Storie originali > Horror
Ricorda la storia  |      
Autore: IndianaJones25    16/09/2021    1 recensioni
Ho sempre pensato che quello del giardiniere fosse un mestiere tranquillo. Sbagliavo.
Genere: Horror, Mistero, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
NESSUNO A SPINGERE IL TAGLIAERBA


    Come al solito, erano bastati pochi giorni di pioggia perché l’erba tornasse a crescere rigogliosa e a punteggiarsi di fiorellini colorati. Trovavo sempre sorprendente la rapidità con cui un giardino, tutto sommato ben curato – non per lodarmi, ma mi davo da fare – riuscisse a tramutarsi nel volgere di poco tempo in una specie di prateria selvaggia. Una volta rimasi assente per qualche mese a causa di altri e inderogabili impegni; al mio ritorno, trovai ad attendermi una vera giungla, nella quale fu difficile districarsi. Mentre tagliavo, potavo e sfoltivo, mi sentivo quasi come una specie di esploratore dei romanzi d’avventura che avevo letto da ragazzo. In ogni caso, mi era servita da lezione: mai indugiare troppo, con i giardini. Alla pari di noi, sono esseri viventi, e non devono essere mai trascurati. E, ve lo dico con il cuore, nemmeno insultati.
    Non era certo l’idea del giardinaggio a spaventarmi. Anzi, mi piaceva sempre mettermi all’opera, spingendo la falciatrice su e giù per i saliscendi di quel giardino irregolare, facendo lo slalom tra gli alberi e costeggiando i resti delle aiuole che, ormai da decenni, non avevano più visto crescere e sbocciare nessun fiore ornamentale. Soltanto qualche piccolo tulipano ormai inselvatichito nasceva ancora accanto ai melograni, nei punti da cui non erano mai stati tolti i bulbi sotterrati chissà quanti anni prima.
    Certo, se fosse dipeso da me, quell’immenso giardino si sarebbe tramutato in un tripudio di colori e di profumi, proprio come uno dei leggendari pairidaeza persiani. Lo avrei reso ancora più splendido di quanto non fosse stato ai tempi d’oro, quando il vecchio proprietario organizzava ricevimenti o invitava qualche signora dell’alta società a compiere delle passeggiate tra i vialetti, le siepi e i fiori colorati.
    Quando lo attraversavo mi guardavo attorno, immaginando di piantare là un cespuglio di rose, qui dei rododendri; laggiù ci sarebbe stato bene un miscuglio di tageti arancioni e gialli. In quel punto avrei tolto quelle piante ormai contorte e avvizzite e le avrei sostituite con qualche albero da frutta. L’aiuola rocciosa addossata al grande masso che era stato trovato sottoterra quando era stata costruita la villa sarebbe stata uno splendore di violette colorate. Le fioriere accanto alla piscina ormai vuota, scrostata e nera di sporcizia, anziché per quelle erbacce rinsecchite, sarebbero state la dimora ideale per gigli, dalie, tulipani, narcisi e garofani profumati. E, naturalmente, il pergolato sarebbe stato il sostegno ideale per il glicine dai fiori purpurei. Sarebbe stato come tornare indietro nel tempo, a quei tempi lontani in cui questo luogo vide i propri più alti fasti.
    Niente da fare, invece. Da quando il vecchio proprietario della villa era morto, ormai quasi centenario, una quindicina d’anni prima, molti dei miei compiti erano stati ridotti oppure del tutto annullati dall’unico erede. Erede a cui, purtroppo, non importava un accidente né della villa né del giardino.
    «Occupati del prato e dei rami, giusto per dare l’impressione che il posto non sia disabitato, nel caso che a qualcuno venisse la malaugurata idea di occuparlo abusivamente», mi disse, dopo il funerale. «Il resto lascialo perdere, sono solo spese inutili.»
    Da quel giorno, non lo avevo mai più visto. Si limitava a telefonare una o due volte l’anno – a volte neppure quelle – giusto per sapere come andassero le cose, e a versarmi mensilmente lo stipendio. L’idea di abitare nella villa non lo aveva sfiorato neppure per un istante. Venire a stare in provincia, lui, il celebre produttore cinematografico, sempre impegnato da feste private, ricevimenti e altre simili amenità? Nemmeno a parlarne. Se non aveva venduto la villa, mi confidò un giorno al telefono, era soltanto perché la trovava inquietante, e contava di utilizzarla come set per un film dell’orrore, una volta o l’altra.
    Riguardo a questo, non sapevo certo dargli torto. Mi metteva angoscia anche soltanto a guardarla, quella costruzione. Avevo l’impressione che, il giorno in cui era morto il proprietario, anche la villa avesse reso l’anima. Un cadavere di pietra e mattoni. Per questo, quando venivo qui, badavo soltanto al giardino e alla rimessa in cui tenevo i miei attrezzi, e cercavo di non spingere mai il mio sguardo verso la vecchia dimora.
    Era cupa, scura. Il tempo l’aveva annerita ancora di più. Le ampie tapparelle abbassate, di legno come si usava molti anni fa, erano scrostate e, qua e là, bucherellate dalla grandine. C’era soltanto una finestra con la tapparella sollevata, al secondo piano, proprio quella della stanza in cui il proprietario aveva esalato il suo ultimo respiro. Chissà perché era rimasta aperta. Ogni volta che ci transitavo davanti, provavo l’angosciosa sensazione che qualcuno mi stesse osservando da dietro il vetro opaco e macchiato. I rami ombrosi dei deodora tutto attorno la sfioravano come dita, si protendevano verso il tetto dalle tegole mosse e screziate di scuri licheni. La pioggia era penetrata all’interno, era sufficiente dare un’occhiata ai muri gonfi e macchiati per rendersene conto. Mentre il giardino era vivo, la casa sembrava proprio morta, o tutt’al più malata senza rimedio e prossima alla morte.
    Per mia fortuna, non ci dovevo entrare. Avevo le chiavi, d’accordo, ma non avevo ragione di farlo. Io ero il giardiniere e basta. Ricordo che, appena dopo la dipartita del padrone, continuò a venire la domestica per fare le pulizie. Mi piaceva, quella ragazza. Ero innamorato di lei e, per corteggiarla, la portavo a spasso per il giardino, facendole ammirare le aiuole di cui, all’epoca, potevo ancora prendermi cura con amore. Poi, però, l’erede del proprietario ritenne inutile continuare a fare le pulizie là dentro – anzi, per i suoi piani cinematografici a lungo termine, più la casa ammuffiva e si riempiva di polvere e ragnatele, e meglio sarebbe stato – e la licenziò. Lei non ebbe alcunché da obiettare: la villa era diventata spaventosa pure per lei, e inoltre si portò a casa una ricca buonuscita. Purtroppo per me, non la vidi mai più, e seppi in seguito che si era sposata. Così va la vita.
    Io, comunque, cercavo sempre di guardare quella vecchia e cadente villa il meno possibile. Mi angosciava con la sua presenza. Il giardino, invece, mi rassicurava. Restai sulla mia posizione a lungo, per circa quindici anni. Poi, però, accadde quella cosa che mi fece completamente cambiare idea. Perché la villa continuò a essere una villa, una costruzione come qualunque altra, un po’ decrepita, forse persino pericolante, dopo anni e anni di abbandono. Il giardino, al contrario… il giardino divenne quell’inferno da cui non seppi mai come feci a salvarmi…

    Era piovuto per giorni, come dissi. Di conseguenza, l’erba doveva essere cresciuta. Non mi sbagliavo. Quando varcai il cancello, trovai ciuffi verdi e rigogliosi dappertutto. In certi punti era persino fiorita: fiori gialli di dente di leone, quelli violetti del trifoglio, bianche pratoline e altri, minuscoli e rossicci, molto carini invero, di cui non sono mai riuscito a scoprire il nome.
    Insomma, era venuto il momento di accendere il tagliaerba e ricominciare tutto da capo. Ho sempre trovato che prendersi cura di un prato sia un po’ come voler raccogliere le foglie secche dove ci sono soltanto alberi sempreverdi, che le foglie non le perdono soltanto in autunno, ma durante tutto il corso dell’anno: il supplizio di Sisifo. Appena hai finito, devi ricominciare da capo un’altra volta, come se non avessi fatto nulla. Ma quello era il mio mestiere, dopotutto, e mi piaceva.
    Entrai nel capanno. Mi accolse il familiare odore di terriccio, erba secca, olio per motore e benzina. Tolsi la camicia – la giornata era calda e umida – la buttai sul banco da lavoro e infilai i guanti. Mi avvicinai alla falciatrice e, dopo aver rabboccato l’olio e aver versato benzina nel serbatoio, la spinsi all’esterno. Una volta avevo persino un trattorino. Quando ci montavo sopra mi sentivo come il vecchietto di quel film di David Lynch. Poi però si era rotto e, nonostante i miei reiterati tentativi di messa a punto del motore, non ne aveva più voluto saperne di accendersi. L’erede del proprietario, ovviamente, aveva fatto orecchie da mercante di fronte alle mie domande di riparazioni costose o addirittura di sostituzioni. Così, colto da un malinconico sentimento poetico, avevo svuotato il serbatoio e avevo spinto il defunto trattorino tra due alti, scuri e appuntiti cipressi, all’estremità settentrionale del parco: lo consideravo come un monumento all’incuria, all’abbandono, al degrado, finanche alla morte.
    Come ebbi posizionato il tagliaerba sul prato, mi accinsi alla solita opera. Afferrai il cordoncino dell’avviamento e tirai. Il motore, che non mi aveva mai tradito, non mi deluse nemmeno questa volta. Si avviò al primo colpo, con un rombo sonoro e maestoso. Marca Alpina, mica paccottiglia cinese. Cominciai a spingere, tracciando una linea di rasatura in mezzo alle erbe alte.
    Amavo il mio lavoro. Lo trovavo appagante e, per di più, mi aiutava a tenere sempre sotto controllo la mia pancia, che aveva l’abitudine di crescere e crescere e crescere, soprattutto quando mi ricordavo di avere un armadietto pieno di liquori e mi davo al suo sistematico saccheggio. Ciascuno ha le proprie debolezze.
    Stavo affrontando un tratto particolarmente rognoso – una salita piuttosto ripida su cui crescevano quattro palme mezze secche, i cui tronchi mi costringevano a compiere delle svolte continue – quando notai qualcosa con la coda dell’occhio. Un movimento in direzione della villa.
    Mi fermai e mi voltai a guardare in quella direzione, per accertarmi che non fosse entrato nessuno. Di quando in quando, un mio amico veniva a chiedermi un po’ della legna che tagliavo. Qualche volta, poi, erano entrati dei ragazzini, di nascosto. Uno di loro, una volta, si era persino fatto male, inciampando sopra una pietra; e, nonostante lui e i suoi amichetti avessero violato una proprietà privata, i genitori avevano chiesto un risarcimento. Il produttore, alla fine, aveva pagato, per evitare di avere rogne e di perdere tempo. «Dovevo andare a una festa», si giustificò al telefono con il suo accento strascicato da bauscia milanese, quando gli domandai perché avesse ceduto tanto in fretta. A me aveva dato l’incarico di costellare il muro di cinta del giardino di cartelli che proibivano l’ingresso. Ma avevo imparato da tempo che la gente, una volta terminate le scuole dell’obbligo, disimpara a leggere. Analfabetismo di ritorno.
    Non vidi nulla di sospetto. Non c’era nessuno, perlomeno non nel mio campo visivo. Dovevo essermi sbagliato. Ripresi a spingere, imprecando contro la fantasia malata del mio lontano predecessore che, una settantina d’anni prima, aveva piantato quelle palme in una posizione tanto scomoda e assurda. Per fortuna, da qualche mese, si erano beccate il punteruolo rosso e stavano avvizzendo a vista d’occhio: non vedevo l’ora che si seccassero completamente per togliermi la personale soddisfazione di abbatterle.
    Il movimento si ripeté. Stavolta fui certo di non essermi sbagliato. Avevo visto chiaramente una sagoma muoversi vicino alla vetrata della veranda, là in alto. E non mi pareva che si trattasse di uno degli innumerevoli gatti che abitavano nella zona.
    Con un colpo secco spensi la falciatrice, la misi di traverso per evitare che scivolasse all’indietro e mi incamminai a grandi passi in quella direzione. Se fosse stato il mio amico, mi avrebbe senza dubbio già chiamato e salutato. Il silenzio, invece, mi diceva che c’era un intruso. Se erano di nuovo quei ragazzini, li avrei spediti a calci in culo a giocare da un’altra parte…!
    Mi fermai accanto alla vetrata, nel punto in cui avevo notato il movimento. Non vidi niente e nessuno, ma la cosa non mi sorprese: c’erano mille e un nascondiglio dove celarsi. Cespugli, anfratti, rientranze, tronchi nodosi. C’era soltanto l’imbarazzo della scelta. E io, a dire il vero, non avevo voglia di controllare ogni recesso per stanare l’intruso.
    «Ora farò il giro della casa!» annunciai ad alta voce. «Non voglio trovarmi davanti nessuno, chiaro?! Il cancello sapete bene dov’è, e come siete entrati scavalcandolo potere anche uscirne! Altrimenti non mi interessa se è sfruttamento del lavoro minorile: se vi becco, vi faccio tagliare tutta l’erba e dopo vi metto a spaccare la legna, così, oltre all’educazione, imparate anche un mestiere!»
    Come detto, cominciai a camminare lungo il selciato circostante la villa. Era coperto di foglie secche e i rami dei cespugli, spesso, rendevano difficoltoso passare. Mi sentivo inquieto, e attribuii questa sensazione all’estrema vicinanza della dimora. Capitava di rado, in effetti, che mi trovassi tanto vicino all’edificio.
    Stavo litigando con alcuni rami di oleandro che sembravano più che mai decisi a sbarrarmi il passo, quando udii un rumore inconfondibile: in giardino, qualcuno aveva acceso il tagliaerba. Ma brutti figli di…! Che cavolo stavano cercando di fare?!
    Lasciato perdere l’oleandro – mentalmente, mi dissi che sarei dovuto tornare con un grosso paio di cesoie a fare un bel lavoro di potatura – compii a ritroso la strada e tornai da dove ero venuto. Mi fermai al margine del prato, per guardare.
    Il tagliaerba era acceso e stava scivolando giù dal saliscendi. Non vidi traccia del burlone che mi aveva giocato quello scherzo. Dovevo affrettarmi, se volevo evitare che la falciatrice acquistasse troppa velocità; rischiava di rovesciarsi e di spandere tutto attorno il contenuto del serbatoio. Con quello che costava la benzina, poi.
    Partii all’inseguimento. Lì per lì, mentre mettevo un passo dopo l’altro, non mi parve che ci fosse nulla di strano – a parte il fatto che un estraneo rompipalle mi avesse interrotto nel mezzo del lavoro. Poi, però, mi resi conto di una cosa. Anziché prendere sempre più velocità, come ci si aspetterebbe da quattro ruote abbandonate a se stesse lungo un pendio, la falciatrice procedeva con lentezza, quasi con cautela, come se una mano invisibile la stesse trattenendo.
    «Sciocchezze», bofonchiai. Era chiaro che, a causa dell’erba alta e ancora umida, le piccole ruote di gomma faticassero ad andare avanti. Le mani invisibili, semplicemente, non esistevano.
    Allungai il passo, dovevo fare in fretta. Mentre correvo, non badai a dove stessi mettendo i piedi… e, così, a un certo punto, senza neppure accorgermi come avessi fatto, mi ritrovai lungo disteso.
    «Mannaggia la miseria!» imprecai.
    Mi ero fatto male a una spalla e mi ero graffiato al fianco. Tutto perché qualche ragazzino stupido aveva voglia di fare scherzi. Ma sarebbero ricominciate le scuole, prima o poi, e allora avrebbero finalmente cessato di andarsene in giro a spaccare l’anima alla gente!
    Brontolando maledizioni, mi misi a sedere. Mi guardai attorno, confuso. Per quanto assurdo potesse sembrare, non ero affatto nel punto in cui mi sarei dovuto trovare. Un attimo fa stavo correndo in mezzo al prato, verso il monticello delle palme, e ora ero in mezzo ai cespugli di alloro! Come diavolo avevo fatto a finirci? Nemmeno se avessi rotolato per un quarto d’ora sarei potuto arrivare fino a qui!
    Mistero. Forse, tutto sommato, dovevo smettere di saccheggiare l’armadietto dei liquori, quando ero a casa. Ottima è l’acqua, come diceva quello.
    Mi alzai, rinunciando a trovare una spiegazione. Per il momento nemmeno mi interessava. Sentivo il tagliaerba in funzione e dovevo raggiungerlo. Dire che cominciassi a essere arrabbiato è poco. Ero furioso e incazzato come una faina! E le faine, quando si incazzano, spaccano tutto e fanno una strage…!
    Sapevo che c’era un varco, in mezzo agli allori. Lo avevo percorso decine… forse addirittura centinaia di volte. Era sempre stato lì. Solo che, adesso, non c’era più. Con mio sommo sconcerto, mi accorsi di essere circondato da una totale e inestricabile barriera verde e aromatica. Possibile che, dall’ultima volta, i rami fossero cresciuti fino a intrecciarsi in quella maniera? Mi sembrava quantomeno illogico: gli alberi crescono, d’accordo, ma non così rapidamente…
    Un rumore secco e improvviso mi fece sobbalzare. Rami che si spezzavano, accompagnati da un suono che conoscevo bene: il motore del tagliaerba! Qualche disgraziato lo stava spingendo in mezzo agli allori!
    « Ehi, ferma! » sbraitai. « Se me lo spaccate, giuro che vi polverizzo il sedere a furia di prendervi a calci! »
    Le mie parole caddero nel vuoto. I rami continuarono a spezzarsi, e il tagliaerba venne avanti con un ruggito… e fu in quel momento che mi accorsi che andava da solo, che davvero si muoveva verso di me senza che nessuno lo spingesse! Era assurdo, eppure era vero!
    Mentre lo guardavo sbalordito, con la bocca semiaperta, il tagliaerba aumentò la sua andatura… mi si scagliò addosso, letteralmente! Per evitarlo dovetti balzare di lato, gettandomi in mezzo agli allori. Le foglie e i rami mi ferirono al torso e alle braccia, ma non me ne curai: sapevo solo di dover scappare. Alle mie spalle, sentivo rombare il motore e un rumore di foglie e di legno triturati: il tagliaerba mi inseguiva, mi inseguiva! Solo che, adesso, più che un tagliaerba sembrava essersi tramutato in uno di quei macchinari che triturano gli alberi fino a ridurli in segatura e che nemmeno mi ricordavo come si chiamassero…!
    Mi feci largo tra le foglie e i rami. Sembrava quasi che si opponessero, che cercassero di afferrarmi, di trattenermi, di buttarmi indietro… e, forse, era davvero così, ormai non mi sarei stupito più di nulla. La percezione della realtà tende a mutare, quando sei inseguito dal tuo tagliaerba. Provare per credere.
    Finalmente fui di nuovo sul prato. Ma non potei fermarmi, perché il tagliaerba incalzava, sempre più veloce e disposto a triturare tutto ciò che avesse incontrato sul suo cammino. Me compreso, ovviamente. E io che avevo pure avuto l’idea di fargli il pieno!
    Mi gettai di corsa lungo i saliscendi. Gli alberi frusciavano e sussurravano, si agitavano, eppure non c’era una bava di vento. L’erba… l’erba! L’erba si allungava, mi cresceva tutto attorno, cercava di imprigionarmi le gambe!
    « È solo un incubo! » pensai. « Deve essere soltanto un incubo! »
    Intanto, però, correvo, correvo, correvo. Incubo o no, non avevo voglia di provare sulla mia pelle le lame della falciatrice. Le avevo persino riaffilate di recente ed erano diventate simili a rasoi, un lavoro che, lì per lì, mi aveva molto soddisfatto. Ora non ero più tanto sicuro di aver avuto una buona idea.
    Scartai di lato, perché avevo avuto una trovata. Ero arrivato alla montagnola delle palme, e se l’avessi risalita, quell’aggeggio si sarebbe trovato in difficoltà. Almeno, così speravo.
    Cominciai ad arrampicarmi, ma un pugno frondoso mi colpì al volto e mi scaraventò in terra. Sputando sangue, cercai di sollevarmi. Il rombo era alle mie spalle, ma c’era anche un altro suono, un ronzio acuto, che proveniva da davanti a me. Alzai lo sguardo e ciò che vidi mi inorridì.
    Le palme si erano radunate di fronte a me! E, tra le mani, impugnavano delle lunghe motoseghe accese! Non chiedetemi come fossero fatte le mani delle palme, vi dico che era così e basta!
    «Ah, e così aspettavi di vederci seccare per tagliarci, vero?!» disse una voce bassa e profonda, con accento siculo – erano palme provenienti da qualche parte della Sicilia. «Perché non facciamo cambio, che ne dici? Magari lo hai beccato tu, il punteruolo rosso!»
    Una lama rotante fu calata con un fendente verso di me. La evitai appena in tempo, rotolando di lato. Proseguendo nella sua corsa, la motosega colpì invece il tagliaerba, che mi aveva quasi raggiunto alle spalle. La macchina ululò e ruggì come una belva ferita, poi esplose. L’incendio si propagò repentinamente e le fiamme si innalzarono fino alle chiome delle palme. Mentre mi allontanavo di corsa, mi parve di udire delle urla terribili levarsi dalle piante.
    Ma non era finita.
    Corsi, corsi fin quasi a farmi scoppiare i polmoni. Raggiunsi la rimessa, deciso a barricarmi dentro fino a quando… boh… finché non avessi avuto le idee più chiare.
    Entrai e mi chiusi la porta alle spalle. Restai ansante, a occhi chiusi, cercando di riprendere fiato, seduto in terra con le spalle contro la porta. Finalmente, controllando il tremito alle gambe, riuscii a voltarmi e a sollevarmi quel tanto che bastava per guardare fuori. Sbirciai dalla finestrella, l’unica fonte di illuminazione, che lasciava filtrare una luce giallognola e polverosa. All’esterno, adesso, sembrava tutto tranquillo. Vedevo balenare le fiamme nel punto in cui era scoppiato l’incendio. Forse dovevo chiamare i pompieri…
    Uno scricchiolio dietro di me mi indusse a voltarmi. Restai a bocca aperta.
    Un oleandro enorme riempiva quasi completamente la rimessa. Ciascuno dei suoi rami sorreggeva un paio di cesoie. Capii che erano per potare me come io avevo pensato di potare lui.
    Tentati la porta, ma la pianta fu più rapida di me.
    Urlai.


    Poi mi sono svegliato e il sogno è finito. Ma è stato solo un sogno? Me lo sono chiesto mille volte. Certo, mi sono risvegliato nel mio letto, però… ero graffiato e sudato, e tra le lenzuola ho trovato delle foglie. Può anche essere che la loro presenza casuale mi abbia indotto a sognare… non so.
    Da allora, però, non ho più rimesso piede alla villa e, soprattutto, nel suo giardino. Ho semplicemente alzato il telefono, ho chiamato il produttore cinematografico e gli ho detto che mi licenziavo come giardiniere. Poi, ripensando a come avessi saputo affrontare quei pericoli, gli ho chiesto se per caso gli servisse uno stuntman e ha detto sì.
    Ora lavoro per lui come stuntman. All’occorrenza, se serve per qualche scena, affronto coccodrilli a mani nude, guido macchine in fiamme, salto per decine di metri, affronto sparatorie e mi getto con il paracadute da aerei pronti a esplodere. L’unica clausola che ho voluto inserire nel contratto, è stata quella di non partecipare al film horror ambientato nella villa – e nel suo giardino – qualora lo girasse davvero. Per il resto, mi presto a ogni tipo di cosa che mi venga richiesta.
    Credetemi, sono lavori molto meno pericolosi che occuparsi di giardinaggio, e sono anche meglio pagati.
   
 
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Horror / Vai alla pagina dell'autore: IndianaJones25