorata, per cui per definizione una mina vagante, ma dovrei riuscire a gestirla.
In fin dei conti il sole splende, il cielo è di un azzurro intenso, il suo profumo arriva lieve alle mie narici e lei mi guarda con quegli occhi neri, quei dannati occhi neri. Chiudiamola qui. Le risorrido e allungo istintivamente una mano sfiorandole i cappelli sulla spalla, un attimo solo e la ritiro. Sì, siamo d’accordo.
Sarà. Comunque, mi annoto mentalmente, a questo punto un background check della ragazza devo farlo fare. Non dall’Ente vista la situazione, ma meglio chiederlo all’AISI. Non credo proprio sia una rondinella dei Servizi Russi, ma forse è il caso di controllare che non ci siano storie strane sotto.
Arriviamo al bar, ci sono svariati colleghi, si spettegola.
Io ed Elena insieme non siamo niente di sospetto, è una vista comune quella delle neoassunte che pompano consigli, informazioni e magari appoggi dai colleghi più anziani, nella gran parte dei casi basta uno sbattere di ciglia e una vaga speranza, per riuscirci. La lussuria è un gran bel peccato capitale, ma la vanità, la vanità la batte di gran lunga come popolarità.
Niente di più normale quindi che Elena, se è sveglia, faccia gli occhi dolci a un navigato veterano, specie se ultraraccomandato come me (nessuno sa di preciso da chi, ma l’ipotesi che va per la maggiore in ufficio è Opus Dei). Fosse, che fosse che può darle una spintarella di sponda per essere confermata? Una linea di pensiero che devo pubblicamente incoraggiare, penso.
Torniamo verso l’ufficio
“Ci vediamo stasera?” mi fa.
Come rifiutare? Perché rifiutare?
“Certo! Cena fuori? Ti passo a prendere?”
Scuote la testa “No, dai prendo io la macchina e vengo da te, ordina qualcosa e fattelo portare.”
“Vabbé dai allora cucino io!”
“No, non perdere tempo, non è importante.”
Ah! Però! Non posso fare a meno di sorridere. Elena se ne accorge, si rende conto e arrossisce all’improvviso. Adorabile. Absolument Adorable.
Fatto trenta, a quel punto si fa trentuno.
“Se ti va mi fermo da te a dormire.” Mi fa.
“Sarebbe bellissimo.”
“Ok allora a mio padre dico che dormo da Anna.”
Ahhh! La scusa per il papà della morosa. Sono tornato ad avere sedici anni. Perfetto direi.
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: Ombrone