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Autore: IndianaJones25    19/09/2021    2 recensioni
Quella mattina, leggendo il giornale mentre beveva il solito caffè, il signor Ammazzalamorte apprese di essere trapassato in un disastroso incidente stradale avvenuto la sera precedente, lungo la tangenziale ovest.
Genere: Mistero, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Nonsense | Avvertimenti: nessuno
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L’UOMO CHE SCORDÒ DI MORIRE


    Quella mattina, leggendo il giornale mentre beveva il solito caffè, il signor Ammazzalamorte apprese di essere trapassato in un disastroso incidente stradale avvenuto la sera precedente, lungo la tangenziale ovest.
    Non ci si poteva sbagliare: Ugolino Ammazzalamorte, di anni quarantasette, geometra presso il municipio, scapolo, lasciava gli anziani genitori, una sorella e un nipote. Lo piangevano i colleghi. Il sindaco, il dottor Poltronario, aveva proclamato che si sarebbero osservati trenta secondi di silenzio a mezzogiorno. La nota biografica tracciata dal giornalista che aveva scritto quel trafiletto era semplice, fredda, impersonale, ma dettagliata sufficientemente da non poterci scappare. Il cadavere estratto dalle lamiere contorte, sfigurato e ridotto a un ammasso irriconoscibile e sanguinolento dopo che l’automobile era stata triturata da un pesante camion sbandato a causa della pioggia, era proprio il suo.
    Salvo, naturalmente, un dettaglio non da poco: non era affatto un cadavere, lui, ma un uomo vivo e in salute, intento a sfogliare il quotidiano del mattino e a bersi in santa pace il suo caffelatte bollente.
    «Che robe assurde, guarda te che cosa mi tocca leggere», bofonchiò il signor Ammazzalamorte, dando un’ultima occhiata all’articolo prima di voltare con distrazione la pagina, «e poi si dice che i giornalisti, quando scrivono, sono sempre preparatissimi!»
    Non commentò oltre quell’assurda situazione, riservandosi di farci quattro risate con i colleghi, al lavoro, e andò avanti nella lettura delle notizie.
    Però, mentre dava un’occhiata alla pagina sportiva, venne colto da un dubbio repentino. Non sarebbe stato meglio avvertire i familiari, soprattutto gli attempati genitori, che erano entrambi malati e deboli di cuore? Forse sarebbe stata una mossa saggia. Non poteva permettere che suo padre rischiasse l’ennesimo infarto nel venire a conoscenza di quello che, a ben vedere, doveva essere stato solamente uno scherzo di pessimo gusto. Decise, dunque, di fare una veloce telefonata alla sorella, per metterla in avviso; una volta rassicurata lei, difatti, non ci sarebbe stato alcun problema a farlo anche con i due vecchi, che non avrebbero così avuto il timore di ricevere una telefonata direttamente dall’aldilà.
    Si alzò e raggiunse l’antiquato apparecchio in bachelite, che aveva acquistato a un mercatino dell’usato – gli piaceva l’arredamento vintage, trovava che desse alla casa un tocco più caloroso e accogliente. Sollevata la cornetta, compose il numero sulla ghiera rotante. A rispondergli, però, fu soltanto il prolungato tutu del telefono libero, senza che nessuno prendesse la comunicazione.
    «Strano che sia già uscita, a quest’ora: è senza lavoro, non ha nulla da fare, in giro», commentò Ammazzalamorte un po’ sorpreso, riattaccando dopo aver atteso invano per quasi due minuti.
    Rifletté un istante, dando una veloce occhiata all’orologio a pendolo. Era ancora presto, quindi poteva recarsi di persona a casa della sorella senza rischiare di fare tardi al lavoro. Indossò il soprabito e scese in garage per prendere la macchina. Ma una brutta sorpresa lo attendeva.
    «Ma porca puttana di una vacca troia! Mi hanno fregato la macchina!» imprecò, trovando la rimessa vuota.
    La basculante era chiusa e non sembravano esserci segni d’infrazione. Era come se l’automobile si fosse volatilizzata. Non aveva mai sentito dire di ladri così gentile da richiudere tutto, dopo aver fatto i comodi loro. Lo colse un dubbio, poi un pensiero distorto, che a poco a poco si concretizzò in una certezza. Il giorno prima gli avevano portato via la macchina con il carro attrezzi per… cos’era successo? Una botta? Una noia al motore? Come diamine aveva fatto a scordarsene?
    «Troppo stress, è questa vita frenetica», bofonchiò. «Ci succedono così tante cose tutte insieme che poi non ci si ricorda mai di nulla.»
    Lasciando perdere la macchina, decise di andare a piedi. Un poco di moto non gli avrebbe fatto male. Gli sembrava di aver tenuto un po’ troppo le gambe distese, ultimamente. Prese con sé un ombrello, dato che aveva piovuto per tutta la notte e il cielo minacciava ancora acqua, e uscì di casa.
     L’abitazione di sua sorella Ornella distava soltanto un paio di chilometri, per cui la raggiunse in poco più di un quarto d’ora. Suonato il campanello, rimase in attesa, sperando che, nel frattempo, qualcuno fosse rientrato.
    Sulla porta comparve il suo barbuto cognato, Sergio Casetta. Quell’uomo assomigliava ogni giorno di più a un orso, tanto nell’aspetto quanto nei modi di fare.
    «Sì?» chiese infatti bruscamente, con il suo vocione.
       «Ciao Sergio, c’è mia sorella, per favore?»
       L’uomo strabuzzò gli occhi, prima di rispondere, in maniera sospettosa: «Ci conosciamo?»
     Questa volta, a essere stupito, fu Ammazzalamorte, che disse: «Be’, direi proprio di sì. Sto cercando Ornella, e non sono in vena di scherzi, stamattina.»
     «Mia moglie è via, al momento, caro signore. E non ho idea di chi sia sua sorella, di sicuro non vive qui dentro» sbottò Sergio, più burbero che mai.
    «Ma come…» tentò di protestare l’altro, ma Sergio continuò: «Mia moglie Ornella è andata alle camere mortuarie dell’ospedale, in visita a suo fratello che è morto la notte scorsa, e non può certo perdere tempo con lei, oggi. Torni domani, se crede. Buongiorno.»
    Ad Ammazzalamorte parve di cadere dalle nuvole. Possibile, si disse, che suo cognato non lo avesse riconosciuto? E come poteva, sua sorella, essere in visita al cadavere di suo fratello, se lui stesso si trovava lì, vivo e vegeto?
    «Devono avere bevuto, stanotte… lo fanno sempre più spesso, da quando hanno perso entrambi il posto di lavoro, ma non credevo che arrivassero a certi punti», commentò con un’alzata di spalle, andandosene da quel luogo in cui non aveva altro da fare.
    Non volendo disturbare i genitori così presto, decise di andare prima di tutto in municipio, per comunicare ai colleghi la spassosa notizia della propria dipartita. Chissà che cosa avrebbero detto, scoprendo che, a sentire l’articolista, per commemorarlo si era scomodato addirittura il sindaco Poltronario – che lui non aveva neppure mai incontrato.
    «Ogni occasione è buona per ridere, per quelli lì, vedrai oggi come si sbellicheranno», pensò, dirigendo i passi verso la piazza centrale del paese.
    Anche sul posto di lavoro, un luogo che vedeva tutti i giorni, ebbe però un’amara sorpresa.
    Appena entrato, infatti, salutò come sempre calorosamente l’impiegata Guendaluccia, una bionda di mezza età di cui era segretamente innamorato da anni; ma, anziché l’allegro «Ciao, ciao» che ne riceveva in cambio ogni giorno, si sentì rispondere: «Buondì. Posso esserle d’aiuto?» in una maniera davvero molto formale.
    Credendo in uno scherzo, rispose, con una risata: «No, grazie: penso che riuscirò a trovare da solo la strada del mio ufficio.»
    La donna lo scrutò con aria indagatrice e sospettosa. Poi ripeté: «Il suo ufficio? Lei è stato assunto di recente? Non ho il piacere di conoscerla, temo.»
    Adesso, Ugolino guardò senza più sorridere la segretaria.
    «E dai, Guendaluccia, finiscila con gli scherzi. Oggi non è una bella giornata… mio cognato e mia sorella si sono ubriacati nuovamente.»
    Fece per avviarsi in direzione dell’ufficio, ma la donna lo richiamò.
    «Mi scusi, signore, ma quella è un area riservata il cui accesso non è libero. Deve prendere un appuntamento, se vuole parlare con qualcuno», gli disse.
    «Oh, insomma, ma cosa stai dicendo? Ma davvero non mi riconosci?» sbottò Ammazzalamorte, sul punto di perdere la pazienza.
    «Non ci siamo mai visti prima d’ora, signore!» rispose lei a voce più alta, guardandolo storto da dietro gli occhiali dalla montatura fucsia e alzandosi dalla sedia per fronteggiarlo meglio.
    «Ma che dici, che sono vent’anni, ormai, che lavoriamo qui tutti e due e che una sera sì e l’altra pure ti invito a uscire a bere qualcosa e tu dici sempre no, no e no», fece Ugolino, nervoso. «Senti, se oggi sei in vena di burle, be’ non lo sono io! Ti saluto!»
    Si diresse con passo rapido lungo il corridoio, senza notare che la donna aveva alzato la cornetta del telefono. Ammazzalamorte non fece nemmeno in tempo ad aprire la porta del proprio ufficio che Gaspare, il comandante dei vigili urbani, lo aveva già raggiunto.
    «Buona giornata», fece il poliziotto, con aria di noncuranza, come se passasse di lì per caso. «Mi farebbe vedere un documento, per favore?»
    «Ma dai, Gaspare, ti ci metti pure tu?» brontolò Ugolino, voltandosi e riconoscendo al primo colpo il vigile.
    «Per favore, non mi dia del tu, e mi consegni la carta d’identità. Se si rifiuta, mi vedrò costretto a condurla con me al comando per accertamenti!»
    Robe da matti. Dovevano essere tutti quanti impazziti, quel giorno. Ma che cosa stava succedendo? Possibile che stessero complottando contro di lui, organizzando uno scherzo del genere? E per cosa, poi? Fosse stato il primo di aprile avrebbe potuto capirlo, ma che senso aveva mettersi a scherzare così, in novembre?
    Scrollando le spalle, Ugolino si risolse a prendere dal portafogli il documento per mostrarlo al vigile. Solo che, quando mise la mano nella tasca del cappotto, la trovò vuota.
    «Dov’è finito…?» borbottò, tastando meglio le altre tasche del cappotto.
    «Allora, questa carta d’identità?» incalzò il poliziotto.
    Ugolino gli lanciò un’occhiata imbarazzata.
    «Un momento, non trovo il portafogli…» si scusò.
    Non gli era mai capitato di non portarlo con sé. Come aveva potuto dimenticarlo a casa? Eppure, non lo toglieva mai di tasca, proprio per essere sicuro. Un’immagine gli esplose nella mente, ma non riuscì a metterla a fuoco. Si concentrò, cercando di capire dove fossero finiti i suoi documenti. Vide un carabiniere inginocchiato, che si rialzava leggendo la sua carta d’identità e la sua patente… ma sì, certo! Ora rammentava: il giorno prima, quando gli avevano portato via la macchina con il carro attrezzi, aveva mostrato i suoi documenti a una pattuglia dei carabinieri. Pioveva forte, in quel momento. Forse l’agente, nella fretta di rientrare in macchina, si era dimenticato di restituirglieli…
    «Purtroppo c’è un problema», borbottò. «Ieri i carabinieri mi hanno portato via i documenti, per errore…»
    Il vigile si mise a braccia conserte. Dall’espressione sul suo viso, era chiaro che non credesse a una sola parola. Tuttavia, si mantenne calmo.
    «Vuole, allora, declinarmi lei, le sue generalità?»
    Ugolino cercò di non imprecare. Doveva rimanere calmo. La situazione era assurda, ma lui doveva rimanere calmo. Disse nome e cognome, data di nascita e indirizzo, proprio come se li stesse comunicando all’ufficio dell’anagrafe. Infine, però, non riuscì a trattenersi.
    «Però, cazzo, è una vita che ci conosciamo! C’era proprio bisogno…?» Le parole gli morirono in bocca vedendo che l’agente abbassava la mano verso la pistola con aria sospettosa. L’espressione sul suo viso era tremendamente seria.
    «Vuole ripetere, per favore?» indagò Gaspare, scrutandolo dall’alto in basso. «Lei sostiene di essere il signor Ugolino Ammazzalamorte, geometra del comune?»
    «E chi dovrei essere, altrimenti?» si lamentò Ugolino, che cominciava a sentirsi davvero disperato. Non ne poteva più. Gli scherzi gli erano sempre piaciuti, ma non così...
    «Peccato, caro signore, che io conosca di persona il signor Ammazzalamorte da anni, e lei non gli somiglia affatto, proprio no. Per favore, se ne ha uno con sé, mi consegni il suo vero documento, o sarò costretto, mio malgrado, a sospettare che lei stia cercando di introdursi in questo ufficio per scopi illeciti, sfruttando l’identità di un poveraccio che, soltanto poche ore fa, è stato ridotto a un ammasso di gelatina da un camion!»
    Ugolino si sentì precipitare il mondo addosso. Se le cose stavano a quel punto, non avrebbe potuto tollerare oltre.
    «Non so cosa vi siate messi in testa, tu e la Guendaluccia, quest’oggi!» esclamò. «Ma se, evidentemente, non la volete finire di prendermi in giro, be’ vi costringerò a farlo! Uno scherzo è bello quando dura poco! Quindi, o voi mi porgete le vostre scuse e la piantate con questa stupida faccenda, o io mi vedrò costretto a sporgere denuncia!»
    «Minaccia, dunque?» domandò il poliziotto, accennando l’ombra di un sorrisetto. «Bene, allora venga con me!»
    Lo afferrò per il braccio e fece il gesto di volerlo trascinare via, ma Ammazzalamorte fu più rapido di lui. Liberatosi con uno strattone violento, corse via, volendo mettere quanta più distanza possibile fra sé e quei pazzi.
    Uscì nella strada oppressa dal cielo plumbeo. Riprese fiato per un momento ma, avvertendo alle proprie spalle i passi affrettati di Gaspare che lo rincorreva, ricominciò a scappare.
    Raggiunse una fermata degli autobus e salì al volo sul mezzo che, proprio in quel momento, stava per chiudere le portiere. Messosi a sedere, osservò di nascosto da dietro il finestrino appannato il poliziotto che, uscito in quel momento dal municipio, si guardava affannosamente intorno alla sua ricerca.
    L’autobus si mise in moto.
    Scuotendo la testa per l’assurdità di quella situazione, Ugolino controllò dove fosse diretto il mezzo: la destinazione indicata dal quadrante luminoso sopra la cabina dell’autista era l’ospedale. Tanto meglio: almeno, avrebbe potuto parlare con sua sorella, apparentemente intenta a vegliare il suo cadavere. L’avrebbe costretta a seguirlo a casa, dove le avrebbe fatto passare la sbornia; perlomeno, avrebbe risolto quel problema. Allo scherzo di quei due idioti, invece, avrebbe pensato più tardi.
    L’ospedale era una struttura che gli era sempre apparsa piuttosto cupa; ma ancora più soggezione gli incutevano le camere mortuarie, quegli ambienti disadorni e freddi, avvolti da un inquietante silenzio. Non gli era mai piaciuto osservare l’andirivieni dei parenti in lacrime; di gran lunga, preferiva quei visitatori schiamazzanti e con dei sorrisi sulle labbra, che si recavano solo per rispetto di una formalità a visitare la salma e, nel ritrovare amici non più visti da anni, anch’essi giunti al capezzale del defunto, si salutavano con calore, ricordando ad alta voce i tempi trascorsi a fare baldoria in compagnia del povero estinto.
    Sceso dall’autobus, infilò le mani in tasca e percorse a passi lenti, con la cadenza di un corteo funebre, il vialetto che, snodandosi nel mezzo di un piccolo parco, conduceva all’obitorio. I cipressi e i cedri deodara erano carichi di umidità, che stillava al suolo come pioggia sotto il cielo cupo di quel freddo e grigio mattino.
    Si fermò dinnanzi alla porta chiusa. Il necrologio affisso al piedistallo diceva che a mancare improvvisamente nel fiore dei suoi quarantasette anni era stato Ugolino Ammazzalamorte. Sospirò più volte, indeciso. Pur sapendo di non poter certo essere là dentro, gli pareva una sensazione ben strana quella di entrare in visita al proprio cadavere.
    Che assurdità! Non era affatto un cadavere, in quel momento. Chiunque fosse disteso là dentro, non era certamente lui! Lui era lì, caldo, sveglio, consapevole di tutto. Il respiro affannoso che gli fuoriusciva dal petto e il sudore gelido che gli solcava le tempie indicavano vita, non morte. Vita!
    Entrò nel freddo locale.
    Ornella, funerea, piangeva in silenzio in un angolo; non alzò neppure gli occhi su quel nuovo venuto.    E, al centro, della stanza, la cassa aperta.
    E all’interno di essa, era disteso lui stesso.
    Oh, proprio lui, no. Non esattamente, insomma. Non poteva essere in entrambi i posti, in piedi sulla porta e sdraiato nella bara. E poi, l’uomo morto, il cadavere maciullato ricomposto alla meglio, non aveva volto, come se i lineamenti fossero stati cancellati dal suo viso.
    Ma era lui. E non era lui.
    Ugolino Ammazzalamorte si volse, e fuggì. Fuggì più rapido che poté.
    Senza rendersene conto, senza capire come ciò potesse essere successo, si ritrovò alla guida di un’automobile. I lampioni accesi lo abbagliavano, la pioggia cadeva battente, era notte fonda. Il sonno gli gravava sulle palpebre, togliendogli lucidità. Un attimo prima, però, gli sembrava che fosse mattina inoltrata, una mattina nuvolosa ma priva di pioggia. Che strano.
    Era in tangenziale, da tutt’altra parte rispetto all’ospedale. Ma come c’era arrivato? E perché stava guidando, se un attimo prima stava correndo a piedi?
    Cos’era mai tutta questa confusione che gli si sommava nella testa?
    Questi interrogativi lo distrassero a tal punto che non riuscì a scorgere in tempo il pesante tir che, sbandando improvvisamente, lo travolse in pieno, riducendo la sua automobile, e lui con essa, a un ammasso informe e fumante.
   
 
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