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Autore: Tenar80    11/10/2021    1 recensioni
In un mondo steampunk gli angeli hanno dichiarato guerra all'umanità. Solo un manipolo di soldati, con tute ricavate dai corpi dei nemici uccisi, riesce a opporsi a loro. Anche sotto il cielo ostile, però, nulla è come sembra, al punto che solo dietro una maschera è possibile essere se stessi. Lo sa bene Ardal, schiavo fuggiasco, che con la sua nuova identità di giornalista, cerca la verità sugli angeli.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Ottobre sarebbe il mio mese preferito, perché ne adoro l'esplosione di colore, il sole ancora gradevole e l'assenza di fioriture a cui sia allergica. Peccato che sia anche il mese in cui vengo sommersa dal lavoro.
È quindi con colpevole ritardo che arrivo con il secondo capitolo. Finalmente la storia entra nel vivo e conosciamo altri personaggi.
Buona lettura!





CAPITOLO 2

 

    Più che un corpo militare, quello delle Ali Nere sembrava un ordine monastico. Avevano anche un cimitero separato, nel punto dove la capitale si trasformava in campagna, circondato da un alto muro, perché gli sguardi casuali neppure sfiorassero quelle lapidi. Queste spuntavano a file regolari dal prato punteggiato qua e là da alberi ora spogli. Lastre tutte uguali di granito grigio con inciso un nome, un grado e due date. Le lastre più vecchie avevano muschio che le ricopriva quasi per intero e portavano solo un nome e una data, senza grado. Sembravano avere più di trecento anni. Forse, le Ali Nere erano più vecchie persino dell’impero di Fortanèa.

    Appostato dall’alba su un albero vicino al muro di cinta, Ardal aveva avuto tutto il tempo di osservare le lapidi. In secoli le Ali Nere non avevano trovato una vera soluzione al problema degli angeli. Di fatto cercavano solo di limitare i danni dei loro attacchi e spesso questo di risolveva nel portare lo scontro sopra i villaggi, i quartieri operai o dove vivevano gli impuri. Insomma, l’importante era che i morti fossero solo povera gente. Come altri, anche Ardal aveva avuto il dubbio che quella fosse una scelta voluta. Un popolo terrorizzato è più facile da controllare. Secondo Esvele era tempo di smettere di considerare le Ali Nere intoccabili. Anzi, se i Corvi avessero dimostrato di essere in grado di danneggiarli forse l’intero castello di menzogne imperiali avrebbe iniziato a crollare. Eppure quelle lapidi parlavano di un prezzo altissimo pagato dai soldati dalle Ali Nere. Erano quasi tutti morti  intorno ai vent’anni, a volte prima. La maggior parte dei cognomi era di estrazione popolare, ma non ne mancavano di più altisonanti e qua e là spuntava un titolo nobiliare. Troppi morti, troppo giovani perché fosse tutta una montatura imperiale. Ardal non era contrario, il linea di principio, all’uso della violenza, col suo passato come avrebbe potuto? Se gesti eclatanti potevano spingere altri impuri a ribellarsi alla loro condizione di schiavi, allora valeva la pena di compierli. Tuttavia, prima di considerare gli ufficiali delle Ali Nere un bersaglio era intenzionato a conoscerli più a fondo.

 

    Il funerale del Colonnello George Bojos si era svolto in mattinata, in forma più dimessa che privata. Quattro uomini sui trent’anni avevano portato la bara e tra questi Ardal aveva riconosciuto un Chris in alta uniforme, con i gradi di maggiore. Lui per primo si era punto il dito con lo spillone d’oro per versare tre gocce di sangue sulla bara, prima che fosse ricoperta di terra. Era presente solo una decina di persone, tra cui una coppia di sessantenni affranti che l’impuro suppose fossero i genitori. Non c’erano Jude, né il generale Morozov, né tanto meno l’elusivo Soilbeir. Quella mattina, tuttavia, c’era stato un attacco angelico. Nulla di pericoloso per la popolazione, non erano neppure suonate le sirene di allarme. Ardal, però dalla sua postazione sull’albero, aveva visto a est il cielo come ribollire, cosa che avveniva quando le dimensioni si sfioravano, quasi aprendosi l’una sull’altra. Le Ali Nere dovevano aver fermato gli angeli prima che riuscissero a penetrare nell’atmosfera terrestre e l’impuro aveva supposto che questo giustificasse numerose assenze al funerale.

    Mezzogiorno era passato e l’immobilità, insieme alla mancanza di un pasto e di una sosta al bagno, iniziavano a pesare su Ardal quando la sua pazienza fu ripagata. Un gruppetto di quattro persone si stava avvicinando alla lapide di Bojos. A guidarlo era il generale Morozov in persona. Un uomo ormai anziano, con il cranio pelato, i baffoni bianchi e una gamba meccanica. Camminava appoggiandosi a un bastone e dando l’altro braccio a una donna alta oltre la sessantina, avvolta in una lunga pelliccia di visone. Dietro di loro c’era Jude, vestito nell’uniforme nera dai ricami dorati delle Ali Nere, impettito e con lo sguardo serio nel viso ancora da bambino. Più dietro ancora, stretto in un lungo cappotto grigio, con in una mano un bastone da passeggio e nell’altra una rosa rossa, veniva il colonnello Soilbeir in persona. Camminava a capo chino, con i lunghi capelli di un biondo chiarissimo che gli ricadevano sciolti sulla schiena.

    Ardal era troppo lontano per udire cosa si stava dicendo il quartetto, ma attraverso il binocolo vide Jude girarsi verso Soilbeir con la sua espressione da cane aggressivo per ringhiargli qualcosa. Per tutta risposta il colonnello fece un passo deciso verso il ragazzo e lo abbracciò. Jude fece per dibattersi, ma poi finì per rilassarsi quasi suo malgrado e ricambiare l’abbraccio.

    I quattro proseguirono poi fino alla tomba di Bojos. Soilbeir depose la rosa ai piedi della lapide, sulla terra smossa e poi versò tre gocce del suo sangue. Anche gli altri tre lasciarono l’offerta rituale sulla tomba. Il generale Morozov si fermò qualche istante a fissarla, borbottando qualche parola, finché Soilbeir gli posò una mano sulla spalla. Ardal sospirò. Le sue informazioni erano giuste. Le Ali Nere erano un gruppo chiuso, molto unito, praticamente impenetrabile. Nessun giornalista era mai riuscito ad avvicinarli per un’intervista che fosse qualcosa di più di un secco comunicato stampa autorizzato dall’imperatore. L’unica possibilità, ora che l’aveva individuato, era seguire Soilbeir per scoprire dove abitasse e poi, in qualche modo, avvicinarlo e conquistarne la fiducia. Sempre che ora non si chiudessero tutti e quattro a villa Morozov.

    Fu fortunato.

    C’era un’automobile a vapore ferma proprio all’uscita del cimitero, ma vi salirono solo i coniugi Morozov e Jude. Ci fu una breve discussione, che Ardal seguì a distanza di sicurezza, per convincere Soilbeir ad accettare un passaggio, ma l’uomo rifiutò scuotendo il capo, dirigendosi a piedi verso il centro della Pencors.

 

    Soilbeir camminava a passo spedito lungo la strada che costeggiava uno dei tanti canali che percorrevano la capitale, anche se di tanto in tanto si fermava all’improvviso, colto da chissà quale pensiero, ad osservare un albero o un brandello di cielo. Erano ancora quasi in campagna, con l’argine sulla sinistra ricoperto d’erba, ma davanti a loro si vedevano le ciminiere e le sagome scure delle fabbriche della periferia mentre la rocca del palazzo imperiale era solo un’ombra scura sul fondo del campo visivo. Ardal si teneva a distanza. Nessun altro stava percorrendo quella strada e per un lungo tratto ancora non c’erano svolte. Preferiva evitare che Soilbeir avesse anche solo il sospetto di essere seguito. 

    Ancora non riusciva a formulare un pensiero preciso a proposito delle Ali Nere. Esvele ne parlava come dei cani dell’imperatore. Durante la parata per la Festa delle Forze Armate sfilavano subito dopo l’imperatore stesso con le loro strane tute nere con attaccate ali strappate agli angeli sconfitti in battaglia. Eppure, ora che l’aveva vista a fianco del generale, Ardal aveva focalizzato sua moglie come quella Delia Morozov. Amica personale dell’imperatrice madre e nonostante questo arrestata almeno tre volte per le sue posizioni a favore del diritto di voto delle donne e contro la loro esclusione dalle università. Il comandante in capo delle Ali Nere, quindi, era il marito di un’estremista. Il loro figlioccio, o quello che era, cantava in pubblico Fanciulla di palude. E infine c’era quell’enigma vivente dell’uomo che gli camminava davanti, col viso e le movenze da ballerino di corte, un cognome da zappaterra del nord e di cui nessuno poteva aggiungere una terza caratteristica.

 

    Sul limite tra il non farsi notare e non perdere la propria preda sul lungo rettilineo che costeggiava il canale, Ardal cercava di essere, se mai Soilbeir si fosse voltato, solo un punto indistinto in fondo alla strada. L’impuro non prestò molta attenzione, quindi, quando vide l’uomo fermarsi, portare una mano al collo e subito voltarsi verso l’argine. Le cose cambiarono quando Ardal vide Soilbeir estrarre una lama da quello che si rivelò essere un bastone spada, mentre tre figure, una delle quali con corna ben visibili, si lanciavano verso di lui dall’argine.

    Evidentemente, alcuni dei Corvi non condividevano le sue perplessità e avevano deciso di passare all’azione. Anche loro dovevano aver avuto la notizia della morte di Bojos e deciso di approfittare dell’occasione. Forse si erano appostati nel cimitero non così lontano da lui e neppure se n’era accorto.

    Soffiando tra i denti un’imprecazione, Ardal corse avanti. Da quella distanza era quasi impossibile azzardare un tiro preciso su un bersaglio in movimento con la pistola da tasca che si era portato appresso.

    I tre aggressori erano armati di lunghi coltelli, ma, nonostante la superiorità numerica, il loro primo assalto fu bloccato da Soilbeir. Teneva la lama con una mano e il fodere con l’altra, combattendo come se avesse due armi con una grazia sinuosa. La sua fama di combattente, constatò Ardal, era del tutto giustificata.

    Con un balzo riuscì a sfruttare appieno la propria altezza. La lama andò a colpire l’aggressore con le corna alla gola, mentre il fodero intercettò la lama di un altro avversario. 

    Era comunque uno scontro di tre contro uno.

    Ardal vide che uno dei tre si era allontanato di un passo. Approfittò di un’esitazione di Soilbeir per lanciare il proprio pugnale, che andò a colpire il colonnello alla spalla destra.

    Ardal lanciò un grido, nella speranza di farli fuggire. Era ancora troppo lontano per sparare, ma iniziò a estrarre la pistola.

    Vedendo il compagno a terra con la gola squarciata e Soilbeir in affanno, i due Corvi avevano deciso di portare a termine la propria aggressione.

    A parte lui, la strada era del tutto deserta.

    Ardal cercò di correre ancora più veloce. 

    Con la sinistra, Soilbeir, sempre con un ginocchio a terra, riuscì a colpire con il fodero l’avversario più vicino in piena faccia, ma una macchia scura si stava allargando dove il pugnale ancora penetrava nella spalla. 

    Il terzo impuro, di cui ora Ardal vedeva le piume che gli ricoprivano il dorso della mano, incombeva su di lui. Aveva sicuramente visto il giornalista, ma a questo punto non gli importava più di avere un pubblico. Anzi, forse era proprio quello che voleva.

    Senza dargli il tempo di agire ancora, Ardal alzò il braccio destro e fece fuoco.

    Colpì l’impuro, un piumato come lui, in pieno petto.

    Per la seconda volta nella sua vita aveva ucciso. Questa volta lo aveva fatto per salvare quello che alcuni consideravano uno dei simboli della loro oppressione.

    Nello stesso istante Soilbeir si accasciò al suolo.

    Il terzo aggressore, con la faccia piena di sangue, il labbro e forse un dente spaccato dal colpo del colonnello, lo guardò con occhi sgranati.

    Era di certo un impuro anche lui anche se, come per Ardal, la sua deformazione poteva essere nascosta dagli abiti. Forse lo aveva riconosciuto. Forse si erano incontrati a qualche riunione. Forse avevano applaudito entrambi a uno dei discorsi di Esvele. Forse era rimasto a guardare, mentre Ardal si allontanava con la donna.

    – Vattene! – gridò Ardal, sparando un colpo due palmi sopra la sua testa.

    Il giovane, non poteva essere più vecchio di lui, non se lo fece ripetere due volte e corse a gettarsi nel canale, il modo più rapido per togliersi di lì.

    Ardal corse verso Soilbeir.

    L’uomo era a terra con gli occhi socchiusi. Aveva una seconda ferita, sottile, al collo, che si stava tastando con la mano sinistra.

    Di colpo Ardal non aveva la più pallida idea di cosa fare. Non era certo quello il modo in cui intendeva presentarsi al colonnello. Non aveva alcuna nozione di pronto soccorso e l’uomo poteva morirgli dissanguato tra le braccia.

    Con uno sforzo evidente, Soilbeir aprì gli occhi. Come gli avevano raccontato, aveva iridi chiarissime intorno a pupille dilatate.

    – Narcotico… – sussurrò.

    Con la mano sporca di sangue cercò di raggiungere la piccola spilla tonda che anche lui portava appuntata al risvolto del cappotto, ma svenne prima di riuscirci. La mano ricadde inerte, lasciando una striscia di sangue sulla lana grigia del soprabito.

    Prima di farsi del tutto prendere dal panico, Ardal vide che le ali nere sulla spilla erano in leggerissimo rilievo. Si diceva che le Ali Nere possedevano strani marchingegni che funzionavano con il sangue d’angelo. Del resto non erano una leggenda che le loro tute che permettevano di raggiungere la dimensione degli angeli. Schiacciò le ali, sperando che potessero in qualche modo richiamare dei soccorsi e sparò un colpo in aria. Qualcuno, di certo, aveva sentito il rumore. Sarebbero arrivati ad aiutarli. Giusto?

    La macchia di sangue sul cappotto, tuttavia, si andava allargando in modo preoccupante. Soilbeir forse era naturalmente pallido, ma ad Ardal adesso pareva che fosse del colore della neve. E, considerate le pupille dilatate, era probabile che la sua ultima parola avesse senso. A una delle riunioni dei Corvi aveva sentito qualcuno vantarsi della propria abilità con la cerbottana.

    Ardal si sforzò di deglutire. Non era restando a guardare Soilbeir dissanguarsi che avrebbe ottenuto le informazioni che cercava. Sul narcotico o il veleno non poteva niente, ma per prima cosa bisognava fermare l’emorragia.

    Per prima cosa cercò nelle tasche, sue e di Soilbeir, dei fazzoletti puliti da usare come garza di fortuna. Con una certa sorpresa, scoprì che il colonnello usava fazzoletti ricamati con motivi a fiori.

    Quando gli allentò la giacca saltò fuori una collanina d’oro con un pendente a forma di lettera V tempestato di gemme. Non un gioiello particolarmente lezioso e tuttavia Ardal non se lo sarebbe aspettato su un uomo. Quando però gli aprì la camicia, l’impuro si trovò davanti a della biancheria ricamata con al di sotto una fascia che poteva solo nascondere dei seni. 

    Il colonnello Soilbeir, l’eroe di Fortanèa, era una donna.

    

    Ardal rimase inebetito a fissare gli inequivocabili segni di quella scoperta, nonostante una parte della sua mente fosse consapevole del sangue che continuava a uscire dalla ferita.

    A riscuoterlo fu il rumore inconfondibile di una macchina a vapore.

    Che fossero stati gli spari in pieno giorno o il meccanismo della spilla, l’automobile del generale Morozov stava arrivando. La guidava a tutta velocità Delia Morozov, con l’aria che provava a scompigliarle lo chignon perfetto e gli occhiali da pilota calcati sul viso, mentre Jude si sporgeva per vedere meglio. 

    Il primo a scendere, tuttavia, gamba meccanica e tutto il resto, fu il generale Morozov in persona. Con una rapida occhiata sembrò considerare tutto, sopratutto il ruolo di Ardal. Vide la sua pistola a piccolo calibro ancora per terra e il foro di proiettile che aveva ucciso l’impuro.

    – Cos’è accaduto? – chiese ad Ardal, col suo piglio da militare.

    – L’hanno aggredito in tre. Credo sia stata… stato colpito anche da un dardo narcotizzante. In ogni caso è ferita.

     Ardal stringeva ancora il corpo esanime di Soilbeir. Era riuscito a premere i fazzoletti sulla ferita alla schiena, ma gli aveva tolto cappotto e giacca e aveva sbottonato la camicia. Nessuno dei presenti, però, sembrava stupito da ciò che l’operazione aveva messo in mostra.

    – E tu cosa ci fai qui? – ringhiò Jude, molto più colpito dal rivedere lui, piuttosto che i seni del colonnello.

    – Sono un giornalista, volevo intervistare Soilbeir…

    – I convenevoli a dopo – intervenne Morozov. – Ragazzo, aiutami a caricare in macchina Victoria. Tieni premuta quella benda. Jude, cerca di capire tutto quello che puoi degli aggressori, ti mando aiuto il prima possibile. Di questa cosa ci occupiamo noi.

 

    Nel giro di pochi minuti, Ardal si trovò sul retro dell’automobile a vapore dei Morozov, a cercare di eseguire i rapidi ordini del generale in fatto di primo soccorso, diretto a tutta velocità verso villa Morozov e il quartier generale delle Ali Nere.

   
 
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