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Autore: Tenar80    27/09/2021    1 recensioni
In un mondo steampunk gli angeli hanno dichiarato guerra all'umanità. Solo un manipolo di soldati, con tute ricavate dai corpi dei nemici uccisi, riesce a opporsi a loro. Anche sotto il cielo ostile, però, nulla è come sembra, al punto che solo dietro una maschera è possibile essere se stessi. Lo sa bene Ardal, schiavo fuggiasco, che con la sua nuova identità di giornalista, cerca la verità sugli angeli.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Ciao a tutti, lettori affezionati o viaggiatori alla ricerca di storie.
Inizia qui una lunga, lunga avventura in un mondo Steampunk dove gli angeli vogliono distruggere l'umanità e l'umanità, per altro, è parecchio brava a farsi del male da sola.
Scoprirete una società di stampo vittoriano che si divide nettamente in due categorie. I cittadini liberi e gli impuri, persone con tratti fisici che richiamano gli angeli o i demoni. Gli impuri possono essere solo schiavi e un bambino nato con tali tratti viene ucciso immediatamente o consegnato alle autorità. La famiglia avrà in cambio un piccolo risarcimento.
La storia dovrebbe dipanarsi mano mano in modo comprensibile (o almeno questo è l'intento), dato che si tratta però di un progetto molto articolato, esistono già dei racconti ambientati in questo stesso universo nella serie di racconti L'assedio degli angeli – preludi. Non è obbligatorio leggerli, anzi, alcuni nascondono degli spoiler, ma se volete dare un assaggio a questo mondo con racconti più brevi, siete i benvenuti.

Non ci sono avvertenze particolari. Ho segnato come coppie "Het" perché tutte le coppie in essere lo sono. C'è però un marcato pre slash, già da questo capitolo, ma al momento rimane tutto nella testa di uno dei personaggi.

Spero davvero che questa storia possa trovare dei lettori e ringrazio fin da ora chi le dedicherà del tempo








    In principio era…

    È così che cominciano le storie degli uomini.

    Io non so cosa ci fosse al principio.

    So che c’erano gli Angeli, di aria e di tenebra, e che c’erano i Demoni, di fuoco e di rabbia. E ciascuno sapeva che l’altro era lì e non lo poteva toccare.

    Il desiderio fu il primo errore.

    Cambiarono il flusso stesso delle dimensioni per trovare un mondo di mezzo, un luogo per entrambi estraneo dove potersi incontrare rivestiti di corpi nuovi.

    Il secondo e più grave errore fu l’amore.

    L’amore che essi provarono l’uno per l’altro, per quel mondo sconosciuto, per i loro inaspettati figli.

    Bisogna essere molto vicini per arrivare a ferirsi a morte.

    Lasciarono un mondo devastato, in cui si dibattevano i loro figli deformi, né angeli né demoni, gli uomini. E agli uomini continuavano a tornare, come solo si può tornare da un amore che è stato distorto dalla sorte.

    E non c’è pace al richiamo per la nostalgia di un mondo che, in realtà, non è mai stato nostro.

 

 

 

CAPITOLO 1

 

25 Brumaio 896

    

    Il pub aveva un aspetto accogliente, ma niente lo distingueva dai tanti locali analoghi presenti a Pencors. Un oste di mezz’età dal viso rubicondo si preparava a spillare birra. Una schiava impura con zoccoli al posto dei piedi, procace il giusto, stava sistemando i tavoli di legno. Ci voleva uno sguardo più attento per notare che non c’erano quasi macchie sulla pelle color vinaccia che foderava i divani e che il piano, in un angolo a lato del bancone, era tutt’altro che dozzinale. La Quercia d’argento era un locale che faceva di tutto per nascondere la propria natura elitaria sotto una patina di anonimato. 

    Almeno, pensò Ardal, l’oste non sembrava avere l’abitudine di scacciare i clienti comuni, dato che lui era sistemato al suo tavolo laterale da che il locale aveva aperto, una mezzoretta prima. Si faceva scudo con il boccale di birra scura, ma nessuno aveva messo il dubbio il suo diritto a stare lì, anche se i fogli di giornale che stava leggendo appartenevano al quotidiano Il Flusso, non proprio il genere di letture a cui di solito si dedica una clientela altolocata. Se si fosse saputo che non solo leggeva quel giornale, ma era lui stesso a scrivere gli articoli in cui si difendevano le rivolte operaie e le proteste degli impuri, come avrebbero reagito i due damerini in abiti eleganti che stavano entrando proprio in quel momento? Bevve un sorso di birra. La situazione sarebbe diventata ancora più interessante se i damerini avessero scoperto che sotto la giacca e la camicia delle fitte, corte piume nere gli ricoprivano la schiena. O, meglio, sarebbe stata interessante per uno spettatore esterno, non certo per lui, che sarebbe stato arrestato all’istante in quanto schiavo fuggiasco. A quel punto si sarebbero potuto fare delle scommesse. Sarebbe stato ucciso dalle botte delle guardie solo per il loro divertimento, o sarebbe sopravvissuto abbastanza per essere processato e quindi impiccato una volta scoperta la sua identità precedente? Rabbrividì. Nessun abito elegante dava il potere di vedere attraverso i vestiti. Aveva la fortuna di poter nascondere la propria natura e aveva avuto la prontezza di cogliere la sua occasione. Non era più un fuggiasco, ma un cacciatore. Il problema era che la sua preda era quanto mai elusiva.

    La foto più recente del colonnello Soilbeir, ex comandante sul campo delle Ali Nere, risaliva al Nevoso dell’anno prima, quando era stata data la notizia del suo ritiro dal servizio attivo. L’articolo che la corredava era stato scritto da uno dei suoi più pignoli colleghi e se diceva che il colonnello aveva svolto missioni di combattimento per più di dieci anni era vero. Tuttavia l’immagine mostrava un uomo di non più di venticinque anni. Posava impettito nell’uniforme scura carica di decorazioni e i capelli lunghi, portati infilati nella giacca, circondavano un volto dalla bellezza levigata, quasi efebica. Ardal lo avrebbe immaginato facilmente a un ballo di corte, un po’ meno a uccidere angeli nella loro dimensione. Ma era così che lo descrivevano i pochi che l’avevano incontrato, un uomo alto di una bellezza quasi irreale, lo sguardo fermo e la voce roca. L’unico uomo negli ultimi settecento anni, se l’indiscrezione era vera, ad aver sconfitto un Generale Angelico. Di certo, la persona vivente che ne sapeva di più degli angeli. Ma da che si era ritirato nessuno lo aveva visto. Un uomo di quella fama avrebbe dovuto essere ospite fisso a corte e monopolizzare le pagine di cronaca mondana e invece si era come vaporizzato. Neppure il suo successore si faceva vedere molto in giro, ma questo Ardal lo capiva. In Ventoso il nuovo colonnello delle Ali Nere, George Bojos, non era riuscito a bloccare un attacco angelico che aveva colpito il centro della capitale. Fosse andato distrutto un quartiere operaio o una piantagione in cui lavoravano schiavi impuri nessuno gliene avrebbe fatta una colpa. Invece a essere raso al suolo era stato un collegio prestigioso e i nobili che avevano perso o visto ferire i propri rampolli ne avevano chiesto le dimissioni. Bojos si era congedato un mese dopo, vaporizzandosi come il predecessore. Al momento non si sapeva neppure chi guidasse le azioni delle Ali Nere. Il vecchio generale Morozov li coordinava da terra, ma da che Ardal ricordava c’era sempre stato un comandante operativo riconosciuto, che sfilava nella parate di Nevoso spiegano le enormi ali della sua tuta da combattimento, che le ragazze adoravano e i ragazzi ammiravano. Bene, se davvero era il giornalista che riteneva di essere avrebbe trovato Soilbeir e lo avrebbe convinto, o costretto, a raccontare tutto quello che sapeva degli angeli.

 

    La porta del pub si aprì di nuovo. A entrare questa volta fu un ragazzo che non sembrava possedere l’età legale per farlo. Più basso di Ardal di tutta la testa, aveva capelli biondissimi che ricadevano fin sulle spalle che probabilmente aiutavano a farlo sembrare più giovane, perché si muoveva con tutta la sicurezza del mondo. Andò ad appoggiarsi con il gomito sul bancone del bar in quella che pareva una posa abituale.

    – Non hai l’età per bere alcolici – sbuffò l’oste, che evidentemente lo conosceva.

    – Posso lavorare, posso uccidere, posso bere – replicò il ragazzo, stizzoso.

    – Può essere – borbottò l’oste. –  Io però non voglio guai, Jude. Se ti offrono da bere, invece, nessun problema. Se canti magari succede.

    Jude indicò il pianoforte.

    – Non canto se nessuno suona. E nessuno suona decentemente da che non c’è più Vic.

    Ardal piegò i giornali e si alzò.

    – Io suono – disse. – E se tu canti decentemente ti offro una birra.

    Il ragazzo si voltò a soppesarlo. Aveva occhi verdi da gatto e l’espressione di chi è pronto a graffiare. Indossava una giacca color senape di buona fattura su cui Ardal vide una piccola spilla tondeggiante. Vi erano due ali nere in un cerchio d’oro. Quindi l’informazione era giusta e quel pub era uno dei ritrovi delle Ali Nere. E quel ragazzo dal viso da bambino era già un soldato, o almeno un cadetto. Un giorno si sarebbe rivestito di una tuta con attaccate ali di un angelo morto per andare in un altra dimensione per combattere i loro nemici. Non aveva neppure sedici anni…

    Cercando di non pensarci, Ardal si sistemò al piano. Erano cinque anni che non suonava con continuità. Negli ultimi tempi lo aveva fatto solo in qualche locale, su piani come quello, ma assai più malmessi, a disposizione, per ascoltatori alla buona. Se non altro il pub era ancora semi vuoto.

    – Cosa suoni? – gli chiese Jude.

    Era ancora vicino al bancone, ostile, come se Ardal gli avesse appena pestato un piede.

    – Dipende da cosa canti – replicò lui, ostentando indifferenza.

    A giudicare dall’abbigliamento del ragazzo poteva arrivare la richiesta di uno di quei nuovi pezzi sperimentali in dodecafonia che Ardal non avrebbe saputo in alcun modo eseguire.

    – Fanciulla di palude? – propose Jude.

    Ardal inarcò un sopracciglio. Fanciulla di palude era un canto popolare ai limiti del sovversivo, dal momento che raccontava di una giovane madre che uccideva il figlio impuro per non consegnarlo come schiavo. Oltre tutto era per lo più cantato da voci femminile. Ma era una melodia popolare che Ardal conosceva fin da quando era bambino e non avrebbe rischiato di sfigurare.

    – Ok – fece, prima di iniziare a suonare.

    Se aveva pensato che quel canto non si addicesse a Jude, dovette ricredersi subito.

    Il ragazzo aveva ancora una bellezza androgina e una voce da adolescente e il canto ebbe il potere di spianargli in viso, sostituendo l’espressione corrucciata con una tristezza struggente. Si sarebbero potute iniziare guerre, pensò Ardal, per una bellezza del genere.

    – Chi può dire che la tua vita sia stata infelice?

    Hai conosciuto il mio ventre, i miei baci, il mio rapido coltello.

    Nessuna lacrima di cuore spezzato, nessun lutto a oscurare il cammino.

    Chi può dire che la tua vita sia stata infelice?

    Senza focalizzare del tutto l’emozione, Ardal sentì un groppo formarsi alla base della gola, mentre le dita, quasi incespicavano su una nota.

    Il locale si stava rapidamente riempiendo e tutti stavano ascoltando rapiti. Ma quanti di quei damerini in completi di lana pettinata o in preziosa alpaca d’importazione, sentivano la verità di quelle parole? La loro madre non aveva dovuto porsi quelle domande. Quando erano nati erano stati adagiati sul loro grembo. Erano stati riempiti di baci affettuosi, ricoperti di un affetto che non era venato di disperazione. Sua madre, invece, lei quelle domande se le era fatte tutte, quando il suo primo figlio era nato con la schiena coperta di piume. E più avanti, nei suoi anni di schiavo, Ardal aveva quasi rimpianto il fatto che lei non lo avesse ucciso. Perché era vero. Se fosse morto allora, se ne sarebbe andato senza conoscere l’infelicità.

    Assorto com’era nei propri pensieri e nella musica, si accorse all’ultimo momento che un uomo si era avvicinato al pianoforte. Era un individuo alto tra i venticinque e i trent’anni che vestiva con un’eleganza così marcata da essere fuori luogo persino tra la clientela della Quercia d’argento. Indossava una giacca di broccato color castagna con dei ricami dorati, mentre la cravatta era fermata da una spilla su cui brillava una gemma rossa. I capelli castani gli ricadevano sulle spalle. Jude cercava di fingere di non averlo visto con un’ostentazione che stava ad indicare una famigliarità di lunga data o un reale disagio. Ma, dato che il ragazzino continuava a cantare, anche Ardal continuò a suonare fino al termine della canzone. Quando l’ultima nota sfumò nell’aria, il nuovo arrivato si avvicinò ancora di più a Jude e fece per allungare una mano verso il suo viso, quasi per accarezzarlo.

    – Dobbiamo andare, Occhi di Smeraldo – disse, con una voce bassa e profonda.

    Jude si ritrasse. Fosse stato un cane, pensò, Ardal, avrebbe mostrato i denti, abbassato le orecchi e preso a ringhiare. 

    – Mi scambi per qualcun altro, Chris. Io non sono una ragazza – soffiò.

    – Che peccato – sorrise Chris, sornione.

    Portava degli occhiali dalla montatura tonda dietro cui brillavano occhi tra il castano e il verde.

    Jude continuava a guardarlo come se avesse voluto cavarglieli, quegli occhi.

    – Sto cantando. E poi lui mi offrirà da bere – ringhiò, indicando Ardal.

    Dal canto suo l’impuro aveva cercato di sembrare parte stessa del pianoforte. Chiamato in causa, si limitò a fare un breve inchino col capo, per rafforzare le parole del ragazzo. Non voleva guai. Sopratutto in quel locale. Ma se il bellimbusto avesse voluto davvero creare problemi a Jude avrebbe lasciato correre?

    L’uomo, però, si limitò a scuotere il capo.

    – Mi spiace – disse, con espressione di colpo seria. – Dobbiamo proprio andare.

    E a sottolineare le proprie parole si sfiorò una spilla appuntata alla giacca, che quasi spariva in mezzo alle decorazioni del tessuto. Era tonda, d’oro, con ali nere stilizzate al centro.

    Anche Jude, visto il gesto, sfiorò la sua, come se cercasse una conferma.

    – Cosa…? – mormorò.

    Chris scosse il capo.

    – Andiamo. Ti spiego fuori.

    Jude sospirò e poi si voltò verso Ardal, in cerca di una frase per accomiatarsi.

    – Me lo ricordo che ti devo una birra – disse questi con un sorriso.

    Il ragazzo annuì.

    La sua espressione era mutata ancora. Adesso era decisa, dura, per nulla adolescenziale. In neppure un’ora Ardal lo aveva visto trasformarsi almeno tre volte. Si chiese chi esattamente fosse e quale ruolo ricoprisse a neppure sedici anni all’interno delle Ali Nere. Lo guardò uscire dietro a Chris, poi si alzò dal pianoforte e si diresse anch’egli verso un’uscita secondaria.

 

    La notte di Brumaio era fredda e satura d’umidità. Aveva smesso di piovere da appena tre ore e ovunque sul selciato si vedevano le pozze che riflettevano la luce dei lampioni a gas. Ancora una volta, la pioggia era stata di acqua mista a cenere e l’odore caratteristico, con una nota di zolfo, aleggiava nella notte. Si era levato il vento, però, e aveva spazzato via le nubi e la caligine quasi perenne che gravava su Pencors. Oltre i tetti dei palazzi il cielo era terso e Gwyryf, la luna principale, incombeva sulla città, enorme, con i suoi crateri dai contorni argentati. Quella era una sera da tre lune. Si vedeva infatti anche uno spicchio verde di Edrych, la sentinella, e una falce calante violetta della maligna Chary. Tra i lampioni e le lune non mancava la luce, ma neppure le ombre. Ardal si mosse in fretta. Considerando le spille che quei due portavano non potevano che essersi diretti verso il quartier generale delle Ali Nere, una sorta di quartiere fortificato a circa cinquecento metri dal pub.

    Li intravide, infatti, neppure un minuto dopo, fermi uno slargo della strada ravvivato da un’aiuola da cui spuntava una sola pianta dai rami spogli. Se non fosse stato un impuro, Ardal non avrebbe avuto speranza di udire la loro conversazione. Ma, tutto sommato, ora che era giornalista doveva ammettere che qualche vantaggio lo aveva. Molti dei suoi colleghi ancora non si capacitavano di come lui riuscisse ad ottenere le proprie informazioni. Non che Jude stesse sussurrando…

    – Non c’è un attacco in corso. Si può sapere perché mi hai fatto uscire? Stavo solo cantando, quel tipo sapeva quasi suonare…

    – George è morto – disse Chris, secco.

    Ardal era troppo lontano per vedere l’espressione di Jude e la sua nuova trasformazione. Ma vide tutto il suo corpo irrigidirsi all’istante. 

    – Cosa…? – emise Jude, come se qualcuno lo avesse colpito in pieno stomaco.

    – Si è sparato. Lo hanno trovato un’ora fa in casa sua – neppure la voce di Chris era ferma.

    – Non è possibile – ringhiò Jude.

    – Non l’aveva presa bene, i morti di Ventoso e il congedo…

    Quindi, pensò Ardal, il morto era il colonnello George Bojos, il sostituto di Soilbeir.

    – Mi spiace – disse ancora Chris.

    Fece per mettere una mano sulla spalla di Jude, ma questi si scostò, stringendosi le mani al petto e allontanandosi di un passo.

    – Maledetto perdente – mormorò il ragazzino tra i denti. – Era più facile così, per te, che rimanere con noi a lottare…

   
 
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