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Autore: Ark    15/09/2021    0 recensioni
Morendo, Vincent McGoffy lascia un messaggio alla nipote: il paese è in pericolo.
Sul posto è convocata Clarisse, recluta di belle speranze che sogna di risolvere il caso per mettere le mani su un distintivo luccicante.
Al suo arrivo dovrà confrontarsi con la peggiore delle verità: non è la prima incaricata, ma la settima. Dei suoi predecessori non può chiedere nulla, pena l'espulsione immediata. La situazione precipita quando dal nulla appare un inaspettato viaggiatore di mondi, ignaro dei fatti in modo fin troppo sospetto.
Costretta a dover scegliere di chi fidarsi, Clarisse tenterà il tutto per tutto per aver salva la pellaccia, abbandonando il regolamento per giocare con le sue regole.
| Cortese presente per Kyrie Eleison, cólla secreta speme d'allietarla |
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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NdA: Il capitolo potrebbe contenere riferimenti a tematiche che potrebbero infastidire il lettore. Ci vediamo all'inferno!


Negli ultimi mesi Thomas dormiva sempre meno. Aveva smesso di giocare a scacchi per concentrarsi sulla squadra di basket anche nel tempo libero. Crollava esausto dopo ogni allenamento, ma non migliorava.

Il secondo anno volgeva al termine e c’era molto da studiare, soprattutto per uno come lui, che doveva impegnarsi al massimo per restare al passo. Se rimaneva alzato sempre più a lungo, però, la colpa non era solo degli esami imminenti.

Qualcosa era diverso. Lo sentiva nei mormorii tra i corridoi, nelle risate che riempivano gli spogliatoi, persino nello sguardo dell’inserviente della caffetteria. L’aria che respirava era cambiata, seppur impercettibilmente.

A una settimana dalla rottura era iniziata la vera tempesta. Di quel giorno ricordava poche immagini, ma dubitava le avrebbe mai dimenticate. Scott sull’orlo del pianto, silenzioso come non l’aveva mai visto; Mandy accartocciata contro il muro, che tra le lacrime lo supplicava di risponderle. Sarebbe diventata violenta solo dopo, ma per allora ci avrebbe pensato Claudia a trattenerla.

Erano a casa della ragazza, un ambiente neutrale di coperte sgargianti e sfere di vetro con miniature di Venezia in una tormenta di neve. Steve e Will si erano rifiutati di venire e ne avrebbe fatto volentieri a meno anche Thomas, ma Claudia l’aveva pregato.

Ripensandoci, avrebbe fatto meglio a pensare a se stesso e non presentarsi. Chiuse la lampada e si accoccolò sul materasso. Col senno di poi, l’idea che bastasse lasciarli insieme in una stanza perché tutto si sistemasse era stupida. Scott li aveva evitati per giorni e, anche quando avevano ricominciato a parlarsi, le cose tra loro erano cambiate.

La notizia della rottura di una coppia storica non aveva sorpreso la scuola, non come Thomas si sarebbe immaginato.

Claudia veniva a cercarlo per sfogarsi e l’aveva tenuto aggiornato. Esclusi i pochi a cui dell’intera vicenda non importava un accidente, i più si aspettavano che Scott e Mandy tornassero insieme, sulla falsariga di un romanzo rosa; ma il tempo passava ed erano destinati a rimanere delusi.

Iniziarono a diffondersi voci. Che lui avesse tradito lei, che lei avesse tradito lui. Che Mandy fosse rimasta incinta. Vennero a chiedere conferme anche a Thomas, che si limitò a fissarli stralunato finché non se ne andarono.

I cinque ragazzini popolari non erano mai stati molto uniti, ma l’evento li aveva rotti in due fazioni inconciliabili: Claudia era amica d’infanzia di Scott. Steve stava dalla parte di Mandy e per ripicca massacrava la squadra con allenamenti interminabili. Will non voleva saperne niente e si asteneva da ogni tipo di conversazione che toccasse l’argomento.

Tutti avevano iniziato a passare i propri pomeriggi con altri studenti, persone di cui fino a poco prima non ricordavano neppure il nome. Nonostante questo, seguendo una muta imposizione, si salutavano ancora tra i corridoi, si aprivano le porte l’un l’altro e si aiutavano a portare i libri. Solo, avevano smesso di parlare.

Thomas non era più stato invitato al loro tavolo e col passare dei giorni i suoi rapporti con il gruppo si erano ridotti all’essenziale, se non del tutto spenti. L’esclusione improvvisa non l’aveva colto con le difese abbassate, ma l’aveva disturbato più di quanto fosse disposto ad ammettere.

L’ultima volta che aveva visto Scott era stato al parco vicino alla scuola elementare. Il ragazzo era seduto sull’altalena, le cuffie nelle orecchie e lo sguardo rivolto al cielo. Aveva provato l’impulso di raggiungerlo, ma non l’aveva fatto. Così, nonostante la promessa, o forse proprio a causa sua, l’aveva abbandonato.

Adattarsi di nuovo alle ombre non era stato difficile. Stare sotto i riflettori non gli era mai piaciuto e un po’ di tregua era piacevole. Le occhiatine di sdegno e gelosia erano state sostituite da una viscida superiorità che gli scivolava addosso senza toccarlo. Infine anche quelle si erano esaurite ed era tornata la pace.

Per questo si sorprese quando lo schermo del cellulare brillò, segnalando una chiamata di Claudia in arrivo.

«Sono sotto casa tua» Era affannata: aveva corso o qualcosa la metteva in agitazione.

Impallidì. «Se ti vede mia madre ti caccia in Italia a pedate.»

«Vorrei lo facesse» La sentì sospirare all’altro capo del telefono. «Sarebbe più facile che sopportare questo casino del cazzo

Chiuse di scatto la conversazione.

La sua idea di pigiama comprendeva un maglione sformato ereditato da sua madre e mutande. Infilò in fretta i pantaloni e pantofole per non far rumore sulle assi del corridoio. Scese le scale due gradini alla volta.

Dalla forma della sagoma che oscurava la vetrata della porta, seppe di averci visto giusto: Claudia non era sola. Spalancò la porta, l’indice premuto sulle labbra.

«Spero tu abbia un bagno» sibilò Claudia. Thomas quasi non la vide, l’attenzione rivolta a Scott. Aveva un occhio pesto, una manica strappata e lo zigomo destro che già iniziava a gonfiarsi. Si reggeva, ma sembrava sul punto di crollare.

«Bella casa tua» Scott sollevò il braccio in un cenno di saluto.

Di bene in meglio. «È ubriaco?»

«È un coglione» replicò Claudia, acida. «Ma sì, è anche ubriaco.»

Il bagno era al piano terra. Su richiesta, vi abbandonarono Scott con del ghiaccio istantaneo.

Con Claudia seduta sul suo letto, la stanza gli parve molto più stretta. La ragazza indossava un vestito dorato senza spalline e sandali col tacco basso. Si era ripulita dalle ultime tracce di trucco sfatto e ora, con le occhiaie in bella mostra e una ragnatela di rughe di preoccupazione a corrugarle la fronte, dimostrava dieci anni di più. Non sembrava aver fatto caso agli sticker delle Tartarughe Ninja grattati via solo a metà sulle ante dell’armadio, al disordine della scrivania o alle lucciole dipinte sullo sfondo nero del soffitto. Su tutto si soffermava appena e passava oltre, senza degnar nulla di attenzione.

«Cos’è successo?»

Claudia aprì la bocca e la richiuse in un sospiro esausto. Alla fine, fissò gli occhi sul portamatite in acciaio e iniziò a raccontare.

I genitori di Steve avevano lasciato casa libera per il weekend, incoraggiando la figlia a invitare gli amici. Non era una novità: tutti a scuola sapevano di quelle feste, anche se pochi riuscivano davvero a partecipare. Thomas non aveva mai ricevuto un invito, ma ricordava che la casa di Steve si trovasse a pochi isolati dal suo quartiere, mentre Claudia viveva all’altro capo della città, vicino alla spiaggia, in una famiglia di tradizionalisti delusi dal suo comportamento. Iniziava a intuire perché avesse trascinato Scott fino al suo cancello, invece che chiamare un taxi.

«Avrei dovuto impormi e impedirgli di andare» Claudia camminava avanti e indietro nella stanza, facendogli venire mal di testa. Allargò le braccia, drammatica come al solito. «Legarlo da qualche parte! Avrei dovuto capire che non sarebbe finita bene.»

«Steve l’ha fatto venire per picchiarlo?» Non era da lei. Il massimo della violenza di cui quella ragazza era capace era fingere di sbagliare la traiettoria di qualche lancio. Era campionessa in passivo aggressività e mai l’avrebbe creduta in grado di organizzare un pestaggio, per giunta in modo così plateale.

Claudia unì il pollice alle quattro dita e alzò la mano, stizzita. «Ce lo vedi Steve col randello?»

«È stato un borseggiatore?»

«Sta’ zitto» Claudia si massaggiò la fronte, cercando le parole più adatte. Era nervosa, ma c’era qualcosa che ometteva. Evitava il suo sguardo e non stava ferma un istante, picchiettando il tacco sul pavimento. Cosa la imbarazzava tanto?

La ragazza si mordicchiò il labbro e borbottò qualcosa di inudibile. Chiese di ripetere, i palmi trafitti da aghi sottili di preoccupazione.

«È stato Steve» parlava in fretta, la voce meccanica. «Ha messo in mezzo Mandy. Lei non c’era, ma il suo nome ha avuto effetto. Scott non l’ha presa bene; tu non l’hai mai visto così, non ci stava con la testa. Credo fosse già ubriaco. Decisamente ubriaco. L’ho perso di vista e… l’ho ritrovato in giardino e…» Claudia era in fiamme fino alle orecchie. «Non lo sapevo, okay? Lo conosco da… da quando sono nata e nemmeno una volta gli è passato per la testa di avvertirmi. Ehi, ciao, mi piacciono gli uomini. Solo perché tu lo sappia, in caso decida di limonarne uno davanti a un omofobo.»

«Steve?» Non riusciva più a raccapezzarsi.

«Ovviamente no, ti pare!» Claudia tacque. Sistemò i riccioli sulle spalle per calmarsi. «Scusami.»

Thomas liquidò l’accaduto con un cenno. A disagio, scostò le matite e si sedette sopra la scrivania. Non avrebbe dovuto essere lei a dirgli quelle cose. Claudia stava cercando venire a patti con quanto era successo, ma non aveva il diritto di coinvolgere Scott. Eppure, non ebbe il coraggio di fermarla. In ogni caso, l’intera scuola l’avrebbe saputo entro la mattina seguente.

Lei sospirò. «Will ha le idee molto chiare a riguardo, sembra di sentir parlare mio padre. E sai com’è fatto Scott: se n’è uscito con un paio di battutine a sproposito.»

Ebbe l’impressione che gli stesse nascondendo qualcosa. Notò allora il livido sul suo avambraccio, una macchia scura dai bordi giallognoli. «Ti sei messa in mezzo.»

Non negò. «Steve era raggelato e gli altri si godevano la scazzottata. Will è una montagna, cazzo. Di solito è sempre così calmo, non lo crederesti mai capace di una cosa del genere, non so cosa gli sia preso. Davvero, non lo so, forse è colpa della storia con Mandy, ma sembrava pronto a spaccargli le ossa.»

Avrebbe voluto farle notare che non esistevano parole meno adatte alla situazione, ma soffocò il commento in un colpo di tosse.

L’intervento di Claudia aveva creato un varco in cui si era prontamente inserita Steve, ottenendo di placare il quarterback infuriato. Scott ne aveva approfittato per andarsene e Claudia l’aveva seguito. Steve si era offerta di accompagnarli o di pagare loro il taxi, ma avevano rifiutato. «E così siamo venuti a rifugiarci qui. Credi di poterlo far rimanere per una notte?»

Sembrava davvero in pena.

«Nessun problema. Tu che farai?»

«Ho chiamato un taxi, dovrebbe arrivare a momenti» Controllò il display del cellulare. «Grazie, Thomas. Se avessi rifiutato… non posso certo restituirlo a sua madre in questo stato. Lei non– senti, è tanto cara e dovrà saperlo comunque, ma non così. L’avrei portato da me, ora spero solo di arrivarci intera.»

Scott si fece vivo molto dopo che se ne fu andata. Si era tolto la giacca e doveva aver ficcato la testa sotto il rubinetto, perché era umido fino al colletto, ma la situazione era peggiore di quanto Thomas avesse realizzato al primo impatto: aveva il labbro spaccato, graffi sul collo e il lato destro del viso ridotto a un unico livido.

«Dovresti avvolgere il ghiaccio in un fazzoletto» lo accolse Thomas, rimasto ad attenderlo nel corridoio. Parlava a voce bassa, per evitare di svegliare i genitori. «Altrimenti ti ustioni.»

«Lei è… ?» Aveva le sclere arrossate, ma Thomas non chiese nulla, limitandosi ad annuire.

Fu come se i fili che lo sostenevano fossero stati tranciati: Scott rilassò le spalle e tirò su col naso. Si torceva le mani, evitava i suoi occhi e non faceva nulla per nasconderlo. Claudia aveva ragione, non sembrava più lui.

«Vi ho sentiti parlare, ma non ho afferrato tutto. Quasi niente, per la verità.»

«Sì, camera mia è sopra il bagno e l’acustica è quella che è.»

Scott esitava, ma il silenzio non si protrasse a lungo. «Cosa ti ha detto?»

«Abbastanza» Captò l’orrore nei suoi occhi, ma durò un solo secondo. Inclinò appena il collo. «Vuoi una tazza di tè?»

Thomas preparò il bollitore in silenzio, sotto la fredda luce del lampadario. Scott rimase in piedi per un po’, incerto sul da farsi, finché non gli ordinò senza mezzi termini di sedersi. Era rigido e impacciato, di un pallore malato che metteva in risalto le lentiggini.

«Sul serio, cosa ti ha detto?»

Thomas si concentrò sui fornelli, sottraendosi al suo sguardo. «Che Will ti ha picchiato perché hai baciato un ragazzo mentre eri ubriaco.»

Silenzio. Thomas non osava voltarsi.

Era maggio, ma l’atmosfera era virata in un autunno improvviso, scricchiolante di foglie cadute.

Tentò di cambiare argomento. «Spero che ananas e carota sia il tuo infuso preferito.»

«Mamma l’adorerebbe. Riempie la casa di bustine dai nomi pomposi e il sapore orrendo, ma ne avevo trovato una carina, una volta» Roteò gli occhi. Aveva ancora il ghiaccio premuto sulla guancia e fissava il vuoto, ma si dondolava sullo schienale della sedia. «Cicoria e qualche altra erbaccia.»

«Tua madre è come la mia» osservò Thomas, servendogli una tazza bollente. Si accomodò all’altro lato del tavolo. «Ho bevuto così tanta robaccia che credo di aver perso il senso del gusto» Si bloccò. «Senti, mi dispiace per quello che è successo. So che se avessi voluto che io lo sapessi… No, so che in ogni caso la scelta doveva essere tua, ma Claudia era sconvolta.»

Nessuna risposta. Proseguì, con la sensazione che avrebbe avuto meno difficoltà a guadare un fiume in piena armato di mestolo da minestra. «Quello che voglio dire è che tu sia gay non cambia niente. Farò finta di non aver sentito, se preferisci.»

«Non sono gay» Notando la sua espressione, Scott sbarrò gli occhi e strinse la tazza tra le dita. «Davvero, Thomas. Non sono gay.»

Sapeva di dover rispondere, ma anche che, qualsiasi cosa avesse detto, avrebbe commesso un errore. Aveva buone intenzioni, ma aveva finito col comportarsi nel peggiore dei modi. «Preferisci un altro termine? Fluido, oppure…»

«Sono bisessuale» Scoppiò a ridere, di un riso nervoso e caricaturale. «Di fluido c’è solo lo schiaffo che ti prenderai se non la smetti di fissarmi a quel modo.»

Thomas annegò i sensi di colpa nel tè, bruciandosi la lingua. Era difficile capire a cosa gli passasse per la testa e non volle neppure provarci. La sua faccia non accennava a migliorare: ne avrebbe avuto per giorni. Visto come si era concluso quel primo tentativo di conversazione, evitò di fare altre domande. Alla fine, incapace di reggere la tensione, disse: «Ti va una partita?»

Abbandonato senza rimpianti il bollitore al suo destino e recuperata scacchiera e scatola dei pezzi, Thomas si sentì molto più rilassato e gli parve che anche Scott fosse migliorato, seppur di poco. Soffiò via la polvere e lanciò la scacchiera sul letto. Rivederla dopo tutto quel tempo gli fece uno strano effetto.

«Immaginavo che camera tua fosse… diversa» Scott starnutì. Non aveva potuto usare il fon per il rumore ed entro la mattina seguente avrebbe dovuto aggiungere un bel raffreddore alla lista dei suoi mali. Thomas gli aveva prestato il maglione sformato di riserva, con il logo dei Black Eyed Peas in imbarazzante evidenza, e ora se ne stava seduto con le gambe incrociate, tentando di occupare lo spazio minore possibile. Tormentava la collanina, quindi non doveva essere un regalo di Mandy.

«Tranquillo, ho solo nascosto il poster di Nimzowitsch per metterti a tuo agio.»

Scott indicò il coniglio di peluche, ingrigito dagli anni. «Cos’è questo coso carino?»

«L’ho vinto alle giostre» Thomas glielo lanciò per mascherare il rossore. Mai avrebbe confessato la verità. Scott lo prese al volo e lo raddrizzò contro lo schienale del letto, piegando all’indietro le orecchie pelose. «Mi condurrà alla vittoria.»

Senza parlare, Thomas riposizionò la scacchiera e si sedette all’altro capo del letto, iniziando a sistemare i pezzi. «Dovresti farti vedere da un medico.»

«Hai così tanta paura che ti sconfigga?»

Non rispose. Dopo un po’, Scott sospirò. «Sembra brutto, ma non è niente. Ha già smesso di far male. E la doccia fredda ha fatto miracoli.»

Thomas sbatté le palpebre, poco convinto, ma se a Scott stava bene così insistere era inutile.

«Il bianco muove per primo.»

Come rendendosi conto solo allora di controllare quel colore, Scott vagò con le dita sopra la scacchiera prima di muovere un pedone dal centro.

Thomas aveva l’abitudine di annotare le partite. Lo fece anche allora, pur dubitando ne avrebbe ricavato qualcosa di utile. Scarabocchiò d4 sul taccuino e aggiunse la propria risposta in uno sghiribizzo. Non era la prima volta che giocavano, ma l’unica in cui l’aria che respiravano era pesante, fitta di pensieri a cui nessuno voleva dare consistenza.

«Manca poco al diploma» iniziò Scott. Non prestava molta attenzione al gioco, scegliendo le mosse a caso come un principiante.

Rispose per farlo contento, ma il commento l’aveva infastidito. «Sei in ansia?»

Erano in molti a credere che gli scacchi fossero un gioco basato sulla pura memorizzazione di schemi. La memoria aiutava, come in ogni altro campo, ma oltre certi livelli la difficoltà stava nel riuscire a leggere il proprio avversario, intuire le sue strategie e vanificarle prima che le mettesse in atto. Per farlo, conoscere le tecniche non era sufficiente.

A Thomas piaceva perché non esistevano concetti come il tiro fortuito o la pescata miracolosa: i pezzi erano tutti schierati sin dall’inizio e la fortuna non aveva voce in capitolo. A misurarsi erano le abilità dei giocatori e per questo, nonostante la partita fosse appena iniziata, sapeva che avrebbe vinto.

Scott muoveva senza riflettere sulla propria strategia. Predire mosse dettate dal caso poteva essere difficoltoso, ma Thomas non aveva bisogno di disturbarsi tanto: sarebbe stata una fatica inutile. Lo guardò sfiorare tutti i pezzi prima di sceglierne uno. «Sì, ma credo sia normale. Tu hai la coscienza pulita?»

«Non puoi muovere il cavallo, sei in scacco» Il suo tono brusco sorprese entrambi. Scott tornò a guardare la scacchiera, osservandola con rinnovata attenzione.

Ad2. «Non me n’ero accorto.»

Cxf3+. «Di nuovo scacco.»

«Vacci piano con me, ho un occhio solo» scherzò Scott, ma il riso gli morì sulle labbra.

Thomas sospirò. «Devo recuperare matematica, altrimenti mamma mi ammazza.»

Scott inarcò un sopracciglio. «Credevo che i campioni di scacchi fossero bravi in matematica.»

«Sono ben lontano dall’essere anche solo un giocatore decente» In un’altra situazione si sarebbe limitato ad accettare il complimento, ma quella sera, forse perché Scott non provava neppure a concentrarsi, forse perché luce artificiale del lampadario ronzava con una fastidiosa intermittenza, la supposizione lo innervosì. «E anche se fosse vero, allora perché tu fai così schifo? Non frequentavi corsi avanzati di algebra e analisi?»

Silenzio.

Mortificato, Scott abbassò il proprio re, in un gesto che indicava resa. «Perché io sono stupido.»

Finalmente Thomas levò lo sguardo dalla scacchiera, rendendosi conto troppo tardi di essere stato troppo duro. «Scusami, non so perché l’ho detto.»

Lo zittì con un cenno. «No, hai ragione. Dovrei essere migliore di così.»

Ebbe l’impressione che non si riferisse alle sue abilità di scacchista. Provò una sensazione strana, come se il tempo si muovesse a scatti. Scott andò alla finestra, fermandosi a rimirare i lampioni della via oltre le tapparelle sollevate. «Credi dovrei tornare a casa?»

«Claudia ha detto…»

«Posso immaginarlo» Premette le dita sul vetro; se avesse potuto, ci avrebbe conficcato le unghie. Soffocò un singhiozzo. «Mia madre non crederebbe a una rissa immotivata e non le ho mai parlato di questo, neppure un accenno. Non sono sicuro che mi accetterebbe.»

Thomas sentì di non poter restare a osservare, che avrebbe dovuto rassicurarlo o fallire nel tentativo. Qualsiasi cosa sarebbe stata migliore della completa apatia in cui versava, ma la voce restò chiusa in gola.

«Non importa» proseguì Scott. Tirò su col naso e si ravviò i capelli, fermandosi a contemplare il proprio riflesso. «Posso ancora sistemare le cose.»

Quando Thomas gli stritolò la spalla tra le dita, sobbalzarono entrambi. Gli rivolse uno sguardo spiritato, gli occhi spalancati e le labbra arricciate dal nervosismo. Anche se Scott non era molto più alto di lui al suo fianco si era sempre sentito un nano, ma non quella sera. «Azzardati a fare la metà di quello a cui pensi e provvederò personalmente alla tua dipartita.»

Un guizzo scintillò oltre le lacrime trattenute. Scott tirò su col naso. «Volevo unirmi a un gruppo itinerante di danzatrici del ventre.»

Rafforzò la stretta. Sentiva il cuore impazzito dell’altro, o forse era il suo, finito nelle orecchie. «Adoro quei costumi, tienimi un posto.»

«Nel pubblico?»

Avvampò senza volerlo, facendolo scoppiare in una risata liberatoria. Scott si asciugò gli occhi sulla manica, senza smettere di ridere. «Potrei fare un duetto con la ragazza che ti piace. Savannah, giusto?»

Thomas nascose la faccia tra le mani. «Una volta ci sono uscito.»

«Davvero?» disse, con la sorpresa ostentata di chi lo sapeva da un pezzo. Maledizione a lui e agli altri membri del giornalino scolastico.

«Abbiamo parlato di te tutto il tempo. Voleva informazioni per conquistarti e si è arrabbiata quando le ho detto che non avevo niente da dire.»

Interessato, Scott tornò a sedersi sulle coperte. «Com’è finita?»

«Mi ha versato una granita addosso» allargò le braccia. Era la prima volta che raccontava quella storia e imporporò fino alle orecchie. «Ho dovuto buttare la maglietta e tutti al bar hanno creduto le avessi fatto avances sessuali. Il proprietario mi ha detto di non ripresentarmi mai più.»

«Mi dispiace» Ma a giudicare da com’era piegato in due, era un gran bugiardo.

«Il proprietario era mio padre.»

Scott esplose in un attacco di tosse. Thomas spostò la scacchiera per affiancarlo sul letto. «Aveva di nuovo dimenticato di avere un figlio, quella sera mi ha chiesto i documenti e voleva chiamare la polizia.»

Lo vide sul punto di soffocare e gli assestò una manata che servì solo a farlo tossire di più.

«Te lo stai inventando.»

«Certo che me lo sto inventando, mio padre lavora in ufficio e Savannah è stata gentilissima, ma purtroppo non era interessata. Però ha funzionato, no?»

Parve sul punto di prenderlo a pugni, ma si limitò a scompigliargli i capelli, senza ottenere grandi risultati. Lo lasciò fare e rimase a guardarlo mentre, esausto, si massaggiava il collo.

«Ti lascio la camera» Lo avvertì, iniziando a sistemare i pezzi nella scatola. «E ti porto altro ghiaccio, perché sei orribile.»

«Dove dormirai?»

«Sul divano, di sotto. Saprò se frughi tra le mie cose, provaci e questo tuo look diventerà permanente.»

Scott si esibì in un sorriso che parve una smorfia, indice e pollice a incorniciare il mento. «Non mi apprezzi abbastanza, Savannah ne andrebbe pazza.»

Roteò gli occhi. «Penserò io ad avvertire i miei, dirò che sei caduto in una buca o qualcosa del genere. Non muoverti finché non ti chiamo.»

«Oppure potrei intrecciare le lenzuola e scappare dalla finestra.»

Thomas si fermò sulla soglia. «Perché non provi a farti crescere un paio d’ali e voli via?»

«Ci vorrebbe troppo tempo.»

«Hai tutta la notte a disposizione» Chiuse la porta con un calcio e vi si abbandonò, lo stomaco in subbuglio. Ecco un problema che non aveva pensato di dover affrontare.

Stando al resoconto di Claudia, era improbabile che Will avrebbe dimenticato in fretta la questione; forse si sarebbe trattenuto entro le pareti scolastiche, ma nulla gli impediva di attendere la fine delle lezioni per proseguire quanto iniziato.

Pensare che il ragazzo che cambiava tinta ogni settimana e rimetteva al loro posto le battute di cattivo gusto dei compagni di squadra avesse commesso un simile gesto era surreale, ma non era la cosa peggiore scoperta quella sera.

Aveva parlato con Scott e gli era stato vicino abbastanza da verificarlo: non solo non era ubriaco, ma era quasi certo non avesse neppure sfiorato alcolici nelle ultime dieci ore. Se Claudia l’aveva detto era perché aveva cercato una spiegazione a qualcosa che altrimenti non avrebbe potuto accettare. La sua amica d’infanzia, la persona di cui più si fidasse, l’aveva rifiutato quando più avrebbe avuto bisogno di lei.

Si era messa in mezzo per proteggere Scott o l’idea di lui che aveva cullato in quegli anni? Il ragazzo perfetto. Claudia era stata l’unica a spingere perché tornasse a stare con Mandy.

Re e reginetta del ballo, e lei la sua migliore amica.

Non passò molto prima che lo sentisse piangere. Gli portò il sacchetto del ghiaccio e uscì dalla stanza senza fiatare, fingendo di non aver visto nulla.

Nonostante i suoi piani quando la sveglia del cellulare suonò, trovandolo indolenzito e più stanco della sera precedente, Scott se n’era andato. Doveva essersi svegliato prima di lui o non essersi mai addormentato: un guaio di meno, ma l’idea che gli fosse passato davanti senza che si svegliasse lo infastidì.

Arrivò a scuola che era ancora di cattivo umore. I pensieri gli avevano chiuso lo stomaco e aveva rinunciato alla colazione, ma quando sbagliò a infilare la chiave nella serratura dell’armadietto per la terza volta di seguito si pentì di non essersi obbligato a mangiare almeno un biscotto.

Mollò un paio di libri per le ore successive e recuperò il volume di fisica che aveva dimenticato lì il giorno prima. Aveva in arretrato degli esercizi sul moto armonico, ma ogni cosa sembrava essere finita in secondo piano e persino il pensiero degli esami imminenti non faceva più così paura.

Seguitò a percorrere il corridoio senza staccare gli occhi dal cellulare, sprofondandosi in un mare di sussurri e occhiate complici finché non raggiunse l’area degli armadietti riservata al quarto anno.

Sentì la voce di Scott da lontano. Litigava con qualcuno che non ebbe problemi a identificare come Mandy. Non riusciva a vederli, circondati com’erano da un capannello di studenti che ostruiva il passaggio. Notò Steve tra le prime file: la ragazza stava in piedi con le braccia lungo i fianchi, lo sguardo incredulo. La raggiunse a gomitate, ma lei si accorse appena della sua presenza.

«È per questo che mi hai lasciato? Perché sei gay?» Mandy aveva le braccia conserte e un cerchietto rosso a tenere indietro i capelli. Reggeva lo zaino con una sola spallina e ignorava il pubblico dietro di lei.

Scott aveva un cerotto sul collo, fondotinta in faccia e dedicava le sue attenzioni al contenuto dell’armadietto, riordinando le foto appese per ordine di grandezza. Fu quando gliene sfuggì una dalle mani e l’accartocciò per raccoglierla che Thomas ebbe la conferma di ciò che già sapeva: anche se sembrava distaccato, Scott era furibondo. Chiuse l’armadietto con insolita grazia e vi si poggiò col gomito, lasciando che tutti ammirassero le scritte comparse sull’anta di metallo.

Thomas perse un battito.

Scott sembrava allegro. Si sarebbe detto che gli insulti non lo toccassero, ma i suoi occhi evitavano di posarvisi. «No, Mandy. Ti ho lasciato perché sei una stronza.»

Il resto degli studenti si godeva la scena, chi più, chi meno. Per ogni ragazzo che fingeva di mandare messaggini e tendeva le orecchie ce n’erano altri tre che sgomitavano per raggiungere le proprie aule, colti da un tanto improvviso quanto irrefrenabile desiderio di studiare.

«Credevo di meritare di sapere la vera ragione dietro alla rottura» Mandy squadrò i presenti con malcelata noia. «Non dobbiamo più comportarci come se l’omosessualità fosse una malattia da tenere segreta.»

«Mandy Fowler, paladina della comunità LGBTQIA» Scott, sarcastico, intrecciò le dita sotto il mento. «Ricorderò per sempre queste tue belle parole.»

«Sei davvero un immaturo, Scott.»

Thomas si accorse di aver lasciato il fianco di Steve per entrare nel cerchio vuoto solo quando il suo sguardo incrociò quello incredulo di Scott. Sentì dei sussurri dietro di sé e indietreggiò terrorizzato, ma la folla non lo riaccettò tra le sue fila e ormai Mandy l’aveva notato.

Sgranò gli occhi, maledicendo la propria stupidità.

«Non riesco a trovare Claudia» Aveva alzato la voce. «Avete idea di dove sia?»

Mandy fu la prima a reagire. «Claudia? A Geografia, credo.»

Scott si accigliò. «Perché non urli un po’ più forte, Thomas? Forse qualcuno dalle classi al secondo piano non ti ha sentito» alzò la voce. «Tranquilli, ragazzi, lui non è gay.»

«Vacci piano, Scott» l’ammonì Mandy.

Per tutta risposta, lui picchiettò le scritte sull’armadietto col dorso dell’indice, il tono beffardo. «Non vorrai che qualcuno metta in dubbio la sua eterosessualità» Gli mandò un bacio, scatenando l’ilarità generale. «Thomas alla seconda. Essere associato all’attrazione verso lo stesso sesso lo disgusta.»

Thomas aveva la gola secca e si sentiva come se il corpo non gli appartenesse più. Le risate gli scivolarono addosso: d’altra parte, non erano dirette a lui. La testa svuotata, si accorse appena che Steve si era fatta avanti per fronteggiare Scott, squadrandolo dall’alto al basso. Era sempre stata molto magra, ma nell’ultimo periodo aveva perso altro peso e l’uniforme le scivolava dalle spalle. «Non sarai in ritardo a lezione?»

Non c’era stato tempo per interrogarsi sull’identità dell’individuo all’altro lato del bacio della sera precedente, ma dallo sguardo che i due si scambiarono Thomas credette di aver capito. Claudia aveva parlato di un ragazzo, ma a quella festa c’era una ragazza che lei non avrebbe mai accettato come tale. Provò una sensazione strana, come un vuoto sotto lo stomaco e desiderò andarsene.

Scott scrollò le spalle. «Be gay, do crimes.»

Aveva mantenuto l’atteggiamento provocatorio, ma Thomas ebbe l’impressione che non avrebbe retto alla pressione ancora a lungo.

Intorno a lui, i suoni si erano fatti confusi, mescolandosi in un ronzio indistinto. Steve non sorrise. Avanzò fino a trovarsi faccia a faccia con Scott, le labbra così vicine da fargli temere il peggio. Dovette pensarlo anche Scott, perché si ritrasse, ma non fu veloce abbastanza da evitare del tutto il pugno di Steve. Finì contro gli armadietti, la sinistra a coprire il mento. Quando la ritrasse, le dita erano sporche di sangue. Prima che potesse riprendersi, Steve lo fece finire a terra con una ginocchiata all’addome.

I muscoli si mossero più rapidi dei pensieri e in attimo si ritrovò in ginocchio vicino a Scott. Il ragazzo sembrava incredulo tanto quanto lui.

La sonora imprecazione di Mandy riportò bruscamente Thomas alla realtà, ricordandole la sua presenza e quella degli altri studenti. Si irrigidì di colpo, i palmi feriti da spilli e il cuore a mille.

Lo guardavano tutti. No, si accorse, guardavano altrove. Oltre loro, oltre Steve e Mandy che litigavano furiosamente. I più lontani iniziavano già a disperdersi: stava arrivando un professore.

Frappose lo zaino tra lui e Scott, frugando nella tasca anteriore finché non recuperò un pacchetto di fazzoletti ancora intero, che gli allungò in un tremito. Sapeva di avere le orecchie in fiamme e di non poter fare nulla per nasconderlo. Si rialzò improvvisando un attacco di tosse.

«Grazie» Un sussurro che fece sanguinare il labbro già rotto. Il fondotinta aveva cancellato tanto i lividi quanto le lentiggini, ma non era riuscito a mascherare i resti del gonfiore, suscitando l’impressione che il volto di Scott fosse diviso in due.

Non riuscì a sostenere il suo sguardo, né a controllare le proprie emozioni al punto di riuscire a formulare una risposta. Se ne andò in fretta, dimenticando i fazzoletti.

Ritrovò Steve seduta al limitare del selciato che separava il giardino dall’edificio principale della scuola. Non molto lontano sorgeva la palestra, una struttura di un bianco patetico che scintillava al sole, col riscaldamento sempre mal funzionante e il tetto troppo basso per poter giocare a pallavolo secondo le regole.

Era la pausa pranzo, ma nessuno dei due sembrava aver voglia di mangiare.

Non la salutò. «Perché l’hai fatto?»

«Chiedeva a gran voce di essere picchiato» Steve aveva abbandonato la spocchia a favore di una cupa onestà che non gli piacque affatto. Osservava l’immobilità dei fili d’erba con un disgusto celato appena dalla noia. Era la conversazione più lunga che avessero da settimane e sembrava già conclusa.

Esitò. «Ho sentito dire che Scott ha baciato qualcuno alla tua festa, ieri. Eri tu?»

Steve si stiracchiò. Quando parlò, la sua voce non aveva inflessioni particolari. «Dovresti chiederglielo.»

Lasciò perdere. In fin dei conti, non era affar suo e non si sarebbe certo spinto a cercare Will. A ben pensarci, quel giorno non l’aveva visto tra i corridoi. Forse era assente. Meglio così.

«Una cosa, Thomas» L’improvvisa verbosità della ragazza lo colse di sorpresa. Le fece cenno di continuare, ma Steve impiegò quasi un intero minuto prima di riaprir bocca. «Sai che significa odiare una parte di te che non puoi cambiare?»

«Credo di no.»

«Avrei giurato il contrario» Steve fece forza sulle braccia e si rialzò. «Non cercarmi ancora, e dillo anche a Scott: sentirvi parlare mi infastidisce.»

Rimasto solo, Thomas esalò un lungo sospiro, liberando l’ansia trattenuta fino a quel momento.

Non era sicuro di aver compreso quanto Steve aveva cercato di dirgli e neppure che gli interessasse capirlo.

Se non erano entrambi in detenzione, allora Scott doveva essere finito in infermeria, o forse era stato rimandato a casa. In entrambi i casi, non era pronto a rivederlo. Ammettere che quello che era successo l’aveva spaventato era un eufemismo.

Si era ripromesso di non perdere mai più il controllo sulle proprie emozioni, ma proprio quando credeva di aver imparato la lezione le sue certezze venivano meno.

Le lacrime gli pizzicarono le palpebre, ma conficcò le unghie nel polpaccio per calmarsi. Non era il momento, non ancora. Non piangeva da anni e non sapeva cosa sarebbe rimasto di lui se si fosse lasciato andare.

Thomas non aveva bisogno di nessuno. Cosa più importante, non voleva nessuno. Lo ripeté come un mantra, sradicando fili d’erba con precisione maniacale. Da quando era nato, era sempre stato solo. Coloro che aveva chiamato amici l’avevano tradito e umiliato, e ai suoi genitori non importava di lui; come tutti gli altri, l’avevano abbandonato nell’esatto istante in cui avevano capito che non sarebbe mai diventato quello che volevano per lui.

I suoi voti erano stentati. Era un fallimento per la squadra di basket e uno scacchista medio, che non avrebbe mai ottenuto risultati. Non aveva valore.

Aveva fatto sì che non gli importasse. Di essere ignorato quando tornava a casa, dei compagni che giravano la testa, dei risultati inesistenti. C’era riuscito davvero, o aveva mentito a se stesso per non vedere? La rabbia che provava era una prova sufficiente.

Aveva fallito di nuovo, ma ammetterlo non significava fosse pronto ad affrontarne le conseguenze. Si rialzò. C’era ancora un modo per sistemare tutto.

Contrariamente alle sue aspettative aveva trovato Scott nell’aula che il club di giornalismo condivideva con quello di arte, solo tra i fantasmi di farfalle tagliate nella carta velina e la lavagna d’ardesia che non veniva pulita da almeno un anno.

Aveva chiesto in giro. Nessuno aveva fatto la spia sulle prodezze di Steve e i professori avevano creduto alle scuse che aveva propinato loro senza troppe domanda. E perché non avrebbero dovuto? Quando era tornato a controllare le scritte sull’armadietto erano già scomparse e Scott era il migliore della scuola: se diceva di essere caduto dalle scale, che ragione c’era di dubitare?

Mancavano pochi minuti allo scadere della pausa pranzo. Doveva fare in fretta, ma vederlo in quello stato rendeva tutto così difficile.

Il suo ingresso non aveva distolto Scott dal continuare a digitare parole sulla tastiera del fisso senza internet messo a disposizione dalla scuola. Lo vide fermarsi, selezionare gran parte del suo lavoro e cancellarlo in uno sbuffo sconsolato.

Thomas bussò, riaprì la porta e la richiuse in un tonfo strategico. Solo allora Scott ebbe la compiacenza di girarsi e sobbalzò nel riconoscerlo.

«Non credevo potessi entrare qui come ti pare» Thomas deglutì a forza. Era una frase di circostanza e lo sapevano entrambi. Non gli era importato granché del suo club.

«Ho il permesso» Scott gli fece cenno di avvicinarsi. La luce bluastra del computer gli si rifletteva negli occhi arrossati, indugiando sulla crosta di sangue secco formatasi a metà del labbro. «Devo finire il mio articolo entro domani pomeriggio, ma questo catorcio non riconosce più la mia chiavetta, così devo scriverlo direttamente qui.»

Thomas fece in tempo a leggere un paio di righe prima che Scott abbassasse la finestra, rivelando i colori accesi dello sfondo preimpostato. «Che stai scrivendo?»

«La recensione di un film, ma per te è spoiler. So che negli ultimi tempi ti ho evitato, ma questo horror è così brutto che sarebbe perfetto per riprendere le vecchie abitudini. Questo sabato hai impegni?»

Anche se il ritmo della conversazione era normale, era chiaro che entrambi fossero sulle spine. Un nuovo minuto scattò sull’orologio nell’angolo a destra della barra dei comandi.

«Hai usato il fondotinta di mia madre?»

A giudicare dalla sua espressione, non era la risposta che aspettava. «No, sono tornato a casa verso le quattro. Mamma dormiva già, così non ha fatto storie.»

Avrebbe dovuto immaginarlo. Scott fissava lo schermo ignorando la sua presenza e Thomas dovette lottare contro se stesso per costringersi a dire quanto doveva quando l’unica cosa che avrebbe voluto fare era confessare che anche lui non vedeva l’ora di commentare insieme un altro stupido film. «Per quanto riguarda sabato, non credo verrò.»

Parve deluso, ma fu abile a nasconderlo. «Mi salvi, ho un sacco da studiare e credo passerò un altro weekend in bianco. Possiamo rimandare alla prossima settimana, o a quando preferisci.»

«Mai» La parola bruciò sulle labbra come fuoco. «Non vedo la ragione di vedersi ancora.»

«Certo, sì» Scott tornò a fissare lo schermo. «Non avrei dovuto chiederlo, scusa.»

Silenzio.

«È per quello che è successo ieri?» Suonò come un bisbiglio e per un attimo Thomas non fu certo di aver sentito bene. Scott aveva riaperto l’articolo e ripreso a scrivere, la velocità ridotta a un terzo di quella che gli aveva visto quando era entrato nell’aula. Digitava una parola per poi cancellarla e scriverla di nuovo.

No. «Sì» Non era abbastanza. «La persona che hai baciato ieri non era Steve, dico bene?»

«No.»

«Chi era?»

«Qualcuno che non conosci» La replica arrivò in fretta, ma Thomas non faticò a riconoscervi la bugia.

«Non hai baciato nessuno» Aveva creduto che l’esitazione di Claudia fosse dovuta al fatto che non volesse fargli sapere che si era messa in mezzo, ma il comportamento di Steve gli aveva aperto gli occhi su nuove ipotesi. Se a disturbare Will era stato l’atto e ciò che rappresentava, avrebbe picchiato anche lui, o chiunque avesse contraccambiato il bacio. Si fosse trattato di uno sconosciuto, o persino dello stesso Will, Claudia non avrebbe avuto ragione di tenerglielo nascosto.

La campana del rientro in classe li colse di sorpresa. Scott irrigidì le spalle, mentre Thomas già si allungava verso la porta.

«Stavo parlando con Steve» ammise Scott in un soffio. «Non mi ero accorto di Will e temo abbia sentito un po’ troppo.»

Aveva sperato lo contraddicesse, che iniziasse a raccontare scuse ridicole o una giustificazione perfetta al comportamento di Claudia che Thomas, nella limitatezza del suo intelletto, non era riuscito a vedere. Sapere di aver ragione lo spaventò e gli parve di trovarsi sospeso a quindici metri di altezza, in piedi su una corda sfilacciata, senza poter tornare indietro né avanzare.

«Anche se non credo ti interessi.»

«No, infatti» disse, prima che Scott potesse aggiungere altro. Sapeva già tutto quello che avrebbe potuto dire e sentirlo avrebbe avuto il solo effetto di rompere le sue difese. L’intera situazione gli era sfuggita di mano: se fosse stato capace di isolarsi davvero, non sarebbe successo nulla. Invece era lì, con un grumo di carne morta ma ancora pulsante all’altezza del petto e il ribrezzo in gola a soffocarlo.

Lasciò fluire la rabbia che gli esplodeva nel petto, lasciando che lo guidasse. «Non mi importa niente di cosa fai e cosa pensi di me, non siamo nemmeno amici, cristo santo. Cancella il mio numero o tatuatelo sul braccio, se ti va, ma non aspettarti che d’ora in poi risponda alle tue lagne. Sono qui solo per dirti di lasciarmi in pace.»

Non si voltò indietro. Non importava quali fossero i suoi pensieri: se l’esito era già scritto, l’unica vera scelta era non giocare. Perché se fosse rimasto, quando anche lui l’avesse abbandonato non sarebbe riuscito a sopportarlo.

Dedicato a Selena Leroy, l'alfa e l'omega, il principio e la fine (già, è l'ultimo *coff* retrolampo).

   
 
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