Storie originali > Romantico
Segui la storia  |       
Autore: Sam Hutcherson    04/10/2021    0 recensioni
La lama del suo pugnale brillava nell’oscurità, contro la gola del ragazzo. –E per te sarei io che dovrei ripassare come ci si comporta civilmente, uh?- Sgranò gli occhi dalla sorpresa, mentre lo sguardo beffardo di Stojan le si posava addosso.
La sua occhiata maliziosa le fece prendere coscienza del suo corpo che premuto su di lui lo intrappolava contro il muro.
Si senti arrossire e sospirò, facendo un passo indietro. Gli restituì uno sguardo ostile.
–Che diamine ci fai qui?- disse rifoderando il pugnale.
–Potrei chiederti la stessa cosa, ma penso di saperlo, di giorno goffa principessa, di notte difensore mascherato?-
***
Due popoli opposti, due sponde di un fiume, due ragazzi che trovano forza nelle loro differenze nonostante i mille battibecchi e un ponte ad unirli. Odio e amore non sono mai stati così simili.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Storico, Sovrannaturale
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Capitolo1

Il pastore e l’erborista

 

Le acque del fiume la chiamavano, impazienti. Il suono scro­sciante rimbombava sulle pareti della sua mente, distur­bando la sua passeggiata. La ragazza aggrottò le sopracciglia, contrariata dall’atteggiamento capriccioso dell’acqua e la ignorò, mantenendo il ritmo della sua andatura. Ondeggiava lentamente in avanti, come una nave che sostenuta dalle onde si avvicina placidamente al porto.        
Tra le sue dita leggermente separate sentiva i ricci di una leg­gera brezza carezzarle la pelle, portando fino a lei il pro­fumo di acqua stagnante ed erba bagnata. Significava che si stava av­vicinando a casa. Piantati ai bordi della strada, gio­vani tron­chi dalla chioma folta le incorniciavano la vi­suale, an­dando a creare gli archi di una cattedrale dalle pareti fatte di legno vi­vo e dal tetto creato da nodi di foglie e rami, intor­ci­glia­ti in un'elegante cupola.
La navata della sua cattedrale veniva attraversata da un tap­peto di ombre e luci, creato da un intreccio di raggi solari che, filtrando dai buchi tra le foglie, si proiettavano sul terreno ari­do. Alzò la testa verso il cielo, al di là delle chiome odo­rose. Sentì il tiepido calore dei raggi scivolarle dalla fronte sui ca­pelli neri, a ogni suo passo avanti, come il velo di una spo­sa. Era una sposa con un velo fatto di luce e uno strascico di pol­vere. Ridacchiò a voce alta al pensiero, per poi guar­darsi su­bito attorno imbarazzata.
Le donne Bjegermen non la degnarono di uno sguardo, men­tre lei continuava ad avanzare con gli occhi fissi sul terreno.
I Bjegermen non avevano tempo per esercitare la forza dell’ im­maginazione, mentre gli Atassiani, di cui lei faceva par­te, non erano interessati a sprecare la loro energia mentale in fan­ta­sticherie.
Sternborn tuttavia era il posto ideale per esercitare la forza dell’immaginazione. La cittadina era sistemata comodamente nell’incavo tra due montagne, mentre un folto bosco selvag­gio se­gnava il confine tra i due mondi. La città sembrava fos­se stata creata proprio per fare da sfondo ad una storia.                                                                                             
Gettò un’occhiata alle chiome nere. La macchia scura dei bo­schi osser­vava lugubre gli abitanti affaticarsi sotto il giogo pesante della vita, mentre nel suo ventre proteggeva le vec­chie generazioni e attendeva quelle nuove.
Era un enorme cimitero che irradiava vita.
Le superstizioni sul bosco venivano raccontate sussurrando, in fretta, mentre i bambini erano occupati altrove. Erano pas­sati otto anni dal giorno in cui, proprio in quel bosco, i ribelli Bje­germen si erano scontrati contro i pochi sostenitori dell’Impero rimasti. Da quella notte le radici della vegeta­zio­ne si erano nutrite del sangue impregnato nella terra umi­da.
Nessuno ne era uscito vivo, né Atassiano né Bjegermen e gli abitanti di Sternborn avevano smesso di fidarsi delle chio­me scure. Con un'unica eccezione a quanto lei sapesse.
L’unico che aveva sempre avuto il coraggio di trapassare la macchia buia era il timido corso d’acqua che spaccava la città in due metà esatte. Correva, giù per la montagna, e portava con sé storie e ricordi.
Sciacquò i corpi dalla riva, il giorno in cui gli Atassiani, inva­sero la valle di Sternborn, centinaia di anni prima, quando le sue acque si tinsero di rosso per lavare la terra.
Il sapore del sangue era difficile da dimenticare, sia per i Bje­ger­men, che per il fiume.
Se si prestava attenzione, o se si era suffi­cientemente ricol­mi
d'immaginazione, l’acqua riportava ancora il retro­gu­sto fer­roso del sangue.
Il fiume separava Sternborn in due rive, due popoli e due amici. Le due sponde erano tanto diverse quanto si poteva immagi­nare. La sponda a Est era quella che il sole illuminava per prima al suo sorgere, lì risiedevano i Bjegermen, nelle loro case di legno e pa­glia. La sponda a Ovest era quella alla quale Ajša apparteneva e le ricche case in pietra degli Atas­siani erano l’ultima cosa che il sole vedeva prima di ritirarsi.
Nonostante quanto Bjegermen e Atassiani amassero mettere in risalto le loro differenze, tutte le case di Sternbor ave­vano tetti rossi a spiovente, per contrastare la pesante neve che ogni an­no rimaneva nella cittadina per mesi e mesi, col­pendo en­trambi i popoli allo stesso modo.
Sospirò, posando gli occhi sulle chiome nere che senza bat­tere ci­glio le restituirono lo sguardo. Al pensiero del freddo inverno che sarebbe presto arrivato a Sternborn si ritrovò a rimpiangere le cal­de spiagge di Atas, dalle quali era stata strappata quando aveva avu­to solo otto anni.
Per un soffio la ragazza evitò un gruppo di ragazzini Bjeger­men urlanti, che correvano dietro a un pallone, ridestandosi dalle sue fantasticherie.
Il gruppo si allontanò velocemente scivolando su un massic­cio ponte in pietra bianca e scomparse in una nuvola di pol­vere sulla sponda Atassiana.
Il ponte era l’unico capace di unire le due sponde e ogni gior­no per­metteva alle due metà di incontrarsi, guidando carri, correndo dietro a bambini in fuga o pasco­lando rumorose frot­te di oche. Era stato costruito decenni prima, quan­do an­cora l'impero Atassiano comandava gran parte del continen­te.
Per costruirlo avevano usato lucide pietre bianche importate dalle spiagge di Atas, che sembravano riflettere ogni minimo accenno di luce, come gli scogli del mare nero riflettevano il brillare fievole delle stelle indicando la via di casa ai marinai e mercanti.
Lo attraversò velocemente, gettando uno sguardo al fiume sotto di lei che correva via, frettoloso di riget­tarsi nel grande mare di Atas. Arrivò sulla sua sponda. Sotto il li­vello della strada, le acque scorrevano contro le rocce e parla­vano velo­cemente, come chi cerca di svelare un segreto.
Si guardò attorno incerta e poi approfittando di un momento di calma dove tutti erano impegnati a fare altro, sollevandosi la gonna, scese attentamente fino ad arrivare al livello dell’acqua. Era fresco sotto il ponte e nessuno sarebbe riu­scito a vederla. Al riparo dalle ruote dei carri e dagli scarponi degli uo­mini cresce­vano denti di leone, che si sta­glia­vano come piccoli soli sull’erba scura e umida.
La ragazza s’inginocchiò e con un fluido gesto afferrò l’ im­pu­gnatura di uno dei suoi pu­gnali, sfoderandolo dal fo­dero allacciato con cinghie di cuoio al suo braccio sinistro.
L’arma rifletté la luce del sole una volta estratta. Era stato suo cugino ad averle regalato quella coppia di pugnali il giorno del suo tredicesimo compleanno. La lama argentata e appun­tita era incastrata in una leggera impugnatura dorata sulla quale era stata incastonata una gemma blu ovale. Erano splendide armi che fino a quel momento erano state usate so­lamente per addestrarsi a lanciare e per recidere le piante più testarde. La ragazza si chinò e tagliò con la lama affilata una ventina di quei fiori gialli, per poi spingerli nella tasca del suo grembiule. Avevano ottime proprietà antinfiammato­rie.
Una fastidiosa sensazione la distrasse, facendola girare verso le ac­que. Il fiume la chiamò, impaziente, ricer­cando la sua at­ten­zione.                                                                              
Sospirò rassegnata. Togliendosi scarpe e calze si sedette sull’argine e immerse i pic­co­li piedi nelle acque gelide, così in contrasto con il calore della sua pelle. Rabbrividì, per poi im­mergersi nei suoni familiari; le api che ronzavano sulla su­perficie cristallina, le piccole onde che si rituf­favano nello spec­chio trasparente. A occhi chiusi ascoltò le storie di pesca­tori sfortunati, di madri esasperate e di nocchie che scap­pando dalle zampe degli scoiattoli finivano sul fondo del fiu­me. Erano anni ormai che ogni giorno si sedeva sul bordo del ru­scello, ascoltando ciò che aveva da dirle.
Non aveva più osato ignorarlo da quando otto anni prima il fiu­me l’aveva svegliata ur­lando, tra­sportando il dolore di cen­tinaia di vite che lentamente si spegne­vano e le chiede­vano aiuto. L’aveva resa complice delle loro morti.
Un dolore passato le agguantò il petto. Spesso la sua mente la riportava a quella sera, e il suo corpo smetteva di vivere quel tanto che basta­va per punirla delle sue colpe passate.
La prima volta che la voce del fiume l’aveva raggiunta, sedu­ta sul suo letto, tra le lenzuola stropicciate bagnate di lacrime e sudore, si era tappata le orecchie con le mani, urlando, igno­randoli.
-Erold, vieni qua!- sbottò una voce in lontananza, distraen­dola dal fatto che stava per morire. I suoi polmoni ricomin­cia­rono a funzionare, seguendo il ritmo stonato dei campa­nacci. Le campane al collo degli animali tintinnavano a ogni movi­mento, i cani abbaiavano e tra i suoni disarmonici un’unica melo­dia legava il tutto: una voce maschile che mugugnava tra sé e sé. Cantava in coro con i belati delle pecore e i latrati dei cani. Tutto sembrava essersi fermato, persino il fiume smise di parlarle o forse lei smise di ascoltarlo. Velocemente prese le sue scarpe e le sue calze e si ritirò tra i rami spinosi dei ce­spu­gli. Lo osservò passare, attenta, da dietro il suo nascon­diglio. Un Bjegermen guidava un gregge di pecore verso il bosco. I suoi passi erano pesanti sul terreno, camminava con le mani affondate nelle tasche e lo sguardo annoiato. Aveva una muscolatura robusta, nonostante i suoi abiti fossero di un ragazzo che non poteva permettersi di mangiare tutte le sere.
Era una figura così diversa da quelle snelle ed eleganti degli uo­mini Atassiani. Lo vide evitare deliberatamente una poz­zan­ghera che era rimasta dalla pioggia della sera prima.
Ridacchiò sottovoce.
I Bjegermen detestavano bagnarsi quanto gli Atassiani dete­sta­va­no le pecore.
 Una strana curiosità la spinse a sporgersi e a tendersi in punta di piedi, appoggiandosi ai rami secchi dei cespugli.
Era finalmente riuscita ad avere una buona visuale del pa­store, quando un improvviso rumore a pochi centimetri dal suo volto la fece voltare, sorpresa. La ragazza si ritrovò occhi negli occhi con una pecora ruminante, che aveva deciso di fare del cespuglio dietro al quale lei si stava nascondendo, la sua cena. Fu un istante. Il suo cervello registrò il lungo muso, lo sguardo stupido e an­noiato e i denti gialli che cozzavano tra loro, in attesa di troncar­gli il naso.
–Ah!- urlò di colpo, gettandosi di lato.
L’animale strabuzzò gli occhi e se la diede a gambe, impau­rito dal cespu­glio urlante.
 L’Atassiana si ritrovò a terra e alzò lo sguardo torvo verso il ramo secco che l’aveva tradita.
Al suo urlo le pecore avevano iniziato a muoversi nervosa­mente, al­lontanan­dosi dal lato della strada verso il quale i cani non smettevano di abbaiare. I belati riempirono l’aria, pietrifi­cando Ajša dalla paura che le pecore fossero pronte a tornare all’attacco.
–Ouch...- Si guardò le mani, il legno secco le aveva inciso la pelle, lasciandole due linee rosse sanguinanti su ambo i palmi.
Un ringhio basso e grottesco le fece alzare lo sguardo, allar­mata. Uno dei grossi cani lupo del pastore era sceso al suo livello e adesso la fissava con il pelo rosso rizzato sulla schie­na e le grandi orecchie premute sulla testa. Non smise di rin­ghiare quando si accorse che l’intruso non era un animale selvatico. La ragazza strisciò all’indietro serrando gli occhi quando la polvere del terreno si mischiò al sangue sui suoi palmi, provocandole una fitta di dolore. Mentre fissava le zanne bianche dell’animale, il pensiero che probabilmente si sarebbe dovuta preoccupare di più dei cani che delle pecore le attraversò la mente, veloce. Avrebbe comunque preferito ve­nire mangiata viva da un cane che da una pecora, altri­menti la morte sarebbe stata troppo lenta. Fu solo l’immagine del cane che balzava in avanti a riscuoterla dall’orribile destino di venire ruminata per giorni da una pecora. Rimase a terra im­pietrita, pronta a coprirsi il collo e la testa con le mani quando una voce spezzò l’aria e come in un incantesimo tutto tornò alla normalità. 
Persino il fiume riprese a scorrere.
–Erold,- chiamò nuovamente la voce. Sentì i passi pesanti in avvicinamento. Alle orecchie le arrivò il suono di un bastone che vibrava nell’aria. Ancora a terra, mentre cercava di ri­prendersi dallo shock, si chiese se il pastore fosse uno dal bastone facile. Doveva esserlo, si disse Ajša, per riuscire a gestire bestie tanto pericolose.                          
Lo sentì scendere al suo livello e in un secondo se lo ritrovò da­vanti. I suoi occhi determinati falciavano l’orizzonte, in cerca della bestia che aveva commesso l’errore di minacciare il suo gregge. Quando però si spostarono su di lei, a terra vestita di seta e polvere, lasciarono la loro durezza e si riem­pi­rono di confusio­ne e curiosità. Inclinò la testa leg­germente, squadrandola e la ragazza non poté far a meno di arrossire.
I suoi tratti si ammorbidirono, e forse per sbaglio, il lato sinistro del suo labbro superiore s’incrinò in un mezzo
sorriso. Una scintilla di consapevolezza gli attraversò gli oc­chi. Adesso la guardava con divertita curiosità.
Ajša inarcò le sopracciglia infastidita dallo sguardo.
Nonostante il suo evidente divertimento, le porse la mano.
-Perdonatelo, non è abituato a trovare ragazze nei cespugli, solo volpi e conigli.- 
Batté più volte le palpebre, ritornando lucida. Il ragazzo aveva i capelli castani, scompigliati. Era alto e la stoffa dei suoi vestiti si tendeva leggermente dove i suoi muscoli erano più pronunciati, particolarmente sulle spalle e sul petto. Si sentì avvampare quando si rese conto che la stava fis­sando, an­cora in attesa di una risposta e scostò lo sguardo.
–Uhm...non...non c’è problema,- disse abbassando lo sguardo per studiare se stessa. I suoi vestiti si erano tutti impolverati e guardan­dosi le mani le scoprì coperte di sangue e polvere.
Alla vista delle sue ferite, il contegno del ragazzo si dileguò, e un’espressione allarmata prese il posto di quella beffarda di pochi secondi prima. Sussultò quando percepì la presenza del Bjegermen sfiorarla.
Inginocchiato accanto a lei le scrutava la ferita, corrucciato.
Lo sentì mormorare: -Posso?-
Il suo odore le riempì i polmoni, odorava di erba e giornate di sole. Alzando lo sguardo notò l’intensità dei suoi occhi scuri.
 La ragazza annuì, e qualcosa dentro di lei sembrò tendersi dolorosamente verso il giovane. Si costrinse a rimanere im­mobile quando lo vide allungare una mano. Rigirò una delle sue mani tra le sue, studiandola bene. Il suo tocco era delicato e solido.
–Vi siete procurata un bel taglio veramente,- disse pensoso per poi sollevare lo sguardo scrutandola da sotto le ciglia lunghe.
Rimase serio, ma le concesse un sorriso forzato.
-Congratulazioni, ho visto uomini adulti piangere per meno.
Riuscite a sporgervi quanto basta per pulirvi la ferita? Dovete pulirla da tutta la polvere o potrebbe infettarsi.-
Battendo le palpebre la ragazza riuscì a spezzare quell’ incan­te­simo e annuì due volte, velocemente. Si nascose dietro le mor­bide ciocche nere sperando che non si rendesse conto del suo rossore.
Chinandosi verso il ruscello sciacquò le mani insanguinate, sotto lo sguardo attento del pastore. Lo vide allungare la ma­no dentro la sacchetta che teneva allacciata alla cintura ed estrarne due fazzoletti di cotone opaco.
Il suo sguardo chiese nuovamente il permesso di toccarla.
–Grazie. -Mormorò Ajša evitando la traiettoria dei suoi occhi. Si lasciò cadere a terra accanto a lei scuotendo la testa -Cre­devo che foste una volpe,- mormorò a mo’ di scuse.
La ragazza ridacchiò leggermente. -Da come mi ringhiava contro avevo cominciato a credere di esserlo,- gli rispose, tro­vando in sé quanta confidenza bastava per incrociare il suo sguardo. –Mi spiace di aver spaventato le vostre pecore, adesso daranno latte acido.-
Ancora una volta la sua maschera scivolò via e rise, di lei, gra­zie a lei, non importava. 
-Penso che non avrò problemi di questo tipo, domani le porterò oltre il villaggio, lontano, a bere le acque fresche del fiume, là avranno tutto il tempo di rilassarsi e di riprendersi dallo spavento di oggi. Anche se devo ammettere che avete una bella faccia tosta a spaventare degli animali tanto indifesi,- concluse, provocatorio.
La ragazza sentì il sangue andarle alle guance, questa volta dalla rabbia e non poté fare a meno di ribattere.
- Hanno annusato la mia presenza! Se il ramo non si fosse spez­zato, spaventandole, mi avrebbero attaccato. -
Lo sentì ridere e il terreno sembrò tremare leggermente alla sua risata. Questa volta era sicura che stesse ridendo di lei.
-Oh, non mi abituerò mai al vostro terrore per le pecore.
Oh sì, noi Atassiani siamo grandi e forti, cavalchiamo squali e tocchiamo il fondo degli oceani però: Ahhh, una pecora!-
La luce del sole gli colpì il viso, i suoi occhi non erano neri, co­me aveva pensato inizialmente, ma di un nocciola dorato.
-Pensate di essere migliori? Vi ho visto mentre evitavate quella poz­zan­ghera. Paura di due gocce d'acqua, Bjegermen?-
Il ragazzo la guardò con la coda dell’occhio accennando a un sorriso malizioso. –Uhm, mi avete visto? Quindi mi stavate spiando? Molto sospetto, tipico comportamento da volpe.-
Le sue dita si serrarono sul tessuto del vestito blu con forza,
 mentre cercava di trovare un modo di controbattere alle sue allu­sioni assurde. Ricordò il detto che diceva: “Solo un pazzo discute con un altro pazzo” e decise di rimanere in silenzio.
–Un po’sembri una volpe,- disse fissando il letto del fiume, apaticamente.–Per questo ti hanno abbaiato contro. -
L’affermazione era tanto assurda che ci mise un po’ad elabo­rarla. Notò che il ragazzo non aveva usato per lei la forma rispettosa, che era bene usare tra sconosciuti e ancor più in una conversazione tra un Bjeger­men e un’Atassiana.
-Che diamine blateri?- squittì oltraggiata, adeguandosi.
Lui la squadrò, come in cerca di attributi animaleschi.   
–Magari hai uno spirito volpino,- disse monotonamente, co­me se potesse essere una cosa plausibile. 
–Gli animali queste cose le percepiscono. Probabilmente le pe­core si stavano solo proteggendo,-  concluse con espres­sione seria.
Sapeva di star incoraggiando il suo gioco, ma non riusciva a trattenersi, più il ragazzo la prendeva in giro, più lei s’infuriava. Più s’infuriava, più lui si divertiva, più la pren­deva in giro.
–Che idiozia! Stai solo cercando di non ammettere che i tuoi cani sono incapaci di riconoscere la differenza tra bestia e uomo.-
Nei suoi occhi vide un’ombra di fastidio che la fece sorridere, compia­ciuta. -Innanzitutto sono lupi. Lu-pi. E poi magari sei tu che cerchi di non ammettere di essere una bestia e non una fragile ra­gazza che spia la gente da dietro i cespugli. -
Sentì la sua rabbia raggiungere livelli pericolosi.
 In quel momento avrebbe preferito essere una bestia per po­terlo sgozzare.–Non stavo spiando proprio nessuno e seppure stessi spiando qualcuno non saresti certo tu!- La calma nella sua postura ed espressione la rese ancora più furiosa. Non aveva, mai, in tutta la sua vita, incontrato qual­cuno così impaziente di farsi odiare.
-E allora che cosa ci facevi tra i cespugli?- inclinò la testa con fare curioso. -In cerca di bacche?- chiese, divertito.
-Non sono affari tuoi cosa ci facevo tra i cespugli!- esplose la ragazza.
-Ah, tipica risposta di chi non vuole farsi scoprire. Si sa che le volpi sono piene di segreti.-
-Basta,- sbottò alzandosi, -sei pazzo.-
–Io sono pazzo?- mormorò spostando lo sguardo su di lei.
-È bastato stuzzicarti un po’ e hai rivelato la tua vera natura, ti sono spuntati sia baffi che orecchie,– disse accennando a un punto sulla sua testa. Istintivamente la ragazza si andò a tastare la testa con le mani, sul punto dove la stava guar­dando. La risata le arrivò chiara, limpida, pura. Nonostante la rabbia lo guardò ri­dere.
–Con un atteggiamento del genere farai meglio a credere di essere una preda, e cominciare a guardarti dai predatori,- mor­mo­rò vittorioso, ma l’avvertimento sembrava quasi serio.
 La ragazza si girò di scatto, rompendo i fili invisibili che si erano creati tra loro. Non sopportava più la sua vicinanza. 
-Ognuno di noi, è preda e predatore. Oggi ne ho avuto la pro­va. Chiunque la pensi diversamente è accecato dalla vanità ed è colui che è più in pericolo di tutti gli altri.-                                                  
Il ragazzo si alzò fronteggiandola. Era più alto di lei, ma lei era molto più arrabbiata e si sa che le persone crescono quan­do sono arrabbiate. -Stai cercando d'insegnare saggezze di pa­store a un pasto­re?- Di nuovo, il suo sguardo brillò, e sembrò fare molta fatica a tenere sotto controllo la sua espres­sione neutra.
Le sue dita si pettinarono furiosamente le ciocche corvine.                               
–Qualcuno dovrà pure insegnartelo.- Gli puntò un dito contro.
-La prossima lezione sarà: le basi delle interazioni umane.-
I suoi occhi brillavano vivaci, come fari prigionieri di una torre. -Una volpe che vuole insegnare cultura umana, che divertente.-                       
-Non sono una volpe! E a te non farebbe male qualche ripasso della materia.-
Il ragazzo la guardò profondamente, tanto profondamente che la fece arrossire, e per un istante le sembrò preoccupato. 
–Meglio che me ne vada allora prima che io impari qual­cosa,- concluse mantenendo lo sguardo alto e ritto in quello di lei.
Si lasciò imprigionare negli occhi castani del ragazzo, di­men­ti­can­dosi la sua risposta.
Fu lui a interrompere il loro contatto. –Ma prima... -si chinò e rial­zan­dosi le fece dondolare sotto il naso una delle calze che si era tolta -…penso che questa sia tua,- disse con un ghigno diver­tito in volto.
Ridestandosi dai suoi pensieri guardò a terra ricordandosi so­lo in quel momento di essere scalza.
 Avvampò e strappò via la calza dalla mano del ragazzo.
 -Cosa stavi facendo nascosta tra i cespugli? Con i piedi
 nell’acqua gelata,- disse mentre l’osservava chinarsi a rimet­tersi le calze e le scarpe laccate nere, cercando di dimo­strare nei suoi movimenti secchi e nervosi quanto era contra­riata.
-Ti sembrerà pazzesco, ma non sono proprio affari che ti rigu­ar­dano.– Ferita nell’orgoglio, si tirò nuovamente dritta e pe­stando i piedi attraversò il passaggio per tornare alla strada principale.
–Aspetta, dove corri?- chiese il ragazzo inclinando la testa per guardarla giocoso.
Ajša si girò impettita. -Sono spiacente, ma non ho tutto que­sto tempo a disposizione,- esclamò puntando il naso in aria.     
–Devi sguazzare in qualche altro ruscello questo pomerig­gio? Hai appuntamento con le api e i pesci?- Era ironico eppure il suo sguar­do tradiva un certo interesse. Non poteva vincere contro di lui. Lacrime le punsero gli occhi. Le trattenne na­scon­dendosi dietro le ciocche scure. –Seppure lo avessi, preferirei cento volte la compa­gnia delle api e dei pesci alla tua. Non fai altro che prenderti gioco di me. Anche i tuoi cani sono più ben educati di te.-                                                                                        
-Dimmi il tuo nome.- La sua voce era vicina.
 Ajša alzò lo sguardo, ritrovandoselo davanti. Una lacrima le sfuggì e gli occhi castani di lui la seguirono mentre le roto­lava sulle guance. Sebbene l’ordine arrivò con durezza, nella sua voce risuonava una supplica.
Di nuovo il silenzio sembrò tessere fili invisibili tra i due, che a un solo passo di distanza si studiavano a vicenda.                             
La ragazza lo squadrò dalla punta delle orecchie fino a quella dei piedi lentamente, per poi mormorare. -Che cosa te ne fa­resti?-                        
Aveva promesso alla sua balia che avrebbe cercato di rima­nere fuo­ri da avvenimenti inconsueti, per diminuire il nu­mero di voci che circolavano su di lei al paese.
–Niente d'illegittimo te lo prometto, ho solo la necessità di as­sociare un suono al tuo volto.- disse il ra­gazzo, d’un tratto serio come la morte.              
–L’ultima cosa di cui ho bisogno sono ulteriori stupidi pette­go­lezzi su di me,- sussurrò incerta.
–Non dirò a nessuno del nostro incontro,- mormorò il gio­va­ne, inclinandosi verso di lei per allacciare i grandi occhi ca­stani ai suoi.
 Alla luce del sole chiare pagliuzze dorate comparivano nello sguardo intenso. Era serio e un po' le dispiacque.
La ragazza si girò. –Non volete essere associato a un’Atas­siana?-
La guardò, per poi negare in silenzio.
 –Sono geloso dei momenti più interessanti della mia vita.–
Stava cercando con tutte le sue forze una risposta adeguata, men­tre tentava di mantenere un'espressione dignitosa, quando l’urlo del fiume le penetrò nella mente, smuovendo dolorosa­mente ogni muscolo nel suo corpo.
Istintivamente si portò la mano fasciata alla testa. L’intento di uccidere, era uno dei più dolorosi da percepire. Fu solo quan­do riaprì gli occhi che si accorse di averli chiusi.
 Nonostante lo sguardo appannato dal dolore, riuscì a distin­guere di fronte a sé il volto preoccupato del ragazzo che l’ave­va afferrata per le spalle, impedendole di cadere a terra.
Le sue mani sembravano bruciare attraverso la stoffa. Gli occhi castani la guardavano severamente. –È questa casa vo­stra giusto? Riuscite a camminare?-
Era stata trascinata fino ai gradini di fronte a Villa Cenere, dove era stata costretta a sedersi, tenendosi la testa.
Il gregge del pastore era sparito e prima che avesse il tempo di chiedersi come fosse possibile lo sentì mormorare dura­mente: –Mi dispiace ma, devo andare... entrate in casa, subito,- or­dinò. Si fermò a guardarla un’ultima volta, quasi volesse chiederle qual­cosa, ma non lo fece, girandosi prese a correre ve­loce­mente e selvaggiamente sulla strada sterrata. Confusa lo guardò attraver­sare di corsa il ponte, mentre i passanti si spostavano dalla sua traiet­to­ria, allarmati.        
Neanche lei perse tempo, sollevandosi l’orlo della gonna en­trò nel giardino di Villa Cenere lasciandosi alle spalle il can­cello cigolante. Salì i gradini due alla volta, ed entrando nella sua ca­mera la studiò velocemente con gli occhi fino a che non trovò quel­lo che stava cercando: un piccolo baule di cuoio mar­rone, consumato dal tempo, al quale era attaccata una strin­ga dello stesso colore e materiale, che si mise a tracolla prima di sbattere di nuovo la porta dietro di sé.
Superò senza uno sguardo Greta che dalla cucina urlò:–Cos’è tutto questo sbatti e sbarasbatti?- e in un secondo fu in strada.

-Note Autrice-
Salve a tutti/e, è  un piacere essere di nuovo su Efp, sembra quasi irreale. Mi chiamo Valentina e questo è il mio primo libro completato, che ho deciso di condividere. Penso che condividerò una volta a settimana minimo. Se mi volete lasciare un commento sarò molto felice di leggerlo e di rispondervi <3 
Se volete sostenermi il libro completo è disponibile su Amazon "Il Ponte Bianco" e notificherò sul mio profilo instagram dedicato alla scrittura (@Valentina.cartabianca) ogni volta che uscirà un nuovo capitolo.
Grazie a tutti dell'attenzione.
Con affetto, aspetto i vostri pareri.
Valentina

 

  
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Romantico / Vai alla pagina dell'autore: Sam Hutcherson