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Autore: Sam Hutcherson    12/10/2021    0 recensioni
La lama del suo pugnale brillava nell’oscurità, contro la gola del ragazzo. –E per te sarei io che dovrei ripassare come ci si comporta civilmente, uh?- Sgranò gli occhi dalla sorpresa, mentre lo sguardo beffardo di Stojan le si posava addosso.
La sua occhiata maliziosa le fece prendere coscienza del suo corpo che premuto su di lui lo intrappolava contro il muro.
Si senti arrossire e sospirò, facendo un passo indietro. Gli restituì uno sguardo ostile.
–Che diamine ci fai qui?- disse rifoderando il pugnale.
–Potrei chiederti la stessa cosa, ma penso di saperlo, di giorno goffa principessa, di notte difensore mascherato?-
***
Due popoli opposti, due sponde di un fiume, due ragazzi che trovano forza nelle loro differenze nonostante i mille battibecchi e un ponte ad unirli. Odio e amore non sono mai stati così simili.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Storico, Sovrannaturale
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Capitolo 2
La voce del bosco

 
 
Quella sera il bosco aveva urlato per la prima volta in otto anni, e questa volta non si sarebbe limitato ad ascoltarlo.
Non sembrava che nessuno avesse sentito, a parte lui. Ogni suo passo cozzava sul terreno polveroso mentre correva, cercando di evitare di scontrarsi contro la gente che, come se niente fosse, ignorava le urla. Sentiva gli sguardi su di sé; curiosi, indagatori, contrariati.
Perché non le sentite? Perché non le sentite?”
Correndo sollevava nuvole di polvere fina, che gli si appiccicava ai vestiti e alla pelle sudata, gli entrava negli occhi, pungendoli dolorosa­mente. “Dov’è?” Si chiese, fermandosi in mezzo alla strada.
“Dov’è ?! Dimmi dov’è!”
Era quasi al confine della città, il bosco scuro lo guardava tran­quillo, quando lo vide. Da una casa di legno, completamente si­gil­lata, usciva dal camino fumo nero. Cosa del tutto normale, se non fossero state le due di pomeriggio di giugno. Porte e finestre erano state chiuse, ed era flebile, ma da dietro lo spesso strato di legno, qualcuno urlava.
 Stojan si scagliò contro la porta con tutto il suo peso, e la casa tremò.                                
–Non respirate, non respirate!- urlò alla porta.                                           
–Aiuto! Aiuto! Ti prego Signore, aiutaci!- gemette pietosa una voce.
Un brivido lo attraversò, il pianto non era rivolto a lui.
–Toglietevi da dietro la porta! Subito!- urlò. Si scagliò un'altra volta contro il legno, digrignando i denti dal dolore quando sentì qualcosa nel suo braccio frantumarsi. Venne rigettato indietro dal contrac­colpo, e cadde nella polvere. Non sarebbe mai riuscito a sfondarla, il legno era troppo robusto. Disperato si guardò attorno. Allungò una mano dietro le sue spalle, afferrando l’impugnatura della grossa ascia allacciata sulla sua schiena. Le ciocche mosse gli si erano attaccate alla fronte dal calore, finendogli fastidiosa­mente negli occhi.
Nel panico realizzò che le grida si erano spente. Fumo nero aveva preso a fuoriuscire da sotto la porta e un forte odore di olio bru­ciato lo raggiunse, pizzicandogli occhi e gola. Sollevando l’ascia sopra la testa la fece ricadere con tutta la forza che aveva sul lucchetto, che con un acuto grido metallico si spezzò. Una nuvola di fumo nero lo investì, costringendolo a schermarsi con un brac­cio il volto e a indietreggiare di un passo. L’unico modo per en­trare era strisciando, al livello dove il fumo nero era meno fitto. Si gettò carponi tra la polvere.
Attorno a lui bruciavano pezzi di carbone ancora accesi, caduti dalle assi di legno del soffitto. Il tetto sarebbe crollato a mo­menti, sopra di lui il legno continuava a bruciare con un sordo sibilo. Grugnì dallo sforzo, strisciando tra i carboni ardenti.
Lucenti scintille rosse illuminavano il suo cammino prima di cadergli sul volto, ustionandolo. Mentre strisciava, intoppò contro un corpo inerme e afferrandolo per i vestiti sé lo tirò dietro fino a che fu fuori dalla casa.
Ebbe a malapena il tempo di notare il corpo venire trascinato lon­tano da qualcuno, prima di girarsi e tornare dentro. Nello stesso modo riuscì a trasportare fuori altre tre persone. Una sola ancora cosciente.
–Manca Mila! Non c’è Mila!- urlò la donna che aveva appena traspor­tato fuori. Guardò in alto ignorando il bruciore che il fumo gli provocava, sforzandosi di tenere gli occhi aperti.
Il tetto era stato consumato quasi completamente.
Era questione di secondi prima che anche le mura cedessero.
Si rigirò diretto nuovamente in quel piccolo inferno, ma fu  bloc­cato da qualcuno che gli aveva afferrato i vestiti. 
–Stojan basta così, vuoi farti ammazzare?- Non ebbe la pazienza di controbattere, né di guardare chi fosse, con una scrollata di spalle riuscì a liberarsi dalla presa. Una parte della sua mente registrò il rumore del tessuto lacerarsi e prima di saperlo era di nuovo circondato dalle fiamme.
Trovò il piccolo corpicino rannicchiato in un angolo. Dei grandi occhi luminosi pieni di lacrime gli si posarono addosso. –Oh, grazie al cielo.-
Avanzò verso le piccole braccia tese e si portò la bambina al pet­to. Le sue ossa fragili tremavano contro la sua pelle. Avanzò car­poni con un braccio solo, spostando di lato i roventi legni, che avevano sup­portato il tetto fino ad allora, mentre con l’altro stringeva la piccola Mila al petto, schermandola con la sua schie­na dagli ardenti pezzi di carbone, che cadendogli addosso gli con­sumavano i vestiti per poi bruciargli la pelle. Un assordante rumore coprì tutte le urla. Stringendosi più forte il fragile corpi­cino a sé, inarcò la schiena e irrigidì i muscoli delle gambe, atten­dendo l’impatto delle travi. Eppure non arrivò, da dietro di lui un forte movimento d’aria chiarì che qualcosa era caduto di sicuro. Quando il fumo si diradò e il fresco dell’aria gli toccò il viso si rese conto di essere fuori.                                                                              
 –Mila!- gemette pietosamente una voce di donna, prima che il corpicino tremante gli fu strappato dal petto. Si sentì afferrare per le braccia e trasportare lontano, dove riuscì, tra i fumi neri a intravedere il blu del cielo. –Mi serviranno garze pulite e acqua fredda,-disse una voce. Mani delicate gli toccarono il viso, spostandolo leggermente a destra e a sinistra. Con uno scatto portò le sue dita a stringersi attorno al polso della donna. Era così fine. La sentì sussultare al suo tocco.
–La bambina... - Sentiva di stare per perdere i sensi, o morire. Le dita delicate gli si posarono sul petto, rassicuranti. -Sta bene, ha solo delle leggere scottature. - disse la voce, e non poté fare a me­no di creder­le. 
–Grazie a Dio. - sussurrò, appena prima di perdersi nell’oscurità.
 
***
 
Viaggiò per quelli che sembrarono secoli, nella sua mente, tra­sportan­dosi da un incubo all’altro. Era in fiamme, erano tutti in fiamme.
Le orecchie gli dolevano per le acute urla di dolore, le lacrime an­cor prima di rotolargli sulle guance evaporavano. Mentre l’odore di pelle bruciata avvelenava l’aria, corpi si contorcevano, fino a che inevitabil­mente non venivano consumati completa­mente.
Bruciava, eppure aveva paura di annegare.
 “Salta” udì guardando il suo volto ustionato riflettersi sulla superficie liscia e cristallina del ruscello. Attorno a lui la natura era quella di sempre, verde e florida. Lui era l’unica cosa morta.
Salta” disse la voce.
Riflesso nello specchio dell’acqua, guardò il suo corpo bruciare sulla sua riva del fiume. La sua immagine si ruppe, quando cadde a peso morto nelle acque.
Stojan! Un fischio, un urlo. Una fitta gli contrasse il petto, facen­dolo cadere in ginocchio, mentre artigli affondavano nella sua carne, da sopra i vestiti. Qualcuno lo aveva spinto.
Stojan. Salta.
Chiuse gli occhi e l’acqua lo inghiottì.
Sapeva che il mondo era a solo un battito di ciglia di distanza, ma scelse di rimanere nel suo incubo. Dall’oblio lo raggiunsero versi acuti di uccelli, il frusciare delle foglie, il groviglio incomprensi­bile di voci. Urgenti, scattanti, in allarme, avevano tutti la stessa voce, tutti la stessa faccia.
Quando arrivò la luce, fece male. Lo colpì dolorosamente dopo essere stato nel buio gelido del fondale, eppure la accolse comple­ta­mente, senza esitazione, lasciandosi bruciare le iridi.
Accanto a sé un fruscio lo distrasse. –Oh, finalmente sei sveglio.- Sussultò spostando il suo sguardo sulla figura.
Un uomo della sua stessa stazza ed età, con vestiti di seta blu e capelli nerissimi gli restituì lo sguardo. –Akaj,- mormorò metten­dosi a sedere, cercando di mantenere un'espressione neutra nono­stante il dolore. A qualche metro da loro diverse donne circonda­vano i feriti.
Notò la piccola Mila in braccio alla ragazza che era rimasta cosciente durante tutto l’incendio. Entrambe avevano i vestiti im­polverati e bruciacchiati, le loro guance erano nere a causa della cenere, ma sembravano stare bene. Un sospiro di sollievo gli scappò di bocca e facendo leva sulle braccia si mise a sedere. –Non dovresti alzarti, ti allenterai le bende,- disse accennando alle sue braccia. Il pastore guardò in basso; qualcuno gli aveva tolto la camicia e fasciato parte del petto, la spalla e l’intero braccio destro, fino al polso, di ruvide bende.
Scrollò le spalle, facendo partire una nuova fitta di dolore, che gli percorse l’intero corpo. –Non dovrei fare molte cose,- grugnì.
Sentì il compagno ridere leggermente e percepì il suo sguardo su di sé.                                                         
-Questo è vero, sembri avere una passione per mettere la tua vita in pericolo.- Sospirò. - Non ti sembra di star sfidando la sorte?-
Si squadrò i vestiti, erano stati lacerati in molti punti, i suoi panta­loni erano diventati neri, dal fumo e dalla polvere.
 –Ero semplicemente nei paraggi,- mormorò grattandosi un prurito immaginario sulla guancia.
Venne trapassato dagli occhi blu dell’Atassiano. Non ti credo.                  
 –Mhmh,-mugugnò senza neanche avere la decenza di fingere di credergli. -In un modo o nell’altro quando succede qualcosa, sei sem­pre nei paraggi,- disse.
Gli restituì lo sguardo tranquillo, cosa che sembrava infastidirlo ancora di più. –Già, mi domando perché,- mormorò vago.
-Piuttosto, loro,- disse accennando alle tre figure a terra.
L’Atassiano sospirò al suo tentativo di cambiare discorso. Tutti gli Atassiani avevano gli occhi blu come il mare dal quale erano nati, la pelle bianca come la spuma delle onde e i capelli neri come l’oblio degli abissi, ma Akaj aveva il potere di leggerti dentro, d'inchiodarti al tuo posto e costringerti a parlare con un semplice sguardo.
In più sembrava che l’amico non solo sapeva che aveva qualcosa da nascondere, ma anche esattamente cosa stava cercando di na­scondere. Cose strane accadevano spesso nel continente, si senti­vano storie di bambini che piangendo facevano piovere, ubriachi che addormentan­dosi di notte si svegliavano coperti dalle radici degli alberi, vecchie signore che estinguevano incendi soffiandoci sopra, ma niente di tutto ciò era mai capitato a Stern­born.
Apparentemente non c’era nessuno con tali segreti, e così doveva rimanere. Per fortuna lui aveva esperienza a tenere i suoi segreti lontano da orecchie estranee.
–Hanno tutti ripreso conoscenza, stanno bene. Grazie a te,- mor­morò.
–Grazie a Dio,- disse Stojan e in quella semplice frase Akaj notò la correzione fatta. Un’altra volta, rise. –Beh a qualcuno dobbiamo pur associare il merito di aver protetto la tua testa dura per tutto questo tempo,- disse. -Devi stargli simpatico.- Akaj sbuffò, alzan­dosi in piedi e guardandosi intorno. Il rumore delle spade di metallo sulla sua schiena che cozzavano l’una contro l’altra gli fece notare per la prima volta l’uniforme blu scuro, decorata con ricami dorati sulla manica. Sul petto proprio sopra il cuore erano stati ricamati due stemmi: Il primo aveva uno sfondo blu dal quale uno squalo emergeva dall’acqua del mare, mo­strando l’ampia den­tatura e il secondo invece riportava una corona con quattro gemme colorate incastonate nell’oro su uno sfondo diviso in quattro parti, una blu, una rossa, una verde e una d’oro. Il primo era lo stemma Atassiano, il secondo quello del Nuovo Governo, la cosiddetta Repubblica Reale. Guardandosi intorno notò un'altra decina di uomini in divisa, alcuni stavano aiutando a estinguere le fiamme mentre altri interrogavano le persone che erano state spet­tatrici dell’orribile scena. –Cosa ci fai tu qua?- Mormorò, affer­rando la mano tesa di Akaj e lasciandosi tirare in piedi. Akaj lo guardò torvo. -Sono il capitano del Corpo di Guardia, dove altro dovrei essere?-                                                  
Si passò una mano tra i capelli, facendo cadere polvere e cenere.
Improvvisamente si sentiva esausto. –Intendo chi ti ha avvertito, La Guardia è dall’altra parte della città.-
Lo vide sollevare un angolo della bocca. -Ah Stojan, ho anche io le mie fonti segrete,- disse provocatorio. –Ma immagino dovrò dir­telo, dato che vorrai almeno ringraziarla per averti riportato alla vita,- concluse accennando con il mento al gruppo di donne che ac­cer­chiando i tre feriti, si affannavano a tamponare, bendare e di­sinfettare le ustioni.
Akaj si mise le mani sui fianchi, soddisfatto dall’impegno e dalla dedizione che venivano messi nel curare quella famiglia Bjeger­men.
–Ajša!- chiamò l’uomo. La ragazza alzò lo sguardo dal suo la­voro e lo fissò su Akaj interrogativa e quasi infastidita dal venire distur­bata. Le fece segno di avvicinarsi e lei dopo aver dato un altro paio di ordini veloci si alzò. Come in un miraggio, la ragazza del fiume adesso avanzava verso di lui. Quando incrociò il suo sguardo, riconoscendolo la vide arrossire e scostare lo sguardo di lato. Era ancora arrabbiata.
Qualcosa dentro di lui si strinse, dolorosamente. I suoi capelli erano dello stesso nero di quelli di Akaj, seppur legger­mente mos­si, ed era bassa, molto più bassa di lui, a malapena gli arrivava alla spalla. Aveva l’impressione che avrebbe potuto prenderla con una mano e mettersela nella tasca della camicia, ma da come lo guar­dava la ragazza non pen­sava glielo avrebbe mai permesso. Avanzò con sguardo cauto e il volto nascosto dietro i capelli scuri.                               
La mano solida di Akaj si posò pesantemente sulla sua spalla, come se stesse salutando un compagno d’armi, facendola trabal­lare.
 –Su, su Ajša, non essere timida, quest’uomo vuole ringraziarti,–disse raggiante voltandosi verso di lui.
–Ah sì?- Chiese la ragazza guardandolo, beffeggiatrice.
-Stojan questa è mia cugina Ajša, è corsa ad avvisarmi lei dell’ac­caduto. È tutto merito suo che tu non sia morto.-

***NOTE AUTRICE***
Grazie mille alla prima persona che ha seguito la mia storia! (Adaka) Il tuo gesto mi ha riempito di gratitudine!
è proprio questo che mi ha portato a condividere il mio libro gratuitamente: voglio che tutti abbiano l'opportunità di leggere ciò che scrivo e voglio avere un contatto diretto con i miei lettori. Per favore se avete tempo lasciatemi una recensione <3 
Il Ponte Bianco è sempre disponibile su Amazon sia in formato cartaceo che in formato ebook. 
Grazie a tutti.
Al prossimo aggiornamento! 
Valentina

  
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